Mai dire Polonia

Tre anni di reclusione per chi parla di “campi polacchi” nel riferirsi ai lager nazisti. E scoppia la polemica internazionale.

È stata definitivamente approvata con il voto del Senato polacco (57 voti favorevoli e 23 contrari) la legge voluta dal governo nazional-conservatore che vieta non solo ogni definizione campi della morte nazisti come “campi della morte polacchi”, ma proibisce anche di parlare di qualsiasi caso di complicità di singoli polacchi o di gruppi di polacchi con l´esecuzione dell´Olocausto. Per i trasgressori prevista una pena fino a 3 anni di reclusione. Continua a leggere “Mai dire Polonia”

TITOLO ESECUTIVO EUROPEO: UNA OVERVIEW SU UNO STRUMENTO UTILE, MA CHE STENTA A DECOLLARE.

“I privati cittadini e le imprese devono poter esercitare i loro diritti in tutti gli Stati membri, a prescindere da quale sia la loro cittadinanza”.
Esordisce con questa frase l’allora vicepresidente della Commissione Europea Jacques Barrot nel descrivere l’utilità del regolamento sul titolo esecutivo europeo.
Sempre più imprese italiane (quelle che resistono e non demordono) decidono di esportare i propri prodotti e servizi verso i mercati esteri, in particolare nord-europei, per avere margini di guadagno maggiori. In uno scenario del genere, l’Europa si è adeguata al flusso commerciale intercorrente tra i suoi Stati membri, non solo rendendo più facili gli scambi di beni e servizi, ma anche fornendo strumenti di tutela del credito per gli operatori commerciali.
Lo strumento più peculiare è sicuramente il Titolo Esecutivo Europeo, ossia un certificato che accompagna una decisione giudiziaria, un atto pubblico o una transazione giudiziaria e che consente al documento cui si riferisce di circolare liberamente nell’Unione europea. In buona sostanza, si fa uso di tale strumento quando è necessario far eseguire, in uno Stato membro, una decisione giudiziaria pronunciata ovvero un atto pubblico redatto ovvero una transazione giudiziaria conclusa davanti al giudice o da questo approvata in un altro Stato membro, avente ad oggetto un credito non contestato.
E’ da sottolineare come tale credito possa essere stato accertato o dalle autorità giudiziarie nazionali dei singoli Stati membri, o tramite il procedimento (attivabile dal 2008) di ingiunzione di pagamento europea, che ha come vantaggio il fatto di essere automaticamente esecutiva.

Ad ogni modo, ottenuto il titolo esecutivo europeo, non è più necessaria la dichiarazione di esecutività nello Stato membro in cui si chiede l’esecuzione della decisione giudiziaria, dell’atto pubblico o della transazione giudiziaria.
Il titolo esecutivo europeo può essere ottenuto per una decisione giudiziaria pronunciata ovvero un atto pubblico redatto ovvero una transazione giudiziaria conclusa davanti al giudice o da questo approvata dopo il 21 gennaio 2005 (1º gennaio 2007 per la Bulgaria e la Romania), che abbia ad oggetto un credito pecuniario non contestato in materia civile o commerciale.
Il certificato di titolo esecutivo europeo è rilasciato su istanza del creditore ed il procedimento di rilascio varia a seconda che il certificato si riferisca ad una decisione
giudiziaria da emanare, ad una decisione giudiziaria già emanate, ad un atto pubblico, o ad una transazione giudiziaria.
In questo articolo soffermeremo la nostra attenzione sul titolo esecutivo europeo richiedibile da un creditore.
Quanto ai requisiti, il credito oggetto della controversia deve rispettare le seguenti prescrizioni:
– riguardare il pagamento di uno specifico importo di denaro esigibile;
– vertere su una materia civile o commerciale;
– il creditore deve garantire che la domanda giudiziale sia notificata al debitore
e contenga informazioni specifiche all’attenzione di quest’ultimo.
– vi sia idonea notificazione della domanda giudiziale e di eventuali citazioni a comparire in udienza.

L’istanza di rilascio del titolo esecutivo europeo va proposta all’autorità competente dello Stato membro d’origine. In linea di principio tale autorità è il giudice del merito.
Ai fini del rilascio del titolo esecutivo europeo, il giudice deve compilare apposite modello predisposto dalla Commissione contestualmente alla normative in oggetto e, dopo aver verificato il rispetto di tutti i requisiti richiesti, emanerà detto titolo.
Naturalmente degli strumenti di tutela, come la richiesta di sospensione dell’esecuzione o di rifiuto della stessa in determinati casi, sono concessi al debitore, ma tale strumento resta comunque una soluzione snella ed efficace per quanti vantano dei crediti nei confronti di soggetti operanti in altri Stati europei.

Avv. Sofia Forciniti

RICORSO CEDU: ESTREMA FORMA DI TUTELA GIURISDIZIONALE PER I CITTADINI EUROPEI.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è stata istituita nel 1959 dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950, ma, nonostante vi aderiscano tutti i membri del Consiglio d’Europa, non è un’istituzione dell’Unione Europea.
La Corte esercita la propria tutela giurisdizionale nei confronti persona fisica, organizzazione non governativa o gruppi di privati che ritengano di essere vittima di una violazione da parte dello Stato di uno dei diritti riconosciuti dalle varie Convenzioni.
In particolare, il più importante documento che riconosce e tutela i diritti inviolabili da parte di ciascuno Stato è la Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo, all’interno della quale spiccano il diritto alla vita, il divieto di tortura, il divieto di schiavitù e dei lavori forzati, il diritto alla libertà e alla sicurezza; il diritto ad un equo processo, il principio del nullum crimen sine lege, il diritto al rispetto della vita privata e familiare, le libertà di pensiero, coscienza, religione, espressione, riunione e associazione, il diritto di sposarsi, il diritto ad un ricorso effettivo davanti ad un’istanza nazionale, il divieto di discriminazione, il divieto di abuso dei diritti, etc.
Il ricorso in Corte di Giustizia non è sempre attivabile, costituendo, bensì, una sorta di extrema ratio, uno strumento utilizzabile solo dopo che siano state esaurite tutte le forme di ricorso nazionali e, in ogni caso, entro e non oltre sei mesi dal giorno della decisione definitiva assunta dall’autorità nazionale. Naturalmente questa regola subisce un’eccezione quando si tratta di denuncia per eccessiva durata della procedura, per la quale le regole temporali testé citate non hanno effetto.
Passando, adesso, alle modalità di presentazione del ricorso, la ratio è quella di rendere lo strumento accessibile a tutti, almeno in via teorica; di conseguenza la Convenzione prevede l’invio di una lettera informale a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno da parte del diretto interessato, anche senza l’assistenza di un avvocato.
Detta lettera può essere scritta nella lingua madre del ricorrente o in qualsiasi lingua ufficiale dell’Unione e deve contenere l’indicazione dei diritti garantiti dalla Convenzione che si ritengono violati dallo Stato, nonché l’indicazione delle decisioni della pubblica autorità che hanno danneggiato il ricorrente, comprensive di data e nome dell’autorità che le ha emesse ed eventuali fotocopie di documenti che si intendono allegare.
Prima di statuire nel merito, la Corte deve decidere se dichiarare il ricorso ricevibile o meno; qualora il ricorso venga dichiarato tale, è necessaria la nomina di un avvocato e
la lingua da utilizzare nel prosieguo del procedimento deve essere l’inglese od il francese, a meno che il ricorrente, richiedendolo, non sia autorizzato a proseguire nella lingua in cui ha proposto il ricorso.
Esaminato il ricorso, la Corte si pronuncia sul merito. Se ad emettere la sentenza è una delle Camere della Corte, la pronuncia è ricorribile nel termine di 3 mesi; se, invece, viene emessa dalla Gran Camera, la statuizione è definitiva ab origine.
Per quanto riguarda, infine, il contenuto della statuizione, la Corte di Giustizia può stabilire un risarcimento dei danni materiali e morali subiti dal ricorrente, attraverso la disposizione di “un’equa soddisfazione alla parte lesa” posta a carico del Paese che sia stato condannato per aver violato uno dei diritti sancito nella Convenzione.
E’ bene sottolineare come, purtroppo, sebbene il ricorso in Corte di Giustizia non imponga particolari formalismi od ostacoli, in realtà è un mezzo ancora raramente utilizzato dai cittadini italiani per far valere i propri diritti nei confronti del nostro Stato.

 

Avv. Sofia Forciniti

Come prende le sue decisioni la Corte di Strasburgo?

Da un po’ di anni, precisamente dal 2013, si è cominciato a parlare in Italia, con grande insistenza, della Corte di Giustizia Europea che ha sede a Strasburgo. Silvio Berlusconi, in concomitanza con la sua decadenza dal Senato, vi ha presentato ricorso ed è in attesa di giudizio. Ma concretamente come decide la Corte?

Il primo passo da fare è l’invio di una lettera alla Corte nella quale vengono spiegate le ragioni delle presunte violazioni da parte del giudice nell’applicare una determinata legge, lettera che non prevede determinate formalità, in quanto può essere inviata anche senza l’ausilio di un legale. Nella lettera vanno specificate quelle che sono le doglianze, precisando quali diritti vengono protetti dalla Convenzione. La Corte, nel rispondere al cittadino, invia anche un formulario da redigere e spedire nel giro di sei settimane in triplice copia, tutto questo è indicato all’interno dell’articolo 35 della Convenzione stessa che ammette il ricorso stesso solo dopo che siano esauriti quelli che sono i ricorsi nazionali in tutti i gradi di giudizio.

La procedura davanti alla Corte europea è pubblica ma, di fronte a particolari esigenze, la Camera o la Grande Camera possono decidere di procedere a porte chiuse durante alcune udienze o per tutta la durata del processo.

E’ necessaria la nomina di un legale abilitato all’esercizio della professione forense in uno dei Paesi contraenti ed è previsto un sistema di gratuito patrocino per i non abbienti.

Viene nominato un giudice relatore che esamina il ricorso e che può chiedere al ricorrente tutte le delucidazioni necessarie per esaminare la questione. Quindi, il relatore redige un rapporto che invia, o ad un Comitato di tre membri o ad una Camera, a seconda che ritenga il ricorso irricevibile o ricevibile.

La Camera, dichiarato il ricorso ricevibile, ha la facoltà di invitare le parti a presentare altri elementi, nuovi documenti, nonché memorie scritte.

L’udienza di audizione delle parti non è obbligatoria, a tal proposito la Camera può anche decidere di ometterla per velocizzare i tempi del procedimento.

A volte, accade che la causa, invece di svolgersi davanti ad una Camera, sia esaminata dalla Grande Camera: questo accade solo se il ricorso solleva una grave questione relativa all’interpretazione della Convenzione o dei suoi protocolli oppure nel caso in cui la soluzione di un caso possa portare ad una sentenza in contraddizione con una decisione precedentemente emessa. Il rinvio alla Grande Camera può avvenire anche su istanza di una delle parti, entro il termine di tre mesi a decorrere dalla data della sentenza di una Camera, in casi eccezionali. La richiesta, quindi, viene proposta ad un collegio composto da cinque giudici della Corte, quando la questione oggetto del ricorso sollevi gravi problemi di interpretazione o di applicazione della Convenzione.

Una volta che la questione è matura per la decisione, la Corte si pronuncia a maggioranza dei propri membri; in ogni caso, ogni giudice che ha partecipato all’esame del caso ha diritto di far allegare alla sentenza l’esposizione della propria opinione individuale distinta (discordante o concordante).

La sentenza emessa dalla Gran Camera della Corte europea dei Diritti dell’Uomo è sempre definitiva. Invece, le sentenze pronunciate dalle singole Camere diventano definitive una volta scaduti i termini per l’impugnazione, vale a dire quando sono trascorsi tre mesi dalla pronuncia, senza che sia stato presentato un ricorso alla Gran Camera. Le sentenze delle camere diventano definitive anche “se il Collegio della Grande Camera respinge una richiesta di rinvio formulata secondo l’art.43” (art. 44 Convenzione Europea)

Ai sensi dell’art. 74 del Regolamento della Corte, le sentenze della Corte devono contenere:

“a) il nome del presidente e degli altri giudici che compongono la camera come pure del cancelliere e del cancelliere aggiunto;

b) la data della sua adozione e quella della sua pronunzia;

c) l’indicazione delle parti;

d) il nome degli agenti, consulenti e consiglieri delle parti;

e) l’esposizione della procedura;

f) i fatti della causa;

g) un riassunto delle conclusioni delle parti;

h) le motivazioni di diritto;

i) il dispositivo;

j) se c’è stata, la decisione relativa i costi e alle spese;

k) il numero di giudici che hanno costituito la maggioranza;

l) se del caso, l’indicazione su quale dei testi fa fede”.

Le sentenze, inoltre, devono essere redatte in inglese o in francese, “salvo il caso in cui la Corte decida di non emettere la sentenza nelle due lingue ufficiali”. Inoltre, l’art. 76 del Nuovo Regolamento stabilisce che “una volta pronunciate, le sentenze sono accessibili al pubblico”.

Una caratteristica delle sentenze della Corte europea è rappresentata dalla possibilità di stabilire un risarcimento dei danni materiali e morali subiti dal ricorrente, attraverso la disposizione di “un’equa soddisfazione alla parte lesa” a carico del Paese che abbia violato la Convenzione, così come disposto dall’art. 41: “se la Corte dichiara che vi è stata violazione della Convenzione o dei suoi protocolli e se il diritto interno dell’Alta Parte contraente non permette che in modo incompleto di riparare le conseguenze di tale violazione, la Corte accorda, quando è il caso, un’equa soddisfazione alla parte lesa.”

Dott. Alessandro Pagliuca