LA TORTURA E L’ABUSO DI POTERE AI GIORNI NOSTRI

<<La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale.>>

Amnesty International

ITER DEL REATO DI TORTURA IN ITALIA

La frase sopra citata, attribuita all’ONG Amnesty International, si attribuisce ai fatti precedentemente analizzati del G8 di Genova.

Prendendo spunto da una delle ultime frasi del film, emerge come l’Italia, pur essendo uno dei Paesi più sviluppati a livello mondiale, non abbia ancora introdotto, all’interno del codice penale, una fattispecie che condanni la tortura, nonostante la condanna di questa fosse già stata discussa nella Convezione delle Nazioni Unite contro la tortura nel 1984, da noi ratificata nel 1988. Un’argomentazione spesso utilizzata dall’Italia, in risposta alle preoccupazioni provenienti dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti disumani e degradanti (CPT), è fondata sull’idea che le condotte descritte all’art. 1 e 2 della Convenzione, siano coperte da norme che erano già in vigore prima della ratifica della convenzione sopra citata.

Art.1 e 2 Convenzione:

  1. Ai fini della presente Convenzione, il termine «tortura» designa qualsiasi

Atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o Psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona Informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha Commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su Di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque Altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o Tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona Che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso Espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti Unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate.

  1. Il presente articolo lascia impregiudicato ogni strumento internazionale e

Ogni legge nazionale che contiene o può contenere disposizioni di portata più ampia.21

Il primo disegno di legge, contenente il reato di tortura in Italia, fu fatto nel 1989 dal senatore

Nereo Battello, subito dopo la ratifica della Convenzione del 1984.

Il testo non fu mai sottoposto al voto dell’assemblea.

Stessa sorte toccò nel 1991 al disegno di legge proposto da Franco Corleone.

  1. Convenzione nazioni unite contro la tortura, 1984

21

Successivamente, durante la XIII e la XIV legislatura, vennero proposti vari disegni di legge, come quello di natura governativa di Dini-Fassino o quello proposto da Pecorella, ma entrambi, come i loro precursori, non riscontrarono un interesse da parte del Parlamento e non giunsero mai ad un’utilità concreta.

Durante la XV legislatura vennero presentati in parlamento otto progetti riguardanti il reato di tortura, che vedevano come relatori gli onorevoli Pecorella, Forgione, Biondi, Bulgarelli, Pianetta, Iovene, De Zulueta e Suppa.

Le quattro proposte di legge, presentate alla Camera da Pecorella, Forgione, De Zulueta e Suppa, furono unificate in un testo unico, avente come obiettivo l’introduzione, nel codice penale, di due articoli:

Il primo contenente la norma incriminatrice, delineava la tortura come reato comune, con la previsione di un’aggravante se commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio;

La seconda collocava la tortura fra i delitti contro la persona, in particolare nel settore dei delitti contro la libertà morale, sottolineando, in questo modo, il ruolo sadico della tortura, in quanto comportava sia una lesione dell’integrità fisica ma anche, e soprattutto, una forte componente di vessazione psicologica.

Il testo prevedeva che la violenza e la minaccia dovessero essere gravi, portando però ad una difficile valutazione della gravità, in quanto non fu fatto nessun riferimento specifico all’ interno della norma.

Tuttavia il disegno di legge si arenò a causa della crisi di governo e la chiusura anticipata della legislatura.

L’attuale legislatura, la XVII, ha apportato un’unificazione dei testi precedenti, dando vita a una proposta, avente come relatore il senatore Luigi Manconi, presentata il 17 settembre 2013 alla commissione di Giustizia e approvata, definitivamente, in assemblea il 5 marzo 2014. Questo disegno di legge non contempla il requisito della reiterazione degli atti di violenza o minaccia e non contempla le condotte omissive, pur rimanendo presente il requisito della gravità.

Il reato di tortura rimane un reato comune pur prevedendo l’aggravante se commessa da pubblico ufficiale.

Le ultime notizie sull’ iter della proposta di legge 216822 risalgono a più di un anno fa, periodo nel quale la Camera dei Deputati approvò, con modificazioni, la proposta di legge in data 9 aprile 2015, rimandando successivamente la proposta in Senato, dove si fermò.

La proposta di legge introduce nel Titolo XII sez. III del codice penale i reati di tortura (art.613 bis) e di istigazione alla tortura (art.613 ter).

Essi prevedono rispettivamente:

  1. http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0018050.pdf

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Tortura: Chiunque, con violenze o minacce gravi, ovvero mediante trattamenti inumani o degradanti la dignità umana, cagiona acute sofferenze fisiche o psichiche ad una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia o autorità o potestà o cura o assistenza ovvero che si trovi in una condizione di minorata difesa, è punito con la reclusione da tre a dieci anni. Se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle funzioni ovvero da un incaricato di un pubblico servizio nell’esercizio del servizio, la pena è della reclusione da cinque a dodici anni. Se dal fatto deriva una lesione personale le pene di cui ai commi precedenti sono aumentate. Se dal fatto deriva una lesione personale grave le pene sono aumentate di un terzo e della metà in caso di lesione personale gravissima. Se dal fatto deriva la morte quale conseguenza non voluta, la pena è della reclusione di anni trenta. Se il colpevole cagiona volontariamente la morte, la pena è dell’ergastolo (Art 613 bis);

Istigazione di pubblico ufficiale a commettere tortura: Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio il quale, nell’esercizio delle funzioni o del servizio, istiga altro pubblico ufficiale o altro incaricato di un pubblico servizio a commettere il delitto di tortura, se l’istigazione non è accolta ovvero se l’istigazione è accolta ma il delitto non è commesso, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. (Art.613 ter)

La proposta di legge modifica inoltre l’art.191 del codice di procedura penale, aggiungendovi il comma 2-bis, il quale stabilisce che:

Le dichiarazioni o le informazioni ottenute mediante il delitto di tortura non sono comunque utilizzabili, salvo che contro le persone accusate di tale delitto e al solo fine di provarne la responsabilità penale

Interviene poi sul codice penale in modo da raddoppiare i termini di prescrizione per il delitto di tortura.

La tortura nel diritto internazionale

Come è stato più volte detto, l’impegno nazionale a riconoscere una fattispecie che incrimini il reato di tortura va aldilà dei normali impegni morali e di civilizzazione che sarebbe giusto aspettarsi da un paese come l’Italia.

I trattati, le convenzioni e le dichiarazioni universali, firmate e ratificate dall’Italia, prevedono ognuna una definizione che spieghi e incrimini il reato di tortura a livello mondiale. Tra questi si citano, in ordine di sottoscrizione:

Convenzione di Ginevra del 1949 relativa al trattamento dei prigionieri di guerra; Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948;

Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950 (ratificata dalla legge 848/1955); Il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici del 1966(ratificata da legge

881/1977);

Convenzione ONU del 1984 contro la tortura ed altri trattamenti e pene crudeli, inumane e degradanti (ratificata con legge 489/1988);

Statuto di Roma istitutivo della Corte penale internazionale del 1998 (legge 232/1999)

La tortura, al contrario di quanto si possa pensare, non è una pratica relegata soltanto a Paesi considerati sottosviluppati, infatti, stando ai dati riportati da Amnesty International, tra il gennaio

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2009 e il marzo 2014 si sono verificati episodi di tortura in almeno tre quarti dei paesi del mondo: le denunce ricevute riguardano i maltrattamenti commessi da funzionari statali in 141 paesi, in ogni regione del mondo, compresi quelli considerati “sviluppati”.

Nonostante lo scenario politico sia radicalmente cambiato rispetto ai regimi di Terrore dell’800 o totalitari dell’ 900, ancora oggi, le categorie prese maggiormente di mira sono quelle che manifestano le proprie idee politiche o che esercitano il loro diritto alla libertà di espressione, come i gruppi di una particolare religione o altre minoranze.

Molte vittime provengono da gruppi già svantaggiati, come omosessuali o trasgender, che nonostante le continue lotte per il riconoscimento dei propri diritti, non riescono a trovare la piena considerazione e pariteticità sociale da parte della comunità.

Le donne vengono tuttora sottoposte a supplizi e vessazioni da parte di soggetti che dovrebbero proteggerle. Esse sono infatti vittime, nello specifico, di barbarie, quali gli aborti forzati, il rifiuto dell’aborto, la sterilizzazione forzata e le varie mutilazioni genitali femminili, alle quali si aggiungono altre forme di violenza che non vengono nemmeno riconosciute come reati in determinati stati.

I motivi, per cui ci si avvale della pratica della tortura, come abbiamo sottolineato precedentemente sia nei Paesi considerati sviluppati sia in quelli meno sviluppati, si basa principalmente su due ragioni principali: da un lato, l’esistenza della cultura dell’impunità che fa si che nessuno porti davanti ad una corte gli eventuali responsabili; dall’altro i governi traggono o credono di trarre beneficio dal ricorso a questa pratica.

Tra gli ostacoli che impediscono la prevenzione della tortura, l’assunzione di responsabilità e l’accesso alla giustizia, vi sono:

L’isolamento dei detenuti dal mondo esterno;

L’incapacità di alcuni PM di portare avanti con determinazione le indagini;

La paura di ritorsioni da parte di un soggetto più forte: basti pensare al timore reverenziale che può incutere una guardia carceraria e alla situazione di evidente svantaggio in cui si

trova il detenuto vittima di atti vessatori;

Mancanza di meccanismi indipendenti e finanziati adeguatamente per monitorare le denunce e indagare su presunte violazioni;

Un inappropriato “spirito corporativo” tra i funzionari statali, che comporta la copertura delle condotte abusive da parte dei colleghi;

Desaparecidos e Pinochet.

I fatti, che nel precedente capitolo sono stati narrati in merito ai soprusi subiti dalle vittime nella caserma di Bolzaneto, non sono da considerarsi come rari ed eventuali.

Un fenomeno collegato a ciò è quello dei cosiddetti Desaparecidos: persone che furono arrestate per motivi politici, o anche semplicemente accusate di avere compiuto attività “anti governative” dalla polizia dei regimi militari. Questo fenomeno si riscontrò maggiormente in varie aree del Sud America, soprattutto in Cile.

Anche in Italia tale fenomeno sussiste e prende il nome di sparizione forzata: consiste in una forma

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di tortura per la persona scomparsa, in quanto lo scopo principale della sparizione è quello di ricavare ed estorcere informazioni da parte di dittatori o autori di colpi di Stato.

In Cile, questo fenomeno, è attribuibile al generale Augusto Pinochet il quale “fece sparire” dall’11 settembre 1973 al 10 marzo 2010, secondo un articolo del 2011 della BBC23, circa 40’000 persone, numero che purtroppo aumentò nel momento in cui fu aperta un’inchiesta da parte di una commissione, diretta da Maria Luisa Sepulveda, per portare alla luce i fatti realmente accaduti. Secondo i criteri esaminati dalla commissione, per essere riconosciuti vittime del regime dittatoriale e avere quindi diritto all’indennizzo di £157 al mese, le persone sarebbero dovute risultare:

Detenute e/o torturate per ragioni politiche da agenti statali o da persone al loro servizio; Vittime di sparizione forzata o essere state giustiziate da agenti statali o da persone al loro

servizio;

Vittime di sequestro/rapimento o vittime di tentativi di assassinio per ragioni politiche.

Nel XXI sec. le tecniche si sono sviluppate anche grazie alla diffusione della tecnologia, e sono diventate più subdole e perpetrate nel tempo.

Il dolore inferto, dalla maggior parte di queste tecniche, è molto alto al fine di provare la tenuta psico-fisica della vittima.

Come riportato nel seguente documento di Amnesty International infatti le tecniche che vengono utilizzate sono le più disparate: dalla privazione del sonno (utilizzata dai soldati americani sui prigionieri del Bagram Collection point in Afghanistan) ai pestaggi, passando per tecniche di una crudeltà inaudita quali la recisione dei tendini e l’applicazione di plastica fusa sulla schiena.

Al fine di ridurre i casi che possono poi portare alla tortura, la soluzione preventivata e proposta da Amnesty è quella di introdurre e mettere in atto delle garanzie efficaci che si suddividano in garanzie da attuare in quattro distinte fasi:

  1. http://www.bbc.com/news/world-latin-america-14584095

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  1. Al momento dell’arresto;
  1. Durante la detenzione;
  1. Durante il procedimento giudiziario;
  1. Durante l’interrogatorio.

Uno dei punti chiave su cui l’OGN insiste particolarmente, è quello di assicurare alla giustizia chi commette tali atti e, al fine di prevenire ciò, reputa fondamentale assicurare che tutti i luoghi nei quali gli individui sono privati della libertà, siano monitorati in modo efficace e indipendente. Allo stesso modo, meccanismi efficaci di sorveglianza, dovrebbero monitorare il comportamento delle forze di sicurezza.

L’abuso di potere in Italia

La sicurezza dei cittadini italiani e di tutte le persone che vivono in Italia è garantita dalla Polizia di Stato, dai Carabinieri e dalla Guardia di Finanza, che insieme alla Polizia Penitenziaria e al Corpo Forestale costituiscono le Forze dell’Ordine24

Molte volte però accade che, proprio nei luoghi in cui dovrebbe regnare sovrano il diritto ed il rispetto di regole e norme, accadano situazioni quantomeno equivoche che portano alla luce una serie di dubbi sull’effettiva sicurezza che le forze dell’ordine possano garantire ai cittadini.

Negli ultimi anni, le pagine della cronaca nera hanno visto molti individui morire in circostanze non chiare, in seguito al fermo per stato di ubriachezza o per altri reati minori.

Tra questi vanno annoverati i casi che videro protagonisti Stefano Cucchi e Federico Aldovrandi. Nell’analisi dei singoli casi che seguirà, ci si atterrà solamente agli atti e alle sentenze già depositate, non lasciando spazio alle conseguenze create sull’opinione pubblica.

Federico Aldovrandi

Il primo caso di incertezza ed accusa di utilizzo di eccesso colposo, da parte dei membri delle forze dell’ordine, avviene la sera del 25 settembre 2005 a Ferrara, dove un giovane ragazzo di nome Federico Aldovrandi perse la vita in seguito ad una colluttazione con quattro agenti.

Il ragazzo, quella sera, stava tornando da una serata in discoteca e, stando anche ai risultati tossicologici fatti sul corpo successivamente, mostrava un evidente stato di assuefazione dovuto all’ingerimento di diverse sostanza psicotrope e un forte abuso di alcool.

La pattuglia “Alfa 3”, impegnata in un giro di perlustrazione intorno la zona di Viale Ippodromo a Ferrara, decise di fermare per un normale controllo il ragazzo.

Stando agli atti e alle parole degli agenti il ragazzo, reagì alla richiesta di controllo come un

invasato violento in evidente stato di agitazione” sostenendo inoltre di “essere stati aggrediti dallo stesso a colpi di karate e senza un motivo apparente“.

In seguito a ciò, i due agenti della mobile Alfa 3 richiesero l’intervento della pattuglia Alfa 2.

Il duro scontro tra la prima pattuglia e il giovane portò alla rottura dei due manganelli in dotazione dei poliziotti. La morte sopraggiunse dopo l’arrivo della seconda pattuglia.

  1. http://www.italiano.rai.it/articoli/la-sicurezza-e-le-forze-dell%E2%80%99ordine-in-italia/20944/default.aspx

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All’arrivo dei soccorsi il ragazzo era riversato a terra in posizione prona, con le braccia ammanettate dietro la schiena e le ginocchia degli agenti sulla colonna vertebrale a comprimergli il torace.

Il caso destò fin da subito molti sospetti, in quanto i fatti avvennero in un luogo pubblico e le grida dovute alla colluttazione furono sentite da diversi testimoni che confermarono la versione che vede i poliziotti intenti a malmenare il giovane.

Le indagini

Le indagini furono contrastanti in quanto i periti nominati da accusa e dalla parte civile presentavano esiti esattamente agli antipodi circa la sopravvenienza della morte del ragazzo.

La prima teoria, fornita da una perizia medico legale richiesta dal PM, individua nell’eccessivo sforzo fisico dovuto alla colluttazione, nel tentativo di liberarsi e nell’alterazione respiratoria conseguente all’ingerimento di sostanze, la causa principale della morte.

Adducendo inoltre che la singola assunzione di droghe e alcool non potesse portare alla morte del ragazzo.

Tesi che non viene avvallata e condivisa dai risultati dell’indagine medico legale richiesta dalla famiglia, dai quali risulta che la morte sia stata causata da “un’anossia posturale”, dovuta alla pressione sulla schiena di uno o più poliziotti durante l’immobilizzazione.

Inoltre condivide l’idea che la quantità di droghe trovate nel corpo del ragazzo non potesse portare alla morte, ma contrasta la teoria che vede nelle droghe la causa dello stato di agitazione del ragazzo, in quanto l’effetto che le sostanze oppiacee, come l’eroina hanno sul corpo, è un effetto sedativo.

La definitiva irrilevanza di nesso tra la morte e l’assunzione di sostanze psicotrope si ha grazie alla perizia super-partes disposta durante l’indagine e affidata all’Istituto di medicina legale di Torino.

Ai quattro agenti intervenuti , Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, viene imputato di aver:

Ecceduto i limiti dell’adempimento di un dovere;

Procrastinato la violenza dopo aver vinto la resistenza del giovane; Ritardato l’intervento dell’ambulanza.

L’iter giudiziario ebbe fine nel giugno 2012, dove la Corte di Cassazione stabilì per i quattro agenti la reclusione per mesi quarantadue (3 anni e 6 mesi) a fronte dei quarantaquattro richiesti dal PM. Agli agenti si riconobbe “L’eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi” ex art. 55 c.p.

Quando, nel commettere alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 51, 52, 53 e 54 , si eccedono colposamente i limiti stabiliti dalla legge o dall’ordine dell’Autorità ovvero imposti dalla necessità,

si applicano le disposizioni concernenti i delitti colposi, se il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo”25

  1. Art. 55, Codice Penale,Zanichelli, 2015

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Gli agenti beneficiarono dell’indulto introdotto nel 2006 che scontò loro la pena di mesi trenta, costringendoli alla reclusione per i restanti sei mesi. L’unico agente donna condannato, Monica Segatto, beneficiò inoltre del decreto svuota carceri dell’ex ministro della Giustizia Severino, scontando, in questo modo, i restanti cinque mesi di condanna agli arresti domiciliari.

La richiesta degli altri tre agenti venne respinta.

Al termine della loro pena tre, dei quattro poliziotti ,eccetto Forlani ,furono reintegrati in servizio nel gennaio 2014 e destinati a servizi amministrativi.

La famiglia Aldovrandi venne liquidata con un risarcimento di 2’000’000 di euro, che verranno trattenuti dagli stipendi dei quattro agenti dal ministero delle entrate, per un ammontare di circa 437’000 euro ciascuno.

Stefano Cucchi

I fatti:

Roma, 15 ottobre 2009, un ragazzo 32enne che corrisponde al nome di Stefano Cucchi viene fermato, poiché colto nell’atto di cedere ad un altro soggetto una serie di confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Successivamente viene condotto in caserma. Qua, durante la perquisizione, vengono rinvenuti addosso al ragazzo 21 grammi di hashish, tre dosi di cocaina, una pasticca di sostanza inerte e una di un medicinale.

Il ragazzo, che al momento dei fatti pesava 43 kg per 1,76 cm di altezza viene sottoposto a regime di custodia cautelare ex art. 285 CPP.

Il giorno seguente Stefano viene processato per direttissima ex art 449.2 CPP e già durante il processo si notano evidenti difficoltà nel camminare e degli ematomi intono agli occhi. Tuttavia il giudice dispone una nuova udienza da celebrare qualche settimana dopo, stabilendo inoltre la perdurata della permanenza di Cucchi in carcere a Regina Coeli.

In seguito, le condizioni fisiche iniziarono a peggiore e durante una visita all’ospedale Fatebenefratelli vengono messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (inclusa una frattura della mascella), all’addome (inclusa un’emorragia alla vescica) e al torace (incluse due fratture alla colonna vertebrale).

Le condizioni del ragazzo andarono via via peggiorando fino al momento della morte sopravvenuta il 22 Ottobre 2009.

Al momento del decesso il peso era di 37 Kg.

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Le indagini e la sentenza:

Le indagini fecero emergere che secondo alcuni testimoni oculari, rinchiusi all’interno del carcere di Regina Coeli, il detenuto Stefano Cucchi fosse stato pestato dagli agenti di polizia penitenziaria.

I familiari di Stefano, in particolare la sorella Ilaria, al fine di dimostrare ciò, decise di rendere pubbliche le foto del fratello scattate all’obitorio.

Le indagini preliminari sostennero che a causare la morte sarebbero stati i traumi conseguenti alle percosse, il digiuno e la mancata assistenza medica.

La lista degli indagati comprendeva: tre agenti di polizia penitenziari (Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici) colpevoli di aver percosso ripetutamente con calci e pugni al torace, infierendo anche sul suo corpo dopo una caduta; tre medici (Aldo Fierro, Stefania Corbi e Rosita Caponnetti) colpevoli di aver fatto morire il giovane di inedia.

Nel novembre del 2009 la Procura di Roma contesta il reato di omicidio colposo ai medici dell’ospedale Pertini e di omicidio preterintenzionale agli agenti di polizia penitenziaria.

Il 30 aprile 2010 la procura di Roma contesta ai medici del Pertini, a seconda delle posizioni, il favoreggiamento, l’abbandono di incapace, l’abuso d’ufficio e il falso ideologico. Agli agenti della polizia penitenziaria vengono contestati invece lesioni e abuso di autorità.

L’iter giurisdizionale di questo caso fu fortemente criticato dall’opinione pubblica, dai familiari e dai sindacati autonomi di polizia penitenziaria, in quanto inizialmente il 31 ottobre 2014, in appello, furono assolti tutti gli imputati legati al settore sanitario. Sentenza che venne parzialmente annullata il 15 dicembre 2015 dalla Cassazione.

Nel settembre 2015 fu fatta una seconda inchiesta, al fine di stabilire la responsabilità dei carabinieri presenti all’interno delle caserme tra la sera del 15 e la mattina del 16 ottobre 2009: l’inchiesta vede l’introduzione della fattispecie di falsa testimonianza, ex art. 372 c.p, e di lesioni, ex art.582 c.p., in capo a cinque militari.

 

Riccardo Salvadori

La tortura nel caso Diaz: tra fiction e realtà

Nell’immaginario collettivo italiano, quando si pronuncia la parola Diaz, si fa riferimento alle azioni compiute dal corpo di polizia statale ai danni dei manifestanti accorsi a Genova in occasione del summit del G8 tra il 19 luglio e il 22 luglio del 2001.

In questo incontro si affrontarono tematiche inerenti la finanza, l’accesso alle tecnologie informatiche, ma l’attenzione si pose maggiormente sul bisogno di ridefinire il ruolo e gli strumenti delle Istituzioni Finanziarie Internazionali, quali la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale.

IL G8

Con la sigla G8 si intende il gruppo che riunisce gli otto paesi più industrializzati del mondo. Creato nel 1973 i paesi membri erano, inizialmente, cinque (Francia, Inghilterra, USA, Germania e Giappone).

L’idea era di riunire regolarmente i paesi più importanti economicamente per concordare insieme decisioni ed eventuali comportamenti da tenere, in seguito ad una fase finanziariamente molto difficile: si era infatti all’indomani della prima crisi petrolifera. Solo successivamente vennero integrate altre potenze:

Italia nel 1974 (Formazione del G6);

Canada nel 1975 (da quell’anno in avanti partecipò in pianta stabile anche la CEE, rappresentata dal Presidente della Commissione Europea e dal Presidente del Consiglio

Europeo);

Russia nel 1994

Il G8 è caratterizzato principalmente da due fattori: un carattere intergovernativo del processo preparatorio e la sua informalità, in quanto non dispone di un quartiere generale o di un Segretariato, né di un budget o di staff permanente. La Presidenza viene assunta ogni anno a rotazione da uno dei Paesi membri e il Paese che detiene la Presidenza in un determinato anno ha la responsabilità di organizzare il Vertice e di coprire i costi ad esso associati, nonché di proporre l’agenda di lavoro.

MOVIMENTO NO GLOBAL

primi moti di protesta ai temi trattati all’interno del G8 e alla globalizzazione dilagante nella società odierna, furono quelli del 1999 a Seattle, ove si formò, per la prima volta, l’ideologia del movimento No Global, in occasione della Conferenza ministeriale del WTO (World Trade Organization).

Il movimento, guidato da cittadini, si scaglia da una parte contro le Multinazionali, ree di condizionare le scelte dei singoli governi verso politiche non sostenibili da un punto di vista ambientale ed energetico; e dall’altra contro i processi di globalizzazione dell’economia, resi possibili dagli accordi sul commercio internazionale e dalle scelte effettuate da parlamenti e governi, riuniti in organismi quali il G8.

Il movimento presenta una struttura acefala, priva di un capo che ne detti le linee guida e che ispiri, nei membri del movimento, un potere verso un fine ultimo. Una delle maggiori critiche mosse a questa esperienza politica riguarda la mancanza di propositività, dovuta alla presunta impossibilità di coordinare le forze politiche eterogenee che lo costituiscono entro uno schema di progettualità

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politica di lungo termine. Il movimento è, inoltre, accusato da alcuni di non possedere realismo politico e di essere ideologicamente una collezione di spinte utopiche talvolta incompatibili tra loro.

BLACK BLOC

Con il termine Black Bloc si intende un gruppo organizzato di anarco-insurrezionalisti il cui unico scopo è quello di distruggere, saccheggiare e deturpare qualsiasi effige rappresentante il capitalismo moderno. Gli obiettivi includono le costruzioni istituzionali, le banche, i negozi in franchising di società multinazionali, le stazioni di benzina e gli apparati di videosorveglianza (per esempio gli atti di vandalismo contro le banche di Genova nel 2001)

Il movimento dei Black Bloc è molto difficile da contrastare in quanto la normale prevenzione pre-organizzazioni non prevede strumenti di controllo, quali ispezioni, registro degli accessi o registro delle impronte digitali, in quanto lesivi della libertà personale.

La maggior parte dei soggetti presenti alle azioni dei Black Bloc non condividono alcun ideale a cui stanno facendo fronte: sono spinti solamente dalla volontà di saccheggiare e vandalizzare la città, puntando sull’eco mediatico che le loro azioni alzeranno.

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Il termine Black Bloc, al contrario di quanto si possa pensare, non ha origine inglese, in quanto deriva dalla traduzione dell’espressione tedesca Schwarzer Block. Quest’espressione fu utilizzata per identificare un gruppo di attivisti che facevano parte del movimento degli Automen, i quali per rendere difficile l’identificazione da parte delle forze dell’ordine, si vestivano di nero adottando inoltre caschi integrali, passamontagna e maschere.

E’ inoltre fondamentale distinguere il termine Bloc dal termine Block.

Il primo infatti fa riferimento a una massa compatta di persone, riunite in un determinato luogo spinte da un’ideale comune. Il secondo invece indica un blocco solido di materia inanimata o l’atto del bloccare.

  1. Luca Nicola, Corriere.it, Milano 1 Maggio 2015

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Col movimento No global, i Black Bloc, condividono alcune caratteristiche, quali la struttura acefala e l’assenza di una qualsiasi gerarchia all’interno del gruppo.

Risulta inoltre difficile catalogarli come organizzazione o gruppo, poiché privi di una sede, ideologia di base e di un organo di stampa che esponga la loro ideologia

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Per avere una definizione più coerente sui Black Bloc, si citerà, qua di seguito, il parere della Corte di Cassazione di Genova, espressasi a riguardo nelle motivazioni della sentenza di secondo grado sui fatti della scuola Diaz:

«Il termine Black Bloc non individua una particolare e specifica associazione di soggetti, ma solo una tecnica di guerriglia adottata da estremisti che intendono manifestare violentemente il loro dissenso rispetto a eventi o simboli del sistema capitalista: si tratta di una tecnica sorta in Germania e utilizzata in diverse occasioni in altri stati, quale in particolare gli Stati Uniti d’America. Al di là del modus operandi che in qualche modo individua tale tecnica, l’unico elemento soggettivo che ne accomuna i fautori è l’uso di abbigliamento e di maschera neri, da cui il nome della tecnica. Ciò premesso risulta evidente che non esiste una sorta di “tipo di autore” definibile Black Bloc, e come tale individuabile senza ombra di dubbio per il solo colore dell’abbigliamento usato. In altri termini gli autori delle devastazioni e saccheggi compiuti a Genova durante il vertice G8 del 2001 erano riconoscibili come tali o perché colti nella flagranza dei relativi reati, o, secondo le ordinarie regole di valutazione della prova indiziaria, per il concorso di elementi oggettivi sintomatici della

  1. Bachschimdt Carlo Augusto, Black Block, Fandango, 2011
  1. Bachschimdt Carlo Augusto, Black Block, Fandango, 2011

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responsabilità, fra i quali il colore nero dell’abbigliamento o il possesso di maschere nere hanno un ruolo certamente utile ma non risolutivo.» 16

I FATTI DI GENOVA

Venerdì 20 luglio

  • La zona rossa e i limiti costituzionali

Così come la maggior parte delle organizzazioni di protesta contro i grandi poteri, non furono poche le fazioni protestanti in quei giorni. Infatti, secondo una stima delle sigle sindacali, dei gruppi autonomi e delle ONG, alle manifestazioni di protesta parteciparono 700 gruppi e associazioni di diversa ispirazione e nazionalità, aderenti o fiancheggianti il Genoa Social Forum (GSF), responsabile dell’organizzazione e del coordinamento delle manifestazioni.

Mischiati tra i manifestanti pacifici erano presenti anche un nutrito gruppo di militanti europei del “blocco nero”.

Nonostante le difficoltà nell’identificare, almeno inizialmente, questi fautori violenti, durante le giornate del 20 luglio, le forze di polizia locali riuscirono a separare in 2 distinti cordoni gli esponenti del Black Bloc e i manifestanti pacifici.

L’obiettivo principale degli anarchici e dei partecipanti al blocco nero per il 20 luglio era quello di violare la zona rossa della città: questa era una zona severamente riservata, chiamata gergalmente anche Fortezza Genova, accessibile ai soli residenti attraverso un numero limitato di varchi.

Furono poste sotto controllo strade e autostrade; chiusi il porto, le stazioni ferroviarie e l’aeroporto di Genova-Sestri Ponente, dove furono installate batterie di missili terra-aria in seguito alla segnalazione da parte dei servizi segreti

del rischio di attentati per via aerea; vennero sigillati i tombini delle fognature nelle adiacenze della “zona rossa” e installate inferriate per separare le zone “rossa” e “gialla”.

Secondo il parere del GSF, l’istituzione di questa zona rossa costitutiva un’evidente limite gli art. 17 e 21 della Costituzione:

Art 17: “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi.

Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.

Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità,

che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica”

Art 21: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”

  1. (Sentenza 38085/12 della V sezione penale della corte suprema di Cassazione, 5 Luglio 2012)

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I due giorni che videro maggior tensione in città furono venerdì 20 e sabato 21 luglio. Teatro degli scontri principali furono la Stazione di Genova Brignole, dove un gruppo di sovversivi attaccò un cordone dei carabinieri con lancio di sassi e bottiglie molotov.

Il comportamento delle forze dell’ordine in queste situazioni suscitò diverse polemiche. In seguito ad alcune registrazioni avvenute durante il processo, emerse l’ipotesi che, forse, alcuni degli esponenti delle Tute Bianche e del Blocco Nero non fossero altro che agenti in incognito, destinati a coordinare le azioni contro i loro stessi colleghi. Queste ipotesi complottiste vennero sostenute in diverse conferenze stampa del Genoa Social Forum (GSF) tenutesi all’indomani degli scontri alla scuola Diaz il 21 luglio. Il presidente del GSF, Vittorio Agnoletto, puntò il dito direttamente contro il Presidente del Consiglio in carica all’epoca, Silvio Berlusconi, reo di aver autorizzato l’infiltrazione all’interno della scuola Diaz. 17

La morte di Carlo Giuliani

Durante gli scontri di quei giorni, tra manifestanti e corpi di polizia, l’attenzione si posò sull’uccisione del manifestante 23enne Carlo Giuliani avvenuta a causa di un’esplosione di un colpo, sparato dall’agente Mario Placanica, in piazza Alimonda.

Nelle sedi nazionali il processo andò incontro ad archiviazione nel maggio del 2003 in seguito alla pronuncia del GIP Elena Daloiso, la quale riscontrò nello scoppio del colpo, non un tentativo di uccidere o di ledere la persona, ma soltanto un tentativo di intimidire la folla che stava caricando con estintori e bastoni il Defender, su cui erano presenti l’agente Mario Placanica e altri due colleghi.

Secondo la ricostruzione dei fatti prodotta dal Gip si rilevano: “la presenza di caus[e] di giustificazione che esclud[ono] la punibilità del fatto” che prosciolgono l’agente Placanica per uso legittimo delle armi (art. 52 c.p.) oltre che per legittima difesa (art. 53 c.p.) come richiesto dal PM Silvio Franz.

La perizia, basata su un filmato, ha concluso che il colpo che ha ucciso Carlo Giuliani fosse stato sparato verso l’alto e fosse, successivamente, rimbalzato su un sasso scagliato da un altro manifestante.

La seguente ricostruzione, chiamata anche “Teoria del Sasso”, non venne accolta però dall’ONLUS “Piazza Carlo Giuliani”, promossa dagli stessi familiari del ragazzo ucciso: essi sostennero che non fosse stato il giovane agente Placanica a far esplodere il colpo, ma che il giovane carabiniere di leva si sia addossato le colpe per proteggere un altro degli agenti presenti con lui all’interno della camionetta.

In seguito, precisamente il 13 marzo 2007 la Corte Europea dei diritti dell’uomo dichiarò “ricevibile” il ricorso presentato il 18 giugno 2002 dalla famiglia Giuliani, ove si sosteneva che la morte del figlio fosse dovuta a “un uso eccessivo della forza” in violazione dell’articolo 2 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

La famiglia Giuliani decise inoltre di interpellare la Corte in merito alle violazioni dei seguenti articoli della CEDU:

Art 3: per i trattamenti inumani dovuti al fatto che, nell’immediata prossimità all’uccisione, non si sia effettuato un servizio di primo soccorso. Teoria che porta come aggravante il

  1. Min. 17:00 https://www.youtube.com/watch?v=PDC4Pb0WBrg

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calpestamento del corpo giacente a terra da parte del mezzo (Defender) sia in marcia che in retro;

Art 6 e Art 13: rispettivamente per la mancata equità e pubblicità dell’udienza e rimedio effettivo. Le indagini svolte, che hanno portato all’assoluzione di Placanica, sono parse incomplete e con risultati contraddittori;

Art 38: mancanza di collaborazione tra le due parti del contraddittorio. L’accusa riguarda il non aver fornito alla controparte risposte complete e veritiere, mancanti di dettagli essenziali relativi alle indagini;

Art 41: risarcimento del danno e rimborso delle spese legali.

Precisamente due anni dopo il ricorso in appello da parte dei genitori della vittima, nell’agosto del 2009, i giudici di Strasburgo stabilirono che Mario Placanica agì per legittima difesa, affermando che «il militare non è ricorso a un uso eccessivo della forza. La sua è stata solo una risposta a quello che ha percepito come un reale e imminente pericolo per la sua vita e quella dei colleghi».

Questa sentenza rilevava comunque alcune carenze nel rispetto degli obblighi procedurali previsti dallo stesso articolo, in base al quale si condannava lo Stato italiano a pagare 40.000 euro ai familiari di Carlo Giuliani (15.000 euro a ciascuno dei genitori e 10.000 euro alla sorella), in quanto «le autorità italiane non hanno condotto un’inchiesta adeguata sulle circostanze della morte del giovane manifestante» e perché non fu avviata un’inchiesta per identificare «le eventuali mancanze nella pianificazione e gestione delle operazioni di ordine pubblico».

Deplorando queste mancanze la Corte ha dichiarato di trovarsi nell’impossibilità di stabilire l’esistenza di una correlazione diretta e immediata tra gli errori nella preparazione delle operazioni di ordine pubblico e la morte di Carlo Giuliani. Sia i familiari che lo stato italiano hanno fatto ricorso contro la sentenza, ricorso che è stato accolto nel marzo 2010.

In data 24 marzo 2011 la Corte ha emesso la nuova sentenza, assolvendo pienamente lo Stato Italiano, per non aver violato la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali ma criticando la gestione italiana degli scontri e l’assenza di indagini sulle mancanze del dispositivo di sicurezza della conferenza.

Sabato 21 Luglio: l’assalto alla scuola Diaz

L’incursione all’interno della scuola Diaz fu decisa in seguito alle segnalazioni da parte di alcune pattuglie mobili, le quali sospettavano che, all’interno del complesso scolastico, fossero presenti alcuni esponenti dei Black Bloc.

Intorno alle ore 21.00 di sabato 21 luglio, in seguito alle segnalazioni dei cittadini di uno spostamento dei cassonetti con lo scopo di bloccare la strada adiacente la scuola, quattro pattuglie intervennero per controllare la situazione. Alla vista della squadra mobile della polizia, stando ai referti di questa, sarebbe iniziata una sassaiola contro le macchine. La reazione fu usata come pretesto perché venisse autorizzata una perquisizione all’interno della scuola, programmata per la sera stessa.

Secondo il referto mostrato dal vicequestore Massimiliano Di Bernardini, in servizio alla squadra mobile di Roma e in quei giorni aggregato a Genova, dopo aver transitato “a passo d’uomo“, a causa di alcune vetture presenti nella strada molto stretta, il corpo di polizia notò che il cortile della scuola e i marciapiedi “erano occupati da un nutrito gruppo, circa 200 persone, molti dei quali indossavano capi di abbigliamento di color nero, simile a quello tipicamente usato dai gruppi definiti Black Bloc” e che questi stessero facendo il tiro a bersaglio con “un folto lancio di oggetti

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e pietre contro il contingente, cercando di assalire le autovetture”, le quali riuscirono ad allontanarsi, nonostante la folla li inseguisse, “azionando anche i segnali di emergenza”.

Le dinamiche antecedenti all’assalto furono tanto dibattute da mettere persino in dubbio l’effettiva legittimità del motivo addotto all’irruzione: la perquisizione locale, secondo le disposizioni dell’art.250 del c.p.p., dovrebbe essere prevista quando “vi è il fondato motivo trovare oggetto del reato o cose pertinenti al reato”. Il verbale della polizia parlò di una “perquisizione” poiché si sospettava la presenza di individui simpatizzanti dei Black Bloc; tuttavia resta senza motivazione ufficiale l’uso della tenuta antisommossa per effettuare una semplice “perquisizione”. L’irruzione, secondo i dati ufficiali emersi in seguito ai processi, è da stimarsi intorno alle 23.59 circa. Le forze dell’ordine impiegate per l’irruzione furono ingenti, identificabili intorno alle 500 persone, destinate a fronteggiare 93 persone presenti all’interno delle scuole Diaz e Pascoli. Tutti gli occupanti furono arrestati, di cui buona parte anche malmenata, sebbene non avesse opposto alcuna resistenza.

I giornalisti accorsi nei pressi della scuola Diaz videro decine di persone portate fuori in barella. Tuttavia la portavoce della questura dichiarò, in una conferenza stampa tenutasi poco dopo l’evento, che 63 tra questi avevano pregresse ferite e contusioni. Inoltre mostrò del materiale indicato come sequestrato all’interno dell’edificio: le immagini mostrarono la presenza di coltelli multiuso, sbarre metalliche e attrezzi che solo successivamente si rivelarono provenire dal cantiere allestito per la ristrutturazione della scuola, e due bombe molotov. Riguardo quest’ultime, solo in un secondo momento, si scoprirà essere state sequestrate in tutt’altro luogo e portate all’interno dell’edificio dalle stesse forze dell’ordine al fine di creare false prove: ciò è stato dimostrato in un video dell’emittente locale, visionato un anno dopo i fatti, ove si notò il sacchetto contenente le molotov in mano ai funzionari di polizia posti davanti alla scuola.

Successivamente si scoprì che a nessuno dei fermati venne comunicato di essere in stato di arresto e dell’eventuale accusa posta nei loro riguardi, tanto che molti di loro scoprirono solo in ospedale, di essere stati arrestati per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio, di resistenza aggravata e di detenzione di armi in ambiente chiuso, quest’ultimo usato anche per giustificare l’arresto in massa senza mandato di cattura.18

  1. Calandri, M. (2002, Agosto 2). Tratto da http://www.repubblica.it/online/politica/genovagente/video/video.html

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DIAZ: DON’T CLEAN UP THIS BLOOD

Il film del 2012 del regista Daniele Vicari è incentrato sugli avvenimenti del G8 di Genova, in particolare sui fatti avvenuti la sera del 21 luglio 2001 all’interno della scuola Diaz. Il regista affronta un tema difficile restando, però, neutrale perché è solo attraverso i fatti che lo spettatore potrà poi, individualmente, crearsi il suo giudizio e, per far si che ciò accada, l’autore narra il susseguirsi degli eventi di quelle ore sia dal punto di vista dei Black Bloc che delle forze dell’ordine.

Una delle caratteristiche principali del film è manifestata dall’assenza di un personaggio principale L’assenza di un personaggio principale è utile per far capire come l’intera storia non preveda la responsabilità di un singolo ma delle intere fazioni in gioco.

Il film alterna immagini di fiction e documenti reali dei fatti mantenendo, grazie al montaggio, la fluidità del film ponendo l’attenzione su particolari scene:

Il film inizia con la cinepresa che segue il percorso di avvicinamento di alcuni personaggi che si ritroveranno all’interno della Scuola Diaz il 20 luglio 2001, uno dei tanti luoghi messi a disposizione dal Genova Social Forum per far dormire parte delle migliaia di manifestanti arrivati da tutto il mondo.

Tra le prime scene del film ritroviamo due immagini che segneranno un punto di svolta sia all’interno della fiction sia nella realtà dei fatti avvenuti in quel famoso pomeriggio: da una parte il ritrovamento delle due molotov, in seguito utilizzate come falsa prova di rinvenimento da parte del corpo di polizia; dall’altra il lancio di una bottiglia di vetro vuota da parte di un manifestante (rappresentata anche successivamente al minuto 61 ma dalla prospettiva dell’abitacolo interno della vettura andata in sopralluogo alla scuola). La sequenza viene rappresentata con la tecnica dello slow-motion, e l’obiettivo del regista è enfatizzare, in questo modo, la sproporzione tra un atto “innocuo”, in quanto la bottiglia si infranse sul marciapiede, e l’uso della forza da parte della polizia avvenuto all’interno della scuola, utilizzando il pretesto citato poc’anzi. Scena che nella realtà avvenne alle ore 21.00 del 21 luglio, nel film viene rappresentata in pieno giorno.

Durante le scene successive il regista cerca di attirare l’attenzione dello spettatore sottolineando, attraverso una serie di immagini, la presenza, tra manifestanti, di individui pacifici da un lato e i militanti dei Black Bloc dall’altro.

Poco dopo la cinepresa si sposta sulla zona mensa della caserma delle forze dell’ordine, le quali vengono informate dell’irruzione che sarebbe avvenuta la sera stessa.

Le scene rappresentate intorno al minuto 40 sono un assemblaggio di documenti reali recuperati dal regista per la produzione di questo film: le riprese raffigurano l’ingresso della polizia, in tenuta da celerini, all’interno della scuola; irruzione avvenuta sfondando il cancello del cortile con una macchina blindata.

Le scene successive, in particolare quelle che vanno dal min. 45 al 55, puntano ad enfatizzare le violenze perpetrate dalle forze di polizia contro le persone stanziate nelle palestre e nei corridoi della scuola. L’efferatezza dell’azione emerge nelle scene in cui gli agenti, noncuranti della resa dei ragazzi, i quali, nel momento in cui si resero conto dell’irruzione, alzarono le braccia, rimanendo immobili, hanno continuato a percuoterli, fino a quando non ricevettero l’ordine, da parte del capo della polizia, di abbandonare l’edificio.

Una delle scene più importanti, se non la fondamentale, è quella messa in atto al minuto 63, in quanto rappresenta l’anello di congiunzione tra il momento dell’assalto e quello dell’irruzione. L’attenzione, in questa scena è incentrata attorno a coloro i quali autorizzarono il sopralluogo al complesso scolastico la notte del 21 Luglio, additando come motivo straordinario della perquisizione notturna, l’art. 41 TULPS (Testo Unico Leggi di Pubblica Sicurezza). La scena vede coinvolti diversi attori che impersonificano i seguenti personaggi presenti quella sera:

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Arnaldo La Barbera, il Prefetto, capo dell’UCIGOS, che dispose l’azione verso la

scuola Diaz;

Francesco Gratteri, capo dell’anticrimine;

Spartaco Mortola, dirigente della DIGOS di Genova

Ansoino Andreassi, vice capo della polizia all’epoca del G8

Tutti i soggetti citati precedentemente indicarono, come motivo straordinario della perquisizione notturna, l’art 41 dux del TULPS ( Testo Unico Leggi di Pubblica Sicurezza) il quale:

consente agli ufficiali e gli agenti della polizia giudiziaria, che abbiano notizia, anche se per indizio, della esistenza, in qualsiasi locale pubblico o privato o in qualsiasi abitazione, di armi, munizioni o materie esplodenti, non denunciate o non consegnate o comunque abusivamente detenute, di procedere immediatamente a perquisizione e sequestro”19

La differenza sostanziale tra il testo scritto e la manipolazione che viene effettuata all’interno della pellicola, risiede nel fatto che il capo dell’UCIGOS disponga l’azione basandosi su questi elementi :

Urgenza dell’intervento;

Rischio che si ripeta la situazione profilata durante il sopralluogo delle 21 davanti alla

scuola;

Presunzione fondata che all’interno del complesso si possano trovare armi

Seguendo sempre la cronistoria del film, una scena che raffigura un avvenimento centrale in questo fatto di cronaca è rappresentato dalla telefonata del capo dell’anticrimine ad un agente del carcere di Bolzaneto, il quale era incaricato di preparare una serie di certificati precompilati, ove venivano individuate delle ferite pregresse alle violenze di quella sera. Questa azione fu un tentativo di oscurantismo delle azioni fatte, al fine di far credere all’opinione pubblica che i manifestanti fossero già in quello stato prima del raid notturno.

Nella realtà questa versione fu smentita, in quanto il sangue trovato su pareti, termosifoni e parquet non poteva che essere sangue fresco; insieme di prove che facero emergere la responsabilità degli agenti di polizia penitenziaria della caserma, che avrebbero poi dovuto rispondere, in base all’ art. 476 C.P., di Falso in atto pubblico.20

Riponendo l’attenzione sulle ultime scene del film, precisamente al 94° minuto, la cinepresa riprende la scena in cui una detenuta richiede l’intervento da parte di un dottore ad un agente della polizia penitenziaria, il quale però, invece di chiamare il medico richiesto, inviti la ragazza a rimanere in piedi, con la faccia contro il muro e successivamente la accompagni in una sala della caserma, nella quale si trova un altro agente che inizia a schernirla, intonando una canzone “Manganello, manganello che rischiari il tuo cervello, mai la falce ed il martello su di te trionferà!”. Procedendo, in seguito, alla svestizione della ragazza di fronte a cinque agenti.

  1. Art. 41.2 TULPS
  1. Art. 476 Codice Penale, Art. 476 Falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici:

Il pubblico ufficiale, che, nell’esercizio delle sue funzioni, forma, in tutto o in parte, un atto falso o altera un atto vero, è punito con la reclusione da uno a sei anni.

Se la falsità concerne un atto o parte di un atto, che faccia fede fino a querela di falso, la reclusione è da tre a dieci anni.”

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Le scene successive raffigurano il ritorno di alcuni manifestanti alla scuola Diaz, riusciti a sfuggire al raid dei corpi di polizia, i quali osservano i resti di ciò che è rimasto attoniti e sconcertati. Tra questi l’attenzione si sofferma su una ragazza, la quale raccoglie un foglio, sul quale scriverà poi la frase che farà da occhiello al film “Don’t clean up this blood”, come invito a non dimenticare gli orrori avvenuti.

Il film si conclude con la scarcerazione, dopo tre giorni dal carcere di Voghera, dei sessanta manifestanti, i quali vengono condotti alla frontiera con un decreto di espulsione dal nostro paese. In ultima battuta vengono riportate le conseguenze che tale irruzione comportò:

Delle trecento persone coinvolte nel Raid alla Diaz, solo ventinove furono identificate e

processate;

La Corte di Appello di Genova condannò ventisette persone per falso in atto pubblico e nove

per lesioni;

quarantacinque tra poliziotti, membri dello staff medico e guardie penitenziari furono

imputati per atti di violenza avvenuti nella caserma di Bolzaneto;

quarantaquattro di essi furono condannati per Abuso d’ufficio, Abuso d’autorità e per abuso

di violenza nei confronti dei detenuti;

Il parlamento italiano ha rifiutato due volte di istituire una commissione parlamentare

d’inchiesta, durante l’attesa del verdetto.

Nessuno, tra gli indagati, è stato sospeso dal servizio.

 

Riccardo Salvadori

La tortura: dalle origini all’Illuminismo

Potrà suonare come un controsenso che nel terzo millennio, in alcune delle società e delle economie più sviluppate e attive del mondo, si pratichi ancora e con una sorta d’accondiscendenza da parte delle autorità, una delle più brutali barbarie che siano mai state concepite dalla mente umana: La Tortura.

La nascita di questa pratica è molto dibattuta: la maggior parte degli studiosi è propensa ad attribuire l’inizio delle pratiche nel XX sec. a.C. in Egitto, dove gli schiavi e i malfattori erano sottoposti a massacranti turni di lavoro spronati alla celerità da numerose frustate. Ma è con l’età classica Romana e Greca che la tortura inizia ad acquisire un ruolo di rilievo. Si deve infatti al tiranno di Agrigento Falaride l’invenzione di uno degli strumenti di tortura più utilizzati nell’epoca classica: il Toro di Falaride.

FALARIDE UCCIDE PERILLO NEL TORO DI BRONZO, Incisione su rame. Pierre Woeiriot (XVI sec.)

Il Toro di Falaride fu realizzato su esplicita richiesta del suddetto tiranno da Perillo, noto fabbro e lavoratore di ottone di Akragas.

Lo strumento fu commissionato per inserirci dentro i soggetti condannati a morte.

Una volta che i soggetti designati venivano posti dentro il toro di bronzo/ottone, veniva posta, sotto la pancia dell’animale, una pira che lentamente avrebbe arroventato il condannato situato all’interno. Le grida di dolore dei condannati, le quali uscivano dalla cavità orale dell’animale, assumevano un suono vagamente simile al muggito, destando le simpatie e il gaudio del tiranno.

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Anche Dante Alighieri nella Divina Commedia parla del Toro di Falaride con queste parole:

Come ’l bue cicilian che mugghiò prima

col pianto di colui, e ciò fu dritto,

che l’avea temperato con sua lima,

mugghiava con la voce de l’afflitto,

sì che, con tutto che fosse di rame,

pur el pareva dal dolor trafitto”

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(Precisamente l’invenzione della parola Tortura, cosi come la intendiamo noi oggi, la si deve ai greci e ai romani che per primi coniarono il termine torquere, definendolo come un atto destinato a torcere le membra ad una persona.

Alcuni riferimenti alla tortura si hanno con il processo a Gesù di Nazareth ove la pratica della crocifissione può essere intesa come metodo di tortura.

La crocifissione era sempre preceduta dalla flagellazione, anch’essa annoverata tra le torture dell’epoca, la quale veniva inflitta a schiavi e prigionieri politici, ma mai ai cittadini romani, in quanto era ritenuta molto umiliante per la persona che ne era vittima.

Sempre facendo riferimento alla pratica della Crocifissione, Cicerone la definì: “il supplizio più crudele e tetro2

Fedor Bronnikov, Crocifissione ai tempi dell’Impero Romano, 1878.

L’evoluzione degli strumenti di tortura si affievolì nel periodo della caduta dell’Impero d’Occidente per poi ritornare in auge nel XII con la Santa Inquisizione e la riscoperta del Corpus Iuris Civilis di Giustiniano.

L’Inquisizione come Istituzione della Chiesa Cattolica, la quale creò un tribunale ecclesiastico adibito ai processi contro catari e valdesi.

Con il passare del tempo, il suo compito si specificò sempre di più nel ricercare e giudicare tutti gli eretici. Il criterio con cui si attribuiva a una persona il reato di eresia era alquanto discutibile e molto spesso i capi d’accusa erano del tutto privi di fondamento, tuttavia gli accusati arrivavano ad attribuirsi i più fantasiosi reati pur di porre fine alle atroci torture cui erano sottoposti.

Tra il 1542 e il 1761 la Santa Inquisizione mandò al rogo 97 persone, tra le quali il filosofo Giordano Bruno colpevole di essere un eretico e di non aver rinnegato le proprie idee.

  1. Alighieri D., (1321) Divina Commedia, Inferno, Canto XXVII, v.7-12
  1. Cicerone, Discorsi contro Verre, 70 a.C.

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ILLUMINISMO

Il ‘700 è conosciuto come l’Età dei lumi e in particolar modo Francia e Italia, caratterizzata dalla diffusione dei caffè letterari in città come Milano, furono i capostipiti e promotori di questi movimenti filosofici letterari che portarono a una ondata di movimenti sovversivi che caratterizzarono la fine del secolo e si protrassero per tutto l’800.

Uno dei maggiori esponenti italiani del pensiero illuminista fu Pietro Verri. Egli nel 1760 cominciò la stesura di un opuscolo intitolato Osservazioni sulla Tortura, il quale inizialmente non venne pubblicato per evitare che sorgessero controversie con la magistratura dell’epoca e il senato di Milano.

La versione definitiva e aggiornata del libro fu pubblicata per la prima volta nel 1777, e nonostante avesse un contenuto rivoluzionario per l’epoca, ebbe grande diffusione nella società del tempo.

OSSERVAZIONI SULLA TORTURA

L’opera di Pietro Verri, pubblicata per la prima volta nel 1777, vede lo scrittore milanese, uno dei maggiori esponenti del pensiero illuminista, affrontare due temi distinti:

Cap. I-VII: Ricostruzione del processo agli untori del 1630

Cap. VIII-XVI: Osservazioni sulla tortura

Analizzando il secondo tema si nota come l’opinione dell’autore sulla tortura sia piuttosto cruda. Per Verri è impensabile che, nonostante l’influsso dell’Illuminismo, in alcuni paesi la tortura, da lui ritenuta “un infernale supplizio”, sia rimasta in auge e fortemente praticata.,

Per l’autore la tortura veniva praticata indipendentemente da una sentenza espressa dal giudice poiché, all’epoca, questa era finalizzata ad ottenere una confessione, a discapito che essa rappresentasse o meno la verità dei fatti. Infatti furono frequenti casi in cui soggetti, pur essendo innocenti, cedessero dinnanzi alle pene corporali subite autoproclamandosi colpevoli. Questo pensiero lo si può racchiudere in una frase dell’autore:

Col nome di tortura non intendo una pena data a un reo per sentenza, ma bensì la pretesa ricerca della verità co’ tormenti.”3

Inoltre Verri individuò un notevole limite nella tortura facendo riferimento principalmente a due aspetti: egli sosteneva che la tendenza ad autoaccusarsi era più forte nei soggetti di ceto sociale più alto, in quanto fisicamente non abituati a patire il dolore perché conduttori di una vita molle, sedentaria e non avvezza allo sforzo fisico.

Dall’altra, individuava nella tenuta psicologica e nell’abitudine dell’”assassino di strada”, residente nella zona suburbana, caratteristiche che lo rendevano un soggetto più avvezzo a subire dolori fisici, poiché abituato a condurre una vita più ardua e meno agiata.

Un assassino di strada avvezzo a una vita dura e selvaggia, robusto di corpo e incallito agli orrori resta sospeso alla tortura, e con animo deciso sempre rivolge in mente l’estremo supplizio che si procura cedendo

  1. Verri P., (1769), Osservazioni sulla tortura, , cap. VIII

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al dolore attuale; riflette che la sofferenza di quello spasimo gli procurerà la vita, e che cedendo all’impazienza va ad un patibolo; dotato di vigorosi muscoli, tace e delude la tortura. Un povero cittadino avvezzo a una vita più molle, che non si è addomesticato agli orrori, per un sospetto viene posto alla tortura; la fibra sensibile tutta si scuote, un fremito violentissimo lo invade al semplice apparecchio: si eviti il male imminente, questo pesa insopportabilmente, e si protragga il male a distanza maggiore; questo è quello che gli suggerisce l’angoscia estrema in cui si trova avvolto, e si accusa di un non commesso delitto. Tali sono e debbono essere gli effetti dello spasimo sopra i due diversi uomini. Pare con ciò concludentemente dimostrato, che la tortura non è un mezzo per iscoprire la verità, ma è un invito ad accusarsi reo egualmente il reo che l’innocente; onde è un mezzo per confondere la verità, non mai per iscoprirla.4

All’inizio del Capitolo IX, il Verri, scaglia un’invettiva contro i sostenitori della tortura. L’autore, nel susseguirsi del capitolo, snocciola una serie di questioni nelle quali afferma che, non solo la tortura non può essere intesa come mezzo di ricerca della verità, ma che, anche nel caso in cui portasse alla verità, questa sarebbe il frutto di strumenti contro natura.

Ma i sostenitori della tortura con questo ragionamento peccano con una falsa supposizione. Suppongono che i tormenti sieno un mezzo da sapere la verità: il che è appunto lo stato della questione. Converrebbe loro il dimostrare che questo sia un mezzo di avere la verità, e dopo ciò il ragionamento sarebbe appoggiato; ma come lo proveranno? Io credo per lo contrario facile il provare le seguenti proposizioni:

I – Che i tormenti non sono un mezzo di scoprire la verità.

  1. – Che la legge e la pratica stessa criminale non considerano i tormenti come un mezzo di scoprire

la verità.

III – Che quand’anche poi un tal metodo fosse conducente alla scoperta della verità, sarebbe intrinsecamente ingiusto.”5

A sostegno delle sue tesi, l’autore, cita all’interno della sua opera, lavori di alcuni degli esponenti di spicco delle epoche precedenti che ne avevano anticipato le idee e tracciato le linee guida e che, soprattutto, consideravano la tortura come mezzo inutile e disumano. Tra questi ricordiamo Cicerone “Illa tormenta moderatur dolor, gubernat natura cujsque tum animi, tum corporis, regit quaesitor, flectit livido, corrumpit spes, infirmat metus, ut in tot rerum angustiis nihil veritati locus relinquatur. (La tortura è dominata dallo spasimo, governata dal temperamento di ciascuno, sì d’animo che di membra; la ordina il giudice, la piega il livore, la corrompe la speranza, la indebolisce il timore, cosicché fra tante angosce nessun luogo rimane alla verità.)6

Inoltre, Verri, individuò come la pratica della tortura, sebbene fosse ampiamente usata da giudici boia ed esecutori, non trovasse riscontro nei testi legislativi più antichi i quali costituivano le fondamenta dell’ordinamento giuridico dell’epoca. Infatti né all’interno del Codice Teodosiano (438 d.C.) né all’interno del Codice Giustiniano (534 d.C.) si trovano riferimenti alla pratica della tortura.

Negli ultimi capitoli Pietro Verri si lascia andare a considerazioni riguardanti i cambiamenti che stavano accadendo in quel periodo, ponendo l’attenzione soprattutto sulla situazione austriaca, ove la tortura venne abolita nel 1776 grazie a Maria Teresa D’Austria.

Le parole del milanese ripongono la speranza nella figura dei legislatori illuministi al fine di

  1. Verri P., (1769), Osservazioni sulla tortura, cap. IX
  1. Verri P., (1769), Osservazioni sulla tortura, cap. IX
  1. Verri P. (1769), Osservazioni sulla tortura, cap. XIV

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interrompere questa barbarica pratica.

Mi pare impossibile, che l’usanza di tormentare privatamente nel carcere per avere la verità possa reggere per lungo tempo ancora, dopoché si dimostra che molti e molti innocenti si sono condannati al supplizio per la tortura: che ella è uno strazio crudelissimo, e adoperato talora nella più atroce maniera: che dipende dal capriccio del giudice solo e senza testimoni l’inferocire come vuole: che questo non è un mezzo per avere la verità, né per tale lo considerano le leggi, né i dottori medesimi: che è intrinsecamente ingiusta: che le nazioni conosciute dell’antichità non la praticarono: che i più venerabili scrittori sempre la detestarono: che si è introdotta illegalmente ne’ secoli della passata barbarie: e che finalmente oggigiorno varie nazioni l’hanno abolita e la vanno abolendo senza inconveniente alcuno.”7

DEI DELITTI E DELLE PENE

Un altro esponente dell’illuminismo italiano che espresse il proprio pensiero sulla tortura fu Cesare Beccaria, il quale venne successivamente accusato da alcuni studiosi di aver rubato la maggior parte delle idee all’amico Pietro Verri. Tanto che quest’ultimo, in una lettera indirizzata ad amici milanesi nella seconda metà dell’700, scrisse:

«”Prima di chiudere vi soddisferò sul proposito del libro ‘Dei delitti e delle pene’. Il libro è del marchese Beccaria. L’argomento gliel’ho dato io, e la maggior parte dei pensieri è il risultato delle conversazioni che giornalmente si tenevano fra Beccaria, Alessandro, Lambertenghi e me. Nella nostra società la sera la passiamo nella stanza medesima, ciascuno travagliando. Alessandro ha per le mani la Storia d’Italia, io i miei lavori economici-politici, altri legge, Beccaria si annoiava e annoiava gli altri. Per disperazione mi chiese un tema, io gli suggerii questo, conoscendo che per un uomo eloquente e d’imagini vivacissime era adattato appunto. Ma egli nulla sapeva dei nostri metodi criminali. Alessandro, che fu il protettore dei carcerati, gli promise assistenza. Cominciò Beccaria a scrivere su dei pezzi di carta staccati delle idee, lo secondammo con entusiasmo, lo fomentammo tanto che scrisse una gran folla d’idee, il dopo pranzo si andava al passeggio, si parlava degli errori della giurisprudenza criminale, s’entrava in dispute, in questioni, e la sera egli scriveva; ma è tanto laborioso per lui lo scrivere, e gli costa tale sforzo che dopo un’ora cade e non può reggere. Ammassato che ebbe il materiale, io lo scrissi e si diede un ordine, e si formò un libro. Il punto stava, in una materia tanto irritabile, il pubblicare quest’opera senza guai. La trasmisi a Livorno al signor Aubert, che aveva stampate le mie Meditazioni sulla felicità. Il manoscritto lo spedii in aprile anno scorso e da me se ne ricevette il primo esemplare in luglio 1764. In agosto era già spacciata la prima edizione senza che in Milano se ne avesse notizia, e questo era quello ch’io cercavo. Tre mesi dopo solamente il libro fu conosciuto in Milano, e dopo li applausi della Toscana e d’Italia nessun’osa dirne male. Eccovi soddisfatto. Vi abbraccio e sono.”»8

Ma nonostante lo scontro avuto con l’autore Pietro Verri e le critiche ricevute, il libro di Cesare Beccaria “Dei Delitti e delle pene”, pubblicato nel 1764, ebbe un eco mediatico non indifferente, diffondendosi sia in Italia che in Europa.

L’autore pone l’attenzione circa le modalità di accertamento dei delitti e delle pene allora in uso,

  1. Verri P., (1769), Osservazioni sulla tortura, cap.XVI
  1. Verri P., (1760-70 ca.) Lettera ad amici milanesi.

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approfondendo al capitolo XVI il tema della tortura.

La tortura è intesa dall’autore come uno strumento disumano, inutile e spesso fuorviante rispetto alla verità. L’autore sostiene che “Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice, né la società può toglierli la pubblica protezione, se non quando sia deciso che egli abbia violati i patti coi quali le fu accordata.”9

E ancora “Qual è il fine politico delle pene?10

Tutti interrogativi assolutamente attuali, che ancora oggi sono fonte di grande riflessione.

Nel testo la critica del Beccaria alla tortura la si può suddividere in tre punti.

Si parte dall’idea che la tortura non sia un valido strumento per scoprire la colpevolezza di un uomo “quasi che il criterio della verità risieda nelle fibre e nei muscoli di un miserabile. Questo è il mezzo sicuro per assolvere i robusti scellerati e di condannare i deboli innocenti.”.11 Proseguendo nella lettura si apprende lo sconcerto nell’autore nel constatare come, nel diciottesimo secolo, la tortura fosse ancora una pratica tanto in voga e come il suo utilizzo fosse in realtà dettato da una erronea lettura delle credenze religiose “Un dogma infallibile ci assicura che le macchie contratte dall’umana debolezza e che non hanno meritata l’ira eterna del grand’Essere, debbano da un fuoco incomprensibile essere purgate…”.12

Il terzo motivo di critica è quello per il quale alla fine sono gli innocenti che pagano sempre poiché la tortura, che in questo caso si contrappone al concetto di giustizia, colpisce tanto i criminali quanto gli innocenti, questo perché, in alcuni casi, il soggetto era portato a dichiararsi colpevole, non essendolo, pur di porre fine al dolore fisico a cui era costretto.

La grande novità dell’opera di Beccaria sta nell’aver rovesciato la prospettiva dell’indagine sulle legittimità dell’azione di uno Stato, poiché fino all’illuminismo l’actio dello Stato era sempre e assolutamente legittima, indipendentemente dagli strumenti utilizzati.

Di fronte ad esso null’altro poteva esistere se non la sottomissione degli altri soggetti.

Con l’affermazione del pensiero illuminista e con la diffusione di quest’opera, il principio stesso della legittimità del potere assoluto dei sovrani viene messo in discussione: la prospettiva si sposta dal sovrano al concetto di sovranità, intesa come insieme di porzioni di libertà cedute dagli individui, i quali diventano cittadini protagonisti della collettività e ai quali viene riconosciuto un diritto.

 

Riccardo Salvadori

Trascuratezza è tortura

Qualche anno fa aveva fatto scalpore la rivelazione di documenti rimasti per molto top secret da parte degli USA dove si rivelava il comportamento tenuto da alcuni militari all’interno del carcere iraqeno di Abu Ghraib. Ma cos’aveva portato a questa fuoriuscita di notizie? Forse una situazione che stava diventando troppo tesa da poter tenere segreta o, magari, il semplice “ritrovamento” di qualche plico di carte dentro un cassetto di una scrivania della CIA.

Fatto sta che oggi conosciamo i dettagli della politica adottata dagli Stati Uniti tra il 2002 e il 2003 nelle carceri di Guantanamo e anche in più luoghi dell’Iraq.

Il waterboarding (ovvero l’affogamento simulato) è forse la tortura più conosciuta di quel periodo adottata dalle forze militari americane con anche solo i sospettati di vicinanza ad Al Qaida, ma molte altre sono rimaste sullo sfondo, come se la vergogna e l’imbarazzo fosse eccessiva per poter rievocare certi ricordi.

La CIA all’epoca era già abbastanza sotto shock per aver dimostrato la sua fallibilità nell’attentato dell’11 settembre e la priorità era proprio quella di non dover mai più far ricapitare qualcosa di simile.

“tecniche di interrogatorio forzate”, questo era il nome che venne dato a tutte queste pratiche. Abu Zubaydah, saudita, sulla trentina, sospettato di essere il responsabile della logistica dell’attentato dell’11 settembre, è stato il primo ad avere l’onore di poter sperimentare sulla propria pelle tali tecniche: svestizione, ricorso a fobie individuali, ricorso a posizioni di stress, interrogatori interminabili (anche di 20 ore e prolungati per più giorni di seguito), ma siamo solo all’inizio.

Le tecniche erano troppo “spinte” perché si potesse andare avanti senza nemmeno informare il centro, la Casa Bianca e presso la CIA si svolsero numerose riunioni dove alcuni membri di spicco vicino al presidente (tra cui Condoleezza Rice, ex consigliera alla sicurezza nazionale) presero parte per essere informati. Le pratiche crearono disturbo tra questi esponenti del governo, ma non vennero fermate, anzi, vennero incentivate fino alla cosiddetta “carta bianca”.

Wilkerson, capo di gabinetto di Colin Powell, quando scoprì del provvedimento di carta bianca aveva già capito come sarebbe andata a finire: incarcerati fatti sfilare nudi, obbligati a masturbarsi davanti a soldati e medici che li deridevano, soggetti di fede musulmana tentati da soldatesse in intimo provocante o addirittura nude solo per farli parlare, minacciati ed infine stuprati, singolarmente o collettivamente non importava.

Eppure se si fanno domande la comunicazione ufficiale è che gli USA si impegnano a trattare con umanità tutti i detenuti, secondo quanto stabilito dalla legge federale e dagli obblighi internazionali, che includono l’articolo 3 della convenzione di Ginevra. Infine c’è anche il Detainee treatment act del 2005, la legge con cui l’America vieta l’utilizzo di alcuna tecnica di interrogatorio forzato; maledetta vergogna verrebbe da dire.

Ma quella della Convenzione di Ginevra del 1949 sul trattamento dei prigionieri di guerra, personalmente la ritengo la violazione più grave, quella di cui sono stati violati molteplici articoli, tra cui citiamo gli artt. 12,13 e 14, ma la lista potrebbe andare avanti.

Per concludere dovrebbe far pensare più che l’atrocità dei fatti, di cui ormai siamo a conoscenza ed anche, ormai, abituati, di come una convenzione internazionale del calibro di quella di Ginevra del 1949 firmata dai più influenti paesi del mondo in un periodo storico che non può non essere simbolo della voglia di cambiare abbia permesso tali barbarie e non attuato i dovuti controlli su quella nazione che in quel periodo della storia più vicino a noi era più assetata di vendetta, che ricercare i responsabili della strage che ha cambiato una volta per tutte il mondo.

 

 

 

Alberto Lanzetti