L’indipendenza nel 2017

Gli eventi della Catalogna di queste settimane hanno origini più risalenti nel tempo. Già nel 2014 vi era stata una prima consultazione per l’indipendenza dell’attuale comunità autonoma della Catalogna, ma si perse in un bicchiere d’acqua e non se ne fece nulla. Il passo da gigante venne effettuato il 9 giugno 2017 dal Presidente della Generalitat De Catalunya Carles Puigdemont che proclamò un referendum per il primo ottobre 2017 recitante: “Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di repubblica?”.

Le motivazioni sono il secolare scontro sulle differenze di lingua e identità culturale derivanti direttamente dal Medioevo e i più moderni scontri su questioni economiche come la crisi del 2008 e le eccessive tasse pagate dalla regione Catalana a Madrid, senza le quali la Comunità Autonoma sarebbe più ricca dato anche i molti e nuovi sbocchi commerciali per le imprese catalane.

Il 6 settembre, a seguito di una seduta convocata con una procedura d’emergenza, il parlamento catalano ha votato la legge istitutiva del referendum con 72 voti favorevoli, 11 astenuti e nessun voto contrario, anche perché tutte le forze politiche all’opposizione del governo Puigdemont avevano abbandonato l’aula, preferendo non votare un provvedimento che ritenevano apertamente fuori legge.

Il 7 settembre il Tribunale Costituzionale ha sospeso il referendum e le norme correlate ad esso. Il Tribunale Costituzionale ha accolto il ricorso d’urgenza richiesto dal governo di Madrid presieduto da Mariano Rajoy che richiedeva l’incostituzionalità della legge che prevedeva il referendum. Allo stesso tempo la Procura Generale ha denunciato il Presidente Puigdemont e tutti i membri dell’Ufficio di Presidenza del Parlamento della Catalogna per i reati di disobbedienza e prevaricazione.

Dopo settimane tumultuose in cui le forze di polizia statali hanno sequestrato nove milioni, circa, di schede elettorali già pronte per il referendum, indagini su vari membri del governo catalano ai vertici degli uffici direttivi e alcuni arresti, il primo ottobre è arrivato e, in un giorno che ha rappresentato il culmine degli scontri dei giorni precedenti, si è votato. I risultati affermano che alle urne si è recato il 43,03% degli aventi diritto con una vittoria più che schiacciante per il SI (92,02%) contro il NO (7,99%).

Le reazioni sono state immediate e hanno preso immediatamente la parola, per primo, il Primo Ministro del governo spagnolo affermando come le procedure elettorali fossero state eseguite fuori da qualunque schema legislativo, così come anche affermato dallo stesso Tribunale Costituzionale che l’aveva ritenuto lesivo dell’unità territoriale dello stato spagnolo. In secondo luogo ha preso la parola lo stesso sovrano Felipe VI il quale ha richiamato all’unità il proprio paese, parole simile sono provenute dai rappresentati praticamente di tutti gli stati Europei.

Il 27 ottobre il Parlamento Catalano ha votato con 70 voti favorevoli, 10 voti contrari e 2 astenuti la nascita del nuovo stato “indipendente, sovrano e democratico” della Catalogna. Alla votazione parlamentare, come anche alla votazione sulla legge referendaria, non hanno preso parte i rappresentanti di PP, PSC e Ciutadans, ovvero i partiti all’opposizione.

Dato che il Governo spagnolo aveva già preso provvedimenti duri, quali l’applicazione dell’art. 155 della Costituzione (il quale prevede che se una Comunità Autonoma non rispetti un obbligo previsto dalla Costituzione o dalla legge, o si comporti in modo da attentare alla sicurezza della Spagna, il Governo, previa richiesta alla Presidenza della Comunità Autonoma o con l’approvazione della maggioranza del Senato, può prendere i provvedimenti necessari per l’adempimento forzato dei suddetti obblighi o per la protezione dei suddetti interessi), la dichiarazione d’indipendenza, non ha fatto altro che rafforzare l’indizione di nuove elezioni il 21 dicembre per la nomina di nuovi rappresentanti della Comunità Catalana.

Da poche ore si sa che la Spagna ha emanato un mandato di arresto Europeo nei confronti delle personalità più importanti del Parlamento Catalano, compreso, ovviamente, il Presidente Puigdemont, il quale da qualche giorno ha cercato riparo e una difesa legale in Belgio.

Per il 21 dicembre le elezioni sono state fissate e, così come il referendum si è svolto in un atmosfera di grande tensione, suppongo che anche queste elezioni si terranno in un ambiente ostile, se non proprio di guerriglia urbana; mentre nel frattempo si deve ancora capire se il Presidente del fu Parlamento Catalano ritornerà nel suo nuovo paese da Presidente di una nuova nazione e di come si terranno i rapporti con la Spagna e con le altre nazioni Europee.

Il futuro spagnolo sembra immerso in una grande ombra.

 

Alberto Lanzetti

C’era una volta Catanzaro

Diventare avvocati. La routine la conosciamo tutti: laurea, tirocinio di diciotto mesi –da poco i primi sei mesi si possono anche anticipare grazie all’intervento delle diverse facoltà di Giurisprudenza e l’ordine degli avvocati territorialmente competente- e poi esame di stato; si, esame di stato, quello temuto, quello che se non si passa “che si fa?”. E allora via di corsa a studiare su mattoni infiniti, a scrivere atti per lo studio che ci sta insegnando ad approcciarci al mondo del lavoro, a sentire arringhe e sentenze in tribunale. Ma c’è qualcosa in più: qualche giorno prima dell’esame salterà fuori la fatidica frase: “sarei pronto a tutto pur di passarlo!” e qui nascono i tentativi di copiature tra colleghi il giorno dell’esame, consultazioni del cellulare fugaci e nascoste, scambi di opinioni a voci basse. Tralasciando il fatto che copiare in un concorso pubblico è reato, quindi perseguibile penalmente, la prassi del copiare o del trovare delle scorciatoie pur di arrivare a quel maledetto titolo è divenuta molto in voga, con conseguenze che nel mondo del lavoro sono drammatiche. Nei fori si iscrivono sempre più avvocati e un maggior numero non vuol che dire maggiore annacquamento dei guadagni di tutti, purtroppo.

Tra le prassi nate negli anni, anche perché copiare rimane comunque un’attività sentita come eccessivamente pericolosa, vi era quella di trasferirsi per sostenere l’esame in quelle sedi in cui si sapeva che l’esame sarebbe stato più facile e ci sarebbero state più possibilità di superarlo. Queste sedi erano soprattutto quelle del sud Italia, tra cui Catanzaro, dove si sono raggiunte percentuali del 95% di ammessi alla professione forense.

Per limitare queste vere e proprie migrazioni si è imposto dal 1996 che l’esame lo si potesse sostenere nel luogo dove ci si fosse iscritti al registro dei praticanti.

Ma siamo in Italia e, quindi, fatta la legge, trovato l’inganno ed è subito sorta l’abitudine di trasferirsi questa volta in Spagna, dove diventare abogados era molto più facile: un semplice test a crocette e ci si poteva iscrivere all’ordine spagnolo, poi in Italia ci si sarebbe fatti iscrivere come avvocati “stabiliti” e dopo tre anni si sarebbe acquisito il titolo di avvocato “integrato”, diventando definitivamente anche in Italia avvocati. Per qualche anno la scorciatoia ha funzionato e molti hanno potuto fruire di questa grossa cesura burocratica e scolastica ed esercitare la professione.

La pratica ha iniziato ad insospettire e poi addirittura spaventare il Ministero della Giustizia italiano e le autorità spagnole.

In particolare, la conferenza di servizi, all’unanimità, aveva deliberato sin dall’11 settembre 2014 di sospendere l’esame delle pratiche relative all’acquisizione del titolo professionale di abogado in Spagna a seguito della sola omologa accademica della laurea italiana, con riferimento particolare alle pratiche relative a omologhe ottenute dopo il 31 ottobre 2011.

L’attesa risposta da parte della Spagna sulla situazione indicata è arrivata successivamente, stabilendo che per l’iscrizione al Colegio de Abogados l’interessato avrebbe dovuto anche frequentare un master specifico accreditato e superare l’esame di Stato, pena un’iscrizione irregolare all’albo passabile di annullamento.

In questa maniera si cerca di ridurre il numero degli “emigranti” a caccia del titolo da spendere anche nel nostro paese obbligando alla partecipazione anche di un master specifico per accreditarsi presso l’Ordine spagnolo.

Ci si interroga comunque sulle difficoltà strutturali dell’esame di stato, il quale spesso viene visto come una fase di passaggio e non un approdo definitivo. Spesso l’esame viene affrontato solo per poi approcciarsi al successivo esame per il notariato o la magistratura. Ecco perché secondo Andrea Mascherin, Presidente del Consiglio Nazionale Forense: “l’esame richiede una completa rivisitazione. Schermiamo le aule per mettere fuori gioco le tecnologie e chiediamo molta professionalità ai commissari. Attraverso le scuole forensi l’esame deve diventare un punto di arrivo, guardando alla professione di avvocato come a una scelta consapevole e non a un parcheggio in attesa di una carriera diversa”.

Se, quindi, ci si sta preparando a difendersi dagli italiani che rientrano da paesi come la Spagna o la Romania (altro stato dove c’è il rischio di diventare avvocato troppo facilmente e poi trasferire il titolo in Italia) bisogna anche concentrarsi sulla riforma dell’esame di stato italiano stesso, sia nelle sue modalità, che nella sua strutturazione.

 

 

Alberto Lanzetti