Caduta sul lucernario del marciapiede: risarcisce il condominio

Il caso di specie trae origine dalla caduta di una passante. L’anziana signora, camminado sul marciapiede antistante uno stabile condominiale, inciampava a causa della mancanza di una piastrella di vetrocemento che ricopriva il sottostante lucernario condominiale.

Agendo in giudizio nei confronti del Comune per ottenere il risarcimento del danno, quest’ultimo dichiarava che la manutenzione del marciapiede sarebbe spettata al condominio, in base alla proprietà del lucernario. Il condominio tuttavia contestava la propria responsabilità, affermando che la piastrella mancante è una parte integrante del marciapiede, zona soggetta al pubblico transito.

In tale contesto il Tribunale rigettava la domanda, ritenendo in base agli atti di non poter individuare in modo chiaro il custode del marciapiede.

La Corte d’Appello, in riforma della sentenza di primo grado, aveva però riconosciuto la responsabilità solidale di entrambi i soggetti convenuti. Il condominio ricorreva dunque per Cassazione, lamentando il vizio di motivazione da parte del Giudice di secondo grado.

La sezione III Civile della Suprema Corte, investita della questione, con una ordinanza del 19 aprile 2018 n. 9625, ha affermato che quando un bene svolge la funzione di calpestio per i passanti e la funzione di copertura per una proprietà sottostante, il ruolo di custode spetta anche a chi si giova della copertura. Ne consegue dunque che spetta al condominio risarcire i danni subiti dal passante che inciampa per mancanza di una piastrella del marciapiede.

Chiara Bellinimarciapiede-sconnesso

La responsabilità genitoriale

Il D.lgs 154 del 2013 ha introdotto il principio della responsabilità genitoriale, individuando in maniera più specifica gli obblighi dei genitori verso i figli e viceversa. Il punto di partenza della nuova normativa è quello, secondo il quale, si considera cessata ogni tipo di disparità tra i figli nati dentro o fuori dal matrimonio. Occorre, per i secondi, il riconoscimento da parte del genitore, affinché questo possa esercitare la potestà nei confronti del minore.

Tralasciando i doveri dei figli (principalmente legati al rispetto dei genitori, obbligo di abitazione presso la casa famiglia e collaborazione nelle spese familiari, qualora vi sia una disponibilità in tal senso), concentriamoci sui doveri dei genitori, sicuramente più rilevanti: Si tratta del dovere di educazione e mantenimento dei figli, di crescita del minore all’interno del nucleo familiare e di mantenimento e salvaguardia del rapporto e della frequentazione con gli altri parenti. Il giudice tutelare competente potrà essere chiamato ad intervenire qualora non vengano garantiti tali diritti.

Uno degli aspetti più importanti della responsabilità genitoriale è sicuramente il potere decisionale da parte dei genitori, su questioni che rientrano nella sfera economica e giuridica del minore. Per gli atti identificati dal codice, di straordinaria amministrazione, occorre il parere favorevole e la presenza di entrambi i genitori. Sarà anche necessario un atto autorizzativo da parte del giudice tutelare. Per gli atti ordinari, sarà sufficiente un solo genitore, purché segua l’indirizzo decisionale condiviso dall’altro. Nel caso in cui la decisione riguardi la prosecuzione, da parte del minore, di attività di impresa, servirà il parere favorevole da parte del giudice e l’autorizzazione del Tribunale.

Se vi è contrasto tra i coniugi, entrambi posso rivolgersi al giudice che, ascoltate le pretese di entrambi e le esigenze del minore, che potrà essere consultato se di eta’ non inferiore ad anni sedici, tenterà una conciliazione oppure adotterà la soluzione più idonea in base agli interessi delle parti.

Un impedimento temporaneo o definitivo di uno dei due coniugi, renderà l’altro esercente in via esclusiva del potere decisionale. Se l’impedimento colpisce entrambi, il giudice potrà nominare un tutore oppure un curatore speciale, rispettivamente nel caso di impedimento permanente o temporaneo. Se un coniuge realizza un atto in favore del figlio, l’altro eserciterà il potere decisionale, ma se si tratta di atti che potrebbero interessare economicamente l’altro coniuge, per evitare conflitto di interessi, la Cassazione ha ritenuto più idonea la nomina di un curatore speciale.

Dott. Marcello Cecchino

“Psss, questa la sai?”

Copiare è un’attività che tutti almeno una volta nella vita hanno fatto. È inutile che davanti agli schermi in questo momento stiate negando, mettetevi il cuore in pace e sforzatevi di ricordare di quando l’avete fatto anche voi e poi fatevi una bella risata di quei bei vecchi tempi.

Certo, una bella risata, questa la si può fare cercando di pensare alla propria professoressa di latino che in quinta ginnasio ci aveva beccato confabulare con il nostro mitico compagno di avventure, nonché vicino di banco o, ancora, ricordandosi di quella volta che dal proprio posto si cercava di aiutare un compagno in difficoltà alla cattedra durante un orale, rigorosamente con il prof. che ci dava la schiena.

Le conseguenze di queste copiature erano minime: un richiamo sentito, il ritiro del compito nelle peggiori delle ipotesi con l’aspettativa di doverlo rifare con “gli occhi puntati addosso”, ma finiva tutto qui.

Andando avanti nel tempo, e in sostanza crescendo, si è scoperto che le conseguenze di tale attività si sono inasprite sempre più e una copiatura durante un esame scritto all’Università può avere già delle conseguenze più importanti, tra cui l’annullamento del compito e se la materia la si stava preparando da uno o due mesi il fastidio non è da poco.

Le conseguenze più gravi arrivano qualora si copi in un concorso pubblico. Qui, infatti, esistono delle leggi apposite per punire il candidato che cerchi di “trassare” all’esame.

Anche questo, ovviamente, è successo.

All’esame di Stato per l’avvocatura del 2012 nel distretto di Lecce le prove di alcuni candidati erano troppo perfette per essere di un aspirante avvocato e la commissione le ha invalidate.

Successivamente si scoprì che i soggetti erano riusciti ad inviare la traccia a persone all’esterno dell’esame, tramite cellulare, e a farsi aiutare con e-mails e messaggi su Whatsapp.

In pratica hanno utilizzato i sistemi di copiatura 2.0, quelli che anche i ragazzi di oggi usano nelle scuole.

Certo è che la sanzione è stata pesante: l’art. 1 della legge n. 475/1925, infatti, recita così: “Chiunque in esami o concorsi, prescritti o richiesti da autorità o pubbliche amministrazioni per il conferimento di lauree o di ogni altro grado o titolo scolastico o accademico, per l’abilitazione all’insegnamento ed all’esercizio di una professione, per il rilascio di diplomi o patenti, presenta, come propri, dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri, è punito con la reclusione da tre mesi ad un anno. La pena della reclusione non può essere inferiore a sei mesi qualora l’intento sia conseguito”.

In tutto si parla di ottantanove persone, ma solo per quindici di loro il giudice ha richiesto la messa alla prova, per gli altri l’istanza dei difensori finalizzata ad evitare la pena detentiva è stata depositata e, quindi, si deciderà in udienza il prossimo 27 febbraio.

Tuttavia, anche il Procuratore della Repubblica di Lecce si era già pronunciato sull’assenza di necessità dell’incarcerazione di tali soggetti ed era stata richiesta una sanzione di 11mila euro.

Alcuni hanno deciso di pagare la sanzione, altri, invece, hanno preferito affrontare il processo per cercare di evitare la messa alla prova e nel tentativo di liberarsi del tutto dalle accuse, ma per 15 di loro sono scattati sei mesi di servizi socialmente utili per mantenere la fedina penale immacolata.

In questi sei mesi avranno certamente il tempo di riflettere e al prossimo esame scommetto che se sentiranno un: “pss, sai qualcosa su questo argomento?” saranno i primi a stare zitti e fare gli “spioni” con la commissione.

 

 

Alberto Lanzetti

Spegni quello stereo!

Caso tipico: i genitori vanno via per il weekend e i figli organizzano una festa a casa con amici. Non è una vera festa se ad una certa ora non si sente bussare con una scopa sulla parete che divide l’appartamento in cui ci si trova con quello del famigerato vicino di casa. Per non parlare poi dei bambini che a mezzanotte giocano ancora a correre per il corridoio gridando o facendo scorrere delle pesanti biglie sul pavimento disturbano il sonno leggero del condomino del piano di sotto.

La maggior parte delle volte tutte queste situazioni finiscono o con la suddetta scopa o alla peggio con il campanello che suona e con il nostro vicino che ci farà una ramanzina in pigiama e ciabatte, ma alle volte potrà succedere che le cose vadano per le lunghe e ciò vuol dire solo una cosa: Tribunale.

Tuttavia alle volte non ci si accontenta del semplice risarcimento del danno che il giudice civile potrebbe anche riconoscere analizzando il caso specifico, bensì si punta in alto e si mira all’art. 659 c.p. il quale prevede che chiunque, mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche, ovvero suscitando o non impedendo strepiti di animali, disturba le occupazioni o il riposo delle persone, ovvero gli spettacoli, i ritrovi o i trattenimenti pubblici, è punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a euro 309.

Faccio fatica ad immaginare che una banale lite condominiale possa finire addirittura di fronte al giudice penale, ma può succedere, tuttavia bisogna specificare le opinioni della Cassazione (sì, si è pronunciata anche lei al riguardo): “in relazione a rumori e schiamazzi all’interno di edificio non ricorre il reato di cui all’art. 659 c.p. allorquando i rumori arrechino disturbo ai soli vicini occupanti un appartamento limitrofo, all’interno del quale sono percepiti, e non ad altri soggetti abitanti nel condominio cui è inserita detta abitazione ovvero trovantisi nelle zone circostanti, non producendosi, in tali ipotesi, il disturbo, effettivo o potenziale, della tranquillità di un numero indeterminato di soggetti, ma soltanto di quella di definite persone, sicché il fatto, se del caso, può costituire illecito civile, come tale fonte di risarcimento di danno, ma giammai assurgere a violazione penalmente sanzionabile (Cass. n. 1406/1997; Cass. n. 45616/2013; Cass. n. 23529/2014), anche se in concreto soltanto alcune persone se ne possano lamentare: Cass.. n. 47298/2011”.

In particolare il reato è stato ritenuto configurato nella condotta di un condomino particolarmente indisciplinato che teneva il volume della televisione troppo alto, producendo una tale quantità di rumore che permetteva di essere sentito fino in strada data anche la tarda ora della notte. Invece non si è configurato il reato nel caso dei bambini che giocavano con le biglie disturbando il sonno dell’inquilino del piano inferiore, proprio perché il disturbo qui arrecato è limitato solo all’inquilino di un appartamento limitrofo e, quindi, qua ci saranno gli estremi solo di un risarcimento in sede civile accertata la natura del comportamento e le modalità di queste.

In più con queste sentenze la Cassazione ha tenuto a specificare anche che le delibere condominiali adottate in contrasto con un diritto soggettivo di uno dei condomini sono irrimediabilmente nulle: si pensi al caso del condomino costretto a subire il passaggio di motoveicoli a motore acceso sotto la sua finestra che violerebbero il diritto alla salute dell’occupante l’abitazione per l’elevato livello di smog ed inquinamento che si verrebbe a prodursi.

E adesso: “shhhh, abbassate il volume!”

 

Alberto Lanzetti