Contestazione di fatti costitutivi non allegati

Focalizzando allora l’attenzione sulla conseguenza della non contestazione in sede processuale, occorre richiamare l’orientamento di giurisprudenza di legittimità secondo cui “nel vigente ordinamento processuale, i fatti allegati da una delle parti vanno considerati “pacifici” – e quindi possono essere posti a fondamento della decisione – quando siano stati esplicitamente ammessi dalla controparte oppure quando questa pur non avendoli espressamente contestati abbia tuttavia assunto una posizione difensiva assolutamente incompatibile con la loro negazione, così implicitamente ammettendone l’esistenza.”1

Proseguendo, la giurisprudenza di questa Corte ha affermato che nel processo del lavoro, le parti concorrono ad individuare la materia del contendere, affinché la mancata contestazione del fatto costitutivo del diritto ha come conseguenza l’inutilità di fornire la prova sul fatto stesso, poiché incontroverso. La mancata contestazione da parte del convenuto avrà le conseguenza suesposte qualora i fatti costitutivi individuati nella domanda attorea siano tutti esplicitati in modo esaustivo in ricorso dovendosi ammettere la lineare circolarità tra oneri di allegazione e onere di contestazione (nonché oneri probatori). La circolarità è validata dal combinato disposto dell’art. 414 c.p.c., nn. 4 e 5 e dall’art. 416 c.p.c., comma 3. Da ciò deriva l’impossibilità di contestare o richiedere prova su fatti non allegati nonché su circostanze che non siano stati esplicitate in modo espresso e specifico nel ricorso introduttivo del giudizio.2

Da ciò si deduce la totale esclusione della non contestazione nel caso in cui la domanda attorea ed i fatti costitutivi non siano esaustivamente esplicitati.

Nicola Galea

1
Cassazione civile, sez. lav., 09/05/2013, n. 10975


2
Cass. S.u. n. 11353/2004 e da ultimo Cass. n. 1878/2012 secondo cui: “nel processo del lavoro il thema decidendum deve essere informato al rispetto del rigido schema della c.d. necessaria circolarità di cui al combinato disposto degli artt.414 n.4 e 5, 416 comma 3, c.p.c., la cui dinamica è circoscritta tra gli oneri di allegazione, oneri di contestazione ed oneri di prova. Ne consegue, pertanto, l’impossibilità di contestare o richiedere prova – oltre i termini preclusivi stabiliti dal codice di rito – su fatti non allegati nonché su circostanze che, pur configurandosi come presupposti o elementi condizionanti il diritto azionato, non siano stati esplicitati in modo espresso e specifico nel ricorso introduttivo del giudizio”

Così anche Cassazione civile, sez. lav., 09/02/2012 n. 1878 : “Di fronte a questo principio, cui il Collegio intende dare continuità, il giudice di appello avrebbe dovuto indicare quali fossero i dati fattuali indicati dagli attori in punto di avvenuto collocamento in quiescenza per anzianità di servizio che parte convenuta aveva l’onere di contestare con il grado di specificità imposto dall’art. 416 c.p.c., comma 3. Invece, il giudice si è limitato ad indicare che i ricorrenti sostenevano di avere lavorato l’amianto e di essere per tale motivo inabili al lavoro, di modo che erano stati posti in prepensionamento (tesi questa dagli stessi ribadita con l’appello incidentale, v. le conclusioni riportate nell’intestazione della sentenza impugnata), e a dare atto che tale circostanza era stata contestata dalla Compagnia portuale e non era stata provata dagli attori. Non ha, invece, indicato quali fossero i “fatti” esposti ai sensi dell’art. 414 c.p.c., concernenti la diversa ratio decidendi adottata, su cui era basata la richiesta di attribuzione della seconda indennità, che la convenuta aveva onere di contestare ai sensi dell’art. 416 c.p.c., comma 3.”


Contestazione specifica a fronte di allegazione generica?

Abbiamo affermato che la “non contestazione” si concretizza in un comportamento processuale che rileva esclusivamente sul piano della prova dei fatti. A fronte della non contestazione il fatto non necessita di prova.1
La non contestazione, però, non vincola il giudice nel senso di escludere il suo potere di vagliare la compatibilità del fatto non contestato con il quadro probatorio. Naturalmente la non contestazione ha effetto solo se l’allegazione avversaria è specifica ma non quando è generica; in caso contrario non vi sarebbe coerenza logica con l’art. 115 c.p.c. che prevede una contestazione specifica, sottintendendo che anche l’allegazione lo debba essere. La giurisprudenza di legittimità
2 e non3 si è attestata confermando il principio generale di equivalenza probatoria tra allegazione e contestazione. Cassazione 10860/2011, ponendosi in linea di continuità con le SS.UU. del 2002, affronta il tema delle caratteristiche che deve avere il fatto allegato dall’attore. Secondo la S.C., qualora l’attore abbia genericamente allegato fatti costitutivi del diritto che siano individuati dalla legge, il convenuto avrà l’onere di contestarli specificamente, e non in modo generico, proprio per evitare che essi siano valutati incontestati dal giudice. A fronte di una specifica allegazione, come è pacifico, parte convenuta dovrà fornire una specifica contestazione. A fronte di una generica allegazione di fatti costitutivi non individuati dalla legge, l’attore correrebbe il rischio di veder rigettata la sua domanda ed inoltre, qualora non venisse rigettata, la contestazione del convenuto potrebbe limitarsi ai fatti allegati dall’attore. Quanto esposto, ha come presupposto il fatto che la circolarità tra onere di allegazione e onere di contestazione funge da assicurazione per il contraddittorio.

Nicola Galea

1

Così Cassazione n.22837/2010: “L’esigenza di provarlo insorge se sia contestato: se cioè il convenuto neghi che la donna si sarebbe determinata all’interruzione volontaria della gravidanza, o che avrebbe potuto farlo se lo avesse deciso. Se tanto non sia avvenuto, l’esigenza probatoria non sorge, non essendovi bisogno di provare il fatto non contestato”.

2Cassazione civile, sez. III, 18/05/2011 n. 10860: “Il potere di contestazione, concorrendo con quello di allegazione nell’individuazione del thema decidendum e probandum, soggiace agli stessi limiti preclusivi di quest’ultimo, costituiti dall’udienza di trattazione, di cui agli artt. 183 e 420, per il processo del lavoro. […] i fatti costitutivi del diritto siano individuati dalla legge, il convenuto avrà l’onere di contestarli specificamente, e non genericamente con una clausola di stile, per evitare che gli stessi siano ritenuti incontestati; solo in presenza di tale condizione l’attore dovrà provarli, atteso che la circolarità tra oneri di allegazione e oneri di contestazione assolve in pieno e senza discrasie la propria funzione di assicurare il contraddittorio, ai fini della conoscibilità dei fatti costitutivi del diritto azionato rispetto al convenuto, solo quando questi non siano già previsti dalla legge; mentre, comporterebbe distorsioni in presenza di fatti costitutivi conoscibili, perchè legislativamente previsti.”

Se fosse sufficiente una contestazione generica e di stile affinché l’attore sia tenuto a provare tutti i fatti costitutivi della domanda, dovremmo concludere che, in questo caso, non opererebbe l’onere di contestazione tempestiva. Onere che si fonda su tutto il sistema processuale. A tal fine rilevano: il carattere dispositivo del processo, che comporta una struttura dialettica a catena; il sistema di preclusioni, che comporta per entrambe le parti l’onere di collaborare, fin dalle prime battute processuali, a circoscrivere la materia controversa; i principi di lealtà e probità posti a carico delle parti; il generale principio di economia che deve informare il processo, avuto riguardo al novellato art. 111 Cost. (Cass. 13 giugno 2005, n. 12636). Inoltre, l’attore che non volesse correre il concreto rischio del rigetto della domanda allegherebbe la sussistenza di tutti i requisiti e articolerebbe sugli stessi le relative prove, con conseguente incidenza sulla rapida definizione del giudizio, indipendentemente da una effettiva contestazione della controparte.

3 Tribunale Santa Maria Capua Vetere, 24 Aprile 2012: “Il paziente che agisce in giudizio facendo valere la responsabilità contrattuale del medico e/o della struttura sanitaria è tenuto ad allegare non un qualsiasi inadempimento, ma quell’inadempimento specifico che costituisce causa (o concausa) efficiente del danno.”

L’onere di allegazione da parte del paziente dev’essere specifico anche alla luce dell’operatività nel nostro ordinamento del principio di non contestazione codificato dall’art. 115 c.p.c.”

Così anche Tribunale Catanzaro, 29 Marzo 2012:La domanda proposta dal danneggiato per ottenere il ristoro delle spese mediche sopportate in conseguenza di un sinistro, là dove il richiedente versi in atti una congerie eterogenea di documenti di spesa, presuppone che l’attore alleghi (e provi) il motivo per cui siffatte spese siano state sopportate e soprattutto indichi l’ammontare complessivo degli esborsi resisi necessari in conseguenza del sinistro stesso. In difetto la domanda va respinta per difetto assoluto di allegazione, che evidentemente non può essere ovviato dall’esame, da parte del giudicante, del materiale prodotto, nel tentativo di identificare la funzione della spesa sostenuta a la sua connessione con l’incidente subito. Sta infatti all’attore, ai sensi dell’art. 163 c.p.c., specificare la domanda formulata ed indicarne le ragioni giustificative, a garanzia del diritto di difesa di controparte ed al fine di porre il giudice nelle condizioni di valutare correttamente se ed in quale misura la pretesa agitata sia fondata.”
“L’omessa allegazione dei fatti posti a supporto della domanda fa venir meno il possibile oggetto di una contestazione da parte del convenuto.”


LA MESSA ALLA PROVA SUPERA IL VAGLIO DI COSTITUZIONALITA’

In attesa di più approfondita trattazione e commento, si dà notizia che l’ufficio stampa della Corte Costituzionale ha dato, in data 27 aprile 2018, comunicazione sul deposito delle motivazioni della sentenza relativa alla pronuncia del 21/02/2018, riguardante la presunta incostituzionalità dell’istituto della messa alla prova.

La questione era stata promossa dal Tribunale ordinario di Grosseto con ordinanza del 16 dicembre 2016. Segue il comunicato in versione integrale: “L’istituto della messa alla prova indenne il vaglio di legittimità introdotto dalla legge n.67 del 2014 costituzionale. Con la sentenza n. 91 depositata oggi (relatore Giorgio Lattanzi), la Corte costituzionale ha ritenuto che l’istituto in esame presenti aspetti che non sono riconducibili alle ordinarie categorie costituzionali penali e processuali, in quanto il suo carattere innovativo “segna un ribaltamento dei tradizionali sistemi di intervento sanzionatorio”, come già rilevato dalle sezioni unite della Cassazione con la sentenza 31 marzo 2016, n.36272.

Nel procedimento di messa alla prova manca infatti una condanna e “correlativamente manca un’attribuzione di colpevolezza dell’imputato”, il quale viene sottoposto, su sua richiesta, a un trattamento alternativo alla pena applicabile nel caso di un’eventuale condanna. Inoltre, anche l’esecuzione del trattamento è rimessa alla volontà dell’imputato, che può farla cessare in qualsiasi momento, facendo così
riprendere il procedimento penale.

Pertanto, la Corte costituzionale ha dichiarato che l’istituto in esame non viola, tra gli altri, gli articoli 27 e 25 della Costituzione, sotto il profilo, rispettivamente, della presunzione di non colpevolezza e della determinatezza del trattamento sanzionatorio.”

Salvatore Vergone

DETENUTI “SOSPESI”

Da anni la più autorevole dottrina professa la necessità del superamento del sistema penitenziario così come attualmente configurato, congelato nella centralità del carcere quale principale – se non unico – metodo di attuazione dei principi costituzionali relativi alla sanzione penale, espressi nell’articolo 27 della Costituzione.

Sistema che si è più volte rivelato essere fallimentare, non soltanto dal punto di vista etico, poiché, per come attuato, compromette plurimi diritti fondamentali che dovrebbero restare estranei alla restrizione carceraria, ma anche dal punto di vista dei risultati conseguiti, sia in termini di rieducazione dell’internato, di conciliazione con la persona offesa e di prevenzione di nuovi crimini.

In questo senso, è sufficiente ricordare i recenti studi sulla materia che evidenziano la significativa differenza di recidive tra i condannati che scontano l’intera pena negli istituti penitenziari rispetto a coloro che invece beneficiano di uno dei molteplici percorsi di pena alternativi, percorsi che, di fatto, non sempre sono pienamente valorizzati e utilizzati nelle loro effettive potenzialità all’interno delle aule di giustizia.

Più di una volta le condizioni delle carceri nazionali sono state oggetto di condanne da parte della Corte Edu, tanto imporre un obbligatorio ripensamento delle modalità di esecuzione della pena negli istituti penitenziari.

E’ nota la Sentenza Torreggiani, con la quale, la Corte, nel 2013, affrontando nello specifico il problema del “sovraffollamento carcerario”, ha sanzionato l’Italia per la violazione dell’articolo 3 della CEDU, rilavando, con parole che vale la pena richiamare, che tale articolo “pone a carico delle autorità un obbligo positivo che consiste nell’assicurare che ogni prigioniero sia detenuto in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana, che le modalità di esecuzione della misura non sottopongano l’interessato ad uno stato di sconforto né ad una prova d’intensità che ecceda l’inevitabile livello di sofferenza inerente alla detenzione e che, tenuto conto delle esigenze pratiche della reclusione, la salute e il benessere del detenuto siano assicurati adeguatamente”.

Nonostante nel periodo immediatamente successivo a tale sentenza sia stato possibile registrare, non soltanto a livello dottrinale, ma anche a livello legislativo, sia nazionale che sovranazionale, una maggiore presa di coscienza della problematiche tratteggiate, la piena soluzione delle stesse sembra ancora essere lontana.

Un importante passo in avanti è quello segnato dalla recente legge n. 103/2017, con la quale è stata concessa la delega al Governo per la riforma dell’ordinamento penitenziario, in un ottica di superamento di alcune delle criticità sopra evidenziate.

Il nuovo esecutivo dovrà quindi da subito misurarsi con il tema della tutela dei diritti fondamentali.

Gianlorenzo Franceschini

VENDESI CANNABIS

Con la recentissima sentenza n. 196 dell’8.1.2018, la sesta Sezione penale della Corte di Cassazione offre un interessante spunto interpretativo con riferimento al perimetro applicativo del delitto di istigazione a delinquere, disciplinato dall’art. 414 c.p., in riferimento alla messa in vendita attraverso il canale social Facebook di semi di cannabis indica.

Com’è noto, l’art. 414, comma 1, n.1) c.p. punisce “Chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più reati (…) per il solo fatto dell’istigazione: 1) con la reclusione da uno a cinque anni, se trattasi di istigazione a commettere delitti (…)”. La vicenda trae origine da un decreto di sequestro preventivo disposto dal Pubblico Ministero in relazione ad oltre 91.000 semi di cannabis indica, dépliant illustrativi e relativa dotazione per consentirne la concreta coltivazione che la persona sottoposta ad indagini preliminari aveva “offerto in vendita” attraverso il canale social Facebook.

Avverso l’ordinanza resa dal Tribunale del riesame, confermativa del provvedimento cautelare, il difensore dell’indagato interponeva ricorso per Cassazione, deducendo – quale unico motivo – l’erronea applicazione dell’art. 414 c.p. Nel rigettare il ricorso, il Supremo Consesso nomofilattico ha precisato, anzitutto, come – correttamente – la Corte territoriale avesse, in via preliminare (e sulla scorta di giurisprudenza consolidata: ex pluribus: Cass., SS. UU. Penali, sent. n. 47604 del 18.10.2012) escluso la ricorrenza della fattispecie prevista dall’art. 82 d.p.r. 309/1990 proprio valorizzando le modalità della condotta contestata, rappresentata dall’offerta in vendita di semi di piante dalle quali è ricavabile una sostanza drogante, accompagnata da precise indicazioni botaniche sulla coltivazione delle stesse. Parimenti, il Tribunale del riesame aveva fatto corretta applicazione dell’articolo 414 c.p. proprio in ragione delle modalità appena richiamate, atteso che, l’indagato – attraverso strumenti informatici di comunicazione e diffusione qual è il social Facebook, pacificamente inquadrato nell’àmbito della categoria dogmatica della “stampa o altro mezzo di propaganda” – aveva offerto in vendita semi di cannabis indica dai quali ricavare, attraverso esplicate indicazioni di coltivazione, un indeterminato quantitativo di sostanza drogante del tipo marijuana. Con ciò violando il disposto dell’art. 73, comma 1, del d.p.r. 309/1990 che, tra le varie declinazioni di condotta attiva del reato, punisce con la reclusione da sei a venti anni e con la multa da euro 26.000 a euro 260.000 “chiunque, senza l’autorizzazione di cui all’articolo 17, (…) offre o mette in vendita (…) per qualunque scopo sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alla tabella I prevista dall’articolo 14”.

Dott. Roberto Santoro