L’OSPEDALE DEGLI ORRORI

È di qualche giorno fa la notizia della scomparsa di Giuseppe Galea, 52 anni, avvenuta all’interno dell’ospedale di locri, volutamente scritto in minuscolo. Questo è il comunicato della famiglia:

“Tutto ha inizio il giorno di Santo Stefano. Giuseppe, che gode di ottima salute e conduce una vita regolare, accusa dolori al torace accompagnati da una forte tosse e da difficoltà a respirare. Accompagnato al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Locri, gli viene diagnosticata una broncopolmonite e, dopo essergli state prescritte le cure, Giuseppe viene dimesso. La notte tra il 23 e il 24 gennaio, ha una ricaduta. Nuova corsa al Pronto Soccorso dove gli vengono somministrate quattro flebo. Il mattino successivo viene sottoposto a una radiografia al torace, da cui si evince che la tosse che lo infastidisce è causata da una polmonite vera e propria che richiede l’immediato ricovero. Il 27 gennaio Giuseppe viene spostato in una stanza singola, dopo aver eseguito una tac, con la motivazione che “avrebbe dovuto rimanere isolato poiché affetto da tubercolosi”. Qualche giorno dopo, visionando nuovamente la Tac, un medico del reparto ci riferisce che Giuseppe potrebbe essere affetto da alveolite polmonare. Per essere certi della diagnosi, gli vengono prelevati muchi e sangue per inviarli in un centro a Lamezia Terme, dove sarebbero stati sottoposti a esami specifici che sarebbero stati comunicati. Attraverso una telefonata al centro di Lamezia, avvenuta pochi giorni dopo, si ribadisce che Giuseppe non sia affetto da tubercolosi; non viene, tuttavia, indicata una diagnosi esatta, quindi si richiedevano ulteriori indagini. Nel frattempo, a Giuseppe continua ad essere somministrato un mix di farmaci potentissimi, circa 14 flebo al giorno.

La mattina di domenica 4 febbraio, Carlo, il fratello si reca in ospedale e non viene riconosciuto da Giuseppe che lo scambia per la moglie. Inoltre, Giuseppe, dichiara di vedere nella stanza persone non presenti, tra cui il figlio che si trova a Torino. Carlo avverte il medico di turno che lo tranquillizza aggiungendo che nel corso di 10 giorni il fratello si sarebbe ristabilito e sarebbe stato dimesso. Alle 16 Giuseppe viene trasferito in Rianimazione. Alle 18 lo incontriamo e sembra stare meglio ma ci avvertono che sarebbero dovute trascorrere 48 ore per considerarlo fuori pericolo. Alle 21.30 Giuseppe esalava l’ultimo respiro. Chiediamo chiarimenti ai medici di Rianimazione e ci sentiamo dire che dalla Tac effettuata il 26 gennaio era emerso che Giuseppe aveva un solo polmone, un’anomalia di cui non eravamo a conoscenza.

Benché ancora sotto shock, con l’ausilio dell’avvocato Antonio Ricupero ci siamo rivolti alla Procura di Locri che ha già messo in moto la macchina delle indagini ponendo sotto sequestro la cartella clinica di Giuseppe.”

LA CONDOTTA DI DAZIONE O PROMESSA DI DANARO NON INTEGRA IL REATO DI PROSTITUZIONE MINORILE SE RIENTRA NEL PIANO DI ADESCAMENTO DEL MINORE

La condotta di dazione o promessa di danaro nei confronti di un minore di età compresa tra i quindici e i diciotto anni in cambio di prestazioni sessuali, integra nel nostro ordinamento il reato di prostituzione minorile, disciplinato all’art. 600-bis comma 2 c.p.

Nelle ipotesi tuttavia in cui tale condotta non rientri nel preciso schema “do ut des”, nel quale il danaro è il mezzo di ottenimento del consenso del minore, la fattispecie criminosa cambia volto. Si pensi ad un uomo che si apposta all’uscita di una scuola per poi avvicinare un ragazzo ed invitarlo a salire in macchina; durante il viaggio inizia a parlare di sé, in modo accattivante e scherzoso, passando progressivamente alla raccolta di informazioni sul ragazzo e introducendo argomenti sempre più intimi, accennando tra le altre cose al pagamento di somme di danaro in cambio di “massaggi”. Arrivati in un parcheggio, l’uomo convince il ragazzo a compiere un atto sessuale. In questo preciso caso, è sempre applicabile il 600-bis comma 2?

La Suprema Corte, individuando il diverso e più specifico contesto in cui tale condotta si palesa, prevede che “condotte caratterizzate da modalità induttive, ovvero da comportamenti positivi, consistenti nell’esercizio di una subdola attività di persuasione e di pressione, realizzate approfittando di una condizione di inferiorità psichica o fisica tale da viziare il consenso prestato dalla persona offesa, integrano la fattispecie di cui all’art. 609-bis comma 2 n. 1.” (Sent.Cass. n. 38787/2015)

La Cassazione dunque, invitata a pronunciarsi sul caso, ed avendo tenuto in considerazione che, al termine dell’incontro l’uomo offre nuovamente venti euro al ragazzo, il quale li rifiuta, esclude che la condotta integri il reato di cui all’art. 600-bis. La promessa di danaro, rientrando nel subdolo piano di adescamento, integra invece la più grave fattispecie di reato di violenza sessuale, disciplinata all’art. 609-bis comma 2 n. 1 c.p.

La giurisprudenza di legittimità inoltre, ha recentemente ricostruito le condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto, definendola in termini di “una situazione personale riferibile ad una condizione particolare di vulnerabilità connessa ad una situazione ambientale, familiare o relazionale tale da incidere sulla formazione del consenso”. (Sent. Cass. n. 52041/2016).

La presenza di una situazione personale di inferiorità psichica tale da rappresentare terreno fertile per l’espletamento di una pedante azione persuasiva finalizzata a viziare il consenso del minore dunque, integra la violenza sessuale, ed assorbe la condotta di dazione o promessa di danaro, che entra in questo ambito a far parte del più ampio progetto criminoso.

Chiara Bellini

PRINCIPIO DI LEGALITA’ VS CRIMINI DI GUERRA: DA NORMIBERGA AL SUICIDIO DI SLOBODAN PRALJAK.

L’AJA – Ha ascoltato il verdetto emesso nei suoi confronti dal Tribunale Penale
Internazionale per l’Ex Jugoslavia e, dopo aver gridato agli astanti “non sono un
criminale!”, ha ingoiato un veleno. Ha scelto di morire così Slobodan Praljak,
stoicamente, emulando un gesto che in origine fu di Socrate.
Praljak era imputato per i crimini commessi contro la popolazione musulmana della
città di Mostar e per questo condannato a 20 anni di prigione.
Tralasciando l’opportunità o meno del gesto e delle relative modalità di esecuzione,
non si può non affrontare il problema della legittimità o meno della condanna in
oggetto, nonché di tutte le condanne inflitte da Tribunali ad hoc e dei Tribunali stessi.
Il problema si pone nel momento in cui si invoca l’applicazione del principio di legalità
ed in particolare il brocardo nullum crimen sine lege praevia, il quale impone di non
poter condannare nessuno per un crimine commesso prima dell’entrata in vigore della
legge che lo punisce, né da una istituzione non esistente al momento della commissione
del fatto.
Ed in effetti il vero “mostro” processuale generato da Norimberga ed in genere dai
Tribunali istituiti per condannare i criminali di guerra consiste nell’aver condannato gli
imputati per fatti commessi in esecuzione di leggi od ordini.
Questo articolo, naturalmente, non è un’apologia dei vari genocidi (da condannare
duramente ed incondizionatamente) ma si deve comunque riflettere sul fatto che i
responsabili siano stati condannati per aver applicato le leggi all’epoca vigenti!
Naturalmente si trattava di leggi abominevoli, ma pur sempre di leggi.
E’ proprio su questo handicap che si fondano i principali dibattiti: la difesa si appella
all’osservanza delle leggi vigenti e dell’ordinamento giuridico costituito del tempo;
l’accusa, invece, invoca una visione giusnaturalistica, in base alla quale individuare nei
crimini nazisti un peccato totale, sia contro lo spirito che contro la morale.
Un altro problema strettamente collegato al primo è quello della mancanza di un codice
penale internazionale, contenente norme sanzionatorie e figure di reato omogenee. Le
uniche norme direttamente applicabili e valide più o meno in modo omogeneo sono
quelle derivanti da convenzioni internazionali, ma sono evidentemente insufficienti.
Rispetto a Norimberga, il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia è stato
anche accusato di essere un tribunale interamente manovrato dagli Stati Uniti e,
dunque, di aver voluto colpire prevalentemente l’etnia serba.
Alla luce di tali considerazioni, è “giusta” la condanna di questi criminali? Si badi bene,
il significato da attribuire al termine “giusta” è quello etimologico derivante dal
latino. iustum, ius iuris, ossia “secondo diritto”.
L’escamotage utilizzato per superare le enormi lacune e discordanze testé evidenziate
è stato quello di prevedere che il tribunale debba applicare il diritto umanitario
internazionale, che, essendo parte del diritto consuetudinario, aggira il problema della non aderenza di tutti gli Stati alle specifiche convenzioni. Legittima o meno che sia la soluzione utilizzata, resta comunque l’imbarazzo di istituzioni internazionali che, nel lodevole proposito di condannare e punire pazzi criminali che hanno commesso indicibili atrocità, inciampano nella violazione di un principio posto alla base di qualsiasi sistema penale democratico.

Avv. Sofia Forciniti

Il fenomeno del “whistleblowing” in Italia.

L’art. 1, comma 51, della legge 190 del 2012 (cd. legge anticorruzione) ha inserito un nuovo articolo, il 54 bis, nell’ambito del d.lgs. 165 del 2001, rubricato “tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti”, in virtù del quale è stata introdotta nel nostro ordinamento una misura finalizzata a favorire l’emersione di fattispecie di illecito, nota come whistleblowing, vale a dire la segnalazione di attività illecite nell’amministrazione pubblica o in aziende private, da parte del dipendente che ne sia venuto a conoscenza per ragioni di lavoro.

Tre sono i punti più importanti:

1) L’articolo 1 modifica l’articolo 54-bis del Testo unico del pubblico impiego (Dlgs n. 165 del 2001), introdotto dalla legge Severino che aveva già accordato un prima forma di tutela per il segnalante, prevedendo un vero e proprio sistema di garanzie per il dipendente. Il nuovo regime stabilisce che colui il quale segnali al dirigente responsabile della prevenzione della corruzione o all’Autorità nazionale anticorruzione o ancora all’autorità giudiziaria ordinaria le condotte illecite o di abuso di cui sia venuto a conoscenza, non possa essere,per motivi collegati alla segnalazione, soggetto a sanzioni, demansionato, licenziamento o trasferimento.

L’eventuale adozione di misure discriminatorie va comunicata dall’interessato o dai sindacati all’Anac che a sua volta ne dà comunicazione al Dipartimento della funzione pubblica e agli altri organismi di garanzia. L’Anac può irrogare una sanzione amministrativa pecuniaria a carico del responsabile da 5.000 a 30.000 euro; inoltre, l’Anac applica la sanzione da 10.000 a 50.000 euro a carico del responsabile che non svolga le attività di verifica e analisi delle segnalazioni ricevute.

L’amministrazione ha poi l’onere di provare che le misure discriminatorie o ritorsive sono motivate da ragioni estranee alla segnalazione. Il segnalante licenziato ha diritto al reintegro nel posto di lavoro e al risarcimento del danno.

2) L’articolo 2 estende al settore privato la tutela del dipendente o collaboratore che segnali illeciti o violazioni relative al modello di organizzazione e gestione dell’ente di cui sia venuto a conoscenza per ragioni del suo ufficio. La disposizione dunque modifica l’articolo 6 del d.lgs. 231 del 2001 sulla “Responsabilità amministrativa degli enti”, con riguardo ai modelli di organizzazione e di gestione dell’ente idonei a prevenire reati. In relazione ai requisiti dei modelli di organizzazione e gestione dell’ente si prevedono uno o più canali che, a tutela dell’integrità dell’ente, consentano a coloro che, a qualsiasi titolo rappresentino o dirigano l’ente, segnalino condotte costituenti reati o violazioni del modello di organizzazione e gestione dell’ente, di cui siano venuti a conoscenza in ragione delle funzioni svolte, garantendo la riservatezza dell’identità del segnalante. I modelli di organizzazione devono prevedere sanzioni disciplinari nei confronti di chi violi le misure di tutela del segnalante.

3) L’articolo 3, riguarda le ipotesi di segnalazione o denuncia effettuate nel settore pubblico o privato e introduce come giusta causa di rivelazione del segreto d’ufficio, professionale, scientifico, industriale nonché di violazione dell’obbligo di fedeltà all’imprenditore, il perseguimento, da parte del dipendente pubblico o privato che segnali illeciti, dell’interesse all’integrità delle amministrazioni nonché alla prevenzione e alla repressione delle malversazioni. La giusta causa opera dunque come scriminante mentre costituisce violazione dell’obbligo di segreto la rivelazione con modalità eccedenti rispetto alle finalità dell’eliminazione dell’illecito. Non trova qui applicazione la giusta causa e sussiste la fattispecie di reato a tutela del segreto.

Dott. Mirko Buonasperanza

Immissioni del vicino

L’art. 674 del codice penale punisce chiunque getti o versi, in un luogo pubblico o privato ma di comune o altrui uso, cose atte ad offendere o imbrattare o molestare persone, ovvero provochi emissioni di gas, di vapori o di fumo atti a cagionare tali effetti. La sanzione prevista in questi casi è una ammenda del valore non superiore a 206 euro e, nei casi più gravi, l’arresto fino ad un mese. Il codice civile, all’art. 844, aggiunge, inoltre, che nessun proprietario di fondo può impedire le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti, provenienti dal fondo vicino, se non superano la normale tollerabilità, tenendo in considerazione la condizione dei luoghi.

Dunque da queste due norme si evince che il superamento del limite di tollerabilità, relativamente alle emissioni, sopra citate da parte di un vicino di casa, può comportare responsabilità a carico di questo.

Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 14467 del 2017, aggiunge particolari elementi di novità a tali disposizioni: per la prima volta, infatti, la Cassazione ha contemplato tra le emissioni olfattive vietate, anche la puzza di fritto o di cibi particolarmente elaborati, sempre superiori al limite della normale tollerabilità e solo a condizione che siano capaci di molestare fortemente le persone. Si configurerebbe in questo caso, secondo la suprema Corte, il reato di molestia olfattiva, punibile su iniziativa del vicino tramite querela.

Toccherà al giudice, di volta in volta, stabilire se sia possibile configurare una ipotesi di reato e se siano stati superati i limiti di tollerabilità, sulla base dell’entità dell’odore, della durata, dell’ora in cui si propaga e della sua capacità di penetrazione nell’appartamento. Sarà configurabile anche un risarcimento del danno, nel caso in cui l’odore sia così potente da sporcare i muri, le tende e i mobili dell’abitazione vicina.

Come detto, il vicino di casa che si ritiene molestato dalle emissioni, deve sporgere querela al giudice: le indagini dureranno sei mesi, con possibilità di proroga fino ad un anno. Il giudice potrà fondare il suo convincimento sugli elementi probatori a sua disposizione, senza necessità di perizia tecnica, ma anche valendosi della testimonianza dei vicini di casa, che potrebbero a loro volta, chiedere risarcimento se hanno subito gli stessi o simili danni. La legge, generalmente, ritiene tale fattispecie di reato tenue e difficilmente si arriverà all’arresto del soggetto: ci si limiterà ad applicare un risarcimento danno a carico del responsabile, qualora vi siano i presupposti.

Dott. Marcello Cecchino

RICORSO CEDU: ESTREMA FORMA DI TUTELA GIURISDIZIONALE PER I CITTADINI EUROPEI.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è stata istituita nel 1959 dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950, ma, nonostante vi aderiscano tutti i membri del Consiglio d’Europa, non è un’istituzione dell’Unione Europea.
La Corte esercita la propria tutela giurisdizionale nei confronti persona fisica, organizzazione non governativa o gruppi di privati che ritengano di essere vittima di una violazione da parte dello Stato di uno dei diritti riconosciuti dalle varie Convenzioni.
In particolare, il più importante documento che riconosce e tutela i diritti inviolabili da parte di ciascuno Stato è la Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo, all’interno della quale spiccano il diritto alla vita, il divieto di tortura, il divieto di schiavitù e dei lavori forzati, il diritto alla libertà e alla sicurezza; il diritto ad un equo processo, il principio del nullum crimen sine lege, il diritto al rispetto della vita privata e familiare, le libertà di pensiero, coscienza, religione, espressione, riunione e associazione, il diritto di sposarsi, il diritto ad un ricorso effettivo davanti ad un’istanza nazionale, il divieto di discriminazione, il divieto di abuso dei diritti, etc.
Il ricorso in Corte di Giustizia non è sempre attivabile, costituendo, bensì, una sorta di extrema ratio, uno strumento utilizzabile solo dopo che siano state esaurite tutte le forme di ricorso nazionali e, in ogni caso, entro e non oltre sei mesi dal giorno della decisione definitiva assunta dall’autorità nazionale. Naturalmente questa regola subisce un’eccezione quando si tratta di denuncia per eccessiva durata della procedura, per la quale le regole temporali testé citate non hanno effetto.
Passando, adesso, alle modalità di presentazione del ricorso, la ratio è quella di rendere lo strumento accessibile a tutti, almeno in via teorica; di conseguenza la Convenzione prevede l’invio di una lettera informale a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno da parte del diretto interessato, anche senza l’assistenza di un avvocato.
Detta lettera può essere scritta nella lingua madre del ricorrente o in qualsiasi lingua ufficiale dell’Unione e deve contenere l’indicazione dei diritti garantiti dalla Convenzione che si ritengono violati dallo Stato, nonché l’indicazione delle decisioni della pubblica autorità che hanno danneggiato il ricorrente, comprensive di data e nome dell’autorità che le ha emesse ed eventuali fotocopie di documenti che si intendono allegare.
Prima di statuire nel merito, la Corte deve decidere se dichiarare il ricorso ricevibile o meno; qualora il ricorso venga dichiarato tale, è necessaria la nomina di un avvocato e
la lingua da utilizzare nel prosieguo del procedimento deve essere l’inglese od il francese, a meno che il ricorrente, richiedendolo, non sia autorizzato a proseguire nella lingua in cui ha proposto il ricorso.
Esaminato il ricorso, la Corte si pronuncia sul merito. Se ad emettere la sentenza è una delle Camere della Corte, la pronuncia è ricorribile nel termine di 3 mesi; se, invece, viene emessa dalla Gran Camera, la statuizione è definitiva ab origine.
Per quanto riguarda, infine, il contenuto della statuizione, la Corte di Giustizia può stabilire un risarcimento dei danni materiali e morali subiti dal ricorrente, attraverso la disposizione di “un’equa soddisfazione alla parte lesa” posta a carico del Paese che sia stato condannato per aver violato uno dei diritti sancito nella Convenzione.
E’ bene sottolineare come, purtroppo, sebbene il ricorso in Corte di Giustizia non imponga particolari formalismi od ostacoli, in realtà è un mezzo ancora raramente utilizzato dai cittadini italiani per far valere i propri diritti nei confronti del nostro Stato.

 

Avv. Sofia Forciniti

Il processo penale minorile e le sue peculiarità

Il processo penale minorile è un processo a sé stante, ovvero si tratta di un processo che, considerata la particolarità della questione inerente l’età degli imputati, prevede punti di specialità, sia per quanto riguarda la personalità, sia per quanto riguarda le esigenze rieducative del minorenne.

Gli organi adibiti al procedimento per i minorenni sono: il Procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni, il giudice per le indagini preliminari presso il tribunale dei minorenni, il tribunale per i minorenni, il procuratore generale presso la corte d’appello, la sezione della corte d’appello per i minorenni, il magistrato di sorveglianza per i minorenni.

La competenza è del tribunale per i minorenni, quindi, per i soggetti che non hanno ancora compiuto i diciotto anni. L’esercizio dell’azione penale spetta al pubblico ministero presso il tribunale dei minorenni dove dimora il minore all’inizio del procedimento stesso. All’interno della Procura della Repubblica di ciascun tribunale, infatti, vi è una sezione specializzata di polizia giudiziaria, alla quale è assegnato personale dotato di specifiche attitudini e preparazione. A testimonianza della specialità del procedimento l’autorità giudiziaria si avvale dell’ausilio dei servizi sociali. La notifica dell’informazione di garanzia va notificata a pena di nullità a chi ha la potestà genitoriale sul minore. L’articolo del codice predispone l’accertamento sull’età del minore quando vi è incertezza, o quando, anche dopo la perizia, vi sia ancora incertezza sullo stesso. Di fondamentale importanza è il divieto di richiedere azioni di risarcimento civile all’interno di questi processi, con l’assenza quindi della parte civile all’interno del procedimento.

Il minorenne può essere subito rilasciato, se il fatto non sussiste o se, durante le indagini preliminari, non siano state raccolte prove tali da consentirne l’arresto, oppure ancora per estinzione della pena.

Nel caso in cui la pena sia non superiore a due anni il giudice può decidere la sostituzione della stessa con semidetenzione o libertà vigilata.

Il codice, considerata l’età del minore, afferma che l’assistenza affettiva dei genitori mai può venire a mancare cosi come quella dei servizi sociali e, sempre per la sua tutela, vi è il divieto di divulgazione o immagini che possono essere utili a riconoscerlo. L’arresto è consentito quando vi è flagranza di reato, cosi come ne è consentito il fermo, ma, avvenuto ciò, bisogna che ne sia data immediata notizia al pubblico ministero nonché all’esercente della potestà genitoriale, subito dopo, condotto presso un centro di prima accoglienza, che ne sia data liberazione immediata quando ve ne siano i requisiti.

L’importanza dell’articolo 21 sta nel fatto che può essere consentito al minore di rimanere nella propria casa a patto che questo sia utile per la sua rieducazione, salvo diversa disposizione, il minore può essere accompagnato in una comunità.

La custodia cautelare può essere applicata in presenza di delitti non colposi per la quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o una pena detentiva fino a nove anni, oltre che per i casi di violenza carnale; quando l’imputato può fuggire; o per pericolo che possa compiere lo stesso reato.

L’udienza preliminare si svolge nell’attenzione massima del minore. Può esserne richiesto infatti il suo allontanamento quando vi siano discussioni inerenti la sua personalità, con udienza preliminare che si svolge sempre a porte chiuse, a meno che la pubblicità sia nel totale interesse dell’imputato. La sentenza, che rispecchia quelle canoniche del procedimento penale per i soggetti maggiorenni, prevede il ricorso in appello che prevede gli stessi termini del processo penale dagli anni 18 .

Dott. Alessandro Pagliuca

Discordanze maledette

26 novembre 2013: Andrei Talpis, di origine moldava, litiga furiosamente e per l’ennesima volta con la moglie Elisaveta nella loro casa di Remanzacco (Udine) e per l’ennesima volta il figlio della coppia si mette in mezzo ai due per difendere la madre dall’eccesso d’ira del padre. Le parole volano, le mani anche, un coltello finisce nelle mani di Andrei Talpis e un fendente uccide il figlio adottivo.

L’uomo, oltre che accusato per tentato omicidio della moglie, viene giustamente accusato per l’omicidio del figlio ma recentemente la massima Corte ha affermato che all’uomo non può essere concesso l’ergastolo per l’uccisione del figlio perché manca la consanguineità con il ragazzo diciannovenne, infatti il giovane era stato adottato dalla coppia quando ancora bambino in Moldavia.

Sul caso si è acceso un polverone, proprio per la stranezza della scelta dei giudici della Cassazione.

L’Italia era stata già condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per lo stesso caso per la cifra di 30.000,00 Euro a vantaggio della moglie le cui richieste di aiuto erano rimaste inascoltate e cadute nel vuoto; insomma, uno dei casi in cui le istituzioni non avrebbero ascoltato il grido disperato della donna e la situazione è precipitata terminando con un esito catastrofico.

Tuttavia la cosa ancor più destabilizzante è che, dopo la sentenza appena citata della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la l.219/2012 la quale ha apportato una significativa riforma in ambito civilistico (modificando l’art. 74 c.c.) dato che ha parificato la condizione di figlio naturale a quella di figlio adottivo, il nostro Legislatore non si è mai attivato per colmare, a questo punto, la lacuna rimasta nel codice penale, il quale continua a mantenere in vigore la differenza tra i figli.

Nel caso di specie, Talpis era stato condannato dal Giudice dell’Udienza Preliminare (GUP) di Udine nel 2015, con conferma della condanna da parte della Corte d’assise d’appello di Trieste nel 2016.

La Suprema corte ha disposto anche la trasmissione degli atti alla Corte d’assise d’appello di Venezia per quantificare la pena, che non potrà essere inferiore a 16 anni di reclusione.

Dietro la magra consolazione dei 16 anni di carcere per l’assassino si spera che il legislatore intervenga al più presto per colmare questo gap tra legislazione civile e penale.

 

Alberto Lanzetti

Spegni quello stereo!

Caso tipico: i genitori vanno via per il weekend e i figli organizzano una festa a casa con amici. Non è una vera festa se ad una certa ora non si sente bussare con una scopa sulla parete che divide l’appartamento in cui ci si trova con quello del famigerato vicino di casa. Per non parlare poi dei bambini che a mezzanotte giocano ancora a correre per il corridoio gridando o facendo scorrere delle pesanti biglie sul pavimento disturbano il sonno leggero del condomino del piano di sotto.

La maggior parte delle volte tutte queste situazioni finiscono o con la suddetta scopa o alla peggio con il campanello che suona e con il nostro vicino che ci farà una ramanzina in pigiama e ciabatte, ma alle volte potrà succedere che le cose vadano per le lunghe e ciò vuol dire solo una cosa: Tribunale.

Tuttavia alle volte non ci si accontenta del semplice risarcimento del danno che il giudice civile potrebbe anche riconoscere analizzando il caso specifico, bensì si punta in alto e si mira all’art. 659 c.p. il quale prevede che chiunque, mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche, ovvero suscitando o non impedendo strepiti di animali, disturba le occupazioni o il riposo delle persone, ovvero gli spettacoli, i ritrovi o i trattenimenti pubblici, è punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a euro 309.

Faccio fatica ad immaginare che una banale lite condominiale possa finire addirittura di fronte al giudice penale, ma può succedere, tuttavia bisogna specificare le opinioni della Cassazione (sì, si è pronunciata anche lei al riguardo): “in relazione a rumori e schiamazzi all’interno di edificio non ricorre il reato di cui all’art. 659 c.p. allorquando i rumori arrechino disturbo ai soli vicini occupanti un appartamento limitrofo, all’interno del quale sono percepiti, e non ad altri soggetti abitanti nel condominio cui è inserita detta abitazione ovvero trovantisi nelle zone circostanti, non producendosi, in tali ipotesi, il disturbo, effettivo o potenziale, della tranquillità di un numero indeterminato di soggetti, ma soltanto di quella di definite persone, sicché il fatto, se del caso, può costituire illecito civile, come tale fonte di risarcimento di danno, ma giammai assurgere a violazione penalmente sanzionabile (Cass. n. 1406/1997; Cass. n. 45616/2013; Cass. n. 23529/2014), anche se in concreto soltanto alcune persone se ne possano lamentare: Cass.. n. 47298/2011”.

In particolare il reato è stato ritenuto configurato nella condotta di un condomino particolarmente indisciplinato che teneva il volume della televisione troppo alto, producendo una tale quantità di rumore che permetteva di essere sentito fino in strada data anche la tarda ora della notte. Invece non si è configurato il reato nel caso dei bambini che giocavano con le biglie disturbando il sonno dell’inquilino del piano inferiore, proprio perché il disturbo qui arrecato è limitato solo all’inquilino di un appartamento limitrofo e, quindi, qua ci saranno gli estremi solo di un risarcimento in sede civile accertata la natura del comportamento e le modalità di queste.

In più con queste sentenze la Cassazione ha tenuto a specificare anche che le delibere condominiali adottate in contrasto con un diritto soggettivo di uno dei condomini sono irrimediabilmente nulle: si pensi al caso del condomino costretto a subire il passaggio di motoveicoli a motore acceso sotto la sua finestra che violerebbero il diritto alla salute dell’occupante l’abitazione per l’elevato livello di smog ed inquinamento che si verrebbe a prodursi.

E adesso: “shhhh, abbassate il volume!”

 

Alberto Lanzetti

“Voglio solo lavorare tranquillo”

Gli incidenti sul posto di lavoro sono molto ricorrenti e le conseguenze possono essere molteplici: dall’infortunio meno grave, fino a quelli più gravi che causano anche handicap permanenti, se non addirittura la morte.

Il numero di tali incidenti non accenna a diminuire: secondo l’Osservatorio Indipendente di Bologna sugli infortuni sul lavoro e sulle malattie professionali le morti sul lavoro nel 2016 ammontano a 641. Il settore agricolo è quello dove si paga il prezzo maggiore, infatti, è qui che vi si trova il 31% di tutte le morti sui posti di lavoro. Subito dopo si trovano il settore edilizio con il 19,6%, l’autotrasporto con il 9,3% e l’industria con l’8,2%. Infine ci sono tutti gli infortuni di coloro che hanno una partita IVA, i quali non sono stati tenuti in conto nella statistica, ma che ci sono e ancora tutti gli infortuni dei lavoratori c.d. “in nero”, i quali, per ovvie ragioni, non sono stati calcolati.

Il Governo si è deciso di prendere provvedimenti ed introdurre i nuovi artt.589-quater e 590-quinquies, rispettivamente rubricati “omicidio sul lavoro” e “lesioni personali sul lavoro gravi o gravissime”.

I progetti sono stati presentati sulla falsariga di quello che, poi, si è concretizzato con la l.41/2016 per l’omicidio stradale. Si è ritenuto che introdurre questi reati fosse necessario, in quanto l’intervento apportato in materia con la l. 125/2008, “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica”, non è stato ritenuto sufficiente.

Giovanni Barozzino, parlamentare che ha presentato il progetto, ha ritenuto che si dovessero prendere provvedimenti per infliggere una “punizione più severa nei confronti di chi sul lavoro cagiona la morte di vittime innocenti, per distrazione, disinteresse, o peggio per un’assoluta non curanza delle normative sul lavoro dimostrando di dare la precedenza ad altri interessi e valori rispetto alla tutela massima della vita umana in ogni manifestazione sociale”.

Il reato di cui al 589-quater punisce con la reclusione da 2 a 7 anni l’omicidio commesso in violazione delle norme sugli infortuni sul lavoro e sulle malattie professionali. Inoltre il datore di lavoro deve preoccuparsi della nomina di un responsabile della sicurezza e della prevenzione, pena un inasprimento della pena.

Il 590-quinquies, invece, prevede la reclusione da 3 mesi a 1 anno per le lesioni gravi e da uno a tre anni per le lesioni gravissime. La pena viene aggravata se il datore di lavoro abbia causato lesioni personali al lavoratore se non ha adempiuto alla valutazione di tutti i rischi o non ha designato un responsabile del servizio di prevenzione e protezioni.

Con l’introduzione di nuove fattispecie criminali si spera di acuire la punizione di quei datori di lavoro che omettono di prendere le dovute precauzioni sul posto di lavoro e cercare di, almeno, far scendere quei dati che sono sempre più spaventosi.

 

Alberto Lanzetti