Verità “Sulla mia pelle”

Da quando il film “Sulla mia pelle” è stato presentato a Venezia, la cronaca nazionale e le riviste di settore hanno speso encomi per la magistrale interpretazione del protagonista Alessandro Borghi e per la regia di Alessio Cremonini. Per spirito d’informazione, sempre tali riviste si sono sentite in dovere, legittimo, di fornire una rappresentazione (quantomeno sommaria) dei fatti accaduti quella sera. Noi, come rivista che intende analizzare gli aspetti più puramente di diritto e attinenti alla realtà dei fatti, così come rappresentata dagli atti processuali, non possiamo basarci sulla cronaca dei rotocalchi ed ancor più non possiamo, e non dobbiamo, indirizzare il lettore ad un’unica lettura della realtà conforme al nostro pensiero personale. Il fine di questo articolo è fornire al lettore gli elementi necessari per distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato secondo la propria visione della giustizia, tenendo sempre presente i principi di diritto positivi e naturali. Con queste doverose premesse, si procederà ad una comparazione dei fatti di quella notte così come raccontati nella pellicola, con quelli fornitici dagli atti processuali.

I FATTI

Roma, 15 ottobre 2009, un ragazzo 32enne che corrisponde al nome di Stefano Cucchi viene fermato, colto nell’atto di cedere ad un altro soggetto una serie di confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Successivamente viene condotto in caserma. Durante la perquisizione vengono rinvenuti addosso al ragazzo 21 grammi di hashish, tre dosi di cocaina, una pasticca di sostanza inerte e una di un medicinale.
Il ragazzo, che al momento dei fatti pesava 43 kg per 1,62 cm di altezza viene sottoposto a regime di custodia cautelare.
Il giorno seguente Stefano viene processato per direttissima e accusato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. L’imputato, secondo quanto emerge da una registrazione dell’udienza, si dichiara innocente per il capo d’accusa di “spaccio” e si dichiara colpevole per l’addebito di “detenzione”, specificandone l’uso personale. Già durante l’udienza appaiono evidenti delle ecchimosi sul viso e difficoltà nel parlare.

Tuttavia il giudice dispone il rinvio a giudizio, fissando l’udienza per il 13 novembre 2009, stabilendo inoltre la perdurata della permanenza di Cucchi nel carcere di Regina Coeli, carcere che, a differenza di Re Bibbia, viene utilizzato per le misure cautelari.
A seguito del trasporto nella struttura carceraria, le condizioni fisiche iniziano a peggiorare e durante una visita all’ospedale Fatebenefratelli vengono  messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (inclusa una frattura della mascella), all’addome (inclusa un’emorragia alla vescica) e al torace (incluse due fratture alla colonna vertebrale).
Le condizioni di Stefano si aggravarono in maniera molto celere, peggioramento che obbliga il trasporto alla struttura medico-carceraria Sandro Pertini il 17 ottobre.
Stefano Cucchi muore il 22 ottobre 2009, al momento del decesso il ragazzo pesa 27 kg.

L’obiettivo del regista è quello di focalizzare l’attenzione dello spettatore sull’ultima settimana di vita del Cucchi, ultima settimana che corrisponde alla sua incarcerazione, la scena saliente attorno alla quale ruota lo svolgimento del film si rinviene quando, immediatamente dopo l’arresto e la perquisizione a casa dei genitori, il Cucchi viene condotto in una stanza all’interno della caserma. Ciò che avviene all’interno di questa stanza è volontariamente omesso dal regista, il quale si limita ad un fermo immagine di un paio di secondi con l’intento di indurre lo spettatore a pensare che sia successo qualcosa all’interno, tuttavia la totale assenza di audio non mira ad indirizzare colui che guarda ad un’unica conclusione. Conclusione che si trae però nel fotogramma successivo in cui un primo piano al volto dell’attore Alessandro Borghi fa emergere la presenza di evidenti lividi sul viso e nelle scene successive si noterà come essi non siano gli unici, essendo inoltre presenti lividi nella zona addominale e lombare. Da lì in avanti, viene seguito tappa per tappa il movimento dell’imputato attraverso le varie strutture, sia mediche che carcerarie fino al fatale esito.

Il film si propone come un documentario e non come una rappresentazione soggettiva di quanto avvenuto in quei giorni, lo stesso regista e gli sceneggiatori hanno spulciato più di 10.000 pagine di verbali per rendere il più possibile reale ed attinente alla realtà il lungometraggio. Il protagonista, Alessandro Borghi, in una dichiarazione rilasciata a Netflix, piattaforma multimediale sulla quale il film è stato distribuito, ha apertamente dichiarato che l’intento del film è quello di far si che ognuno “riesca a farsi un’idea con i mezzi e gli strumenti che sono stati messi a disposizione”. Il racconto del reale non costringe nessuno a prendere una posizione, perché non vi sono due teorie opposte, non vi è un racconto in prima persona da parte della vittima o da parte delle guardie. Il film è una ricostruzione di eventi così come emersi dagli atti processuali, atti che in uno stato di diritto quantomeno dovrebbero rappresentare la cosa più vicina alla realtà dei fatti.

ghbmhnjLE INDAGINI E LA RESPONSABILITA

Ad oggi, a quasi nove anni dalla scomparsa di Stefano Cucchi, il processo per far luce sulle reali cause della morte di Stefano, non è ancora arrivato a conclusione. L’iter legale ha visto emergere dapprima una responsabilità delle guardie carcerarie, accusate di omicidio preterintenzionale e successivamente quella di omicidio colposo, falso ideologico, abuso d’ufficio e abbandono di incapace ai medici dell’ospedale Sandro Pertini. Il primo processo si concluse nel 2015 con il parziale annullamento della sentenza di appello, che aveva visto l’assoluzione dell’equipe medica, assolvendo per ogni capo di accusa gli agenti di polizia penitenziaria. Venne successivamente aperte una seconda inchiesta per fare ulteriore chiarezza sui reali interpreti intervenuti la note tra il 15 e il 16 ottobre, l’inchiesta portò all’iscrizione nel registro degli indagati di militari all’epoca presenti all’interno della caserma con l’accusa di favoreggiamento e falsa testimonianza. Il 10 luglio 2017 i cinque militari sono stati rinviati a giudizio per omicidio preterintenzionale, calunnia e falso in atto pubblico.

Aldilà di ogni commento in merito alla vicenda, la cosa più importante che bisogna andare ad analizzare in queste situazioni qua è come, nonostante l’art. 27 comma 2 e 3 della Costituzione reciti che “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” la condizione mediatica di colui che per la prima volta attraversa le porte del carcere è irrimediabilmente irreversibile. Nell’opinione pubblica e soprattutto all’interno delle strutture carcerarie, il pregiudizio nei confronti delle persone in attesa di giudizio è pari a quello delle persone che stanno scontando la pena, senza alcuna distinzione tra le due figure, ma ponendoli entrambi sullo stesso piano, senza aspettare che la giustizia faccia il suo corso e si pronunci sulla colpevolezza o meno di una persona. Un altro aspetto che molto spesso non viene adeguatamente considerato è quello della funzione rieducativa della pena. Il nostro sistema carcerario non mira ad infliggere una pena detentiva fine a sé stessa al detenuto ma a rieducarlo con una serie di interventi in tal guisa volti al suo reinserimento nella società al termine del periodo di detenzione. L’Italia da questo punto di vista, anche per colpa di numerosi problemi all’interno degli istituti rieducativi, si attesta come uno dei paesi in cui vi è il più alto indice di omicidi e morti per suicidio nelle proprie strutture, sia per i marchiani problemi interni di convivenza sia per la mancanza di un a prospettiva di futuro per le persone che hanno terminato il loro percorso rieducativo, basti pensare che il 67 % delle persone che esce dalle strutture dello Stato, nell’arco di 36 mesi ci ritorna. (Fonte Amnesty International)

La condizione di necessità di un essere umano deve andare aldilà del pregiudizio e dal passato che uno porta con sé, purtroppo un ragionamento del genere è quantomeno raro, probabilmente non solo in Italia, ma anche in altri luoghi. Colui che, a seguito del fallimento delle misure alternative proposte dalla società (cliniche, case di cura, SERT), si ritrovi ancora vittima della tossicodipendenza, per sopravvivere ahimè ha dinnanzi una sola strada, quello dello spaccio.

Il compito di una struttura statale è quello di garantire sicurezza, di garantire l’applicazione trasparente delle regole di condotta, di garantire che una persona entri viva e nella peggiore delle ipotesi esca tale, senza aver paura che una persona, versante in evidente stato di difficoltà, trovi la morte là dove dovrebbe esserci la certezza che non può succedere nulla, nel posto più di tutti adibito alla sicurezza della persona e della società. In uno stato di diritto l’unico figura eletta a giudicare i crimini delle persone è il giudice, ed è l ’unico al quale spetta il potere di infliggere pene e sanzioni, ma nemmeno ad egli spetta lo Ius vitae ac necis sulla persona, nessuno può giudicare se una persona è meritevole o meno di vivere, se essa possa essere considerata una risorsa o un peso per la comunità. Il cameratismo, l’abuso di potere, l’omertà tra colleghi, la menzogna, l’insabbiamento di notizie e la manipolazione della verità sono dei crimini imperdonabili, specie se compiuti da una pubblica autorità. I processi faranno luce su queste terribili accuse e porteranno la giustizia e la verità alla famiglia Cucchi e ai cittadini italiani.

 

Riccardo Salvadori

Quando un furto sventa una truffa.

Curiosa storia a Villafranca Piemonte (To), dove i carabinieri del luogo hanno sventato una truffa che si perpretava da dieci anni ai danni di una ottantenne, grazie ad uno scippo subito dalla stessa. La storia inizia nel 2007 anche se Maria (useremo un nome di fantasia), 80 anni, si è ritrovata a raccontare tutto ai carabinieri di Villafranca Piemonte, soltanto adesso. Undici anni fa una donna moldava di 37 anni, residente a Carignano, venne in contatto con Maria, presentandole la triste storia della malattia del figlio e delle ingenti spese per le sue cure.
Maria, inteneritasi nell’ascoltare questa vicenda, a richiesta della donna, comincia a concederle dei prestiti per sostenere le cure che dopo dieci anni, però, diventano una somma esorbitante:  150mila euro, quasi tutti i suoi risparmi di pensionata.
Lo smascheramento avviene per un fatto imprevedibile però: qualche giorno fa Maria e la madre del bambino hanno un appuntamento a Villafranca Piemonte dove la pensionata dovrebbe consegnarle seimila euro in contanti. È qui che il caso, benevolo in fin dei conti, vuole che qualcuno le rubi la borsetta con tutto il denaro.
Disperata, la pensionata, va dai carabinieri per denunciare il furto, e davanti ai militari, per giustificare una tale somma nella borsetta, racconta tutta la storia fin dall’inizio. I militari, quindi, non hanno dubbi della matrice fraudolenta delle richieste economiche e, accertata la falsità della storia, la truffatrice viene identificata e denunciata. Gli investigatori sospettano che potrebbero esserci altre vittime a cui la potrebbe aver raccontato la medesima storia per ottenere grosse somme di denaro.
Salvatore Vergone

LA TORTURA E L’ABUSO DI POTERE AI GIORNI NOSTRI

<<La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale.>>

Amnesty International

ITER DEL REATO DI TORTURA IN ITALIA

La frase sopra citata, attribuita all’ONG Amnesty International, si attribuisce ai fatti precedentemente analizzati del G8 di Genova.

Prendendo spunto da una delle ultime frasi del film, emerge come l’Italia, pur essendo uno dei Paesi più sviluppati a livello mondiale, non abbia ancora introdotto, all’interno del codice penale, una fattispecie che condanni la tortura, nonostante la condanna di questa fosse già stata discussa nella Convezione delle Nazioni Unite contro la tortura nel 1984, da noi ratificata nel 1988. Un’argomentazione spesso utilizzata dall’Italia, in risposta alle preoccupazioni provenienti dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti disumani e degradanti (CPT), è fondata sull’idea che le condotte descritte all’art. 1 e 2 della Convenzione, siano coperte da norme che erano già in vigore prima della ratifica della convenzione sopra citata.

Art.1 e 2 Convenzione:

  1. Ai fini della presente Convenzione, il termine «tortura» designa qualsiasi

Atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o Psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona Informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha Commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su Di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque Altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o Tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona Che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso Espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti Unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate.

  1. Il presente articolo lascia impregiudicato ogni strumento internazionale e

Ogni legge nazionale che contiene o può contenere disposizioni di portata più ampia.21

Il primo disegno di legge, contenente il reato di tortura in Italia, fu fatto nel 1989 dal senatore

Nereo Battello, subito dopo la ratifica della Convenzione del 1984.

Il testo non fu mai sottoposto al voto dell’assemblea.

Stessa sorte toccò nel 1991 al disegno di legge proposto da Franco Corleone.

  1. Convenzione nazioni unite contro la tortura, 1984

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Successivamente, durante la XIII e la XIV legislatura, vennero proposti vari disegni di legge, come quello di natura governativa di Dini-Fassino o quello proposto da Pecorella, ma entrambi, come i loro precursori, non riscontrarono un interesse da parte del Parlamento e non giunsero mai ad un’utilità concreta.

Durante la XV legislatura vennero presentati in parlamento otto progetti riguardanti il reato di tortura, che vedevano come relatori gli onorevoli Pecorella, Forgione, Biondi, Bulgarelli, Pianetta, Iovene, De Zulueta e Suppa.

Le quattro proposte di legge, presentate alla Camera da Pecorella, Forgione, De Zulueta e Suppa, furono unificate in un testo unico, avente come obiettivo l’introduzione, nel codice penale, di due articoli:

Il primo contenente la norma incriminatrice, delineava la tortura come reato comune, con la previsione di un’aggravante se commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio;

La seconda collocava la tortura fra i delitti contro la persona, in particolare nel settore dei delitti contro la libertà morale, sottolineando, in questo modo, il ruolo sadico della tortura, in quanto comportava sia una lesione dell’integrità fisica ma anche, e soprattutto, una forte componente di vessazione psicologica.

Il testo prevedeva che la violenza e la minaccia dovessero essere gravi, portando però ad una difficile valutazione della gravità, in quanto non fu fatto nessun riferimento specifico all’ interno della norma.

Tuttavia il disegno di legge si arenò a causa della crisi di governo e la chiusura anticipata della legislatura.

L’attuale legislatura, la XVII, ha apportato un’unificazione dei testi precedenti, dando vita a una proposta, avente come relatore il senatore Luigi Manconi, presentata il 17 settembre 2013 alla commissione di Giustizia e approvata, definitivamente, in assemblea il 5 marzo 2014. Questo disegno di legge non contempla il requisito della reiterazione degli atti di violenza o minaccia e non contempla le condotte omissive, pur rimanendo presente il requisito della gravità.

Il reato di tortura rimane un reato comune pur prevedendo l’aggravante se commessa da pubblico ufficiale.

Le ultime notizie sull’ iter della proposta di legge 216822 risalgono a più di un anno fa, periodo nel quale la Camera dei Deputati approvò, con modificazioni, la proposta di legge in data 9 aprile 2015, rimandando successivamente la proposta in Senato, dove si fermò.

La proposta di legge introduce nel Titolo XII sez. III del codice penale i reati di tortura (art.613 bis) e di istigazione alla tortura (art.613 ter).

Essi prevedono rispettivamente:

  1. http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0018050.pdf

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Tortura: Chiunque, con violenze o minacce gravi, ovvero mediante trattamenti inumani o degradanti la dignità umana, cagiona acute sofferenze fisiche o psichiche ad una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia o autorità o potestà o cura o assistenza ovvero che si trovi in una condizione di minorata difesa, è punito con la reclusione da tre a dieci anni. Se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle funzioni ovvero da un incaricato di un pubblico servizio nell’esercizio del servizio, la pena è della reclusione da cinque a dodici anni. Se dal fatto deriva una lesione personale le pene di cui ai commi precedenti sono aumentate. Se dal fatto deriva una lesione personale grave le pene sono aumentate di un terzo e della metà in caso di lesione personale gravissima. Se dal fatto deriva la morte quale conseguenza non voluta, la pena è della reclusione di anni trenta. Se il colpevole cagiona volontariamente la morte, la pena è dell’ergastolo (Art 613 bis);

Istigazione di pubblico ufficiale a commettere tortura: Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio il quale, nell’esercizio delle funzioni o del servizio, istiga altro pubblico ufficiale o altro incaricato di un pubblico servizio a commettere il delitto di tortura, se l’istigazione non è accolta ovvero se l’istigazione è accolta ma il delitto non è commesso, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. (Art.613 ter)

La proposta di legge modifica inoltre l’art.191 del codice di procedura penale, aggiungendovi il comma 2-bis, il quale stabilisce che:

Le dichiarazioni o le informazioni ottenute mediante il delitto di tortura non sono comunque utilizzabili, salvo che contro le persone accusate di tale delitto e al solo fine di provarne la responsabilità penale

Interviene poi sul codice penale in modo da raddoppiare i termini di prescrizione per il delitto di tortura.

La tortura nel diritto internazionale

Come è stato più volte detto, l’impegno nazionale a riconoscere una fattispecie che incrimini il reato di tortura va aldilà dei normali impegni morali e di civilizzazione che sarebbe giusto aspettarsi da un paese come l’Italia.

I trattati, le convenzioni e le dichiarazioni universali, firmate e ratificate dall’Italia, prevedono ognuna una definizione che spieghi e incrimini il reato di tortura a livello mondiale. Tra questi si citano, in ordine di sottoscrizione:

Convenzione di Ginevra del 1949 relativa al trattamento dei prigionieri di guerra; Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948;

Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950 (ratificata dalla legge 848/1955); Il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici del 1966(ratificata da legge

881/1977);

Convenzione ONU del 1984 contro la tortura ed altri trattamenti e pene crudeli, inumane e degradanti (ratificata con legge 489/1988);

Statuto di Roma istitutivo della Corte penale internazionale del 1998 (legge 232/1999)

La tortura, al contrario di quanto si possa pensare, non è una pratica relegata soltanto a Paesi considerati sottosviluppati, infatti, stando ai dati riportati da Amnesty International, tra il gennaio

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2009 e il marzo 2014 si sono verificati episodi di tortura in almeno tre quarti dei paesi del mondo: le denunce ricevute riguardano i maltrattamenti commessi da funzionari statali in 141 paesi, in ogni regione del mondo, compresi quelli considerati “sviluppati”.

Nonostante lo scenario politico sia radicalmente cambiato rispetto ai regimi di Terrore dell’800 o totalitari dell’ 900, ancora oggi, le categorie prese maggiormente di mira sono quelle che manifestano le proprie idee politiche o che esercitano il loro diritto alla libertà di espressione, come i gruppi di una particolare religione o altre minoranze.

Molte vittime provengono da gruppi già svantaggiati, come omosessuali o trasgender, che nonostante le continue lotte per il riconoscimento dei propri diritti, non riescono a trovare la piena considerazione e pariteticità sociale da parte della comunità.

Le donne vengono tuttora sottoposte a supplizi e vessazioni da parte di soggetti che dovrebbero proteggerle. Esse sono infatti vittime, nello specifico, di barbarie, quali gli aborti forzati, il rifiuto dell’aborto, la sterilizzazione forzata e le varie mutilazioni genitali femminili, alle quali si aggiungono altre forme di violenza che non vengono nemmeno riconosciute come reati in determinati stati.

I motivi, per cui ci si avvale della pratica della tortura, come abbiamo sottolineato precedentemente sia nei Paesi considerati sviluppati sia in quelli meno sviluppati, si basa principalmente su due ragioni principali: da un lato, l’esistenza della cultura dell’impunità che fa si che nessuno porti davanti ad una corte gli eventuali responsabili; dall’altro i governi traggono o credono di trarre beneficio dal ricorso a questa pratica.

Tra gli ostacoli che impediscono la prevenzione della tortura, l’assunzione di responsabilità e l’accesso alla giustizia, vi sono:

L’isolamento dei detenuti dal mondo esterno;

L’incapacità di alcuni PM di portare avanti con determinazione le indagini;

La paura di ritorsioni da parte di un soggetto più forte: basti pensare al timore reverenziale che può incutere una guardia carceraria e alla situazione di evidente svantaggio in cui si

trova il detenuto vittima di atti vessatori;

Mancanza di meccanismi indipendenti e finanziati adeguatamente per monitorare le denunce e indagare su presunte violazioni;

Un inappropriato “spirito corporativo” tra i funzionari statali, che comporta la copertura delle condotte abusive da parte dei colleghi;

Desaparecidos e Pinochet.

I fatti, che nel precedente capitolo sono stati narrati in merito ai soprusi subiti dalle vittime nella caserma di Bolzaneto, non sono da considerarsi come rari ed eventuali.

Un fenomeno collegato a ciò è quello dei cosiddetti Desaparecidos: persone che furono arrestate per motivi politici, o anche semplicemente accusate di avere compiuto attività “anti governative” dalla polizia dei regimi militari. Questo fenomeno si riscontrò maggiormente in varie aree del Sud America, soprattutto in Cile.

Anche in Italia tale fenomeno sussiste e prende il nome di sparizione forzata: consiste in una forma

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di tortura per la persona scomparsa, in quanto lo scopo principale della sparizione è quello di ricavare ed estorcere informazioni da parte di dittatori o autori di colpi di Stato.

In Cile, questo fenomeno, è attribuibile al generale Augusto Pinochet il quale “fece sparire” dall’11 settembre 1973 al 10 marzo 2010, secondo un articolo del 2011 della BBC23, circa 40’000 persone, numero che purtroppo aumentò nel momento in cui fu aperta un’inchiesta da parte di una commissione, diretta da Maria Luisa Sepulveda, per portare alla luce i fatti realmente accaduti. Secondo i criteri esaminati dalla commissione, per essere riconosciuti vittime del regime dittatoriale e avere quindi diritto all’indennizzo di £157 al mese, le persone sarebbero dovute risultare:

Detenute e/o torturate per ragioni politiche da agenti statali o da persone al loro servizio; Vittime di sparizione forzata o essere state giustiziate da agenti statali o da persone al loro

servizio;

Vittime di sequestro/rapimento o vittime di tentativi di assassinio per ragioni politiche.

Nel XXI sec. le tecniche si sono sviluppate anche grazie alla diffusione della tecnologia, e sono diventate più subdole e perpetrate nel tempo.

Il dolore inferto, dalla maggior parte di queste tecniche, è molto alto al fine di provare la tenuta psico-fisica della vittima.

Come riportato nel seguente documento di Amnesty International infatti le tecniche che vengono utilizzate sono le più disparate: dalla privazione del sonno (utilizzata dai soldati americani sui prigionieri del Bagram Collection point in Afghanistan) ai pestaggi, passando per tecniche di una crudeltà inaudita quali la recisione dei tendini e l’applicazione di plastica fusa sulla schiena.

Al fine di ridurre i casi che possono poi portare alla tortura, la soluzione preventivata e proposta da Amnesty è quella di introdurre e mettere in atto delle garanzie efficaci che si suddividano in garanzie da attuare in quattro distinte fasi:

  1. http://www.bbc.com/news/world-latin-america-14584095

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  1. Al momento dell’arresto;
  1. Durante la detenzione;
  1. Durante il procedimento giudiziario;
  1. Durante l’interrogatorio.

Uno dei punti chiave su cui l’OGN insiste particolarmente, è quello di assicurare alla giustizia chi commette tali atti e, al fine di prevenire ciò, reputa fondamentale assicurare che tutti i luoghi nei quali gli individui sono privati della libertà, siano monitorati in modo efficace e indipendente. Allo stesso modo, meccanismi efficaci di sorveglianza, dovrebbero monitorare il comportamento delle forze di sicurezza.

L’abuso di potere in Italia

La sicurezza dei cittadini italiani e di tutte le persone che vivono in Italia è garantita dalla Polizia di Stato, dai Carabinieri e dalla Guardia di Finanza, che insieme alla Polizia Penitenziaria e al Corpo Forestale costituiscono le Forze dell’Ordine24

Molte volte però accade che, proprio nei luoghi in cui dovrebbe regnare sovrano il diritto ed il rispetto di regole e norme, accadano situazioni quantomeno equivoche che portano alla luce una serie di dubbi sull’effettiva sicurezza che le forze dell’ordine possano garantire ai cittadini.

Negli ultimi anni, le pagine della cronaca nera hanno visto molti individui morire in circostanze non chiare, in seguito al fermo per stato di ubriachezza o per altri reati minori.

Tra questi vanno annoverati i casi che videro protagonisti Stefano Cucchi e Federico Aldovrandi. Nell’analisi dei singoli casi che seguirà, ci si atterrà solamente agli atti e alle sentenze già depositate, non lasciando spazio alle conseguenze create sull’opinione pubblica.

Federico Aldovrandi

Il primo caso di incertezza ed accusa di utilizzo di eccesso colposo, da parte dei membri delle forze dell’ordine, avviene la sera del 25 settembre 2005 a Ferrara, dove un giovane ragazzo di nome Federico Aldovrandi perse la vita in seguito ad una colluttazione con quattro agenti.

Il ragazzo, quella sera, stava tornando da una serata in discoteca e, stando anche ai risultati tossicologici fatti sul corpo successivamente, mostrava un evidente stato di assuefazione dovuto all’ingerimento di diverse sostanza psicotrope e un forte abuso di alcool.

La pattuglia “Alfa 3”, impegnata in un giro di perlustrazione intorno la zona di Viale Ippodromo a Ferrara, decise di fermare per un normale controllo il ragazzo.

Stando agli atti e alle parole degli agenti il ragazzo, reagì alla richiesta di controllo come un

invasato violento in evidente stato di agitazione” sostenendo inoltre di “essere stati aggrediti dallo stesso a colpi di karate e senza un motivo apparente“.

In seguito a ciò, i due agenti della mobile Alfa 3 richiesero l’intervento della pattuglia Alfa 2.

Il duro scontro tra la prima pattuglia e il giovane portò alla rottura dei due manganelli in dotazione dei poliziotti. La morte sopraggiunse dopo l’arrivo della seconda pattuglia.

  1. http://www.italiano.rai.it/articoli/la-sicurezza-e-le-forze-dell%E2%80%99ordine-in-italia/20944/default.aspx

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All’arrivo dei soccorsi il ragazzo era riversato a terra in posizione prona, con le braccia ammanettate dietro la schiena e le ginocchia degli agenti sulla colonna vertebrale a comprimergli il torace.

Il caso destò fin da subito molti sospetti, in quanto i fatti avvennero in un luogo pubblico e le grida dovute alla colluttazione furono sentite da diversi testimoni che confermarono la versione che vede i poliziotti intenti a malmenare il giovane.

Le indagini

Le indagini furono contrastanti in quanto i periti nominati da accusa e dalla parte civile presentavano esiti esattamente agli antipodi circa la sopravvenienza della morte del ragazzo.

La prima teoria, fornita da una perizia medico legale richiesta dal PM, individua nell’eccessivo sforzo fisico dovuto alla colluttazione, nel tentativo di liberarsi e nell’alterazione respiratoria conseguente all’ingerimento di sostanze, la causa principale della morte.

Adducendo inoltre che la singola assunzione di droghe e alcool non potesse portare alla morte del ragazzo.

Tesi che non viene avvallata e condivisa dai risultati dell’indagine medico legale richiesta dalla famiglia, dai quali risulta che la morte sia stata causata da “un’anossia posturale”, dovuta alla pressione sulla schiena di uno o più poliziotti durante l’immobilizzazione.

Inoltre condivide l’idea che la quantità di droghe trovate nel corpo del ragazzo non potesse portare alla morte, ma contrasta la teoria che vede nelle droghe la causa dello stato di agitazione del ragazzo, in quanto l’effetto che le sostanze oppiacee, come l’eroina hanno sul corpo, è un effetto sedativo.

La definitiva irrilevanza di nesso tra la morte e l’assunzione di sostanze psicotrope si ha grazie alla perizia super-partes disposta durante l’indagine e affidata all’Istituto di medicina legale di Torino.

Ai quattro agenti intervenuti , Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, viene imputato di aver:

Ecceduto i limiti dell’adempimento di un dovere;

Procrastinato la violenza dopo aver vinto la resistenza del giovane; Ritardato l’intervento dell’ambulanza.

L’iter giudiziario ebbe fine nel giugno 2012, dove la Corte di Cassazione stabilì per i quattro agenti la reclusione per mesi quarantadue (3 anni e 6 mesi) a fronte dei quarantaquattro richiesti dal PM. Agli agenti si riconobbe “L’eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi” ex art. 55 c.p.

Quando, nel commettere alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 51, 52, 53 e 54 , si eccedono colposamente i limiti stabiliti dalla legge o dall’ordine dell’Autorità ovvero imposti dalla necessità,

si applicano le disposizioni concernenti i delitti colposi, se il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo”25

  1. Art. 55, Codice Penale,Zanichelli, 2015

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Gli agenti beneficiarono dell’indulto introdotto nel 2006 che scontò loro la pena di mesi trenta, costringendoli alla reclusione per i restanti sei mesi. L’unico agente donna condannato, Monica Segatto, beneficiò inoltre del decreto svuota carceri dell’ex ministro della Giustizia Severino, scontando, in questo modo, i restanti cinque mesi di condanna agli arresti domiciliari.

La richiesta degli altri tre agenti venne respinta.

Al termine della loro pena tre, dei quattro poliziotti ,eccetto Forlani ,furono reintegrati in servizio nel gennaio 2014 e destinati a servizi amministrativi.

La famiglia Aldovrandi venne liquidata con un risarcimento di 2’000’000 di euro, che verranno trattenuti dagli stipendi dei quattro agenti dal ministero delle entrate, per un ammontare di circa 437’000 euro ciascuno.

Stefano Cucchi

I fatti:

Roma, 15 ottobre 2009, un ragazzo 32enne che corrisponde al nome di Stefano Cucchi viene fermato, poiché colto nell’atto di cedere ad un altro soggetto una serie di confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Successivamente viene condotto in caserma. Qua, durante la perquisizione, vengono rinvenuti addosso al ragazzo 21 grammi di hashish, tre dosi di cocaina, una pasticca di sostanza inerte e una di un medicinale.

Il ragazzo, che al momento dei fatti pesava 43 kg per 1,76 cm di altezza viene sottoposto a regime di custodia cautelare ex art. 285 CPP.

Il giorno seguente Stefano viene processato per direttissima ex art 449.2 CPP e già durante il processo si notano evidenti difficoltà nel camminare e degli ematomi intono agli occhi. Tuttavia il giudice dispone una nuova udienza da celebrare qualche settimana dopo, stabilendo inoltre la perdurata della permanenza di Cucchi in carcere a Regina Coeli.

In seguito, le condizioni fisiche iniziarono a peggiore e durante una visita all’ospedale Fatebenefratelli vengono messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (inclusa una frattura della mascella), all’addome (inclusa un’emorragia alla vescica) e al torace (incluse due fratture alla colonna vertebrale).

Le condizioni del ragazzo andarono via via peggiorando fino al momento della morte sopravvenuta il 22 Ottobre 2009.

Al momento del decesso il peso era di 37 Kg.

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Le indagini e la sentenza:

Le indagini fecero emergere che secondo alcuni testimoni oculari, rinchiusi all’interno del carcere di Regina Coeli, il detenuto Stefano Cucchi fosse stato pestato dagli agenti di polizia penitenziaria.

I familiari di Stefano, in particolare la sorella Ilaria, al fine di dimostrare ciò, decise di rendere pubbliche le foto del fratello scattate all’obitorio.

Le indagini preliminari sostennero che a causare la morte sarebbero stati i traumi conseguenti alle percosse, il digiuno e la mancata assistenza medica.

La lista degli indagati comprendeva: tre agenti di polizia penitenziari (Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici) colpevoli di aver percosso ripetutamente con calci e pugni al torace, infierendo anche sul suo corpo dopo una caduta; tre medici (Aldo Fierro, Stefania Corbi e Rosita Caponnetti) colpevoli di aver fatto morire il giovane di inedia.

Nel novembre del 2009 la Procura di Roma contesta il reato di omicidio colposo ai medici dell’ospedale Pertini e di omicidio preterintenzionale agli agenti di polizia penitenziaria.

Il 30 aprile 2010 la procura di Roma contesta ai medici del Pertini, a seconda delle posizioni, il favoreggiamento, l’abbandono di incapace, l’abuso d’ufficio e il falso ideologico. Agli agenti della polizia penitenziaria vengono contestati invece lesioni e abuso di autorità.

L’iter giurisdizionale di questo caso fu fortemente criticato dall’opinione pubblica, dai familiari e dai sindacati autonomi di polizia penitenziaria, in quanto inizialmente il 31 ottobre 2014, in appello, furono assolti tutti gli imputati legati al settore sanitario. Sentenza che venne parzialmente annullata il 15 dicembre 2015 dalla Cassazione.

Nel settembre 2015 fu fatta una seconda inchiesta, al fine di stabilire la responsabilità dei carabinieri presenti all’interno delle caserme tra la sera del 15 e la mattina del 16 ottobre 2009: l’inchiesta vede l’introduzione della fattispecie di falsa testimonianza, ex art. 372 c.p, e di lesioni, ex art.582 c.p., in capo a cinque militari.

 

Riccardo Salvadori

La tortura nel caso Diaz: tra fiction e realtà

Nell’immaginario collettivo italiano, quando si pronuncia la parola Diaz, si fa riferimento alle azioni compiute dal corpo di polizia statale ai danni dei manifestanti accorsi a Genova in occasione del summit del G8 tra il 19 luglio e il 22 luglio del 2001.

In questo incontro si affrontarono tematiche inerenti la finanza, l’accesso alle tecnologie informatiche, ma l’attenzione si pose maggiormente sul bisogno di ridefinire il ruolo e gli strumenti delle Istituzioni Finanziarie Internazionali, quali la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale.

IL G8

Con la sigla G8 si intende il gruppo che riunisce gli otto paesi più industrializzati del mondo. Creato nel 1973 i paesi membri erano, inizialmente, cinque (Francia, Inghilterra, USA, Germania e Giappone).

L’idea era di riunire regolarmente i paesi più importanti economicamente per concordare insieme decisioni ed eventuali comportamenti da tenere, in seguito ad una fase finanziariamente molto difficile: si era infatti all’indomani della prima crisi petrolifera. Solo successivamente vennero integrate altre potenze:

Italia nel 1974 (Formazione del G6);

Canada nel 1975 (da quell’anno in avanti partecipò in pianta stabile anche la CEE, rappresentata dal Presidente della Commissione Europea e dal Presidente del Consiglio

Europeo);

Russia nel 1994

Il G8 è caratterizzato principalmente da due fattori: un carattere intergovernativo del processo preparatorio e la sua informalità, in quanto non dispone di un quartiere generale o di un Segretariato, né di un budget o di staff permanente. La Presidenza viene assunta ogni anno a rotazione da uno dei Paesi membri e il Paese che detiene la Presidenza in un determinato anno ha la responsabilità di organizzare il Vertice e di coprire i costi ad esso associati, nonché di proporre l’agenda di lavoro.

MOVIMENTO NO GLOBAL

primi moti di protesta ai temi trattati all’interno del G8 e alla globalizzazione dilagante nella società odierna, furono quelli del 1999 a Seattle, ove si formò, per la prima volta, l’ideologia del movimento No Global, in occasione della Conferenza ministeriale del WTO (World Trade Organization).

Il movimento, guidato da cittadini, si scaglia da una parte contro le Multinazionali, ree di condizionare le scelte dei singoli governi verso politiche non sostenibili da un punto di vista ambientale ed energetico; e dall’altra contro i processi di globalizzazione dell’economia, resi possibili dagli accordi sul commercio internazionale e dalle scelte effettuate da parlamenti e governi, riuniti in organismi quali il G8.

Il movimento presenta una struttura acefala, priva di un capo che ne detti le linee guida e che ispiri, nei membri del movimento, un potere verso un fine ultimo. Una delle maggiori critiche mosse a questa esperienza politica riguarda la mancanza di propositività, dovuta alla presunta impossibilità di coordinare le forze politiche eterogenee che lo costituiscono entro uno schema di progettualità

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politica di lungo termine. Il movimento è, inoltre, accusato da alcuni di non possedere realismo politico e di essere ideologicamente una collezione di spinte utopiche talvolta incompatibili tra loro.

BLACK BLOC

Con il termine Black Bloc si intende un gruppo organizzato di anarco-insurrezionalisti il cui unico scopo è quello di distruggere, saccheggiare e deturpare qualsiasi effige rappresentante il capitalismo moderno. Gli obiettivi includono le costruzioni istituzionali, le banche, i negozi in franchising di società multinazionali, le stazioni di benzina e gli apparati di videosorveglianza (per esempio gli atti di vandalismo contro le banche di Genova nel 2001)

Il movimento dei Black Bloc è molto difficile da contrastare in quanto la normale prevenzione pre-organizzazioni non prevede strumenti di controllo, quali ispezioni, registro degli accessi o registro delle impronte digitali, in quanto lesivi della libertà personale.

La maggior parte dei soggetti presenti alle azioni dei Black Bloc non condividono alcun ideale a cui stanno facendo fronte: sono spinti solamente dalla volontà di saccheggiare e vandalizzare la città, puntando sull’eco mediatico che le loro azioni alzeranno.

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Il termine Black Bloc, al contrario di quanto si possa pensare, non ha origine inglese, in quanto deriva dalla traduzione dell’espressione tedesca Schwarzer Block. Quest’espressione fu utilizzata per identificare un gruppo di attivisti che facevano parte del movimento degli Automen, i quali per rendere difficile l’identificazione da parte delle forze dell’ordine, si vestivano di nero adottando inoltre caschi integrali, passamontagna e maschere.

E’ inoltre fondamentale distinguere il termine Bloc dal termine Block.

Il primo infatti fa riferimento a una massa compatta di persone, riunite in un determinato luogo spinte da un’ideale comune. Il secondo invece indica un blocco solido di materia inanimata o l’atto del bloccare.

  1. Luca Nicola, Corriere.it, Milano 1 Maggio 2015

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Col movimento No global, i Black Bloc, condividono alcune caratteristiche, quali la struttura acefala e l’assenza di una qualsiasi gerarchia all’interno del gruppo.

Risulta inoltre difficile catalogarli come organizzazione o gruppo, poiché privi di una sede, ideologia di base e di un organo di stampa che esponga la loro ideologia

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Per avere una definizione più coerente sui Black Bloc, si citerà, qua di seguito, il parere della Corte di Cassazione di Genova, espressasi a riguardo nelle motivazioni della sentenza di secondo grado sui fatti della scuola Diaz:

«Il termine Black Bloc non individua una particolare e specifica associazione di soggetti, ma solo una tecnica di guerriglia adottata da estremisti che intendono manifestare violentemente il loro dissenso rispetto a eventi o simboli del sistema capitalista: si tratta di una tecnica sorta in Germania e utilizzata in diverse occasioni in altri stati, quale in particolare gli Stati Uniti d’America. Al di là del modus operandi che in qualche modo individua tale tecnica, l’unico elemento soggettivo che ne accomuna i fautori è l’uso di abbigliamento e di maschera neri, da cui il nome della tecnica. Ciò premesso risulta evidente che non esiste una sorta di “tipo di autore” definibile Black Bloc, e come tale individuabile senza ombra di dubbio per il solo colore dell’abbigliamento usato. In altri termini gli autori delle devastazioni e saccheggi compiuti a Genova durante il vertice G8 del 2001 erano riconoscibili come tali o perché colti nella flagranza dei relativi reati, o, secondo le ordinarie regole di valutazione della prova indiziaria, per il concorso di elementi oggettivi sintomatici della

  1. Bachschimdt Carlo Augusto, Black Block, Fandango, 2011
  1. Bachschimdt Carlo Augusto, Black Block, Fandango, 2011

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responsabilità, fra i quali il colore nero dell’abbigliamento o il possesso di maschere nere hanno un ruolo certamente utile ma non risolutivo.» 16

I FATTI DI GENOVA

Venerdì 20 luglio

  • La zona rossa e i limiti costituzionali

Così come la maggior parte delle organizzazioni di protesta contro i grandi poteri, non furono poche le fazioni protestanti in quei giorni. Infatti, secondo una stima delle sigle sindacali, dei gruppi autonomi e delle ONG, alle manifestazioni di protesta parteciparono 700 gruppi e associazioni di diversa ispirazione e nazionalità, aderenti o fiancheggianti il Genoa Social Forum (GSF), responsabile dell’organizzazione e del coordinamento delle manifestazioni.

Mischiati tra i manifestanti pacifici erano presenti anche un nutrito gruppo di militanti europei del “blocco nero”.

Nonostante le difficoltà nell’identificare, almeno inizialmente, questi fautori violenti, durante le giornate del 20 luglio, le forze di polizia locali riuscirono a separare in 2 distinti cordoni gli esponenti del Black Bloc e i manifestanti pacifici.

L’obiettivo principale degli anarchici e dei partecipanti al blocco nero per il 20 luglio era quello di violare la zona rossa della città: questa era una zona severamente riservata, chiamata gergalmente anche Fortezza Genova, accessibile ai soli residenti attraverso un numero limitato di varchi.

Furono poste sotto controllo strade e autostrade; chiusi il porto, le stazioni ferroviarie e l’aeroporto di Genova-Sestri Ponente, dove furono installate batterie di missili terra-aria in seguito alla segnalazione da parte dei servizi segreti

del rischio di attentati per via aerea; vennero sigillati i tombini delle fognature nelle adiacenze della “zona rossa” e installate inferriate per separare le zone “rossa” e “gialla”.

Secondo il parere del GSF, l’istituzione di questa zona rossa costitutiva un’evidente limite gli art. 17 e 21 della Costituzione:

Art 17: “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi.

Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.

Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità,

che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica”

Art 21: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”

  1. (Sentenza 38085/12 della V sezione penale della corte suprema di Cassazione, 5 Luglio 2012)

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I due giorni che videro maggior tensione in città furono venerdì 20 e sabato 21 luglio. Teatro degli scontri principali furono la Stazione di Genova Brignole, dove un gruppo di sovversivi attaccò un cordone dei carabinieri con lancio di sassi e bottiglie molotov.

Il comportamento delle forze dell’ordine in queste situazioni suscitò diverse polemiche. In seguito ad alcune registrazioni avvenute durante il processo, emerse l’ipotesi che, forse, alcuni degli esponenti delle Tute Bianche e del Blocco Nero non fossero altro che agenti in incognito, destinati a coordinare le azioni contro i loro stessi colleghi. Queste ipotesi complottiste vennero sostenute in diverse conferenze stampa del Genoa Social Forum (GSF) tenutesi all’indomani degli scontri alla scuola Diaz il 21 luglio. Il presidente del GSF, Vittorio Agnoletto, puntò il dito direttamente contro il Presidente del Consiglio in carica all’epoca, Silvio Berlusconi, reo di aver autorizzato l’infiltrazione all’interno della scuola Diaz. 17

La morte di Carlo Giuliani

Durante gli scontri di quei giorni, tra manifestanti e corpi di polizia, l’attenzione si posò sull’uccisione del manifestante 23enne Carlo Giuliani avvenuta a causa di un’esplosione di un colpo, sparato dall’agente Mario Placanica, in piazza Alimonda.

Nelle sedi nazionali il processo andò incontro ad archiviazione nel maggio del 2003 in seguito alla pronuncia del GIP Elena Daloiso, la quale riscontrò nello scoppio del colpo, non un tentativo di uccidere o di ledere la persona, ma soltanto un tentativo di intimidire la folla che stava caricando con estintori e bastoni il Defender, su cui erano presenti l’agente Mario Placanica e altri due colleghi.

Secondo la ricostruzione dei fatti prodotta dal Gip si rilevano: “la presenza di caus[e] di giustificazione che esclud[ono] la punibilità del fatto” che prosciolgono l’agente Placanica per uso legittimo delle armi (art. 52 c.p.) oltre che per legittima difesa (art. 53 c.p.) come richiesto dal PM Silvio Franz.

La perizia, basata su un filmato, ha concluso che il colpo che ha ucciso Carlo Giuliani fosse stato sparato verso l’alto e fosse, successivamente, rimbalzato su un sasso scagliato da un altro manifestante.

La seguente ricostruzione, chiamata anche “Teoria del Sasso”, non venne accolta però dall’ONLUS “Piazza Carlo Giuliani”, promossa dagli stessi familiari del ragazzo ucciso: essi sostennero che non fosse stato il giovane agente Placanica a far esplodere il colpo, ma che il giovane carabiniere di leva si sia addossato le colpe per proteggere un altro degli agenti presenti con lui all’interno della camionetta.

In seguito, precisamente il 13 marzo 2007 la Corte Europea dei diritti dell’uomo dichiarò “ricevibile” il ricorso presentato il 18 giugno 2002 dalla famiglia Giuliani, ove si sosteneva che la morte del figlio fosse dovuta a “un uso eccessivo della forza” in violazione dell’articolo 2 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

La famiglia Giuliani decise inoltre di interpellare la Corte in merito alle violazioni dei seguenti articoli della CEDU:

Art 3: per i trattamenti inumani dovuti al fatto che, nell’immediata prossimità all’uccisione, non si sia effettuato un servizio di primo soccorso. Teoria che porta come aggravante il

  1. Min. 17:00 https://www.youtube.com/watch?v=PDC4Pb0WBrg

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calpestamento del corpo giacente a terra da parte del mezzo (Defender) sia in marcia che in retro;

Art 6 e Art 13: rispettivamente per la mancata equità e pubblicità dell’udienza e rimedio effettivo. Le indagini svolte, che hanno portato all’assoluzione di Placanica, sono parse incomplete e con risultati contraddittori;

Art 38: mancanza di collaborazione tra le due parti del contraddittorio. L’accusa riguarda il non aver fornito alla controparte risposte complete e veritiere, mancanti di dettagli essenziali relativi alle indagini;

Art 41: risarcimento del danno e rimborso delle spese legali.

Precisamente due anni dopo il ricorso in appello da parte dei genitori della vittima, nell’agosto del 2009, i giudici di Strasburgo stabilirono che Mario Placanica agì per legittima difesa, affermando che «il militare non è ricorso a un uso eccessivo della forza. La sua è stata solo una risposta a quello che ha percepito come un reale e imminente pericolo per la sua vita e quella dei colleghi».

Questa sentenza rilevava comunque alcune carenze nel rispetto degli obblighi procedurali previsti dallo stesso articolo, in base al quale si condannava lo Stato italiano a pagare 40.000 euro ai familiari di Carlo Giuliani (15.000 euro a ciascuno dei genitori e 10.000 euro alla sorella), in quanto «le autorità italiane non hanno condotto un’inchiesta adeguata sulle circostanze della morte del giovane manifestante» e perché non fu avviata un’inchiesta per identificare «le eventuali mancanze nella pianificazione e gestione delle operazioni di ordine pubblico».

Deplorando queste mancanze la Corte ha dichiarato di trovarsi nell’impossibilità di stabilire l’esistenza di una correlazione diretta e immediata tra gli errori nella preparazione delle operazioni di ordine pubblico e la morte di Carlo Giuliani. Sia i familiari che lo stato italiano hanno fatto ricorso contro la sentenza, ricorso che è stato accolto nel marzo 2010.

In data 24 marzo 2011 la Corte ha emesso la nuova sentenza, assolvendo pienamente lo Stato Italiano, per non aver violato la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali ma criticando la gestione italiana degli scontri e l’assenza di indagini sulle mancanze del dispositivo di sicurezza della conferenza.

Sabato 21 Luglio: l’assalto alla scuola Diaz

L’incursione all’interno della scuola Diaz fu decisa in seguito alle segnalazioni da parte di alcune pattuglie mobili, le quali sospettavano che, all’interno del complesso scolastico, fossero presenti alcuni esponenti dei Black Bloc.

Intorno alle ore 21.00 di sabato 21 luglio, in seguito alle segnalazioni dei cittadini di uno spostamento dei cassonetti con lo scopo di bloccare la strada adiacente la scuola, quattro pattuglie intervennero per controllare la situazione. Alla vista della squadra mobile della polizia, stando ai referti di questa, sarebbe iniziata una sassaiola contro le macchine. La reazione fu usata come pretesto perché venisse autorizzata una perquisizione all’interno della scuola, programmata per la sera stessa.

Secondo il referto mostrato dal vicequestore Massimiliano Di Bernardini, in servizio alla squadra mobile di Roma e in quei giorni aggregato a Genova, dopo aver transitato “a passo d’uomo“, a causa di alcune vetture presenti nella strada molto stretta, il corpo di polizia notò che il cortile della scuola e i marciapiedi “erano occupati da un nutrito gruppo, circa 200 persone, molti dei quali indossavano capi di abbigliamento di color nero, simile a quello tipicamente usato dai gruppi definiti Black Bloc” e che questi stessero facendo il tiro a bersaglio con “un folto lancio di oggetti

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e pietre contro il contingente, cercando di assalire le autovetture”, le quali riuscirono ad allontanarsi, nonostante la folla li inseguisse, “azionando anche i segnali di emergenza”.

Le dinamiche antecedenti all’assalto furono tanto dibattute da mettere persino in dubbio l’effettiva legittimità del motivo addotto all’irruzione: la perquisizione locale, secondo le disposizioni dell’art.250 del c.p.p., dovrebbe essere prevista quando “vi è il fondato motivo trovare oggetto del reato o cose pertinenti al reato”. Il verbale della polizia parlò di una “perquisizione” poiché si sospettava la presenza di individui simpatizzanti dei Black Bloc; tuttavia resta senza motivazione ufficiale l’uso della tenuta antisommossa per effettuare una semplice “perquisizione”. L’irruzione, secondo i dati ufficiali emersi in seguito ai processi, è da stimarsi intorno alle 23.59 circa. Le forze dell’ordine impiegate per l’irruzione furono ingenti, identificabili intorno alle 500 persone, destinate a fronteggiare 93 persone presenti all’interno delle scuole Diaz e Pascoli. Tutti gli occupanti furono arrestati, di cui buona parte anche malmenata, sebbene non avesse opposto alcuna resistenza.

I giornalisti accorsi nei pressi della scuola Diaz videro decine di persone portate fuori in barella. Tuttavia la portavoce della questura dichiarò, in una conferenza stampa tenutasi poco dopo l’evento, che 63 tra questi avevano pregresse ferite e contusioni. Inoltre mostrò del materiale indicato come sequestrato all’interno dell’edificio: le immagini mostrarono la presenza di coltelli multiuso, sbarre metalliche e attrezzi che solo successivamente si rivelarono provenire dal cantiere allestito per la ristrutturazione della scuola, e due bombe molotov. Riguardo quest’ultime, solo in un secondo momento, si scoprirà essere state sequestrate in tutt’altro luogo e portate all’interno dell’edificio dalle stesse forze dell’ordine al fine di creare false prove: ciò è stato dimostrato in un video dell’emittente locale, visionato un anno dopo i fatti, ove si notò il sacchetto contenente le molotov in mano ai funzionari di polizia posti davanti alla scuola.

Successivamente si scoprì che a nessuno dei fermati venne comunicato di essere in stato di arresto e dell’eventuale accusa posta nei loro riguardi, tanto che molti di loro scoprirono solo in ospedale, di essere stati arrestati per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio, di resistenza aggravata e di detenzione di armi in ambiente chiuso, quest’ultimo usato anche per giustificare l’arresto in massa senza mandato di cattura.18

  1. Calandri, M. (2002, Agosto 2). Tratto da http://www.repubblica.it/online/politica/genovagente/video/video.html

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DIAZ: DON’T CLEAN UP THIS BLOOD

Il film del 2012 del regista Daniele Vicari è incentrato sugli avvenimenti del G8 di Genova, in particolare sui fatti avvenuti la sera del 21 luglio 2001 all’interno della scuola Diaz. Il regista affronta un tema difficile restando, però, neutrale perché è solo attraverso i fatti che lo spettatore potrà poi, individualmente, crearsi il suo giudizio e, per far si che ciò accada, l’autore narra il susseguirsi degli eventi di quelle ore sia dal punto di vista dei Black Bloc che delle forze dell’ordine.

Una delle caratteristiche principali del film è manifestata dall’assenza di un personaggio principale L’assenza di un personaggio principale è utile per far capire come l’intera storia non preveda la responsabilità di un singolo ma delle intere fazioni in gioco.

Il film alterna immagini di fiction e documenti reali dei fatti mantenendo, grazie al montaggio, la fluidità del film ponendo l’attenzione su particolari scene:

Il film inizia con la cinepresa che segue il percorso di avvicinamento di alcuni personaggi che si ritroveranno all’interno della Scuola Diaz il 20 luglio 2001, uno dei tanti luoghi messi a disposizione dal Genova Social Forum per far dormire parte delle migliaia di manifestanti arrivati da tutto il mondo.

Tra le prime scene del film ritroviamo due immagini che segneranno un punto di svolta sia all’interno della fiction sia nella realtà dei fatti avvenuti in quel famoso pomeriggio: da una parte il ritrovamento delle due molotov, in seguito utilizzate come falsa prova di rinvenimento da parte del corpo di polizia; dall’altra il lancio di una bottiglia di vetro vuota da parte di un manifestante (rappresentata anche successivamente al minuto 61 ma dalla prospettiva dell’abitacolo interno della vettura andata in sopralluogo alla scuola). La sequenza viene rappresentata con la tecnica dello slow-motion, e l’obiettivo del regista è enfatizzare, in questo modo, la sproporzione tra un atto “innocuo”, in quanto la bottiglia si infranse sul marciapiede, e l’uso della forza da parte della polizia avvenuto all’interno della scuola, utilizzando il pretesto citato poc’anzi. Scena che nella realtà avvenne alle ore 21.00 del 21 luglio, nel film viene rappresentata in pieno giorno.

Durante le scene successive il regista cerca di attirare l’attenzione dello spettatore sottolineando, attraverso una serie di immagini, la presenza, tra manifestanti, di individui pacifici da un lato e i militanti dei Black Bloc dall’altro.

Poco dopo la cinepresa si sposta sulla zona mensa della caserma delle forze dell’ordine, le quali vengono informate dell’irruzione che sarebbe avvenuta la sera stessa.

Le scene rappresentate intorno al minuto 40 sono un assemblaggio di documenti reali recuperati dal regista per la produzione di questo film: le riprese raffigurano l’ingresso della polizia, in tenuta da celerini, all’interno della scuola; irruzione avvenuta sfondando il cancello del cortile con una macchina blindata.

Le scene successive, in particolare quelle che vanno dal min. 45 al 55, puntano ad enfatizzare le violenze perpetrate dalle forze di polizia contro le persone stanziate nelle palestre e nei corridoi della scuola. L’efferatezza dell’azione emerge nelle scene in cui gli agenti, noncuranti della resa dei ragazzi, i quali, nel momento in cui si resero conto dell’irruzione, alzarono le braccia, rimanendo immobili, hanno continuato a percuoterli, fino a quando non ricevettero l’ordine, da parte del capo della polizia, di abbandonare l’edificio.

Una delle scene più importanti, se non la fondamentale, è quella messa in atto al minuto 63, in quanto rappresenta l’anello di congiunzione tra il momento dell’assalto e quello dell’irruzione. L’attenzione, in questa scena è incentrata attorno a coloro i quali autorizzarono il sopralluogo al complesso scolastico la notte del 21 Luglio, additando come motivo straordinario della perquisizione notturna, l’art. 41 TULPS (Testo Unico Leggi di Pubblica Sicurezza). La scena vede coinvolti diversi attori che impersonificano i seguenti personaggi presenti quella sera:

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Arnaldo La Barbera, il Prefetto, capo dell’UCIGOS, che dispose l’azione verso la

scuola Diaz;

Francesco Gratteri, capo dell’anticrimine;

Spartaco Mortola, dirigente della DIGOS di Genova

Ansoino Andreassi, vice capo della polizia all’epoca del G8

Tutti i soggetti citati precedentemente indicarono, come motivo straordinario della perquisizione notturna, l’art 41 dux del TULPS ( Testo Unico Leggi di Pubblica Sicurezza) il quale:

consente agli ufficiali e gli agenti della polizia giudiziaria, che abbiano notizia, anche se per indizio, della esistenza, in qualsiasi locale pubblico o privato o in qualsiasi abitazione, di armi, munizioni o materie esplodenti, non denunciate o non consegnate o comunque abusivamente detenute, di procedere immediatamente a perquisizione e sequestro”19

La differenza sostanziale tra il testo scritto e la manipolazione che viene effettuata all’interno della pellicola, risiede nel fatto che il capo dell’UCIGOS disponga l’azione basandosi su questi elementi :

Urgenza dell’intervento;

Rischio che si ripeta la situazione profilata durante il sopralluogo delle 21 davanti alla

scuola;

Presunzione fondata che all’interno del complesso si possano trovare armi

Seguendo sempre la cronistoria del film, una scena che raffigura un avvenimento centrale in questo fatto di cronaca è rappresentato dalla telefonata del capo dell’anticrimine ad un agente del carcere di Bolzaneto, il quale era incaricato di preparare una serie di certificati precompilati, ove venivano individuate delle ferite pregresse alle violenze di quella sera. Questa azione fu un tentativo di oscurantismo delle azioni fatte, al fine di far credere all’opinione pubblica che i manifestanti fossero già in quello stato prima del raid notturno.

Nella realtà questa versione fu smentita, in quanto il sangue trovato su pareti, termosifoni e parquet non poteva che essere sangue fresco; insieme di prove che facero emergere la responsabilità degli agenti di polizia penitenziaria della caserma, che avrebbero poi dovuto rispondere, in base all’ art. 476 C.P., di Falso in atto pubblico.20

Riponendo l’attenzione sulle ultime scene del film, precisamente al 94° minuto, la cinepresa riprende la scena in cui una detenuta richiede l’intervento da parte di un dottore ad un agente della polizia penitenziaria, il quale però, invece di chiamare il medico richiesto, inviti la ragazza a rimanere in piedi, con la faccia contro il muro e successivamente la accompagni in una sala della caserma, nella quale si trova un altro agente che inizia a schernirla, intonando una canzone “Manganello, manganello che rischiari il tuo cervello, mai la falce ed il martello su di te trionferà!”. Procedendo, in seguito, alla svestizione della ragazza di fronte a cinque agenti.

  1. Art. 41.2 TULPS
  1. Art. 476 Codice Penale, Art. 476 Falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici:

Il pubblico ufficiale, che, nell’esercizio delle sue funzioni, forma, in tutto o in parte, un atto falso o altera un atto vero, è punito con la reclusione da uno a sei anni.

Se la falsità concerne un atto o parte di un atto, che faccia fede fino a querela di falso, la reclusione è da tre a dieci anni.”

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Le scene successive raffigurano il ritorno di alcuni manifestanti alla scuola Diaz, riusciti a sfuggire al raid dei corpi di polizia, i quali osservano i resti di ciò che è rimasto attoniti e sconcertati. Tra questi l’attenzione si sofferma su una ragazza, la quale raccoglie un foglio, sul quale scriverà poi la frase che farà da occhiello al film “Don’t clean up this blood”, come invito a non dimenticare gli orrori avvenuti.

Il film si conclude con la scarcerazione, dopo tre giorni dal carcere di Voghera, dei sessanta manifestanti, i quali vengono condotti alla frontiera con un decreto di espulsione dal nostro paese. In ultima battuta vengono riportate le conseguenze che tale irruzione comportò:

Delle trecento persone coinvolte nel Raid alla Diaz, solo ventinove furono identificate e

processate;

La Corte di Appello di Genova condannò ventisette persone per falso in atto pubblico e nove

per lesioni;

quarantacinque tra poliziotti, membri dello staff medico e guardie penitenziari furono

imputati per atti di violenza avvenuti nella caserma di Bolzaneto;

quarantaquattro di essi furono condannati per Abuso d’ufficio, Abuso d’autorità e per abuso

di violenza nei confronti dei detenuti;

Il parlamento italiano ha rifiutato due volte di istituire una commissione parlamentare

d’inchiesta, durante l’attesa del verdetto.

Nessuno, tra gli indagati, è stato sospeso dal servizio.

 

Riccardo Salvadori

LA MESSA ALLA PROVA SUPERA IL VAGLIO DI COSTITUZIONALITA’

In attesa di più approfondita trattazione e commento, si dà notizia che l’ufficio stampa della Corte Costituzionale ha dato, in data 27 aprile 2018, comunicazione sul deposito delle motivazioni della sentenza relativa alla pronuncia del 21/02/2018, riguardante la presunta incostituzionalità dell’istituto della messa alla prova.

La questione era stata promossa dal Tribunale ordinario di Grosseto con ordinanza del 16 dicembre 2016. Segue il comunicato in versione integrale: “L’istituto della messa alla prova indenne il vaglio di legittimità introdotto dalla legge n.67 del 2014 costituzionale. Con la sentenza n. 91 depositata oggi (relatore Giorgio Lattanzi), la Corte costituzionale ha ritenuto che l’istituto in esame presenti aspetti che non sono riconducibili alle ordinarie categorie costituzionali penali e processuali, in quanto il suo carattere innovativo “segna un ribaltamento dei tradizionali sistemi di intervento sanzionatorio”, come già rilevato dalle sezioni unite della Cassazione con la sentenza 31 marzo 2016, n.36272.

Nel procedimento di messa alla prova manca infatti una condanna e “correlativamente manca un’attribuzione di colpevolezza dell’imputato”, il quale viene sottoposto, su sua richiesta, a un trattamento alternativo alla pena applicabile nel caso di un’eventuale condanna. Inoltre, anche l’esecuzione del trattamento è rimessa alla volontà dell’imputato, che può farla cessare in qualsiasi momento, facendo così
riprendere il procedimento penale.

Pertanto, la Corte costituzionale ha dichiarato che l’istituto in esame non viola, tra gli altri, gli articoli 27 e 25 della Costituzione, sotto il profilo, rispettivamente, della presunzione di non colpevolezza e della determinatezza del trattamento sanzionatorio.”

Salvatore Vergone

Giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male

L’ospite d’Indottriniamoci per la consueta intervista mensile è il Dott. Francesco Caprioli: professore ordinario di Diritto Processuale Penale presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli studi di Torino dal 2013 (in precedenza, con la stessa qualifica, a Cagliari e a Bologna) e Presidente della Biblioteca Norberto Bobbio dell’Università degli studi di Torino.
Gentile professore, cosa l’ha spinta a specializzarsi nella procedura penale dopo la laurea in giurisprudenza?

Sicuramente per la grande ammirazione – ci spiega – che provavo per il mio maestro, il Professor Gilberto Lozzi, che ha insegnato tanti anni qui a Torino, adesso è in pensione e che era veramente ineguagliabile nel trasmettere la passione per la materia che insegnava.

Poi – continua – come si fa a non appassionarsi alla procedura penale?! Nessuna manifestazione del vivere civile suscita interesse, talvolta morboso, come il processo penale: basti pensare al delirio suscitato da alcune trasmissioni televisive di para-cronaca giudiziaria sui casi processuali del momento (dal delitto di Cogne, a Sara Scazzi, a Yara Gambirasio).
Tale fenomeno contemporaneo è, evidentemente, favorito dalla comunicazione di massa molto facile ma esiste da sempre: qui a Torino si svolse un processo, a fine 1800, in Corte d’Assise, ad una donna che aveva fatto uccidere il suo amante da due sicari (dopo aver scoperto che questo era intenzionato a sposarsi con un’altra donna); tale vicenda suscitò grande sgomento nell’opinione pubblica tanto che vennero inserite, negli atti del processo, notizie di code interminabili e quotidiani svenimenti al di fuori dell’aula d’udienza in Corte d’Assise.
Per non parlare poi, di tutte le opere letterarie e cinematografiche che – aggiunge – da sempre suscitano grande interesse su tale argomento.

Il processo penale – conclude – è un grande catalizzatore del sapere umano: esso ha connessioni con l’antropologia, con la psicologia, con la filosofia della scienza, con la religione, con la biologia, la chimica (pensando alle prove del DNA, ad esempio), perfino la matematica; per non parlare poi delle strette connessioni anche con l’indagine storiografica, con il giornalismo, con la letteratura.

La procedura penale è molto di più del Diritto Processuale Penale: io amo dire che insegno e mi occupo di procedura penale poiché essa allude all’attuazione pratica delle norme processuali penali (cosa ben diversa dalle norme stesse) e anche a tutte queste discipline scientifiche che aiutano a comprendere e decifrare il fenomeno processuale.

Banalmente insomma, mi sono appassionato alla procedura penale per potermi non occupare soltanto di diritto ma anche di altro.”

Come la pensa riguardo al problema della separazione delle carriere? Sarebbe possibile, secondo lei, istituire una scuola di specializzazione per Pubblici Ministeri?

Tema molto delicato e dibattuto. Secondo me – ci illustra il professore – è persino riduttiva la mera separazione delle carriere infatti il punto è se davvero, magistrati inquirenti e giudicanti debbono appartenere a due organizzazioni completamente separate, cioè non costituire più un corpo unico come sono attualmente.

Naturalmente qui si parla di una riforma che dovrebbe passare attraverso una revisione costituzionale perché la Costituzione parla di un unico ordine della magistratura, autonoma e indipendente da ogni altro potere, ed istituisce anche un solo Consiglio Superiore della Magistratura che debba occuparsi di tutti i magistrati.

Qualcuno, dopo la riforma costituzionale del 1999, sostiene che la stessa Costituzione spingerebbe verso una separazione ordinamentale nella parte in cui, l’articolo 111, fa riferimento al giudice terzo e imparziale per non considerare quella terzietà come un semplice ed inutile rafforzativo dell’imparzialità.

Benché esistano altre possibili letture della norma.

Ciò detto, chi punta sulla separazione – prosegue – sostiene che sarebbe il modo migliore per garantire quella separazione delle funzioni che è il tratto qualificante dell’intero modello accusatorio introdotto nel 1988 in Italia; solo separando le organizzazioni, e quindi le carriere naturalmente, si potrebbe: assicurare la separazione funzionale, dare maggior credibilità alla funzione di controllo che il giudice ha sul Pubblico Ministero nella fase delle indagini preliminari, rischiare meno una possibile collusione tra magistrato inquirente e giudicante a scapito, naturalmente, dell’imputato (rischio di appiattimento del giudice sulle posizioni del PM).

Banalmente si ritiene che la contiguità tra magistrati non garantirebbe l’imparzialità.

L’imparzialità e l’immagine d’imparzialità che il giudice deve dare andrebbero tutelati, soprattutto in un processo, come quello accusatorio, ispirato anche a modelli di risoluzione del conflitto tra le parti.

In uno schema di questo tipo, l’immagine d’imparzialità del giudice è fondamentale.

Una delle obiezioni più frequenti è il rapporto tra questo tipo di credibilità e quella del giudice dell’impugnazione sul controllo dei provvedimenti dei giudici dei gradi precedenti: bisognerebbe quindi separare anche i giudici delle Corti d’Appello dai giudici dei Tribunali?!

I Pubblici Ministeri – continua – finirebbero per diventare accusatori di professione, superpoliziotti a vocazione inevitabilmente colpevolista, ciò potrebbe far perdere ai PM quella cultura della giurisdizione che si acquisisce solo esercitando, o sapendo di dover esercitare in un secondo momento, anche le funzioni del giudice e sentendosi parte di unico ordine finalizzato alla realizzazione della giustizia.

Cultura della giurisdizione significa sensibilità nei confronti dei diritti, delle garanzie individuali, che un superpoliziotto tenderebbe a perdere.

Sta in questo la decisione di creare un organismo unico.

Aldilà della strutturazione triadica del processo poi, il PM resta una parte sui generis che deve comunque ispirare le sue funzioni d’accusa a correttezza e imparzialità per seguire fini di giustizia (non è come il difensore che ha una prospettiva esclusivamente di parte: se il Pubblico Ministero trova elementi favorevoli all’imputato, non può trascurarli mentre il difensore, se trova prove contro il suo assistito, deve tralasciarle).

Resta quindi la funzione fondamentale del PM di accertamento dei fatti, della verità, che rende possibile garantire al Pubblico Ministero una veste mentale quale quella del giudice, del magistrato giudicante.

Un ulteriore profilo delicato a riguardo è il rischio che questa separazione del PM dal giudice, con suo conseguente avvicinamento alla Polizia quindi, renda progressivamente più facile l’esercizio d’influenze politiche sull’operato del Pubblico Ministero (il problema di fondo è la possibile sottoposizione del PM al potere dell’esecutivo, è un rischio: il principio d’obbligatorietà dell’azione penale ha un altissimo tasso d’ineffettività perché di fatto non è possibile dar seguito a tutte le notizie di reato e quindi i capi degli uffici del Pubblico Ministero compiono scelte di politica criminale). Quest’ultimo è un nodo irrisolto del nostro assetto istituzionale.

Il rischio è che, trasferendo – conclude – tale ampio potere discrezionale in mano a magistrati che eserciterebbero in maniera permanente quel tipo di potere, si renderebbe ancora meno tollerabile l’esistenza di queste sacche d’irresponsabilità politica.

Un PM che non fa altro che quello per tutta la vita e che quindi per tutta la sua carriera esercita questi poteri, risulterebbe difficilmente digeribile in quanto non sarebbe mai chiamato a risponderne politicamente; questo apparentamento con la Polizia Giudiziaria rischierebbe di attrarre nell’orbita del potere politico anche il Pubblico Ministero che finirebbe per dipendere dal potere esecutivo condividendo con la Polizia Giudiziaria i medesimi rischi di condizionamento politico.

Non è auspicabile certamente il ripristino di forme di dipendenza del PM dall’esecutivo nel nostro paese; quindi questa commistione con la magistratura giudicante rende i PM un po’ più immuni dal condizionamento politico.”

La riforma del 1988 in senso accusatorio è stata portata a compimento per eliminare quell’aspetto di inquisitorietà che era tipico del processo italiano pre-riforma; la c.d. “truffa delle etichette” sottolinea come molti elementi delle indagini preliminari, alla fine rivelino il loro carattere non accusatorio. Tutti questi elementi fanno si che le indagini preliminari diventino una “gigantesca istruzione sommaria” come disse anche il giurista Livio Pepino. Alla luce di ciò ritiene che questa riforma sia stata effettivamente corretta per i diritti degli imputati? O che si sarebbe dovuto strutturare la riforma in maniera più ampia, anche sul codice, onde evitare contraddizioni?

Di certo il codice del 1988 – spiega il professore – era nato con una grande idea, quella di garantire la massima centralità possibile al dibattimento come luogo di formazione della prova relegando la fase dell’indagine a fase meramente preparatoria di quello che avrebbe dovuto costituire il fulcro del processo penale cioè il dibattimento appunto.

Tale idea poi è naufragata e l’indagine preliminare ha finito appunto per assumere le dimensioni di una gigantesca istruzione sommaria: oggi il baricentro del procedimento penale è arretrato dalla fase del dibattimento alla fase delle indagini.

Tutta la sistematica della prova penale e l’assetto dei rapporti tra fase preparatoria e fase dibattimentale sono stati costruiti sulla prova dichiarativa: lo stesso principio del contraddittorio nel momento di formazione della prova, grandissima conquista della riforma costituzionale del 2000, è un principio che si adatta bene alla prova dichiarativa purtroppo però, nella società in cui viviamo, la prova dichiarativa sta perdendo sempre più terreno nei confronti di altre forme di ricostruzione dei fatti del passato. Ormai tutto è documentato in innumerevoli modi tutti validamente alternativi alla testimonianza diretta: dal telepass, al bancomat al computer.

Tutto ciò sta portando ad un primato della prova documentale rispetto alla prova dichiarativa: la prova documentale si acquisisce in forme sostanzialmente identiche nella fase investigativa e in quella dibattimentale (a dibattimento si produce il documento e si discute sul suo valore probatorio).

In tal senso – procede – il nostro assetto processuale è molto indietro con i tempi: ormai chiunque disponga di uno smartphone ha anche uno strumento di videoregistrazione sufficientemente raffinato quindi nei nostri processi stanno dilagando le prove costituite da questi filmati eppure il codice non dice una parola, né sulle investigazioni mediante videoregistrazione né sulla prova documentale costituita dalla videoregistrazione, trattando le prime come generiche indagini atipiche e la seconda come prova documentale uguale a tutte le altre.

Ormai il dibattimento, per le prove non dichiarative, non è più la sede naturale di formazione della prova.

Poi ci sono varie contraddizioni interne al codice del 1988 che hanno fatto sì che l’illusione dell’indagine preliminare rapida, indolore e deformalizzata sia franata abbastanza rapidamente.

L’importanza che ha ormai, nei processi in cui ci sono misure cautelari, l’incidente cautelare: la misura cautelare, la richiesta di riesame, la Cassazione sul giudizio del tribunale del riesame oppure l’eventuale richiesta di revoca della misura cautelare poi l’appello contro il rigetto della richiesta di revoca e poi la Cassazione, magari un rinvio. La sensazione è che talvolta si faccia il processo nel processo: la difesa stessa gioca già molte carte. Il verbale del tribunale del riesame del processo di Cogne riporta già la discussione su come erano avvenuti i fatti, quasi fosse una sorta di processo anticipato.

Un’altra dinamica che ha stravolto un po’ tutto è avvenuta quando è stato tolto il consenso del Pubblico Ministero alla richiesta di giudizio abbreviato: in questo modo il PM ha dovuto iniziare a svolgere indagini complete e il giudizio senza contraddittorio (abbreviato, non accusatorio perché basato su prove formate unilateralmente) ha finito per diventare il giudizio ordinario in certi contesti e per alcune tipologie di reato, proprio a causa del primato della prova documentale (in cui si comprende anche l’intercettazione).

In un processo con tante intercettazioni, magari con perizie contabili, se si tratta di un reato finanziario, oppure con prove video inconfutabili – conclude il dottore – perché si va a dibattimento?! Tanto vale chiedere il giudizio abbreviato con un terzo in meno di pena.

In queste sue contraddizioni interne, presenti fin dall’inizio, e in quest’evoluzione della società il modello del 1988 ha trovato i maggiori ostacoli: come tutta la realtà giuridica, anche il processo penale vive all’interno di un contesto sociale che lo condiziona fortemente e la legge molto spesso non sta al passo con le modifiche che intervengono nel mondo che circonda il processo.”

Qual è il meccanismo attuale e quale sarebbe quello ideale sulla selezione del materiale intercettato?

Anche questa è una questione molto delicata – ci illustra – anche se decisamente più circoscritta.

Periodicamente le intercettazioni vengono messe, esse stesse, sul banco degli imputati perché attraverso l’intercettazione si lede ingiustificatamente la riservatezza di molte persone che magari non c’entra niente con le indagini. Pochi ne contestano l’efficacia come strumento d’investigazione: è un mezzo comodo e chiaro per gli investigatori, però ha dei costi elevatissimi in termini appunto d’intrusione nella sfera privata non solo delle persone coinvolte, ma anche delle persone che non c’entrano nulla.

Il metodo migliore sarebbe intercettare meno, inaridire alla fonte questo problema; ci sono purtroppo dei dati numerici abbastanza sconcertanti riguardo il numero di intercettazioni fatte nel nostro paese, si tratterebbe di escogitare dei presupposti normativi che siano veramente efficaci perché oggi la legge apparentemente è anche severa (quando afferma le condizioni in cui sono ammesse le intercettazioni: l’assoluta indispensabilità ai fini della prosecuzione dell’indagine dovrebbe porre un freno ma, di fatto, non è così perché poi la si riconosce quasi sempre, quest’assoluta indispensabilità, perché è un concetto di relazione incomprensibile nei contenuti) ma, per ora, non pone un filtro adeguato.

Una riforma che potrebbe essere utile sarebbe quella d’imporre un onere di motivazione sull’intercettazione della singola utenza: il giudice, nel momento in cui autorizza l’intercettazione, dovrebbe spiegare perché è utile intercettare proprio quell’utenza; oggi si autorizza l’intercettazione di un numero spesso eccessivo di utenze telefoniche o di luoghi, se si parla d’intercettazione ambientale, senza essere costretti a motivare sull’effettiva pertinenza rispetto all’indagine.

Resta comunque un problema di selezione dei materiali intercettati: naturalmente quando si intercetta si raccoglie un’enorme mole di registrazioni la maggior parte di cui totalmente ininfluenti per l’indagine ma i cui contenuti, se rivelati, potrebbero pregiudicare gravemente la riservatezza delle persone che parlano e delle persone di cui si parla naturalmente.

Semplicemente si potrebbe affermare che il Pubblico Ministero, nel momento in cui ha quest’enorme massa di intercettazioni, cestina quelle irrilevanti: purtroppo ciò non si può fare perché la difesa dev’essere messa in condizione di stabilire se quest’opera di selezione, effettuata dal PM, sia stata corretta perché, altrimenti, il Pubblico Ministero potrebbe ritagliarsi le parti utili all’accusa e distruggere le parti utili alla difesa.

Oggi quindi – continua – si mette tutto a disposizione della difesa, perché anche la più irrilevante delle chiacchiere potrebbe avere un significato, allora si deposita tutto (si dovrebbe fare immediatamente dopo il termine delle intercettazioni ma,di solito, si posticipa alla fine delle indagini) ma, dal momento in cui la difesa vede tutto, cade il segreto investigativo (quindi i contenuti di quell’intercettazione possono essere lecitamente rivelati da chi ne è a conoscenza) e cade il divieto di pubblicazione (immediatamente possono essere anche pubblicate sia pure solo nel contenuto e non in forma integrale).

A questo punto c’è già stata una grossa violazione della privacy dell’intercettato ed è già caduto il segreto investigativo (quindi la violazione si è già consumata) ma dovrebbe comunque intervenire un’udienza (udienza stralcio di selezione dei materiali rilevanti: le parti dovrebbero indicare quelle che ritengono rilevanti e il giudice dovrebbe procedere allo stralcio di quelle irrilevanti), un contraddittorio per stabilire cosa deve finire nel fascicolo delle indagini e cosa invece va distrutto.

Tale udienza di stralcio non la si celebra quasi mai perché troppo complicata e quindi tutto quanto finisce a dibattimento e, molto spesso, quest’opera di selezione la si fa solo a dibattimento ma intanto tutto il materiale intercettato è a disposizione di tutti quanti.

Il rimedio escogitato, in alcuni progetti di riforma, poi non andati a buon fine, ma comunque adeguati, sarebbe: il Pubblico Ministero raccoglie tutti i materiali frutto dell’intercettazione, opera lui una selezione (identificando quali intercettazioni sono rilevanti, secondo lui, e quali no) e poi indirizza ad un archivio riservato e intercettazioni che lui non considera rilevanti; a tale archivio riservato possono avere accesso solo i difensori (che così possono prendere visione sia degli atti depositati dal PM sia di ciò che è contenuto nell’archivio riservato).

Così i difensori si recano nell’archivio riservato, sentono le registrazioni, leggono le eventuali trascrizioni (senza neanche poter fare copia, proprio per garantire la riservatezza) e portano dinanzi al giudice l’appunto in cui sostengono quali intercettazioni reputino rilevanti domandando esplicitamente che tali conversazioni vengano ripescate dall’archivio riservato (e magari sostenendo anche che altre intercettazioni, ritenute rilevanti dal Pubblico Ministero, vadano nell’archivio riservato). Il giudice quindi poi deciderà su queste intercettazioni: circoscrivendole e, soprattutto, facendo cadere il segreto solo dopo la decisione del giudice, non prima. Se un difensore rivelasse così un intercettazione, commetterebbe reato. Per di più, sugli atti contenuti nell’archivio riservato il segreto non cadrebbe mai.

Tale modello ovviamente non soddisfa molto gli avvocati perché li costringe a un superlavoro, molto attento e difficoltoso, di consultazione di quei materiali senza essere nel proprio studio e senza molto tempo a disposizione. Pur essendo complicato per la difesa, mi sembra il contemperamento migliore tra i diversi interessi in gioco.

Dopodiché – conclude – io penso anche che, nel momento in cui il giudice decide che certe conversazioni sono rilevanti (e quindi cade il segreto), allora dovrebbe essere consentita la pubblicazione anche integrale e non solo nel contenuto. La distinzione tra pubblicazione integrale e pubblicazione del contenuto nella prassi non ha attecchito: cambiando qualche parola, utilizzando qualche sinonimo, lo stesso giornalista ovvia a tale problema; spesso tale norma è comunque violata impunemente.

Questa sembrerebbe la soluzione migliore, alla base resta comunque una riduzione drastica del numero delle intercettazioni in quanto prove lesive di un diritto fondamentale. Naturalmente poi c’è un problema anche di deontologia giornalistica, spesso messa in secondo piano, perché il semplice fatto che l’intercettato sia un personaggio pubblico, secondo me, non giustifica che poi qualunque segreto sia emerso da un’intercettazione telefonica possa essere divulgato e pubblicato lecitamente. Insomma il confine è molto labile.”

Torino, 23 marzo 2016                                                  Fabrizio Alberto Morabito & Alberto Lanzetti

DETENUTI “SOSPESI”

Da anni la più autorevole dottrina professa la necessità del superamento del sistema penitenziario così come attualmente configurato, congelato nella centralità del carcere quale principale – se non unico – metodo di attuazione dei principi costituzionali relativi alla sanzione penale, espressi nell’articolo 27 della Costituzione.

Sistema che si è più volte rivelato essere fallimentare, non soltanto dal punto di vista etico, poiché, per come attuato, compromette plurimi diritti fondamentali che dovrebbero restare estranei alla restrizione carceraria, ma anche dal punto di vista dei risultati conseguiti, sia in termini di rieducazione dell’internato, di conciliazione con la persona offesa e di prevenzione di nuovi crimini.

In questo senso, è sufficiente ricordare i recenti studi sulla materia che evidenziano la significativa differenza di recidive tra i condannati che scontano l’intera pena negli istituti penitenziari rispetto a coloro che invece beneficiano di uno dei molteplici percorsi di pena alternativi, percorsi che, di fatto, non sempre sono pienamente valorizzati e utilizzati nelle loro effettive potenzialità all’interno delle aule di giustizia.

Più di una volta le condizioni delle carceri nazionali sono state oggetto di condanne da parte della Corte Edu, tanto imporre un obbligatorio ripensamento delle modalità di esecuzione della pena negli istituti penitenziari.

E’ nota la Sentenza Torreggiani, con la quale, la Corte, nel 2013, affrontando nello specifico il problema del “sovraffollamento carcerario”, ha sanzionato l’Italia per la violazione dell’articolo 3 della CEDU, rilavando, con parole che vale la pena richiamare, che tale articolo “pone a carico delle autorità un obbligo positivo che consiste nell’assicurare che ogni prigioniero sia detenuto in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana, che le modalità di esecuzione della misura non sottopongano l’interessato ad uno stato di sconforto né ad una prova d’intensità che ecceda l’inevitabile livello di sofferenza inerente alla detenzione e che, tenuto conto delle esigenze pratiche della reclusione, la salute e il benessere del detenuto siano assicurati adeguatamente”.

Nonostante nel periodo immediatamente successivo a tale sentenza sia stato possibile registrare, non soltanto a livello dottrinale, ma anche a livello legislativo, sia nazionale che sovranazionale, una maggiore presa di coscienza della problematiche tratteggiate, la piena soluzione delle stesse sembra ancora essere lontana.

Un importante passo in avanti è quello segnato dalla recente legge n. 103/2017, con la quale è stata concessa la delega al Governo per la riforma dell’ordinamento penitenziario, in un ottica di superamento di alcune delle criticità sopra evidenziate.

Il nuovo esecutivo dovrà quindi da subito misurarsi con il tema della tutela dei diritti fondamentali.

Gianlorenzo Franceschini