IN AMERICA SONO PIU’ AVANTI DI NOI

Questo è il primo pensiero che balza alla mente dell’europeo medio non appena ci si riferisce alla “terra delle opportunità”: giuridicamente parlando però, quest’affermazione spesso non risulta essere congruente alla realtà dei fatti.

Omettendo volontariamente ogni aspetto non puramente giuridico infatti, si scoprono non poche eccentriche normative: dal divieto di servire torte di mele senza formaggio in Wisconsin al divieto di fare il solletico alle donne in Virginia, dal divieto di mordere le gambe altrui in Rhode Island al divieto di cantare nella vasca da bagno in Pennsylvania.
Alcune leggi tuttavia non si limitano ad essere alquanto singolari ma incidono significativamente sui diritti umani: il senato del Texas
ha approvato una proposta di legge che consente ai ginecologi di tacere eventuali malformazioni e anomalie genetiche del feto, per evitare che la donna incinta ricorra all’aborto. Tale disegno di legge infatti impedirebbe ai genitori di citare in giudizio il servizio sanitario nel caso in cui il bambino fosse nato con disabilità taciute dai medici nel corso della gravidanza.

Nell’attesa che il Congresso degli Stati Uniti approvi tale nuova normativa, non si arresta la macchina legislativa nordamericana: è notorio infatti che, in molti stati della repubblica federale, vige la pena di morte effettuata tramite un’iniezione letale.

Dopo quanto accaduto in Oklahoma (in cui l’esecuzione è stata arrestata per un malore del condannato, il quale è deceduto 20 minuti dopo l’iniezione tra atroci sofferenze), Tennessee e Wyoming hanno reagito proponendo l’introduzione di due metodi d’esecuzione capitale tanto antiquati quanto crudeli.

Il governatore del Tennessee ha firmato una legge statale che rende possibile il ritorno alla sedia elettrica, se il metodo dell’iniezione letale non dovesse essere più praticabile; l’assemblea statale del Wyoming invece valuta la possibilità di tornare al plotone di esecuzione, a fronte dei gravi dubbi che circondano le sostanze usate nell’iniezione killer e la loro provenienza.

Si resta perciò in attesa di ulteriori novità che portino ad una definizione tali procedimenti legislativi, con l’augurio che non risultino necessarie nuove e più feroci normative.

 

Fabrizio Alberto Morabito

EREDITA’ DIGITALE: ECCO COSA SUCCEDE QUANDO UN UTENTE MUORE

indicazioni accurate da parte dei social network nel caso in cui un utente passi a miglior vita

L’art. 587 comma 1 del codice civile definisce il testamento come un “atto revocabile con il quale , per il tempo in cui avrà cessato di vivere, taluno dispone di tutte le proprie sostanze o di parte di esse”. L’ordinamento permette dunque di trasmettere il patrimonio formato dall’insieme dei rapporti giuridici inerenti al morto (proprietà di beni, diritti reali su cose altrui, garanzie reali, crediti e debiti, contratti), disciplinando compiutamente la materia in riferimento agli affari di vita “reale”.

Ciò non basta più. L’avanzare della tecnologia ha comportato il trasferimento su piattaforma virtuale di gran parte dei nostri rapporti relazionali e finanziari, suscitando non pochi interrogativi giurisprudenziali inerenti al controllo e alla regolazione della rete Internet. In una prospettiva così problematica, la formazione di una vita “interattiva” parallela a quella reale, fa sorgere il quesito seguente: come si gestisce l’eredità digitale? Sempre più dati personali, ricordi, ed in generale tutto ciò che riguarda la nostra vita, resta conservato esclusivamente in formato computerizzato.

I più famosi social network hanno previsto la possibilità di lasciare un testamento digitale per esprimere le proprie volontà a tale riguardo.

Facebook in primis permette all’utente di nominare un contatto erede, cioè la persona che dopo la sua morte potrà gestirne il profilo; per indicarlo, basta loggarsi sul social ed inserire il nome nelle impostazioni generali nella sezione “gestisci account”. Vi è poi la possibilità di creare un profilo “commemorativo”. 

Anche Google prevede una possibilità analoga, potendo permettere fino a dieci persone di gestire l’account del morto tramite l’apposita procedura guidata online. Prevede poi in alternativa la cancellazione totale dell’account divenuto inattivo.

Per quanto riguarda Twitter e Linkedin, la possibilità di lasciare un testamento non è contemplata, ma i due social permettono ai familiari di poter agire sull’account del defunto presentando, attraverso apposita procedura, il certificato di morte e la documentazione necessaria.

Per tutto quello che riguarda la parte digitale della nostra vita inoltre, BoxTomorrow consente la creazione di un testamento digitale: attraverso la creazione di una sorta di “scatola” virtuale, è possibile inserire foto, documenti, e tutto ciò che desideriamo lasciare di noi stessi, compreso un file con le credenziali di accesso a tutti i servizi digitali. Alla nostra morte, gli eredi “digitali” potranno accedere alla scatola e recuperarne il contenuto.

I problemi urgenti che occorre risolvere in tale contesto, sono due. Il primo è dato dalla c.d. “digital Alzheimer disease”, ovvero la perdita della memoria recente, causata dalla obsolescenza digitale: la conservazione del dato interattivo nel tempo non è assolutamente garantita, e si parla in tal senso di data degradation; si dovrebbe dunque creare un contesto all’interno del quale la conservazione dei dati digitali sia più semplice, efficace e sicura, con lo studio di nuove forme per la protezione dei diritti d’autore e della proprietà intellettuale. Il secondo problema è dato dal ruolo del diritto alla privacy in tutto ciò. Il Garante per la privacy ha elaborato la prima guida all’applicazione del Regolamento UE 2016/679, che acquisterà piena efficacia nel nostro ordinamento nel maggio 2018. Ulteriori trasformazioni in corso vedono protagonisti i dati personali nell’ambito di una loro regolamentazione innovativa e di una loro adeguata protezione al passo con i tempi.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Chiara Bellini  

                                                                                                                                 

                                                                                                                                        

L’OSPEDALE DEGLI ORRORI

È di qualche giorno fa la notizia della scomparsa di Giuseppe Galea, 52 anni, avvenuta all’interno dell’ospedale di locri, volutamente scritto in minuscolo. Questo è il comunicato della famiglia:

“Tutto ha inizio il giorno di Santo Stefano. Giuseppe, che gode di ottima salute e conduce una vita regolare, accusa dolori al torace accompagnati da una forte tosse e da difficoltà a respirare. Accompagnato al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Locri, gli viene diagnosticata una broncopolmonite e, dopo essergli state prescritte le cure, Giuseppe viene dimesso. La notte tra il 23 e il 24 gennaio, ha una ricaduta. Nuova corsa al Pronto Soccorso dove gli vengono somministrate quattro flebo. Il mattino successivo viene sottoposto a una radiografia al torace, da cui si evince che la tosse che lo infastidisce è causata da una polmonite vera e propria che richiede l’immediato ricovero. Il 27 gennaio Giuseppe viene spostato in una stanza singola, dopo aver eseguito una tac, con la motivazione che “avrebbe dovuto rimanere isolato poiché affetto da tubercolosi”. Qualche giorno dopo, visionando nuovamente la Tac, un medico del reparto ci riferisce che Giuseppe potrebbe essere affetto da alveolite polmonare. Per essere certi della diagnosi, gli vengono prelevati muchi e sangue per inviarli in un centro a Lamezia Terme, dove sarebbero stati sottoposti a esami specifici che sarebbero stati comunicati. Attraverso una telefonata al centro di Lamezia, avvenuta pochi giorni dopo, si ribadisce che Giuseppe non sia affetto da tubercolosi; non viene, tuttavia, indicata una diagnosi esatta, quindi si richiedevano ulteriori indagini. Nel frattempo, a Giuseppe continua ad essere somministrato un mix di farmaci potentissimi, circa 14 flebo al giorno.

La mattina di domenica 4 febbraio, Carlo, il fratello si reca in ospedale e non viene riconosciuto da Giuseppe che lo scambia per la moglie. Inoltre, Giuseppe, dichiara di vedere nella stanza persone non presenti, tra cui il figlio che si trova a Torino. Carlo avverte il medico di turno che lo tranquillizza aggiungendo che nel corso di 10 giorni il fratello si sarebbe ristabilito e sarebbe stato dimesso. Alle 16 Giuseppe viene trasferito in Rianimazione. Alle 18 lo incontriamo e sembra stare meglio ma ci avvertono che sarebbero dovute trascorrere 48 ore per considerarlo fuori pericolo. Alle 21.30 Giuseppe esalava l’ultimo respiro. Chiediamo chiarimenti ai medici di Rianimazione e ci sentiamo dire che dalla Tac effettuata il 26 gennaio era emerso che Giuseppe aveva un solo polmone, un’anomalia di cui non eravamo a conoscenza.

Benché ancora sotto shock, con l’ausilio dell’avvocato Antonio Ricupero ci siamo rivolti alla Procura di Locri che ha già messo in moto la macchina delle indagini ponendo sotto sequestro la cartella clinica di Giuseppe.”

Donazione a causa di morte

Il diritto romano arcaico prevedeva una particolare forma di donazione chiamata “donazione a causa di morte”: si trattava di una donazione revocabile, destinata a produrre i suoi effetti solo alla morte del donante e prevista in particolari ipotesi di rischio come la partenza per una battaglia o un viaggio pericoloso.

Una simile figura sarebbe inconcepibile nel sistema giuridico attuale: l’art. 458 c.c. prevede, infatti, la nullità assoluta di qualunque forma di patto di tipo successorio a titolo puramente gratuito, perché il donante/testatore non potrebbe, eventualmente, revocare l’atto mortis causa e quindi verrebbe violato il principio di assoluta libertà testamentaria. Come se non bastasse lo schema della donazione di questo tipo, prevista dal diritto romano, presupponeva la facoltà di revocare l’atto, mentre la donazione concepita dal diritto italiano moderno, è in linea di massima irrevocabile, salvo le ipotesi concepite dagli artt. 800 ss.

Partendo da questi presupposti, ci si chiede se si possa considerare patto successorio e dunque nullo, anche l’ipotesi di donazione, i cui effetti sono posticipati ad un termine che corrisponde alla morte del donante, oppure la donazione condizionata al verificarsi dell’evento morte del donante. In queste due ipotesi, si ritrovano i caratteri tipici dei patti successori: cioè la disposizione dei beni per il tempo in cui avrà cessato di vivere il donante e l’irrevocabilità dell’atto.

La Suprema Corte, però, con sentenza n. 2619 del 1976 e successive pronunce, ammette la validità di tali fattispecie, poiché queste donazioni non sono da considerarsi mortis causa, ma donazioni tra vivi: il patto successorio che prevede la donazione mortis causa (considerato nullo dal diritto) garantirebbe al beneficiario solo un’aspettativa di fatto, in attesa della morte del testatore/donante; invece nelle donazioni qui considerate, il donatario acquista immediatamente l’aspettativa di diritto relativamente a quei beni, il che gli consente la realizzazione di atti conservativi.

È evidente la difficoltà al fine di stabilire se le parti intesero porre in essere una donazione inter vivos perfettamente valida oppure una attribuzione patrimoniale gratuita, contraria alla legge. L’unica soluzione proposta dalla dottrina è quella di procede all’analisi caso per caso, con l’obiettivo di identificare la presunta volontà delle parti, tenendo presente il principio previsto dall’art. 1367 c.c., secondo il quale nel dubbio, il negozio giuridico, deve essere interpretato in modo tale da produrre qualche effetto, anziché nessuno. Quindi, in linea di massima, si preferisce ritenere che le donazioni siano valide e quindi poste a condizione o a termine.

Dott. Marcello Cecchino