La nuova normativa italiana su tutela ed accoglienza dei minori non accompagnati: il divieto di respingimento

Il testo di riferimento normativo per la tutela ed accoglienza dei minori non accompagnati è il T.U. immigrazione (D.Lgs. 25 luglio 1998, n.286) .

La normativa introduce, prima di tutto (art. 3), un divieto assoluto di respingimento alla frontiera, e subordina l’adozione del provvedimento di respingimento a una valutazione circa il rischio di persecuzione, con l’aggiunta di un nuovo comma 1-bis, che lo vieta in termini assoluti nei confronti dei minori stranieri non accompagnati. La riforma non esclude invece il provvedimento di espulsione, attualmente consentito allorché risulti necessario per motivi di ordine pubblico e di sicurezza dello Stato (art, 13 c.1 del T.U.), ma inserisce un ulteriore motivo di valutazione (la condizione che il provvedimento stesso non comporti un rischio di danni gravi per il minore), definendo altresì un termine (30 giorni) per l’adozione del provvedimento da parte del Tribunale per i minorenni. Nei casi in cui la legge dispone il divieto di respingimento o di espulsione, è rilasciato da parte del questore il permesso di soggiorno per minore età (valido fino al compimento della maggiore età) o per motivi familiari. La condizione di vulnerabilità del minore viene così ampiamente riconosciuta e rispettata sin dalle primissime fasi (l’arrivo) a differenza di altri contesti che prevedono il respingimento alla frontiera. Stati come l’Austria, il Belgio, la Germania, l’Olanda, la Svezia, solo per citare qualche esempio di legislazioni nazionali, infatti, negano l’ingresso a tutti coloro che, a prescindere dall’età, non rispettano i criteri previsti per l’entrata e la permanenza legale sul territorio.

I limiti e le condizioni al respingimento e all’espulsione richiamano il tema, controverso e fortemente dibattuto, dell’identificazione del minore in quanto tale e quindi delle modalità e procedure funzionali all’accertamento dell’età anagrafica dello stesso. E’ la stessa Commissione a rilevare la mancanza di standard comuni di intervento e la variabilità dei metodi e delle procedure da uno Stato membro all’altro (“avviene che vengano effettuati accertamenti dell’età non necessari e che vengano talvolta applicati metodi invasivi; i tutori vengono spesso nominati solo dopo che le procedure di accertamento dell’età sono già state svolte, e le contestazioni relative all’età a volte portano alla detenzione del minore”). Si pensi per esempio che in Belgio vengono attuati tre esami medici (dentizione, polso, terminali mediali e clavicole e in caso di discordanza si utilizza l’esame più favorevole al minore) mentre in Irlanda e nel Regno Unito non sono previste indagini cliniche, ma solo valutazioni di altro tipo, come per esempio interviste o evidenze documentali (EMN, Synthesis Report: May 2015). La nuova normativa italiana si caratterizza pertanto per essersi dotata di una procedura unica di identificazione (che deve concludersi in dieci giorni), valida a livello nazionale ed idonea ad uniformare le attuali divergenze di prassi territoriali, realizzata attraverso un colloquio con il minore da parte di personale qualificato e sotto la direzione dei sevizi dell’ente locale (alla presenza del mediatore culturale e del tutore ove già nominato). Essa presenta cionondimeno, allo stato attuale, alcuni aspetti non chiari, sotto il profilo procedurale, che auspicabilmente potranno essere chiariti. Nel momento in cui il minore entra in contatto o è segnalato alle autorità di polizia o giudiziaria, ai servizi sociali o ad altri rappresentanti dell’ente locale, il personale qualificato della struttura di prima accoglienza dovrà svolgere con il minore un apposito colloquio, con l’ausilio possibilmente di organizzazioni, enti o associazioni di comprovata esperienza nella tutela dei minori. Un apposito D.P.C.M. dovrà regolare la procedura del colloquio, nel quale comunque sarà assicurata la presenza di un mediatore culturale. Priorità deve essere data alla richiesta di un documento anagrafico (anche con l’eventuale coinvolgimento delle autorità diplomatico-consolari, ove non sia stata espressa dallo stesso minore l’intenzione di richiedere protezione internazionale ovvero emergano preoccupazioni in tal senso). Qualora “permangano dubbi fondati in merito all’età dichiarata”, si potrà fare ricorso ad esami sociosanitari, con il consenso del minore e seguendo un protocollo che sia il meno invasivo possibile e con la presunzione della minore età nel caso in cui gli accertamenti non siano sufficienti ad eliminare i dubbi. Particolarmente apprezzabile la previsione che tale esame deve svolgersi con approccio multidisciplinare, essendo l’accertamento procedimento complesso che deve tenere conto di molte variabili (quali l’appartenenza etnica o lo stato di salute complessivo). Contro il provvedimento di attribuzione dell’età è ammesso reclamo (da decidersi da parte del giudice entro dieci giorni) e in attesa della decisione ogni procedimento amministrativo e penale conseguente all’identificazione come maggiorenne è sospeso.

Dott. Alessandro Pagliuca

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Sistema di protezione per richiedenti asilo e minori non accompagnati

Nel 2002 per la prima volta vengono disciplinate per legge le modalità e le procedure di accertamento dell’età e di identificazione, garantendone l’uniformità a livello nazionale. Prima dell’approvazione del DDL non esisteva infatti un provvedimento di attribuzione dell’età, che, d’ora in poi, sarà invece notificato sia al minore che al tutore provvisorio, assicurando così anche la possibilità di ricorso. Viene garantita inoltre maggiore assistenza, prevedendo presenza di mediatori culturali durante tutta la procedura.

Viene regolato il sistema di accoglienza integrato tra strutture di prima accoglienza dedicate esclusivamente ai minori, all’interno delle quali i minori possono risiedere non più di 30 giorni, e sistema di protezione per richiedenti asilo e minori non accompagnati (SPRAR), con strutture diffuse su tutto il territorio nazionale, che la legge estende ai minori stranieri non accompagnati. Viene poi attivata una banca dati nazionale dove confluisce la “cartella sociale” del minore, che lo accompagnerà durante il suo percorso).

Viene prevista per tutti la necessità di svolgere indagini familiari da parte delle Autorità competenti nel superiore interesse del minore e vengono disciplinate le modalità di comunicazione degli esiti delle indagini sia al minore che al tutore. La competenza sul rimpatrio assistito passa inoltre da un organo amministrativo, la Direzione Generale dell’immigrazione e delle Politiche di Integrazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, al Tribunale per i minorenni, organo costituzionalmente dedicato alla determinazione dell’interesse del minore.

Spariscono i permessi di soggiorno utilizzati per consuetudine o mai utilizzati, come ad esempio il permesso di soggiorno per affidamento, attesa affidamento, integrazione del minore, e si fa invece più semplicemente riferimento ai soli permessi di soggiorno per minore età e per motivi familiari, qualora il minore non accompagnato sia sottoposto a tutela o sia in affidamento. Il minore potrà richiedere direttamente il permesso di soggiorno alla questura competente, anche in assenza della nomina del tutore.

Entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge, ogni Tribunale per i minorenni dovrà istituire un elenco di “tutori volontari” disponibili ad assumere la tutela anche dei minori stranieri non accompagnati per assicurare a ogni minore una figura adulta di riferimento adeguatamente formata. La legge promuove poi lo sviluppo dell’affido familiare come strada prioritaria di accoglienza rispetto alle strutture.

Sono previste maggiori tutele per il diritto all’istruzione e alla salute, con misure che superano gli impedimenti burocratici che negli anni non hanno consentito ai minori non accompagnati di esercitare in pieno questi diritti, come ad esempio la possibilità di procedere all’iscrizione al servizio sanitario nazionale, anche prima della nomina del tutore e l’attivazione di specifiche convenzioni per l’apprendistato, nonché la possibilità di acquisire i titoli conclusivi dei corsi di studio, anche quando, al compimento della maggiore età, non si possieda un permesso di soggiorno. Viene prevista infine la possibilità, esercitata ad oggi sulla base di un vecchio Regio Decreto, di supportare il neomaggiorenne fino ai 21 anni di età qualora necessiti di un percorso più lungo di integrazione in Italia.

Per la prima volta sono sanciti anche per i minori stranieri non accompagnati il “diritto all’ascolto” nei procedimenti amministrativi e giudiziari che li riguardano, , e il diritto all’assistenza legale, avvalendosi, in base alla normativa vigente, del gratuito patrocinio a spese dello Stato. È prevista inoltre la possibilità per le associazioni di tutela di ricorrere in sede di giurisdizione amministrativa per annullare atti della Pubblica Amministrazione che si ritengano lesivi dei diritti dei minori non accompagnati e di intervenire nei giudizi che li riguardano.

Una particolare attenzione viene infine dedicata dalla legge ai minori vittime di tratta, mentre sul fronte della cooperazione internazionale l’Italia si impegna a favorire tra i Paesi un approccio integrato per la tutela e la protezione dei minori, nel loro superiore interesse.

 

Dott. Alessandro Pagliuca

Cenni sui minori stranieri ed il diritto all’istruzione dopo l’entrata in vigore della L. 94/2009

La legge n. 94/09 ha modificato l’art. 6, co. 2 del Testo Unico delle leggi sull’immigrazione d.lgs. n. 286/98 (T.U. 286/98), che disciplina i casi in cui il cittadino straniero extracomunitario deve esibire il permesso di soggiorno ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di suo interesse. La normativa previgente escludeva dall’onere di esibizione del permesso di soggiorno tutti i provvedimenti inerenti all’accesso a pubblici servizi. La legge 94/09 ha eliminato tale ampia eccezione, introducendo, con riferimento al diritto all’istruzione, una più limitata eccezione riguardante i “provvedimenti attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie”.
L’art. 6, co. 2 (come modificato dalla legge 94/09) stabilisce infatti che:
“Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo, per quelli inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie, i documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8, devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati.”

In seguito alla modifica introdotta dalla legge 94/09, sono stati da alcune parti sollevati dubbi in merito al diritto, per i minori stranieri privi di permesso di soggiorno e/o i cui genitori siano irregolarmente soggiornanti, ad accedere:
alla scuola dell’infanzia;
alla scuola secondaria superiore e alla formazione professionale dopo i 16 anni;
ai servizi e alle provvidenze finalizzati a promuovere il diritto all’istruzione e alla formazione (libri, mense, trasporto ecc.);
all’asilo nido.

L’art. 6, co. 2 (come modificato dalla legge 94/09), infatti, se correttamente interpretato, garantisce il diritto dei minori stranieri privi di permesso di soggiorno all’istruzione, alla formazione e all’accesso ai servizi socio-educativi anche rispetto agli ambiti sopra citati. Vediamo di seguito perché.

Come ribadito in modo costante dalla giurisprudenza costituzionale, tra più interpretazioni possibili di qualsiasi disposizione normativa è necessario che si privilegi sempre soltanto quella conforme alla Costituzione e agli obblighi internazionali e comunitari della Repubblica.
Ora, la Costituzione, l’ordinamento comunitario e le Convenzioni internazionali ratificate dall’Italia garantiscono il diritto all’istruzione a tutti i minori, senza discriminazioni fondate sulla cittadinanza o sulla regolarità del soggiorno, dunque anche ai minori stranieri privi di permesso di soggiorno. Tra le enunciazioni più importanti di tale principio, ci limitiamo a ricordare:
a) Costituzione, art. 34: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”;
b) Convenzione ONU sui diritti del fanciullo (ratificata e resa esecutiva con legge 176/91):
l’art. 28 afferma che: “Gli Stati Parti riconoscono il diritto del fanciullo all’educazione, ed in particolare, al fine di garantire l’esercizio di tale diritto gradualmente ed in base all’uguaglianza delle possibilità: a) rendono l’insegnamento primario obbligatorio e gratuito per tutti; b) incoraggiano l’organizzazione di varie forme di insegnamento secondario sia generale che professionale, che saranno aperte ed accessibili ad ogni fanciullo e adottano misure adeguate come la gratuità dell’insegnamento e l’offerta di una sovvenzione finanziaria in caso di necessità;[…]”;
 l’art. 2 stabilisce che i diritti sanciti dalla Convenzione devono essere garantiti a tutti i minori, senza discriminazioni, il che significa, come ha chiarito il Comitato ONU sui diritti del fanciullo, anche “indipendentemente dalla loro nazionalità, status d’immigrazione o apolidia”;
 l’art. 3 della Convenzione, infine, stabilisce che in tutte le decisioni riguardanti i minori, il superiore interesse del minore deve essere una considerazione preminente;
c) I Protocollo addizionale alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, art. 2: “Il diritto all’istruzione non può essere rifiutato a nessuno”;
d) Carta di Nizza, art. 14: “Ogni individuo ha diritto all’istruzione”.

Va inoltre ricordato che l’art. 2, co. 1 del T.U. 286/98 riconosce anche allo straniero irregolarmente soggiornante “i diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme di diritto interno, dalle convenzioni internazionali in vigore e dai princìpi di diritto internazionale generalmente riconosciuti”, tra i quali rientra sicuramente il diritto all’istruzione sancito dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali sopra citate.
Dunque, nei casi in cui siano possibili diverse interpretazioni dell’art. 6 co. 2 del T.U. 286/98 (come, ad es., con riferimento all’accesso all’asilo nido o alla scuola dell’infanzia), si dovrà adottare quella che risulti conforme ai principi costituzionali, comunitari e internazionali che garantiscono a tutti i minori il diritto all’istruzione, senza discriminazioni fondate sulla cittadinanza o sulla regolarità del soggiorno, dunque anche ai minori stranieri privi di permesso di soggiorno.

 

Dott. Alessandro Pagliuca

Il perdono giudiziale

Il perdono giudiziale fu introdotto per la prima volta nel Codice Rocco nel 1930, attualmente è in vigore nell’articolo 169 del r.d.l. 1404 del 1934, istitutivo del Tribunale per i minorenni.

Questo istituto configura una causa estintiva del reato, in quanto estingue la potestà statale di applicare la pena minacciata. Le cause estintive del reato (fra cui la prescrizione, la sospensione condizionale della pena, la remissione di querela), fanno venire meno la c.d. ‘punibilità in astratto’, che sorge con il verificarsi di tutti gli elementi costitutivi del reato e consiste nella possibilità giuridica di applicare le conseguenze penali del reato: lo Stato, così, rinuncia ad applicare la sanzione penale minacciata dalla norma.

In particolare, con il perdono giudiziale, lo Stato rinuncia alla condanna o al rinvio a giudizio, nonostante il giudice abbia accertato la responsabilità dell’imputato minorenne: infatti può essere concesso in sede di udienza preliminare o dibattimentale, mentre è preclusa la sua concessione durante le indagini preliminari, in quanto non è incluso fra i motivi che comportano l’archiviazione.

La prima condizione necessaria affinché sia concesso il perdono è che il colpevole, al tempo della commissione del reato, non avesse compiuto i diciotto anni: si configura, così, una causa estintiva del reato applicabile esclusivamente ai minori.

Inoltre, secondo la previsione dell’articolo 169 del codice penale, è applicabile solo ai minori che abbiano commesso reati che importino una pena restrittiva della libertà non superiore a due anni o una pena pecuniaria non superiore a tre milioni di lire, da convertire in euro dal gennaio del 2002, anche se congiunta a detta pena (art. 19 del R.d.l. 1404 del 1034, modificato dalla legge 689 del 1981). Pertanto il perdono comporta la cognizione piena del merito dell’accusa, occorrendo prove sufficienti per condannare e si basa su un effettivo accertamento della colpevolezza dell’imputato.

Per poter concedere il perdono, il giudice deve presumere che il colpevole si asterrà dal commettere ulteriori reati (art. 169). Questa presunzione, che si deve fondare sulle circostanze indicate nell’articolo 133 del codice penale, volte a stabilire la gravità del reato e la capacità a delinquere del colpevole, implica, come emerge da una pronuncia della Corte di Cassazione del 1989, oltre l’esame del fatto, anche quello della personalità del soggetto e del suo comportamento contemporaneo e successivo al fatto. Il giudice è chiamato a compiere un “giudizio prognostico sul comportamento futuro del minore e quindi sulla possibilità che la mancata irrogazione della pena contribuisca al recupero dello stesso in termini di ragionevole prevedibilità” .

L’ultimo comma dell’articolo 169 del codice penale prevede che il perdono giudiziale non possa essere concesso più di una volta.

La Corte Costituzionale è intervenuta più volte sul tema della reiterazione del beneficio. Dapprima ha interpretato estensivamente la previsione del codice penale. Infatti con la sentenza n. 108 del 1973 ha esteso la possibilità di concedere il beneficio ad altri reati legati dal vincolo della continuazione a quelli per i quali è stato già concesso il perdono e, con la sentenza n. 154 del 1976, tale estensione ha riguardato reati commessi anteriormente alla prima sentenza di perdono, quando la pena cumulata con la precedente, non superi i limiti per l’applicabilità del beneficio. Successivamente la sentenza n. 295 del 1986 ha ritenuto costituzionalmente legittimo il divieto di reiterazione, fuori dai casi predetti, in quanto la commissione di un nuovo reato dimostra l’insufficienza della funzione ammonitrice del perdono per l’autorieducazione del minore, il quale non ha risposto alla fiducia accordatagli dalla società.

L’articolo 169, nel disporre che il perdono non possa essere concesso al minore che ha riportato una precedente condanna a pena detentiva per delitto, anche se è intervenuta la riabilitazione, né al delinquente o contravventore abituale o professionale, rimanda esplicitamente a quanto previsto, dall’articolo 164, per la sospensione condizionale della pena. Questo istituto si può accostare al perdono giudiziale, in quanto entrambi costituiscono una forma di ‘perdono’ proveniente dall’autorità giudiziaria, che si colloca nell’ambito della più generale categoria delle cause di estinzione del reato , ma solo il perdono giudiziale estingue il reato contemporaneamente alla sua concessione e non può essere revocato. La Corte di Cassazione, in una pronuncia del primo marzo del 1967, ha stabilito che per decidere se concedere la sospensione condizionale della pena o il più vantaggioso beneficio del perdono, il giudice debba tenere conto della gravità del reato, della personalità del colpevole e dell’opportunità di rafforzare o meno il ravvedimento del reo, motivando la concessione della sospensione condizionale .

Per completare l’analisi dell’istituto in esame occorre fare cenno alla disciplina delle iscrizioni nel casellario giudiziale. Tali iscrizioni relative alla concessione del perdono sono conservate fino al compimento del ventunesimo anno di età della persona alla quale si riferiscono; dopodiché vengono eliminate. Questa previsione si inserisce nell’ambito delle disposizioni che abbiamo definito destigmatizzanti. Il fatto che sia stata prevista un’età più avanzata per l’eliminazione delle iscrizioni relative al perdono, rispetto a quella prevista per l’eliminazione delle iscrizioni relative ad altre ‘formule indulgenziali’, quali l’irrilevanza del fatto, la non imputabilità, l’estinzione del reato per esito positivo della prova, per l’eliminazione delle quali è sufficiente il raggiungimento dei diciotto anni di età, dimostra che il legislatore ha tenuto conto del fatto che sia stata accertata la responsabilità del minore e, per di più, per un reato che non necessariamente sia di lieve entità o che dimostri l’occasionalità della sua condotta e che l’estinzione del reato sia intervenuta contestualmente alla concessione del beneficio, senza che sia stata subordinata all’esito positivo di un periodo di prova.

Introdotto nel 1930, il perdono giudiziale doveva assolvere ad una funzione di ammonimento perfettamente in linea con il paternalismo autoritario che caratterizzava il regime fascista .

Successivamente, con l’introduzione del principio rieducativo, a cui devono tendere le pene, e della esigenza di tutela della gioventù ad opera dello Stato, contenuti rispettivamente negli articoli 27, terzo comma e 31, secondo comma della Costituzione, e, soprattutto, con il sorgere delle nuove tendenze del minimo intervento penale, l’istituto viene visto con favore, ritenendosi che, in determinati casi la non applicazione della sanzione sia più utile, per lo sviluppo armonico della personalità del reo e il suo reinserimento nella società, rispetto alla loro applicazione.

La Corte Costituzionale ha fissato questo orientamento nella sentenza n. 120 del 1977, in cui sostiene che il perdono giudiziale discende “dalla minore fiducia del legislatore nella capacità rieducativa del carcere per i minorenni e dalla maggiore fiducia nella possibilità del loro recupero sociale dopo il primo incontro con la giustizia penale”.

 

Dott. Alessandro Pagliuca

Il processo penale minorile e le sue peculiarità

Il processo penale minorile è un processo a sé stante, ovvero si tratta di un processo che, considerata la particolarità della questione inerente l’età degli imputati, prevede punti di specialità, sia per quanto riguarda la personalità, sia per quanto riguarda le esigenze rieducative del minorenne.

Gli organi adibiti al procedimento per i minorenni sono: il Procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni, il giudice per le indagini preliminari presso il tribunale dei minorenni, il tribunale per i minorenni, il procuratore generale presso la corte d’appello, la sezione della corte d’appello per i minorenni, il magistrato di sorveglianza per i minorenni.

La competenza è del tribunale per i minorenni, quindi, per i soggetti che non hanno ancora compiuto i diciotto anni. L’esercizio dell’azione penale spetta al pubblico ministero presso il tribunale dei minorenni dove dimora il minore all’inizio del procedimento stesso. All’interno della Procura della Repubblica di ciascun tribunale, infatti, vi è una sezione specializzata di polizia giudiziaria, alla quale è assegnato personale dotato di specifiche attitudini e preparazione. A testimonianza della specialità del procedimento l’autorità giudiziaria si avvale dell’ausilio dei servizi sociali. La notifica dell’informazione di garanzia va notificata a pena di nullità a chi ha la potestà genitoriale sul minore. L’articolo del codice predispone l’accertamento sull’età del minore quando vi è incertezza, o quando, anche dopo la perizia, vi sia ancora incertezza sullo stesso. Di fondamentale importanza è il divieto di richiedere azioni di risarcimento civile all’interno di questi processi, con l’assenza quindi della parte civile all’interno del procedimento.

Il minorenne può essere subito rilasciato, se il fatto non sussiste o se, durante le indagini preliminari, non siano state raccolte prove tali da consentirne l’arresto, oppure ancora per estinzione della pena.

Nel caso in cui la pena sia non superiore a due anni il giudice può decidere la sostituzione della stessa con semidetenzione o libertà vigilata.

Il codice, considerata l’età del minore, afferma che l’assistenza affettiva dei genitori mai può venire a mancare cosi come quella dei servizi sociali e, sempre per la sua tutela, vi è il divieto di divulgazione o immagini che possono essere utili a riconoscerlo. L’arresto è consentito quando vi è flagranza di reato, cosi come ne è consentito il fermo, ma, avvenuto ciò, bisogna che ne sia data immediata notizia al pubblico ministero nonché all’esercente della potestà genitoriale, subito dopo, condotto presso un centro di prima accoglienza, che ne sia data liberazione immediata quando ve ne siano i requisiti.

L’importanza dell’articolo 21 sta nel fatto che può essere consentito al minore di rimanere nella propria casa a patto che questo sia utile per la sua rieducazione, salvo diversa disposizione, il minore può essere accompagnato in una comunità.

La custodia cautelare può essere applicata in presenza di delitti non colposi per la quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o una pena detentiva fino a nove anni, oltre che per i casi di violenza carnale; quando l’imputato può fuggire; o per pericolo che possa compiere lo stesso reato.

L’udienza preliminare si svolge nell’attenzione massima del minore. Può esserne richiesto infatti il suo allontanamento quando vi siano discussioni inerenti la sua personalità, con udienza preliminare che si svolge sempre a porte chiuse, a meno che la pubblicità sia nel totale interesse dell’imputato. La sentenza, che rispecchia quelle canoniche del procedimento penale per i soggetti maggiorenni, prevede il ricorso in appello che prevede gli stessi termini del processo penale dagli anni 18 .

Dott. Alessandro Pagliuca