Amore finito dopo 28 giorni? Nessun diritto al mantenimento

quando ci si sposa per i soldi

Quando il rapporto di coniugio fallisce, l’ordinamento prevede come rimedio la separazione (dove marito e moglie mantengono lo status coniugale), ed il divorzio (dove questo status si perde).

Nel primo caso l’art. 156 c.c. prevede che il giudice, nel pronunciare la separazione, stabilisca a vantaggio del coniuge “debole” il diritto di ricevere dall’altro quanto necessario per mantenersi nel caso in cui non disponga di un reddito proprio adeguato. La predetta previsione trova la sua ratio nella difficoltà di provvedere ai propri bisogni in seguito alla scissione della vita coniugale, che comporta un inevitabile aumento dei costi e l’impossibilità di realizzo delle economie proprie della vita condotta in due. In questo ambito la giurisprudenza ha fatto propria la direttiva generale della conservazione del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, nei limiti dei redditi dell’altro coniuge.

I presupposti essenziali espliciti per l’ottenimento dell’assegno di separazione, sono la disparità di condizioni economiche, la mancanza di addebito della separazione a carico del beneficiario e la scarsezza di redditi adeguati del coniuge più debole.

Ma il diritto al mantenimento vale anche nei casi in cui il matrimonio fallisce in tempi brevissimi oppure è sufficiente la contrazione del matrimonio?

L’assoluta brevità del rapporto, e dunque il difetto della pregressa instaurazione di una reale ed effettiva comunione materiale e spirituale tra coniugi (che sorge soprattutto con la convivenza), comporta la configurazione dell’ipotesi eccezionale per cui tale diritto non può essere riconosciuto. In tali condizioni difatti, la Suprema Corte di Cassazione, con l’ordinanza del 10 gennaio 2018 n. 402, ha confermato la decisione della Corte d’appello di Genova: quest’ultima aveva negato l’assegno di mantenimento alla moglie a seguito di un matrimonio durato 28 giorni, e dunque a malapena un mese. Nel caso specifico, è emerso che la moglie ed il marito non avevano praticamente convissuto, e che anzi il matrimonio fosse stato concordato per interesse, in particolare della donna.

La giurisprudenza di legittimità sottolinea dunque come il matrimonio si configuri non solo come mero atto, ma anche come rapporto, sul quale incidono una serie di diritti e doveri in capo a ciascun coniuge, tali da realizzare una effettiva comunione materiale ma soprattutto spirituale.

Chiara Bellini

Legge 55 del 2015: la nuova disciplina del divorzio e della separazione personale tra coniugi

A seguito della entrata in vigore del nuovo testo di legge n.55 del 2015, il regime giuridico del divorzio ha subito una modifica di portata rivoluzionaria, che influirà senza dubbio nelle vite dei cittadini.

A partire dal 26 Maggio 2015, infatti, i termini per potere ottenere la sentenza di divorzio si sono notevolmente ridotti, il che rende molto più semplice per i coniugi l’ottenimento della relativa pronuncia giudiziale.

Pertanto, i due coniugi che intendessero porre fine al loro vincolo matrimoniale attraverso la via del divorzio, potranno adire il giudice per ottenere due diverse tipologie di divorzio, ma con la seguente riduzione nei termini:

– in caso di divorzio giudiziale, i termini saranno ridotti da tre anni dalla comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale a un anno dalla comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale;

– in caso di divorzio consensuale, i termini saranno ridotti a soli sei mesi dalla comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale.

Tale normativa, inoltre, potrà applicarsi non solo a tutte le procedure iniziate dopo il 25 Maggio 2015, ma anche ai procedimenti di divorzio già pendenti a tale data, il che va ancora una volta ad evidenziare la volontà del legislatore di snellire il processo civile in questo particolare ambito.

Attraverso tale riforma, inoltre, non si è modificato unicamente l’articolo 3 della legge sul divorzio (legge. 898/1970), ma vi è stata la introduzione di un nuovo comma all’art. 210 del codice civile, in merito allo scioglimento della comunione tra i coniugi.

Grazie a tale comma, è stato anticipato il dies a quo di scioglimento della comunione stessa in caso di separazione tra i coniugi, il quale era precedentemente previsto nel momento di passaggio in giudicato della sentenza di separazione, mentre ora è stato anticipato al momento in cui il giudice autorizza i soggetti a vivere separati.

Ciò dunque implica che lo scioglimento della comunione avviene molto prima rispetto a quanto previsto prima della riforma, al fine di accorciare ulteriormente i tempi per ottenere la sentenza di divorzio.

Entrambe le normative su descritte, dunque, riflettono una volontà precisa del legislatore di sveltire le tempistiche per il divorzio tra coniugi, cercando di accelerare le procedure e snellire la realtà processuale italiana.

Dott. Sergio Briguglia