BERLUSCONI LANCIA L’ALTRA ITALIA

Lo scorso 26 luglio, alla convention di Forza Italia, Silvio Berlusconi è tornato a parlare dopo alcuni mesi di silenzio ed ha ribadito l’opposizione dura al governo Conte; in seguito ha lanciato un nuovo movimento chiamato L’altra Italia. Il Cavaliere l’ha definito come quel movimento di tutti i moderati che non si riconoscono nel governo giallo-verde. A tale convention tuttavia non è parso immediato il ruolo del leader di tale nuovo movimento: Berlusconi, ormai in età avanzata, potrebbe cedere il passo ad una figura leggermente meno datata del Cavaliere stesso ossia Antonio Tajani. Si formeranno sicuramente nuove alleanze a causa dell’eccessivo malcontento, non si preannunciano semplici le prossime settimane.

 

Valerio Del Signore

Storie di uomini non voluti

L’immigrazione è un problema di cui negli ultimi giorni, ma in verità anni, si sta dibattendo molto con toni ormai non più pacati nel nostro paese. Le soluzioni prospettate dalla politica sono state molte, ma mai veramente risolutive o quanto meno concrete: dall’istituire centri di “controllo” dell’effettivo status di rifugiato dei migranti nei paesi di partenza, quindi soprattutto la Libia, fino al trasporto di queste persone in Italia e poi la ripartizione, però, con altri paesi dell’Unione Europea.

Tali idee non sono, tuttavia, mai entrate nel pieno della loro vita e la conseguenza è che ogni giorno sulle nostre coste arrivano migliaia di persone che fuggono da guerre, miseria e povertà, o anche solo con il sogno di raggiungere l’Occidente europeo come meta di propria realizzazione economica. Il risultato di tutto ciò è che il numero delle persone sbarcate nel 2016 nella parte meridionale dell’Italia sono state circa 64 mila, mentre nel 2017 siamo già arrivate a 80 mila e la bella stagione non potrà che far aumentare il numero di questi.

L’ultima idea prospettata è stata quella di assumere una posizione dura soprattutto nei confronti dell’Europa, colpevole di non aver ascoltato le richieste di aiuto provenienti dai nostri Governi: ovvero quella di chiudere i porti. L’idea sembra essere stata del Ministro degli Interni Minniti, ma veramente questa è realizzabile?

Le ONG (organizzazioni non governative) che operano tra Libia e Italia in parte in acque internazionali, in parte anche nelle nostre acque nazionali seguono la c.d. Convenzione di Amburgo del 1979, nonché la Convenzione Internazionale per l’Organizzazione Marittima e la Convenzione Internazionale per la Sicurezza della Vita in Mare. Queste, molto semplicemente, prevedono che gli sbarchi debbano avvenire sulle coste del paese più vicino rispetto alle quali il salvataggio è stato fatto e tali coste sono irrimediabilmente quelle italiane.

Utilizzare la forza e mostrare i “muscoli” (per affermare anche che l’Italia, fino a prova contraria, è un paese dotato di sovranità) intervenendo con le forze armate e bloccare l’accesso ai porti si potrebbe certo fare, ma con ricadute molto pesanti, in quanto ciò sarebbe visto come un atto di aggressione ai paesi di cui battono bandiera le navi delle ONG. Il risultato sarebbe qualche sentenza in più, rispetto a quelle che già ci sono, a carico dell’Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo.

In più si aggiunge anche il Testo Unico sull’immigrazione del 1998, il quale all’art. 10 vieta il respingimento “nei casi previsti dalle disposizioni vigenti che disciplinano l’asilo politico, il riconoscimento dello status di rifugiato ovvero l’adozione di misure di protezione temporanea per motivi umanitari”. Sarebbe difficile poter concedere la possibilità a tutte queste persone di far domanda di protezione o asilo al nostro paese, se prima ancora di arrivare fossero respinti e, quindi, viene a mancare la legittimazione del diritto ad una tale pratica.

L’unica soluzione sarebbe quella di cambiare il diritto, ma a livello nazionale si cozzerebbe sicuramente contro una pronuncia di incostituzionalità, prima, e di non allineamento con il diritto europeo dalla Corte di Giustizia di Lussemburgo, poi. A livello internazionale la questione sarebbe ancora più difficile, volendo dire che bisognerebbe riaprire la discussione con tutti i paesi che hanno sottoscritto tutte le sopracitate Convenzioni Internazionali e che hanno già dimostrato di non potere (per mancanza di strutture) o non volere accogliere l’enorme numero di persone che sta arrivando dal continente Africano.

La soluzione di tutto ciò è lontana e di difficile individuazione, forse veramente sarebbe arrivato il momento in cui tutti gli altri paesi europei, perlomeno, si mettano una mano sulla coscienza e accettino che il problema sia anche loro, dato soprattutto che le decisioni politiche degli anni scorsi verso i paesi del Nord-Africa non sono state solo il frutto di scelte italiane, ma condivise da un blocco più ampio di paesi… ma tutto ciò è più una questione politica che giuridica e non è questa la sede per trattarne.

 

Alberto Lanzetti

C’era una volta Catanzaro

Diventare avvocati. La routine la conosciamo tutti: laurea, tirocinio di diciotto mesi –da poco i primi sei mesi si possono anche anticipare grazie all’intervento delle diverse facoltà di Giurisprudenza e l’ordine degli avvocati territorialmente competente- e poi esame di stato; si, esame di stato, quello temuto, quello che se non si passa “che si fa?”. E allora via di corsa a studiare su mattoni infiniti, a scrivere atti per lo studio che ci sta insegnando ad approcciarci al mondo del lavoro, a sentire arringhe e sentenze in tribunale. Ma c’è qualcosa in più: qualche giorno prima dell’esame salterà fuori la fatidica frase: “sarei pronto a tutto pur di passarlo!” e qui nascono i tentativi di copiature tra colleghi il giorno dell’esame, consultazioni del cellulare fugaci e nascoste, scambi di opinioni a voci basse. Tralasciando il fatto che copiare in un concorso pubblico è reato, quindi perseguibile penalmente, la prassi del copiare o del trovare delle scorciatoie pur di arrivare a quel maledetto titolo è divenuta molto in voga, con conseguenze che nel mondo del lavoro sono drammatiche. Nei fori si iscrivono sempre più avvocati e un maggior numero non vuol che dire maggiore annacquamento dei guadagni di tutti, purtroppo.

Tra le prassi nate negli anni, anche perché copiare rimane comunque un’attività sentita come eccessivamente pericolosa, vi era quella di trasferirsi per sostenere l’esame in quelle sedi in cui si sapeva che l’esame sarebbe stato più facile e ci sarebbero state più possibilità di superarlo. Queste sedi erano soprattutto quelle del sud Italia, tra cui Catanzaro, dove si sono raggiunte percentuali del 95% di ammessi alla professione forense.

Per limitare queste vere e proprie migrazioni si è imposto dal 1996 che l’esame lo si potesse sostenere nel luogo dove ci si fosse iscritti al registro dei praticanti.

Ma siamo in Italia e, quindi, fatta la legge, trovato l’inganno ed è subito sorta l’abitudine di trasferirsi questa volta in Spagna, dove diventare abogados era molto più facile: un semplice test a crocette e ci si poteva iscrivere all’ordine spagnolo, poi in Italia ci si sarebbe fatti iscrivere come avvocati “stabiliti” e dopo tre anni si sarebbe acquisito il titolo di avvocato “integrato”, diventando definitivamente anche in Italia avvocati. Per qualche anno la scorciatoia ha funzionato e molti hanno potuto fruire di questa grossa cesura burocratica e scolastica ed esercitare la professione.

La pratica ha iniziato ad insospettire e poi addirittura spaventare il Ministero della Giustizia italiano e le autorità spagnole.

In particolare, la conferenza di servizi, all’unanimità, aveva deliberato sin dall’11 settembre 2014 di sospendere l’esame delle pratiche relative all’acquisizione del titolo professionale di abogado in Spagna a seguito della sola omologa accademica della laurea italiana, con riferimento particolare alle pratiche relative a omologhe ottenute dopo il 31 ottobre 2011.

L’attesa risposta da parte della Spagna sulla situazione indicata è arrivata successivamente, stabilendo che per l’iscrizione al Colegio de Abogados l’interessato avrebbe dovuto anche frequentare un master specifico accreditato e superare l’esame di Stato, pena un’iscrizione irregolare all’albo passabile di annullamento.

In questa maniera si cerca di ridurre il numero degli “emigranti” a caccia del titolo da spendere anche nel nostro paese obbligando alla partecipazione anche di un master specifico per accreditarsi presso l’Ordine spagnolo.

Ci si interroga comunque sulle difficoltà strutturali dell’esame di stato, il quale spesso viene visto come una fase di passaggio e non un approdo definitivo. Spesso l’esame viene affrontato solo per poi approcciarsi al successivo esame per il notariato o la magistratura. Ecco perché secondo Andrea Mascherin, Presidente del Consiglio Nazionale Forense: “l’esame richiede una completa rivisitazione. Schermiamo le aule per mettere fuori gioco le tecnologie e chiediamo molta professionalità ai commissari. Attraverso le scuole forensi l’esame deve diventare un punto di arrivo, guardando alla professione di avvocato come a una scelta consapevole e non a un parcheggio in attesa di una carriera diversa”.

Se, quindi, ci si sta preparando a difendersi dagli italiani che rientrano da paesi come la Spagna o la Romania (altro stato dove c’è il rischio di diventare avvocato troppo facilmente e poi trasferire il titolo in Italia) bisogna anche concentrarsi sulla riforma dell’esame di stato italiano stesso, sia nelle sue modalità, che nella sua strutturazione.

 

 

Alberto Lanzetti

Questioni di priorità

Questi giorni per la nostra penisola non sono propriamente facili.

Il centro Italia è martoriato da continue scosse di terremoto che, ormai, non fanno più vittime tra la popolazione solo per il fatto che la gente è talmente spaventata dalla scossa di fine Agosto che in casa non ci sta praticamente mai e ora ci staranno, purtroppo, ancora meno. Se non ci sono danni alle persone, ciò non toglie che i danni alle città e ai paesi, nonché ai beni culturali e artistici del luogo non siano pochi, anzi, sono molti e gravi.

In tutto ciò il governo sta cercando di rispondere il più velocemente possibile, fornendo camere d’albergo per chi può o vuole allontanarsi dalla propria casa e nei prossimi giorni, si dice, anche fornendo tende per chi vuole o deve restare in quei luoghi; ricordiamoci che ci sono molti imprenditori agricoli che hanno animali da accudire ed allevare e che non possono abbandonare se non per qualche ora.

I primi calcoli sui costi dei danni sono molto ingenti e, probabilmente, non potranno che salire ora dopo ora.

La prima cosa che è stata annunciata è che il Patto di Stabilità che l’Italia ha assunto nei confronti dell’Europa non sarà un problema e i fondi che dovranno essere utilizzati per permettere la ricostruzione saranno utilizzati senza pensarci troppo –come dare torto a una scelta del genere?-.

Eppure più voci si sono susseguite nelle ultime ore, alcune delle quali affermano, invece, esattamente il contrario di quanto appena detto: ovvero che l’Europa sarebbe indifferente alle difficoltà che stiamo correndo noi Italiani e sarebbe più legata all’asetticità dei calcoli matematici ed economici anche perché in fin dei conti sarebbe anche ora che “i conti tornassero”.

L’Europa, con le sue istituzioni, si è impegnata, però, a dare la sua versione dei fatti.

La portavoce della Commissione Europea Annika Breidthardt ha affermato che l’Europa non specula su certi disastri e non l’ha mai fatto anche in passato: come nelle ipotesi del terremoto dell’Emilia o ancora prima con quello dell’Abruzzo.

Le voci che danno contro all’Europa, questa volta almeno, sarebbero becero populismo, compiuto solo per cercare di creare alternative politiche anche in momenti in cui di politica non si dovrebbe parlare, ma si dovrebbe porre l’attenzione sui problemi dei cittadini.

Anche il Commissario Christos Stylianides ha assicurato come la Commissione, e non solo, rimane pronta ad aiutarci e di come il Centro di Coordinamento delle Risposte di Emergenza della Commissione abbia già consegnato alle autorità italiane trentuno mappe di rilevazione satellitare, ovvero quelle che le erano state richieste.

Una volta tanto bisogna cercare di sperare che veramente i problemi economici possano stare in secondo piano e si possa prima di tutto pensare ai bisogni di un popolo ferito e martoriato.

Per il patto di stabilità ci sarà tempo…

 

 

Alberto Lanzetti