CITTADINANZA: L’IRAN NON AMMETTE LA DOPPIA NAZIONALITA’

La cittadinanza italiana, in via generale, si ottiene tramite il principio del c.d. “ius sanguinis” (“il diritto di sangue”), cioè per il fatto di essere nati da genitore italiano. Secondo tale principio dunque, un soggetto nato da padre straniero e madre italiana (o viceversa), acquista lo status di cittadino italiano. Il nostro paese ammette poi la doppia cittadinanza, che permette ad un soggetto di essere cittadino di due paesi diversi.

Tuttavia, non in tutti i paesi vige tale libertà. La doppia cittadinanza difatti, viene riconosciuta solo nei paesi nei quali vengono sanciti e garantiti a livello costituzionale i diritti di libertà individuale e collettiva di tutti gli uomini, paesi che noi chiamiamo “stati costituzionali”, di cui l’Italia è un pacifico esempio; al di fuori di tali stati garantisti, la cittadinanza è una.

Nei paesi islamici meno aperti verso la diversità culturale e più gelosi della propria tradizione, dove la principale fonte del diritto è il Corano (dei 2600 versetti contenuti nel testo sacro, 500 contengono regole giuridiche), e dove la condotta dell’individuo è rigidamente ancorata ad un secolare codice comportamentale, nascere all’interno del paese equivale a prestare la propria fedeltà nei confronti di quel paese. Ne consegue il categorico rifiuto di riconoscere ai cittadini la possibilità di appartenere ad uno stato differente, culturalmente distinto.

Cosa capita dunque nell’ipotesi in cui un soggetto, nato in Italia da madre italiana e da padre iraniano, voglia trasferirsi nel paese d’origine del padre? Tale soggetto dovrà rinunciare alla propria cittadinanza italiana, e verrà considerato esclusivamente cittadino iraniano agli occhi dell’Iran.

Inoltre, il nostro diritto di famiglia prevede che nel caso in cui tale soggetto (oramai “straniero” a causa della rinuncia) ritorni in Italia e decida di unirsi in matrimonio con una cittadina italiana, dovrà presentare una dichiarazione dell’autorità competente del proprio paese dalla quale risulti che, giuste le leggi cui è sottoposto, nulla osta al matrimonio. La nostra giurisprudenza tuttavia ha ritenuto contrario all’ordine pubblico il rifiuto opposto da alcuni Stati musulmani a ragione della diversità di culto tra gli sposi, facendo prevalere in questo ambito una interpretazione costituzionalmente orientata.

Chiara Bellini

Annunci

La nuova normativa italiana su tutela ed accoglienza dei minori non accompagnati: il divieto di respingimento

Il testo di riferimento normativo per la tutela ed accoglienza dei minori non accompagnati è il T.U. immigrazione (D.Lgs. 25 luglio 1998, n.286) .

La normativa introduce, prima di tutto (art. 3), un divieto assoluto di respingimento alla frontiera, e subordina l’adozione del provvedimento di respingimento a una valutazione circa il rischio di persecuzione, con l’aggiunta di un nuovo comma 1-bis, che lo vieta in termini assoluti nei confronti dei minori stranieri non accompagnati. La riforma non esclude invece il provvedimento di espulsione, attualmente consentito allorché risulti necessario per motivi di ordine pubblico e di sicurezza dello Stato (art, 13 c.1 del T.U.), ma inserisce un ulteriore motivo di valutazione (la condizione che il provvedimento stesso non comporti un rischio di danni gravi per il minore), definendo altresì un termine (30 giorni) per l’adozione del provvedimento da parte del Tribunale per i minorenni. Nei casi in cui la legge dispone il divieto di respingimento o di espulsione, è rilasciato da parte del questore il permesso di soggiorno per minore età (valido fino al compimento della maggiore età) o per motivi familiari. La condizione di vulnerabilità del minore viene così ampiamente riconosciuta e rispettata sin dalle primissime fasi (l’arrivo) a differenza di altri contesti che prevedono il respingimento alla frontiera. Stati come l’Austria, il Belgio, la Germania, l’Olanda, la Svezia, solo per citare qualche esempio di legislazioni nazionali, infatti, negano l’ingresso a tutti coloro che, a prescindere dall’età, non rispettano i criteri previsti per l’entrata e la permanenza legale sul territorio.

I limiti e le condizioni al respingimento e all’espulsione richiamano il tema, controverso e fortemente dibattuto, dell’identificazione del minore in quanto tale e quindi delle modalità e procedure funzionali all’accertamento dell’età anagrafica dello stesso. E’ la stessa Commissione a rilevare la mancanza di standard comuni di intervento e la variabilità dei metodi e delle procedure da uno Stato membro all’altro (“avviene che vengano effettuati accertamenti dell’età non necessari e che vengano talvolta applicati metodi invasivi; i tutori vengono spesso nominati solo dopo che le procedure di accertamento dell’età sono già state svolte, e le contestazioni relative all’età a volte portano alla detenzione del minore”). Si pensi per esempio che in Belgio vengono attuati tre esami medici (dentizione, polso, terminali mediali e clavicole e in caso di discordanza si utilizza l’esame più favorevole al minore) mentre in Irlanda e nel Regno Unito non sono previste indagini cliniche, ma solo valutazioni di altro tipo, come per esempio interviste o evidenze documentali (EMN, Synthesis Report: May 2015). La nuova normativa italiana si caratterizza pertanto per essersi dotata di una procedura unica di identificazione (che deve concludersi in dieci giorni), valida a livello nazionale ed idonea ad uniformare le attuali divergenze di prassi territoriali, realizzata attraverso un colloquio con il minore da parte di personale qualificato e sotto la direzione dei sevizi dell’ente locale (alla presenza del mediatore culturale e del tutore ove già nominato). Essa presenta cionondimeno, allo stato attuale, alcuni aspetti non chiari, sotto il profilo procedurale, che auspicabilmente potranno essere chiariti. Nel momento in cui il minore entra in contatto o è segnalato alle autorità di polizia o giudiziaria, ai servizi sociali o ad altri rappresentanti dell’ente locale, il personale qualificato della struttura di prima accoglienza dovrà svolgere con il minore un apposito colloquio, con l’ausilio possibilmente di organizzazioni, enti o associazioni di comprovata esperienza nella tutela dei minori. Un apposito D.P.C.M. dovrà regolare la procedura del colloquio, nel quale comunque sarà assicurata la presenza di un mediatore culturale. Priorità deve essere data alla richiesta di un documento anagrafico (anche con l’eventuale coinvolgimento delle autorità diplomatico-consolari, ove non sia stata espressa dallo stesso minore l’intenzione di richiedere protezione internazionale ovvero emergano preoccupazioni in tal senso). Qualora “permangano dubbi fondati in merito all’età dichiarata”, si potrà fare ricorso ad esami sociosanitari, con il consenso del minore e seguendo un protocollo che sia il meno invasivo possibile e con la presunzione della minore età nel caso in cui gli accertamenti non siano sufficienti ad eliminare i dubbi. Particolarmente apprezzabile la previsione che tale esame deve svolgersi con approccio multidisciplinare, essendo l’accertamento procedimento complesso che deve tenere conto di molte variabili (quali l’appartenenza etnica o lo stato di salute complessivo). Contro il provvedimento di attribuzione dell’età è ammesso reclamo (da decidersi da parte del giudice entro dieci giorni) e in attesa della decisione ogni procedimento amministrativo e penale conseguente all’identificazione come maggiorenne è sospeso.

Dott. Alessandro Pagliuca

Sistema di protezione per richiedenti asilo e minori non accompagnati

Nel 2002 per la prima volta vengono disciplinate per legge le modalità e le procedure di accertamento dell’età e di identificazione, garantendone l’uniformità a livello nazionale. Prima dell’approvazione del DDL non esisteva infatti un provvedimento di attribuzione dell’età, che, d’ora in poi, sarà invece notificato sia al minore che al tutore provvisorio, assicurando così anche la possibilità di ricorso. Viene garantita inoltre maggiore assistenza, prevedendo presenza di mediatori culturali durante tutta la procedura.

Viene regolato il sistema di accoglienza integrato tra strutture di prima accoglienza dedicate esclusivamente ai minori, all’interno delle quali i minori possono risiedere non più di 30 giorni, e sistema di protezione per richiedenti asilo e minori non accompagnati (SPRAR), con strutture diffuse su tutto il territorio nazionale, che la legge estende ai minori stranieri non accompagnati. Viene poi attivata una banca dati nazionale dove confluisce la “cartella sociale” del minore, che lo accompagnerà durante il suo percorso).

Viene prevista per tutti la necessità di svolgere indagini familiari da parte delle Autorità competenti nel superiore interesse del minore e vengono disciplinate le modalità di comunicazione degli esiti delle indagini sia al minore che al tutore. La competenza sul rimpatrio assistito passa inoltre da un organo amministrativo, la Direzione Generale dell’immigrazione e delle Politiche di Integrazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, al Tribunale per i minorenni, organo costituzionalmente dedicato alla determinazione dell’interesse del minore.

Spariscono i permessi di soggiorno utilizzati per consuetudine o mai utilizzati, come ad esempio il permesso di soggiorno per affidamento, attesa affidamento, integrazione del minore, e si fa invece più semplicemente riferimento ai soli permessi di soggiorno per minore età e per motivi familiari, qualora il minore non accompagnato sia sottoposto a tutela o sia in affidamento. Il minore potrà richiedere direttamente il permesso di soggiorno alla questura competente, anche in assenza della nomina del tutore.

Entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge, ogni Tribunale per i minorenni dovrà istituire un elenco di “tutori volontari” disponibili ad assumere la tutela anche dei minori stranieri non accompagnati per assicurare a ogni minore una figura adulta di riferimento adeguatamente formata. La legge promuove poi lo sviluppo dell’affido familiare come strada prioritaria di accoglienza rispetto alle strutture.

Sono previste maggiori tutele per il diritto all’istruzione e alla salute, con misure che superano gli impedimenti burocratici che negli anni non hanno consentito ai minori non accompagnati di esercitare in pieno questi diritti, come ad esempio la possibilità di procedere all’iscrizione al servizio sanitario nazionale, anche prima della nomina del tutore e l’attivazione di specifiche convenzioni per l’apprendistato, nonché la possibilità di acquisire i titoli conclusivi dei corsi di studio, anche quando, al compimento della maggiore età, non si possieda un permesso di soggiorno. Viene prevista infine la possibilità, esercitata ad oggi sulla base di un vecchio Regio Decreto, di supportare il neomaggiorenne fino ai 21 anni di età qualora necessiti di un percorso più lungo di integrazione in Italia.

Per la prima volta sono sanciti anche per i minori stranieri non accompagnati il “diritto all’ascolto” nei procedimenti amministrativi e giudiziari che li riguardano, , e il diritto all’assistenza legale, avvalendosi, in base alla normativa vigente, del gratuito patrocinio a spese dello Stato. È prevista inoltre la possibilità per le associazioni di tutela di ricorrere in sede di giurisdizione amministrativa per annullare atti della Pubblica Amministrazione che si ritengano lesivi dei diritti dei minori non accompagnati e di intervenire nei giudizi che li riguardano.

Una particolare attenzione viene infine dedicata dalla legge ai minori vittime di tratta, mentre sul fronte della cooperazione internazionale l’Italia si impegna a favorire tra i Paesi un approccio integrato per la tutela e la protezione dei minori, nel loro superiore interesse.

 

Dott. Alessandro Pagliuca

Storie di uomini non voluti

L’immigrazione è un problema di cui negli ultimi giorni, ma in verità anni, si sta dibattendo molto con toni ormai non più pacati nel nostro paese. Le soluzioni prospettate dalla politica sono state molte, ma mai veramente risolutive o quanto meno concrete: dall’istituire centri di “controllo” dell’effettivo status di rifugiato dei migranti nei paesi di partenza, quindi soprattutto la Libia, fino al trasporto di queste persone in Italia e poi la ripartizione, però, con altri paesi dell’Unione Europea.

Tali idee non sono, tuttavia, mai entrate nel pieno della loro vita e la conseguenza è che ogni giorno sulle nostre coste arrivano migliaia di persone che fuggono da guerre, miseria e povertà, o anche solo con il sogno di raggiungere l’Occidente europeo come meta di propria realizzazione economica. Il risultato di tutto ciò è che il numero delle persone sbarcate nel 2016 nella parte meridionale dell’Italia sono state circa 64 mila, mentre nel 2017 siamo già arrivate a 80 mila e la bella stagione non potrà che far aumentare il numero di questi.

L’ultima idea prospettata è stata quella di assumere una posizione dura soprattutto nei confronti dell’Europa, colpevole di non aver ascoltato le richieste di aiuto provenienti dai nostri Governi: ovvero quella di chiudere i porti. L’idea sembra essere stata del Ministro degli Interni Minniti, ma veramente questa è realizzabile?

Le ONG (organizzazioni non governative) che operano tra Libia e Italia in parte in acque internazionali, in parte anche nelle nostre acque nazionali seguono la c.d. Convenzione di Amburgo del 1979, nonché la Convenzione Internazionale per l’Organizzazione Marittima e la Convenzione Internazionale per la Sicurezza della Vita in Mare. Queste, molto semplicemente, prevedono che gli sbarchi debbano avvenire sulle coste del paese più vicino rispetto alle quali il salvataggio è stato fatto e tali coste sono irrimediabilmente quelle italiane.

Utilizzare la forza e mostrare i “muscoli” (per affermare anche che l’Italia, fino a prova contraria, è un paese dotato di sovranità) intervenendo con le forze armate e bloccare l’accesso ai porti si potrebbe certo fare, ma con ricadute molto pesanti, in quanto ciò sarebbe visto come un atto di aggressione ai paesi di cui battono bandiera le navi delle ONG. Il risultato sarebbe qualche sentenza in più, rispetto a quelle che già ci sono, a carico dell’Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo.

In più si aggiunge anche il Testo Unico sull’immigrazione del 1998, il quale all’art. 10 vieta il respingimento “nei casi previsti dalle disposizioni vigenti che disciplinano l’asilo politico, il riconoscimento dello status di rifugiato ovvero l’adozione di misure di protezione temporanea per motivi umanitari”. Sarebbe difficile poter concedere la possibilità a tutte queste persone di far domanda di protezione o asilo al nostro paese, se prima ancora di arrivare fossero respinti e, quindi, viene a mancare la legittimazione del diritto ad una tale pratica.

L’unica soluzione sarebbe quella di cambiare il diritto, ma a livello nazionale si cozzerebbe sicuramente contro una pronuncia di incostituzionalità, prima, e di non allineamento con il diritto europeo dalla Corte di Giustizia di Lussemburgo, poi. A livello internazionale la questione sarebbe ancora più difficile, volendo dire che bisognerebbe riaprire la discussione con tutti i paesi che hanno sottoscritto tutte le sopracitate Convenzioni Internazionali e che hanno già dimostrato di non potere (per mancanza di strutture) o non volere accogliere l’enorme numero di persone che sta arrivando dal continente Africano.

La soluzione di tutto ciò è lontana e di difficile individuazione, forse veramente sarebbe arrivato il momento in cui tutti gli altri paesi europei, perlomeno, si mettano una mano sulla coscienza e accettino che il problema sia anche loro, dato soprattutto che le decisioni politiche degli anni scorsi verso i paesi del Nord-Africa non sono state solo il frutto di scelte italiane, ma condivise da un blocco più ampio di paesi… ma tutto ciò è più una questione politica che giuridica e non è questa la sede per trattarne.

 

Alberto Lanzetti