PANORAMICA ELETTORALE IN TEMA DI GIUSTIZIA

Si è avviata la campagna elettorale per il voto del 4 marzo e i leader dei partiti sono già in piena forma in quella che pare essere una vera e propria battaglia di promesse.

Il programma dei partiti sul tema giustizia è decisamente vario: il centrodestra, che si presenta con Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e UDC (stessa coalizione delle elezioni 2008 ma con leader diversi), propone una legge sulla legittima difesa, cavallo di battaglia della lega, una riforma sulla tempistica dei processi, un’altra più radicale riforma della giustizia (antico pallino di Berlusconi) e l’abolizione della legge Fiano.

Il centrosinistra si presenta alle urne con Partito Democratico, Civica Popolare (comprendente tutti gli ex fedelissimi del Ministro degli Esteri uscente Angelino Alfano) e +Europa (lista di Emma Bonino). Il centrosinistra propone un’unica riforma di revisione dei tempi della giustizia; sembra non trovare spazio quello che per tanti anni è stato il cavallo di battaglia del centrosinistra ossia la legge sul conflitto d’interessi.

Il Movimento 5 Stelle propone una legge anti-corruzione, una legge sul conflitto d’interessi e l’abolizione dell’immunità parlamentare.

Liberi e Uguali di Piero Grasso propone quasi gli stessi temi del M5S con la differenza che Grasso, da buon ex magistrato, propone una riforma incentrata su di una maggior certezza della pena ed un’altra che prevede la retribuzione da parte dello Stato dei tirocinanti negli studi legali.

In virtù di questo generale quadro variopinto, l’unica cosa comune sembra essere la speranza che, chiunque vinca le elezioni il prossimo 4 marzo, conceda all’elettorato esattamente ciò che chiede: una giustizia il quanto più equa possibile per tutti.

Redazione Indottriniamoci & Valerio Del Signore

In cosa consiste la proposta del Rosatellum Bis

A pochi mesi dalla scadenza naturale della legislatura si torna a parlare di legge elettorale. La base è quella del cosiddetto Rosatellum con sostanziali modifiche. Questa nuova legge è un misto tra proporzionale e maggioritario, sistema comunque già utilizzato tra il 1993 ed il 2005.

In questa nuova proposta abbiamo l’assegnazione del 36% dei seggi con il maggioritario basato sui collegi uninominali, quindi collegi dove un partito presenta un solo candidato, mentre il restante 64% viene assegnato con il metodo proporzionale, e quindi saranno cosi assegnati 231 seggi alla Camera dei Deputati e 102 al Senato eletto con i collegi. La differenza sostanziale sta nel fatto che mentre questo è un sistema misto, il sistema attuale è invece un proporzionale puro, è la presenza di numerosi collegi che andrà a favorire la formazione delle coalizioni. Di fatti nei collegi uninimominali verrà eletto chi avrà preso anche solo più di un voto dell’avversario. Chiaramente questo favorisce le coalizioni in quanto conviene a tutti accordarsi sul candidato più forte, cosi esattamente come avveniva con il Mattarellum.

Altri dettagli concernenti il Rosatellum sono la soglia di sbarramento al 3% per chi si presenta da soli e del 10% per chi invece si presenta in coalizione. Non è ammesso il voto disgiunto, cioè votare un candidato al collegio uninominale e una lista diversa da una quelle che lo sostengono. L’elettore quindi avrà un solo voto a disposizione: scegliendo un candidato nel collegio uninominale si voterà automaticamente anche il listino proporzionale della coalizione che lo appoggia. Questi listini saranno corti: avranno al massimo dai 2 ai 4 candidati (con una proporzione di genere che dovrà essere almeno del 60-40 per cento). Al momento del voto, l’elettore si troverà di fronte a una scheda con il nome del candidato nel collegio uninominale e sotto i simboli dei partiti della coalizione che lo appoggia, ognuno accompagnato dai nomi del listino proporzionale del singolo partito. L’elettore sceglierà il candidato uninominale che preferisce e dovrà barrare il simbolo del partito della coalizione che lo appoggia a cui vuole destinare il suo voto proporzionale. Se decide di barrare soltanto il nome del candidato al collegio uninominale, senza scegliere nessuna delle liste che lo appoggiano, il suo voto sarà distribuito in maniera proporzionale a seconda di quanti voti hanno ricevuto le varie liste della coalizione (significa che, in sostanza, è meglio barrare la propria lista favorita, altrimenti il nostro voto sarà assegnato automaticamente).

Dott. Alessandro Pagliuca

Let’s work!

L’Inghilterra sta cercando di uscire da un periodo non molto roseo, soprattutto per la sua politica. I risultati dell’ultima tornata elettorale non sono stati dei migliori, tuttavia la vittoria del partito conservatore dei Tories è arrivata e questo sentimento di “giolore” (un misto di gioia e dolore) spiega già molte cose.

Il leader del partito di destra britannico, nonché a capo del governo di sua maestà, Theresa May aveva indetto queste ultime elezioni nel tentativo di ottenere una maggioranza ancora più grande rispetto alla precedente e permetterle, così, di instaurare un dialogo con l’Unione Europea per la situazione Brexit in maniera più semplice e, soprattutto, più libera da vincoli politici derivanti da un’opposizione laburista (cappeggiata da Jeremy Corbyn) che l’avrebbero rallentata. Come sono andate queste elezioni? Gli exit poll hanno fatto tremare per qualche ora il primo ministro May paventando una vittoria di Corbyn e dei suoi, vittoria che avrebbe aperto uno scenario paradossale soprattutto per l’uscita dall’Europa: chi mai avrebbe immaginato un laburista europeista a trattare con la Commissione Europea per permettere al suo paese di uscire dall’Unione stessa?

Invece tutto è andato come si sperava, e invece no. Le elezioni hanno portato la May alla vittoria, ma hanno messo in luce le difficoltà del suo partito a gestire la situazione politica e, negli ultimi tempi, anche quella legata alla sicurezza nazionale del Regno Unito.

Il partito Tory ha perso 12 seggi rispetto ai 330 che poteva vantare nel governo precedente. Insomma, altro che farsi i muscoli per andare a battagliare con l’Europa, piuttosto l’ostacolo delle elezioni è stato saltato per un pelo e si spera di riuscire a saltare quello che deve ancora venire.

La May si è già recata dalla regina Elisabetta II per ottenere l’autorizzazione a formare un nuovo esecutivo e all’uscita dalla visita reale ha solo potuto esclamare: “let’s work”, al lavoro per garantire ancora di più stabilità e sicurezza al paese, ma il discorso della sempre presente e possente Brexit rimane e adesso sembra che non se ne voglia ancora parlare. L’unica affermazione rilasciata in merito fa pensare ad un possibile tentativo di “reimpasto” di quello che si sarebbe dovuto fare. Infatti adesso il tentativo sarebbe quello non di abbandonare l’Unione per sempre, ma solo di allontanarsi un po’ e cercare comunque di restare all’interno dell’unione doganale e del mercato unico. D’altronde non riesco nemmeno ad immaginare come la popolazione reagirebbe ad una tale soluzione: il referendum che aveva fatto sì che la Gran Bretagna uscisse dall’Europa, infatti, era stato accolto da mille polemiche fin dal giorno successivo soprattutto dal popolo dei giovani, i quali non volevano assolutamente isolarsi dal resto del continente e che, adesso, potrebbero accogliere con favore questa soluzione di semi Brexit.

Per il resto in Parlamento è scattato il gioco delle alleanze e il partito unionista nord irlandese Dup, coi suoi 10 seggi guadagnati, ha già assicurato di dare appoggio al governo conservatore, almeno finchè Corbyn sarà a capo del partito laburista. Da sottolineare rimane la disfatta di Ukip, il M5S inglese (per semplificare banalmente), il cui leader Paul Nuttall ha confermato di voler rassegnare le sue dimissioni, dimostrando come il partito non se la stia passando benissimo dato anche le vicende che hanno coinvolto il fondatore di Ukip, Nigel Farage, e la storia delle intercettazioni tra Russia e USA.

In calo anche il partito degli indipendentisti scozzesi, guidati da Nicola Sturgeon, i quali in passato erano riusciti ad ottenere il referendum per l’Indipendenza della Scozia e che adesso si sono ritrovati con il loro storico ex leader, Alex Salmond, fuori dal Parlamento.

Alla fine l’unica persona che trasmette ancora tranquillità e pacatezza oltre la Manica è ancora e sempre lei: the Queeny Elisabetta II e, allora, “God save the Queen”.

 

 

Alberto Lanzetti