L’impatto della globalizzazione sul Made in Italy

Storia Della Mia Gente. La Rabbia E L’amore Della Mia Vita Da Industriale Di Provincia”

Il rumore di una tessitura ti fa socchiudere gli occhi e sorridere, come quando si corre mentre nevica. Il rumore della tessitura non si ferma mai, ed è il canto più antico della nostra città, e ai bambini pratesi fa da ninna nanna.”1

Da queste poche righe si intuisce la dimensione del romanzo “Storia della mia gente”, scritto da Edoardo Nesi, imprenditore tessile pratese costretto nel 2004 alla vendita del lanificio T.O Nesi & figli s.p.a. “Storia della mia Gente” racconta la drammatica crisi economico-finanziaria che ha colpito il nostro Paese a partire dal 2003, dalla prospettiva di chi, come imprenditore ma soprattutto come pratese, al tessile ha consacrato la propria vita, scandita dal rumore delle fabbriche.

Questa è la mia gente. La mia gente che in tutta la vita non ha fatto altro che lavorare.2

Nesi dà dunque voce all’imprenditoria pratese messa in ginocchio dall’apertura del mercato globale. Nel capitolo “Questa storia” l’autore dipinge un affresco del panorama pratese al proprio esordio nell’azienda di famiglia, costellato di decine e decine di aziende tessili, che producono sempre lo stesso prodotto senza bisogno di cambiarlo, senza dover investire in pubblicità, fiere, ricerca e sviluppo, dove le fatture vengono pagate senza ritardo, senza criticarne l’ammontare, dove non esistono rimanenze di magazzino ed è ignota, se non assurda, la presenza di un dirigente esterno. A questo ritratto, quasi idilliaco, Nesi aggiunge Ma la cosa davvero bella, la cosa assolutamente strepitosa era che non bisognava essere un genio per emergere, perché il sistema funzionava così bene che facevano soldi anche i testoni, purché si impegnassero; anche i tonti, purché dedicassero tutta la loro vita al lavoro. Emerge quindi, in questo passo, la fiducia smisurata nel sistema pratese e la ferma convinzione che l’ingranaggio non si sarebbe mai inceppato, che le fabbriche avrebbero potuto continuare in eterno a produrre allo stesso modo la stessa ricchezza e che anche l’operaio volenteroso potesse mettersi in proprio e diventare imprenditore di successo. Nesi sottolinea la mobilità inarrestabile della scala sociale che crea ricchezza distribuendola capillarmente; si è sempre calati in una dimensione corale, dove l’interesse dell’imprenditore coincide con l’interesse dell’operaio, dove un settore tessile in acque floride porta prosperità alla collettività intera.

Le nuove e crescenti esigenze di mercato hanno fatto del tessuto una mera fase all’interno del processo di produzione e commercializzazione del prodotto tessile, dove, con ruolo dominante, la figura del designer entra prepotentemente nel ciclo di produzione. Secondo Nesi proprio qui si può riscontrare un elemento decisivo del declino: gli imprenditori non sono stati in grado di fronteggiare il “ricatto” sui prezzi da parte dei designer, probabilmente forti dell’abitudine alla ricchezza solida e sicura che il tessile aveva sempre garantito, si sono dimostrati refrattari nel formulare nuove strategie per adeguarsi alle esigenze del mercato senza sacrificare la qualità del prodotto.

Il tema viene ripreso nel capitolo “I tessuti più belli del mondo”, che riguarda gli anni a cavallo del nuovo millennio, anni di rabbia e rassegnazione. Qui la critica alla globalizzazione e alle teorie del libero mercato assume toni aspri, in balia della spirale per la quale il prodotto, fabbricato come negli anni 80, deve necessariamente essere venduto al prezzo più basso per non perdere l’ordine, gli artigiani di Prato sono costretti a rimanere in una posizione di mercato marginale. Non guadagnando più nessuno si diffonde il pensiero per cui il tessile sia senza futuro e gli imprenditori finiscono per essere “prigionieri di una mentalità da ragionieri che avevano sempre sdegnato. Gli stipendi dei dipendenti, le spese generali di struttura, gli interessi passivi, l’affitto del capannone e tutte le tasse diventano insostenibili. Emerge anche il noto tema della pressione fiscale nel nostro Paese, secondo Nesi, infatti, l’introduzione dell’IRAP ha contribuito pesantemente al massacro delle piccole imprese. In questo tetro scenario si vedono le aziende italiane risucchiate dal mercato globale, dall’idea che il prezzo ideale di un prodotto lo decida il mercato stesso, dall’illusione della moda al prezzo più basso, dai giganti dell’abbigliamento, quotati in tutte le principali Borse internazionali. Nesi si dimostra molto amareggiato dal fatto che nel mercato globale il tessuto risulti così svilito e che nessuno si batta per difenderne l’eccellenza, lasciando che l’utile del confezionista sia la parte preponderante. “E’ così che si entra nella fase terminale della piccola imprenditoria tessile italiana, quando alla fisiologica concorrenza, alla sana lotta per il guadagno si sostituisce una furibonda battaglia per assicurarsi niente più che una sopravvivenza tiepida e sempre più stenta; quando gli imprenditori si sentono consolati dal solo fatto di poter continuare ogni giorno ad andare in fabbrica a fare il loro lavoro, di poter continuare a dirsi e farsi chiamare industriali quando invece non fanno che scimmiottare il loro recente passato.

La critica alle istituzioni agli economisti raggiunge il culmine nei capitoli “Sistema Italia” e “Smarriti”. Nesi denuncia dapprima le false speranze ingenerate nei confronti dei vantaggi derivanti dalla globalizzazione, a riguardo dei quali politici ed economisti predicevano la possibilità di acquistare prodotti tecnologici, elettrodomestici e beni di consumo primario “Made in China” a prezzi più che convenienti grazie all’abolizione di dazi, tariffe e contingenti; ipotizzavano il proliferarsi di boutique di grandi stilisti italiani e varie eccellenze del “Made in Italy” nelle metropoli cinesi, che tutto ciò avrebbe portato notevoli guadagni agli italiani, ai quali addirittura si consigliava di trasferire proprio in Cina le fabbriche per poter produrre ad un costo nettamente più basso e vendere là i prodotti, nel mercato del futuro. Purtroppo nella realtà dei fatti andò diversamente, i cinesi non corsero a compare il “Made in Italy” ma iniziarono a produrlo causando il tracollo del nostro sistema industriale manifatturiero con conseguenti fallimenti, licenziamenti, richieste di cassa integrazione. A questo punto gli economisti, consigliarono di immettersi nel mercato globale collocandosi nelle nicchie di specializzazione. Qui l’autore riprende il significato letterale di nicchia (incavo nello spessore di un muro, di solito in forma di semicilindro verticale terminato in alto con un quarto di sfera; un elemento decorativo, per lo più destinato ad accogliere una statua; si definisce nicchia anche un piccolo ripostiglio; nel gergo degli alpinisti si definisce nicchia una piccola rientranza in una parete di roccia, sufficiente al riparo di una sola persona; in riferimento all’economia indica uno spazio economico particolare e circoscritto) per demolire tale tesi, sostenendo che nella cosiddetta produzione di nicchia possano trovare ristoro una scarsa quantità di aziende, non tutta l’Italia e aggiunge che non a caso di Ferrari ce n’è una sola in tutto il mondo. Rimprovera politici ed economisti di aver esortato i piccoli industriali italiani a delocalizzare in Cina senza conoscerli minimamente, senza sapere che le loro aziende erano potute nascere e prosperare solo nell’humus prezioso in cui erano nate e prosperate: al riparo dall’occhio del fisco e delle leggi, in un mondo perfetto e chiuso, protetto dai muri e dai missili nucleari, dai dazi e dalle tariffe. Che si facevano chiamare industriali, ma industriali non erano e non erano mai stati. Erano artigiani, straordinari e fragilissimi artigiani, lontani pronipoti dei maestri di bottega medievali, e ciononostante rappresentavano l’ossatura di un sistema economico che incredibilmente si reggeva su di loro, e anche se era ben lungi dall’essere perfetto, funzionava, eccome se funzionava, e si basava su quelle che all’epoca erano le regole del libero mercato. Un sistema che aveva consentito all’Italia di risorgere dalle macerie della guerra, garantito diritti e stabilito doveri, sparso benessere e dato lavoro a milioni di persone, pagato pensioni e ricoveri in ospedale, case e automobili, televisori e vestiti, creato e realizzato sogni e alimentato illusioni”.3

Nesi prosegue censurando la leggerezza con la quale i politici italiani abbiano firmato l’accordo di Schengen, da sempre insensibili alle problematiche del settore manifatturiero del Paese e noncuranti delle conseguenze all’ingresso del paese in un libero mercato così disciplinato; condanna anche l’inerzia da parte della classe dirigente di fronte alla deriva che tante industrie italiane hanno preso, secondo l’autore si sarebbe dovuto lottare di fronte all’Unione Europea per attuare una politica che favorisse gli agenti economici più deboli e ci si sarebbe dovuti battere per la salvaguardia del “Made in Italy”, delle aziende e dei dipendenti.

Dopo questi due capitoli di denso livore il romanzo si conclude con il racconto di un corteo per le vie della città. Nel vedere gli striscioni dei manifestanti recanti scritte come “E un se ne può più”, “Anche noi siamo made in Italy” e nel sentirsi domandare da un vecchio amico di chi sia la colpa della disgrazia abbattutasi sulla loro città, Nesi viene colto da emozioni contrastanti e si abbandona ad alcune interessanti riflessioni. La rabbia lascia il posto al rammarico e alla nostalgia, tanto da ammettere che la colpa è in gran parte degli imprenditori stessi, convinti di poter perpetrare all’infinito il mestiere dei loro padri, percepito come un diritto acquisito e inattaccabile, continuando a offrire sul mercato lo stesso prodotto, identico da lustri, senza fare i conti con le esigenze del terzo millennio. Dietro la bandiera recante la scritta “Prato non deve chiudere” ci sono i visi di tanti uomini, operai e imprenditori, per nulla tristi e per nulla sconfitti che lottano per portare avanti quella bandiera, perché la loro città vada avanti, deve andare avanti. E dopo tanta rabbia, tristezza e frustrazione Nesi saluta il lettore con un messaggio di speranza Oggi però voglio continuare a camminare insieme alla mia gente. Non so bene dove stiamo andando, ma di certo non siamo fermi.”

Dopo la presentazione della crisi pratese dal punto di vista di Edoardo Nesi, illustriamo brevemente i dati del fenomeno pratese e i punti di forza e di debolezza del suddetto.

Il 2001 si è chiuso con 5,54 miliardi di euro di fatturato (-1,5% rispetto al 2000) e 3,39 miliardi di esportazioni (-0,4%). Il 2002 è stato un altro anno difficile che, secondo il Centro studi dell’Unione industriale pratese, ha fatto registrare un calo della produzione (vicino al 7%), del fatturato (del 5,4%, a 5,16 miliardi) e dell’export (8%). Inevitabile la flessione di redditività. I prodotti pratesi hanno perso quote sui mercati internazionali, penalizzati dalla debolezza della domanda tedesca, dal rafforzamento del dollaro e dall’invasione di offerta a basso costo proveniente dai paesi in via di sviluppo.4

Prato viene considerato il distretto tessile per antonomasia grazie alle relazioni tra le imprese, lo stretto legame con il contesto sociale, la forte specializzazione, la frammentazione e la ricomposizione del ciclo produttivo. Da sempre le aziende pratesi hanno mostrato grande abilità nell’interpretare i mutamenti del mercato dai quali hanno tratto nuove opportunità e hanno condotto il distretto alla diversificazione, concentrandosi sulla lavorazione di nuove fibre e favorendo la crescita di software house specializzate in soluzioni per il tessile. Un ulteriore fattore di forza riguarda il coinvolgimento di un gran numero di soggetti, pubblici e privati (UE, enti locali, associazioni di categoria, istituti di credito), nei progetti e negli interventi di politica industriale a favore dello sviluppo del distretto: nel campo dell’innovazione tecnologica, delle politiche promozionali, dei sistemi di qualità, del supporto alla collaborazione tra imprese nello sviluppo di attività innovative e nella commercializzazione, formazione, ecc.

Con l’avvento della globalizzazione il distretto è stato inserito in una dinamica competitiva con paesi produttori di merce a basso costo decisamente più appetibili per i mutati stili di vita della domanda con conseguente richiesta di fibre innovative. La frammentazione del tessuto produttivo in piccole imprese ha garantito flessibilità ma ha anche rallentato scelte strategiche come la delocalizzazione produttiva o i processi di innovazione commerciale, il distretto dunque ha sempre posto la propria attenzione sul prodotto a discapito della tecnologicizzazione.5

Interventi Legislativi A Tutela Del “Made In”

Non solo a Prato ma anche a Biella, Lecco, Como, Carpi, Chieri e tanti altri distretti tessili italiani, gli industriali hanno alzato la voce, riunendosi in comitati e proteste, perché lo Stato Italiano e l’Europa non lasciassero morire le aziende e riconoscessero all’eccellenza del Made In Italy l’adeguata tutela.

Il Regolamento CE 23 aprile 2008 n. 450/98 istituisce il Codice doganale comunitario che definisce l’ “origine delle merci”, non allo scopo di attribuire una “denominazione di vendita” ma di determinarne la tariffa doganale applicabile; l’ “origine non preferenziale delle merci” è regolata negli articoli 23 e 24 del Regolamento CEE n. 2913/92: l’art. 23.1 dispone che sono originarie di un paese le merci interamente ottenute in tale paese”, il 23.2 stabilisce che “per merci interamente ottenute in un paese s’intendono a) i prodotti minerali estratti in tale paese, b) i prodotti del regno vegetale ivi raccolti,c) gli animali vivi, ivi nati ed allevati, d) i prodotti che provengono da animali vivi, ivi allevati, e) i prodotti della caccia e della pesca ivi praticate, f) i prodotti della pesca marittima e gli altri prodotti estratti dal mare, al di fuori delle acque territoriali di un paese, da navi immatricolate o registrate in tale paese e battenti bandiera del medesimo, g) le merci ottenute a bordo di navi-officina utilizzando prodotti di cui alla lettera f),originari di tale paese, semprechè tali navi-officina siano immatricolate o registrate in detto paese e ne battano la bandiera, i prodotti estratti dal suolo o dal sottosuolo marino situato al di fuori delle acque territoriali, semprechè tale paese eserciti diritti esclusivi per lo sfruttamento di tale suolo o sottosuolo. Si tratta dunque di prodotti appartenenti alla cosiddetta “industria primaria”, non riconducibili a quelli dell’industria manifatturiera; si propende quindi ad interpretare il dettato normativo nel senso che l’elenco di merci contenuto nel paragrafo 2 esemplifichi casi di merci interamente ottenute in tale paese. L’art. 24 poi stabilisce che una merce alla cui produzione hanno contribuito due o più paesi è originaria del paese in cui è avvenuta l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale, economicamente giustificata ed effettuata in un’impresa attrezzata a tale scopo, che si sia conclusa con la fabbricazione di un prodotto nuovo od abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione.6

La Commissione è intervenuta per specificare cosa costituisca trasformazione sostanziale, in generale si ha quando ha l’effetto di classificare i prodotti ottenuti in una voce del Sistema Armonizzato diversa da quella relativa a ciascuna delle merci non originarie utilizzate, altre volte si realizza con una percentuale di valore aggiunto al termine della lavorazione, oppure può essere ottenuta da lavorazioni specifiche. La Commissione elenca le lavorazioni che possono essere ritenute utili all’acquisizione dell’origine preferenziale. La Corte di giustizia europea ha interpretato il concetto di trasformazione sostanziale secondo cui essa si realizza solo qualora il prodotto che ne risulta abbia composizione e proprietà specifiche che non possedeva prima di essere sottoposto a tale trasformazione o lavorazione”.

Con l’introduzione del Codice doganale comunitario si ha la disciplina dell’“acquisizione dell’origine della merce” in un unico articolo, il 36, che stabilisce che le merci interamente ottenute in un unico paese o territorio sono considerate originarie di tale paese o territorio e che le merci alla cui produzione hanno contribuito due o più paesi o territori sono considerate originarie del paese o territorio in cui hanno subito l’ultima trasformazione sostanziale. Sparisce quindi il dettato del precedente articolo 23.2 eliminando così ogni dubbio circa la identificazione dell’origine.

Riguardo alla normativa interna l’art. 4 comma 49 della legge 24 dicembre 2003 n.350 stabiliva che costituisce falsa indicazione la stampigliatura Made in Italy su prodotti o merci non originati dell’Italia ai sensi della normativa europea sull’origine”.7

Questo comma estende dunque l’ambito di applicazione dell’art. 517 c.p. alle attività di importazione, esportazione e commercializzazione dei prodotti recanti false o fallaci indicazioni di provenienza, la falsa indicazione si sostanzia nella stampigliatura “Made in Italy” su prodotti e merci non originari dall’Italia ai sensi della normativa europea sull’origine mentre l’indicazione fallace ricorre in caso di uso di segni, figure, o quant’altro possa indurre il consumatore a ritenere che il prodotto o la merce sia di origine italiana”, e ciò anche qualora” sia indicata l’origine e la provenienza estera dei prodotti o delle merci”. L’interpretazione del comma 49 dell’art. 4 della legge 350/2003 fu oggetto d’intervento della Corte di Cassazione in un caso riguardante un sequestro probatorio operato dall’Agenzia delle Dogane di Padova su prodotti provenienti dalla Romania che riportavano sulle confezioni la dicitura “Fro Via Torricelli 15/a Verona-Italy” senza alcun riferimento alla provenienza rumena. La presenza del termine Italy nell’indirizzo dell’impresa importatrice aveva indotto l’autorità procedente ad ipotizzare il reato di cui all’art. 517 c.p. e all’art. 4 comma 9 della legge 350/2003. La Corte di Cassazione ricostruisce così le fattispecie in questione: precisa innanzitutto che il concetto di “provenienza” di cui al 517 c.p. si riferisce alla provenienza da un determinato produttore e non da un determinato luogo di fabbricazione e sottolinea che la disciplina generale del marchio non esige che venga pure indicato il luogo di produzione del prodotto, ricorda inoltre che il marchio non garantisce la qualità del prodotto ma rappresenta solo il collegamento tra un determinato prodotto e l’impresa, sancendo la sola responsabilità del produttore nei confronti dell’acquirente. Sempre sulla base della disciplina del marchio non sussiste alcun obbligo in capo all’imprenditore di informare che egli non fabbrichi direttamente i prodotti. A giudizio della Suprema Corte allo stato attuale della legislazione solo in alcuni casi la legge ha attribuito rilevanza al luogo ed ha quindi imposto la specifica indicazione del luogo di origine delle merci e dei prodotti, e ciò lo ha fatto sempre in modo espresso ed in quei casi in cui i fattori climatici o ambientali possono avere una incidenza sulla qualità del prodotto.8
La sentenza riconosce quindi legittimo il ricorso alla delocalizzazione da parte delle imprese italiane.

Sicuramente il discorso cambia quando il marchio ha l’apposita funzione di indicare l’origine del prodotto da un determinato stato (marchio d’origine), a riguardo il codice della proprietà industriale stabilisce che “i soggetti che svolgono la funzione di garantire l’origine, la natura o la qualità di determinati prodotti o servizi, possono ottenere la registrazione per appositi marchi come marchi collettivi, ed hanno la facoltà di concedere l’uso dei marchi stessi a produttori o commercianti. Con riferimento al marchio d’origine il comma 6 dell’art. 4 del d.lgs. 350/2003 prevede l’istituzione di un marchio a tutela del “Made in Italy” distinguendo tra beni integralmente prodotti in Italia o beni non integralmente prodotti in Italia.

Vennero introdotte alcune novità dal d.l. 14 marzo 2005 n. 35 recante disposizioni urgenti nell’ambito del piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale, tra le più rilevanti l’onere, in capo all’acquirente, di accertare la “legittima provenienza” dei beni che intende acquistare, qualora sia possibile ritenere che siano state violate le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti, ed in materia di proprietà intellettuale (si ha violazione delle norme sull’origine in caso di mancato rispetto dei criteri di attribuzione contenuti nel Codice Doganale Europeo). Questo disegno di legge prevede inoltre l’istituzione del marchio “100 per cento Italia”, di proprietà dello stato italiano riservato a prodotti finiti per i quali l’ideazione, il disegno, la progettazione, la lavorazione e il confezionamento sono compiuti interamente sul territorio italiano utilizzando materia prime anche di importazione, nonché semilavorati grezzi (omissis) realizzati interamente in Italia.9

La disciplina prevede che l’imprenditore che volesse utilizzare tale marchio debba dimostrare il rispetto della normativa lavoristica, le norme in materia fiscale e contributiva e quelle in attuazione alla salvaguardia dell’ambiente; dovrà garantire che tutte le fasi della lavorazione si siano svolte in territorio nazionale e che i materiali utilizzati rispettino i canoni stabiliti per la salubrità e alla resistenza del prodotto. L’art. 1 comma 3 dispone che per lavorazione debba intendersi ogni attività del processo produttivo che porta alla realizzazione del prodotto finale”. All’articolo 7 di tale disegno di legge il legislatore stabilisce che il sistema di etichettatura deve evidenziare il paese d’origine del prodotto finito nonché dei prodotti intermedi e la loro realizzazione nel rispetto delle regole comunitarie e internazionali in materia di origine commerciale, di igiene e di sicurezza dei prodotti; al comma 2 prevede che il produttore o l’importatore debbano fornire informazioni specifiche circa la conformità alle norme internazionali vigenti in materia di lavoro, sulla certificazione di igiene e sicurezza dei prodotti e sull’esclusione dell’impiego di minori nella produzione, sul rispetto della normativa europea e degli accordi internazionali in materia ambientale.

Il d.l. 25 settembre 2009 n. 135 all’art. 16 comma 1 stabilisce che si intende realizzato interamente in Italia il prodotto o la merce, classificabile come Made In Italy, ai sensi della normativa vigente, e per il quale il disegno, la progettazione, la lavorazione ed il confezionamento sono compiuti esclusivamente sul territorio italiano”.10

Il sistema prevedeva quindi due diversi “Made in Italy” del quale possono recarne l’indicazione tanto i prodotti interamente fabbricati in Italia, quanto i prodotti che in Italia hanno subito l’’’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale e, quindi, anche i prodotti non interamente fabbricati in Italia. Ecco quindi la distinzione tra il marchio “100% Made in Italy” che possono utilizzare i prodotti totalmente fabbricati in Italia e il “Made in Italy” semplice, del quale possono beneficiare i prodotti che nel nostro territorio hanno subito l’ultima trasformazione. Nonostante gli sforzi del legislatore i c.d. “contadini del tessile” si riunirono in un movimento per far sì che venisse riconosciuto un made in “fatto in casa” e sulla scia di queste iniziative nacque la proposta di legge Reguzzoni, Versace, Calearo, Ciman (n. 2624 Camera dei Deputati, intitolata disposizioni concernenti la commercializzazione dei prodotti tessili, della pelletteria e calzaturieri) che divenne la legge 8 aprile 2010 n.55.11

Questa legge crea un tertium genus di Made in Italy, all’articolo 1 stabilisce il proprio ambito di applicazione circoscritto al settore tessile, a quello della pelletteria, a quello calzaturiero, a quello dei divani e a quello dei prodotti conciari. Il comma 3 di detta legge stabilisce che l’etichetta deve fornire informazioni chiare e specifiche sulla conformità dei processi di lavorazione alle norme vigenti in materia di lavoro (rispetto degli obblighi derivanti dalle convenzioni con l’OIL), sulla certificazione di igiene e sicurezza dei prodotti, sull’esclusione dell’impiego di minori nella produzione, sull’osservanza della normativa europea e sul rispetto degli accordi internazionali in materia ambientale. In base al comma 4 del suddetto articolo può essere applicata la dicitura “Made in Italy” solo su prodotti finiti che siano stati prevalentemente realizzati in Italia e specifica che almeno due delle fasi di lavorazione di questi prodotti devono essere avvenute in Italia e per le altre fasi deve essere verificabile la tracciabilità. Ai successivi commi vengono elencate le fasi di lavorazione per ogni settore merceologico interessato (ad esempio, per il tessile, comma 5: filatura, tessitura, nobilitazione e confezione, anche utilizzando fibre naturali, artificiali o sintetiche di importazione).

Questa legge si pone in conflitto con l’art. 36 del Nuovo Codice Doganale Comunitario che dispone le merci alla cui produzione hanno contribuito due o più paesi o territori sono considerate originarie del paese o territorio in cui hanno subito l’ultima trasformazione sostanziale”;12 la legge Reguzzoni infatti prescinde totalmente dal concetto di trasformazione sostanziale e il legislatore pare conscio di tale contrasto, premettendo appunto nel Dossier relativo al progetto di legge che La disposizione che consente l’uso dell’indicazione “Made in Italy” esclusivamente per i prodotti finiti le cui fasi di lavorazione abbiano avuto luogo prevalentemente nel territorio italiano appare in contrasto con l’art. 36 del codice doganale comunitario di cui al regolamento (CE) n. 450/2008. Questo contrasto comporta l’inapplicabilità della norma italiana.

Nel 2010 il Parlamento Europeo accolse favorevolmente l’introduzione dell’obbligo di indicazione del Paese di origine per taluni prodotti importati da Paesi Terzi, specificando che tale disciplina viene applicata esclusivamente ai prodotti industriali, e mettendo in luce i vantaggi derivanti dall’applicazione della stessa: vi sarebbe senz’altro una più estesa tutela del consumatore che avrebbe a disposizione un quadro informativo sul prodotto maggiormente dettagliato, inoltre si favorirebbe la competitività delle piccole e medie imprese concentrate sulla qualità del prodotto ottenuto con metodi artigianali, ultima ma non meno importante considerazione, il marchio d’origine costituirebbe uno strumento efficace contro la contraffazione e la concorrenza sleale. Tale proposta non riuscì ad ottenere l’approvazione del Consiglio Europeo, le ragioni alla base del ritiro di tale proposta risiedono nella constatazione che essa violi gli obblighi imposti all’Unione Europea dalla giurisprudenza OMC (prevedendo l’obbligo di indicazione di origine solo per i Paesi terzi poneva in disparità i prodotti intracomunitari e quelli extracomunitari, venendo quindi accusata di protezionismo)

Nel 2013 la Direzione Generale Imprese e Industria della Commissione ha presentato un pacchetto di norme volte a migliorare la sicurezza dei prodotti e a disciplinare la sorveglianza del mercato. La prima delle proposte ha introdotto una serie di regole volte a stabilire la piena tracciabilità dei prodotti stabilendo una presunzione generale di sicurezza per i prodotti conformi alla normativa settoriale di armonizzazione dell’Unione. Tale proposta è rivolta a tutti i prodotti manifatturieri, compresi quelli importati dai Paesi terzi. Qui l’obbligo di indicazione dell’origine si estende a tutti i prodotti industriali destinati ai consumatori e quindi sia a quelli nati in seno all’Unione Europea sia a quelli importati, vengono quindi sciolti i dubbi circa la compatibilità della proposta con gli obblighi assunti verso l’OMC. In data 15 aprile 2014 la proposta è stata approvata statuendo la sua entrata in vigore nel 2015.

 

Riccardo Salvadori

Effetto Tajani: nuovo vicepresidente per Forza Italia

Antonio Tajani, attuale Presidente del Parlamento Europeo è il nuovo vicepresidente di Forza Italia. Silvio Berlusconi lo ha scelto come secondo e, considerata l’eta del Cavaliere, sarà  proprio Tajani il nuovo leader di Forza Italia.

Il futuro di Forza Italia senza Berlusconi è sconosciuto: tale partito infatti è stato fin troppo spesso identificato unicamente con la figura del Cavaliere. Il bacino elettorale a cui può accedere Tajani sembrerebbe essere parzialmente differente rispetto a quello di Berlusconi.

Il primo vero banco di prova, dopo 20 anni di berlusconismo, saranno le elezioni europee del prossimo 2019.

 

Valerio Del Signore

Lula libero. Lula in catene.

Torna a far discutere la battaglia giudiziaria dell’ex presidente brasiliano Lula. Oggi due colpi di scena. In meno di 24 ore.

Torna a far discutere la battaglia giudiziaria dell’ex presidente brasiliano Lula. Dopo avervi raccontato in un articolo del 8/04/2018 (https://rivistaindottriniamoci.com/2018/04/08/nel-nome-di-lula/) l’incredibile vicenda del suo arresto, vi teniamo aggiornati sull’evolversi della vicenda ricca di colpi di scena.

L’ex presidente, 72 anni, che attualmente sta scontando una condanna a 12 nel carcere di Curitiba, proclamandosi sempre innocente, ha ricevuto nell’arco della stessa giornata dapprima un ordine, seguito a distanza di poche ore dalla revoca dello stesso da parte di un altro giudice.
Stamane, infatti, il giudice d’appello di Porto Alegre, Rogério Favreto, aveva a sorpresa ordinato la scarcerazione di Luiz Inácio Lula da Silva, che sta scontando una condanna a 12 anni per corruzione e riciclaggio. Alla richiesta di scarcerazione degli avvocati del’ex presidente brasiliano, il giudice aveva concesso l’“habeas corpus”, ritenendo che non vi fosse motivo per cui l’ex presidente Lula non potesse aspettare in libertà la risoluzione del suo appello.
La decisione ha visto l’immediata opposizione del giudice federale Sérgio Moro, colui che aveva giudicato (colpevole) in primo grado l’ex capo di Stato brasiliano.
Lula, ha sempre ribadito, oltre che la sua innocenza, la sua volontà di partecipare alla competizione elettorale del 7 ottobre prossimo per l’elezione del nuovo presidente brasiliano, e pare che, nonostante l’arresto, si attesti intorno al 30% dei consensi.
Joao Gebran Neto, giudice della Corte d’appello responsabile dell’inchiesta sull’ex capo di Stato, ha annullato un ordine di rilascio del leader della sinistra che era giunto poche ore prima, segnando l’ennesimo colpo di scena di una vicenda che di certo non può dirsi conclusa.

Salvatore Vergone

Matteo Salvini sfida l’Europa

Sul palco del tradizionale raduno leghista di Pontida, in cui hanno partecipato più di 70.000 persone, il neo Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha dichiarato che sull’immigrazione non si fiderà più dell’Unione Europea ed ha confermato che i porti italiani resteranno chiusi.

Salvini inoltre ha annunciato che alle prossime elezioni europee (maggio 2019) vorrà creare una coalizione di populisti in tutta Europa e che incontrerà i prossimi leader per formare una lega europea. A Pontida era presente anche il Presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, di Forza Italia. Assenti, per la prima volta, Bossi e Maroni che ormai sembrano rappresentare il passato del partito leghista.

 

Valerio Del Signore

Quando un furto sventa una truffa.

Curiosa storia a Villafranca Piemonte (To), dove i carabinieri del luogo hanno sventato una truffa che si perpretava da dieci anni ai danni di una ottantenne, grazie ad uno scippo subito dalla stessa. La storia inizia nel 2007 anche se Maria (useremo un nome di fantasia), 80 anni, si è ritrovata a raccontare tutto ai carabinieri di Villafranca Piemonte, soltanto adesso. Undici anni fa una donna moldava di 37 anni, residente a Carignano, venne in contatto con Maria, presentandole la triste storia della malattia del figlio e delle ingenti spese per le sue cure.
Maria, inteneritasi nell’ascoltare questa vicenda, a richiesta della donna, comincia a concederle dei prestiti per sostenere le cure che dopo dieci anni, però, diventano una somma esorbitante:  150mila euro, quasi tutti i suoi risparmi di pensionata.
Lo smascheramento avviene per un fatto imprevedibile però: qualche giorno fa Maria e la madre del bambino hanno un appuntamento a Villafranca Piemonte dove la pensionata dovrebbe consegnarle seimila euro in contanti. È qui che il caso, benevolo in fin dei conti, vuole che qualcuno le rubi la borsetta con tutto il denaro.
Disperata, la pensionata, va dai carabinieri per denunciare il furto, e davanti ai militari, per giustificare una tale somma nella borsetta, racconta tutta la storia fin dall’inizio. I militari, quindi, non hanno dubbi della matrice fraudolenta delle richieste economiche e, accertata la falsità della storia, la truffatrice viene identificata e denunciata. Gli investigatori sospettano che potrebbero esserci altre vittime a cui la potrebbe aver raccontato la medesima storia per ottenere grosse somme di denaro.
Salvatore Vergone

DA STUDENTE AD AGENTE: INTERVISTA A F. D.

Dopo i giuramenti dei Carabinieri di tutta Italia di questi ultimi giorni, segue una breve intervista a F. D.: studente di giurisprudenza a Torino appena diventato Carabiniere a Reggio Calabria. L’augurio è che si possa distinguere come membro dell’Arma e che riesca a realizzare i suoi obiettivi.

– Cosa è significato per te partecipare ad un concorso pubblico tanto selettivo ed importante?

E’ significato, in primo luogo, mettersi in gioco: combattere per il proprio futuro e per i propri sogni. In seconda analisi, è significato anche fare tanti sacrifici (niente vacanze per poter sutidiare, risparmiare per pesare meno sulla famiglia, dare meno esami) e rischiare, poiché la riuscita del concorso è stata tutt’altro che scontata.

– Come sono state le prove e quale hai considerato come più difficile?

Le prove sono state tutte quante impegnative e, in ordine cronologico, sono state le seguenti: il quiz preselettivo a crocette, le prove fisiche, 2 interi giorni di visite mediche ed un colloquio con un perito selettore ed una commissione. Superata una prova si andava a quella successiva. Sono giorni di grande tensione, stress e concentrazione.

– A chi dedichi il tuo successo in questo percorso e perché?

In primo luogo a me stesso: io ho studiato, ho fatto il test, ho affrontato le prove e i colloqui; in secondo luogo ad amici e parenti che mi hanno supportato.

– Come senti di poter essere utile nei confronti della società che andrai a tutelare?

Offrendo la mia opera come membro delle forze armate per garantirne la sicurezza e per salvaguardarne i principi di libertà e democrazìa.

– Continuerai il tuo percorso di studi presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino?

Si, anche se impiegherò più tempo del dovuto o della media dei miei compagni di università.

– Cosa ti aspetti da questa esperienza?

Enormi soddisfazioni e grande crescita personale nonché coronare un sogno che ho sin da bambino.

 

Fabrizio Alberto Morabito

LA TORTURA E L’ABUSO DI POTERE AI GIORNI NOSTRI

<<La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale.>>

Amnesty International

ITER DEL REATO DI TORTURA IN ITALIA

La frase sopra citata, attribuita all’ONG Amnesty International, si attribuisce ai fatti precedentemente analizzati del G8 di Genova.

Prendendo spunto da una delle ultime frasi del film, emerge come l’Italia, pur essendo uno dei Paesi più sviluppati a livello mondiale, non abbia ancora introdotto, all’interno del codice penale, una fattispecie che condanni la tortura, nonostante la condanna di questa fosse già stata discussa nella Convezione delle Nazioni Unite contro la tortura nel 1984, da noi ratificata nel 1988. Un’argomentazione spesso utilizzata dall’Italia, in risposta alle preoccupazioni provenienti dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti disumani e degradanti (CPT), è fondata sull’idea che le condotte descritte all’art. 1 e 2 della Convenzione, siano coperte da norme che erano già in vigore prima della ratifica della convenzione sopra citata.

Art.1 e 2 Convenzione:

  1. Ai fini della presente Convenzione, il termine «tortura» designa qualsiasi

Atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o Psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona Informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha Commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su Di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque Altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o Tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona Che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso Espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti Unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate.

  1. Il presente articolo lascia impregiudicato ogni strumento internazionale e

Ogni legge nazionale che contiene o può contenere disposizioni di portata più ampia.21

Il primo disegno di legge, contenente il reato di tortura in Italia, fu fatto nel 1989 dal senatore

Nereo Battello, subito dopo la ratifica della Convenzione del 1984.

Il testo non fu mai sottoposto al voto dell’assemblea.

Stessa sorte toccò nel 1991 al disegno di legge proposto da Franco Corleone.

  1. Convenzione nazioni unite contro la tortura, 1984

21

Successivamente, durante la XIII e la XIV legislatura, vennero proposti vari disegni di legge, come quello di natura governativa di Dini-Fassino o quello proposto da Pecorella, ma entrambi, come i loro precursori, non riscontrarono un interesse da parte del Parlamento e non giunsero mai ad un’utilità concreta.

Durante la XV legislatura vennero presentati in parlamento otto progetti riguardanti il reato di tortura, che vedevano come relatori gli onorevoli Pecorella, Forgione, Biondi, Bulgarelli, Pianetta, Iovene, De Zulueta e Suppa.

Le quattro proposte di legge, presentate alla Camera da Pecorella, Forgione, De Zulueta e Suppa, furono unificate in un testo unico, avente come obiettivo l’introduzione, nel codice penale, di due articoli:

Il primo contenente la norma incriminatrice, delineava la tortura come reato comune, con la previsione di un’aggravante se commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio;

La seconda collocava la tortura fra i delitti contro la persona, in particolare nel settore dei delitti contro la libertà morale, sottolineando, in questo modo, il ruolo sadico della tortura, in quanto comportava sia una lesione dell’integrità fisica ma anche, e soprattutto, una forte componente di vessazione psicologica.

Il testo prevedeva che la violenza e la minaccia dovessero essere gravi, portando però ad una difficile valutazione della gravità, in quanto non fu fatto nessun riferimento specifico all’ interno della norma.

Tuttavia il disegno di legge si arenò a causa della crisi di governo e la chiusura anticipata della legislatura.

L’attuale legislatura, la XVII, ha apportato un’unificazione dei testi precedenti, dando vita a una proposta, avente come relatore il senatore Luigi Manconi, presentata il 17 settembre 2013 alla commissione di Giustizia e approvata, definitivamente, in assemblea il 5 marzo 2014. Questo disegno di legge non contempla il requisito della reiterazione degli atti di violenza o minaccia e non contempla le condotte omissive, pur rimanendo presente il requisito della gravità.

Il reato di tortura rimane un reato comune pur prevedendo l’aggravante se commessa da pubblico ufficiale.

Le ultime notizie sull’ iter della proposta di legge 216822 risalgono a più di un anno fa, periodo nel quale la Camera dei Deputati approvò, con modificazioni, la proposta di legge in data 9 aprile 2015, rimandando successivamente la proposta in Senato, dove si fermò.

La proposta di legge introduce nel Titolo XII sez. III del codice penale i reati di tortura (art.613 bis) e di istigazione alla tortura (art.613 ter).

Essi prevedono rispettivamente:

  1. http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0018050.pdf

22

Tortura: Chiunque, con violenze o minacce gravi, ovvero mediante trattamenti inumani o degradanti la dignità umana, cagiona acute sofferenze fisiche o psichiche ad una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia o autorità o potestà o cura o assistenza ovvero che si trovi in una condizione di minorata difesa, è punito con la reclusione da tre a dieci anni. Se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle funzioni ovvero da un incaricato di un pubblico servizio nell’esercizio del servizio, la pena è della reclusione da cinque a dodici anni. Se dal fatto deriva una lesione personale le pene di cui ai commi precedenti sono aumentate. Se dal fatto deriva una lesione personale grave le pene sono aumentate di un terzo e della metà in caso di lesione personale gravissima. Se dal fatto deriva la morte quale conseguenza non voluta, la pena è della reclusione di anni trenta. Se il colpevole cagiona volontariamente la morte, la pena è dell’ergastolo (Art 613 bis);

Istigazione di pubblico ufficiale a commettere tortura: Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio il quale, nell’esercizio delle funzioni o del servizio, istiga altro pubblico ufficiale o altro incaricato di un pubblico servizio a commettere il delitto di tortura, se l’istigazione non è accolta ovvero se l’istigazione è accolta ma il delitto non è commesso, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. (Art.613 ter)

La proposta di legge modifica inoltre l’art.191 del codice di procedura penale, aggiungendovi il comma 2-bis, il quale stabilisce che:

Le dichiarazioni o le informazioni ottenute mediante il delitto di tortura non sono comunque utilizzabili, salvo che contro le persone accusate di tale delitto e al solo fine di provarne la responsabilità penale

Interviene poi sul codice penale in modo da raddoppiare i termini di prescrizione per il delitto di tortura.

La tortura nel diritto internazionale

Come è stato più volte detto, l’impegno nazionale a riconoscere una fattispecie che incrimini il reato di tortura va aldilà dei normali impegni morali e di civilizzazione che sarebbe giusto aspettarsi da un paese come l’Italia.

I trattati, le convenzioni e le dichiarazioni universali, firmate e ratificate dall’Italia, prevedono ognuna una definizione che spieghi e incrimini il reato di tortura a livello mondiale. Tra questi si citano, in ordine di sottoscrizione:

Convenzione di Ginevra del 1949 relativa al trattamento dei prigionieri di guerra; Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948;

Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950 (ratificata dalla legge 848/1955); Il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici del 1966(ratificata da legge

881/1977);

Convenzione ONU del 1984 contro la tortura ed altri trattamenti e pene crudeli, inumane e degradanti (ratificata con legge 489/1988);

Statuto di Roma istitutivo della Corte penale internazionale del 1998 (legge 232/1999)

La tortura, al contrario di quanto si possa pensare, non è una pratica relegata soltanto a Paesi considerati sottosviluppati, infatti, stando ai dati riportati da Amnesty International, tra il gennaio

23

2009 e il marzo 2014 si sono verificati episodi di tortura in almeno tre quarti dei paesi del mondo: le denunce ricevute riguardano i maltrattamenti commessi da funzionari statali in 141 paesi, in ogni regione del mondo, compresi quelli considerati “sviluppati”.

Nonostante lo scenario politico sia radicalmente cambiato rispetto ai regimi di Terrore dell’800 o totalitari dell’ 900, ancora oggi, le categorie prese maggiormente di mira sono quelle che manifestano le proprie idee politiche o che esercitano il loro diritto alla libertà di espressione, come i gruppi di una particolare religione o altre minoranze.

Molte vittime provengono da gruppi già svantaggiati, come omosessuali o trasgender, che nonostante le continue lotte per il riconoscimento dei propri diritti, non riescono a trovare la piena considerazione e pariteticità sociale da parte della comunità.

Le donne vengono tuttora sottoposte a supplizi e vessazioni da parte di soggetti che dovrebbero proteggerle. Esse sono infatti vittime, nello specifico, di barbarie, quali gli aborti forzati, il rifiuto dell’aborto, la sterilizzazione forzata e le varie mutilazioni genitali femminili, alle quali si aggiungono altre forme di violenza che non vengono nemmeno riconosciute come reati in determinati stati.

I motivi, per cui ci si avvale della pratica della tortura, come abbiamo sottolineato precedentemente sia nei Paesi considerati sviluppati sia in quelli meno sviluppati, si basa principalmente su due ragioni principali: da un lato, l’esistenza della cultura dell’impunità che fa si che nessuno porti davanti ad una corte gli eventuali responsabili; dall’altro i governi traggono o credono di trarre beneficio dal ricorso a questa pratica.

Tra gli ostacoli che impediscono la prevenzione della tortura, l’assunzione di responsabilità e l’accesso alla giustizia, vi sono:

L’isolamento dei detenuti dal mondo esterno;

L’incapacità di alcuni PM di portare avanti con determinazione le indagini;

La paura di ritorsioni da parte di un soggetto più forte: basti pensare al timore reverenziale che può incutere una guardia carceraria e alla situazione di evidente svantaggio in cui si

trova il detenuto vittima di atti vessatori;

Mancanza di meccanismi indipendenti e finanziati adeguatamente per monitorare le denunce e indagare su presunte violazioni;

Un inappropriato “spirito corporativo” tra i funzionari statali, che comporta la copertura delle condotte abusive da parte dei colleghi;

Desaparecidos e Pinochet.

I fatti, che nel precedente capitolo sono stati narrati in merito ai soprusi subiti dalle vittime nella caserma di Bolzaneto, non sono da considerarsi come rari ed eventuali.

Un fenomeno collegato a ciò è quello dei cosiddetti Desaparecidos: persone che furono arrestate per motivi politici, o anche semplicemente accusate di avere compiuto attività “anti governative” dalla polizia dei regimi militari. Questo fenomeno si riscontrò maggiormente in varie aree del Sud America, soprattutto in Cile.

Anche in Italia tale fenomeno sussiste e prende il nome di sparizione forzata: consiste in una forma

24

di tortura per la persona scomparsa, in quanto lo scopo principale della sparizione è quello di ricavare ed estorcere informazioni da parte di dittatori o autori di colpi di Stato.

In Cile, questo fenomeno, è attribuibile al generale Augusto Pinochet il quale “fece sparire” dall’11 settembre 1973 al 10 marzo 2010, secondo un articolo del 2011 della BBC23, circa 40’000 persone, numero che purtroppo aumentò nel momento in cui fu aperta un’inchiesta da parte di una commissione, diretta da Maria Luisa Sepulveda, per portare alla luce i fatti realmente accaduti. Secondo i criteri esaminati dalla commissione, per essere riconosciuti vittime del regime dittatoriale e avere quindi diritto all’indennizzo di £157 al mese, le persone sarebbero dovute risultare:

Detenute e/o torturate per ragioni politiche da agenti statali o da persone al loro servizio; Vittime di sparizione forzata o essere state giustiziate da agenti statali o da persone al loro

servizio;

Vittime di sequestro/rapimento o vittime di tentativi di assassinio per ragioni politiche.

Nel XXI sec. le tecniche si sono sviluppate anche grazie alla diffusione della tecnologia, e sono diventate più subdole e perpetrate nel tempo.

Il dolore inferto, dalla maggior parte di queste tecniche, è molto alto al fine di provare la tenuta psico-fisica della vittima.

Come riportato nel seguente documento di Amnesty International infatti le tecniche che vengono utilizzate sono le più disparate: dalla privazione del sonno (utilizzata dai soldati americani sui prigionieri del Bagram Collection point in Afghanistan) ai pestaggi, passando per tecniche di una crudeltà inaudita quali la recisione dei tendini e l’applicazione di plastica fusa sulla schiena.

Al fine di ridurre i casi che possono poi portare alla tortura, la soluzione preventivata e proposta da Amnesty è quella di introdurre e mettere in atto delle garanzie efficaci che si suddividano in garanzie da attuare in quattro distinte fasi:

  1. http://www.bbc.com/news/world-latin-america-14584095

25

  1. Al momento dell’arresto;
  1. Durante la detenzione;
  1. Durante il procedimento giudiziario;
  1. Durante l’interrogatorio.

Uno dei punti chiave su cui l’OGN insiste particolarmente, è quello di assicurare alla giustizia chi commette tali atti e, al fine di prevenire ciò, reputa fondamentale assicurare che tutti i luoghi nei quali gli individui sono privati della libertà, siano monitorati in modo efficace e indipendente. Allo stesso modo, meccanismi efficaci di sorveglianza, dovrebbero monitorare il comportamento delle forze di sicurezza.

L’abuso di potere in Italia

La sicurezza dei cittadini italiani e di tutte le persone che vivono in Italia è garantita dalla Polizia di Stato, dai Carabinieri e dalla Guardia di Finanza, che insieme alla Polizia Penitenziaria e al Corpo Forestale costituiscono le Forze dell’Ordine24

Molte volte però accade che, proprio nei luoghi in cui dovrebbe regnare sovrano il diritto ed il rispetto di regole e norme, accadano situazioni quantomeno equivoche che portano alla luce una serie di dubbi sull’effettiva sicurezza che le forze dell’ordine possano garantire ai cittadini.

Negli ultimi anni, le pagine della cronaca nera hanno visto molti individui morire in circostanze non chiare, in seguito al fermo per stato di ubriachezza o per altri reati minori.

Tra questi vanno annoverati i casi che videro protagonisti Stefano Cucchi e Federico Aldovrandi. Nell’analisi dei singoli casi che seguirà, ci si atterrà solamente agli atti e alle sentenze già depositate, non lasciando spazio alle conseguenze create sull’opinione pubblica.

Federico Aldovrandi

Il primo caso di incertezza ed accusa di utilizzo di eccesso colposo, da parte dei membri delle forze dell’ordine, avviene la sera del 25 settembre 2005 a Ferrara, dove un giovane ragazzo di nome Federico Aldovrandi perse la vita in seguito ad una colluttazione con quattro agenti.

Il ragazzo, quella sera, stava tornando da una serata in discoteca e, stando anche ai risultati tossicologici fatti sul corpo successivamente, mostrava un evidente stato di assuefazione dovuto all’ingerimento di diverse sostanza psicotrope e un forte abuso di alcool.

La pattuglia “Alfa 3”, impegnata in un giro di perlustrazione intorno la zona di Viale Ippodromo a Ferrara, decise di fermare per un normale controllo il ragazzo.

Stando agli atti e alle parole degli agenti il ragazzo, reagì alla richiesta di controllo come un

invasato violento in evidente stato di agitazione” sostenendo inoltre di “essere stati aggrediti dallo stesso a colpi di karate e senza un motivo apparente“.

In seguito a ciò, i due agenti della mobile Alfa 3 richiesero l’intervento della pattuglia Alfa 2.

Il duro scontro tra la prima pattuglia e il giovane portò alla rottura dei due manganelli in dotazione dei poliziotti. La morte sopraggiunse dopo l’arrivo della seconda pattuglia.

  1. http://www.italiano.rai.it/articoli/la-sicurezza-e-le-forze-dell%E2%80%99ordine-in-italia/20944/default.aspx

26

All’arrivo dei soccorsi il ragazzo era riversato a terra in posizione prona, con le braccia ammanettate dietro la schiena e le ginocchia degli agenti sulla colonna vertebrale a comprimergli il torace.

Il caso destò fin da subito molti sospetti, in quanto i fatti avvennero in un luogo pubblico e le grida dovute alla colluttazione furono sentite da diversi testimoni che confermarono la versione che vede i poliziotti intenti a malmenare il giovane.

Le indagini

Le indagini furono contrastanti in quanto i periti nominati da accusa e dalla parte civile presentavano esiti esattamente agli antipodi circa la sopravvenienza della morte del ragazzo.

La prima teoria, fornita da una perizia medico legale richiesta dal PM, individua nell’eccessivo sforzo fisico dovuto alla colluttazione, nel tentativo di liberarsi e nell’alterazione respiratoria conseguente all’ingerimento di sostanze, la causa principale della morte.

Adducendo inoltre che la singola assunzione di droghe e alcool non potesse portare alla morte del ragazzo.

Tesi che non viene avvallata e condivisa dai risultati dell’indagine medico legale richiesta dalla famiglia, dai quali risulta che la morte sia stata causata da “un’anossia posturale”, dovuta alla pressione sulla schiena di uno o più poliziotti durante l’immobilizzazione.

Inoltre condivide l’idea che la quantità di droghe trovate nel corpo del ragazzo non potesse portare alla morte, ma contrasta la teoria che vede nelle droghe la causa dello stato di agitazione del ragazzo, in quanto l’effetto che le sostanze oppiacee, come l’eroina hanno sul corpo, è un effetto sedativo.

La definitiva irrilevanza di nesso tra la morte e l’assunzione di sostanze psicotrope si ha grazie alla perizia super-partes disposta durante l’indagine e affidata all’Istituto di medicina legale di Torino.

Ai quattro agenti intervenuti , Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, viene imputato di aver:

Ecceduto i limiti dell’adempimento di un dovere;

Procrastinato la violenza dopo aver vinto la resistenza del giovane; Ritardato l’intervento dell’ambulanza.

L’iter giudiziario ebbe fine nel giugno 2012, dove la Corte di Cassazione stabilì per i quattro agenti la reclusione per mesi quarantadue (3 anni e 6 mesi) a fronte dei quarantaquattro richiesti dal PM. Agli agenti si riconobbe “L’eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi” ex art. 55 c.p.

Quando, nel commettere alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 51, 52, 53 e 54 , si eccedono colposamente i limiti stabiliti dalla legge o dall’ordine dell’Autorità ovvero imposti dalla necessità,

si applicano le disposizioni concernenti i delitti colposi, se il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo”25

  1. Art. 55, Codice Penale,Zanichelli, 2015

27

Gli agenti beneficiarono dell’indulto introdotto nel 2006 che scontò loro la pena di mesi trenta, costringendoli alla reclusione per i restanti sei mesi. L’unico agente donna condannato, Monica Segatto, beneficiò inoltre del decreto svuota carceri dell’ex ministro della Giustizia Severino, scontando, in questo modo, i restanti cinque mesi di condanna agli arresti domiciliari.

La richiesta degli altri tre agenti venne respinta.

Al termine della loro pena tre, dei quattro poliziotti ,eccetto Forlani ,furono reintegrati in servizio nel gennaio 2014 e destinati a servizi amministrativi.

La famiglia Aldovrandi venne liquidata con un risarcimento di 2’000’000 di euro, che verranno trattenuti dagli stipendi dei quattro agenti dal ministero delle entrate, per un ammontare di circa 437’000 euro ciascuno.

Stefano Cucchi

I fatti:

Roma, 15 ottobre 2009, un ragazzo 32enne che corrisponde al nome di Stefano Cucchi viene fermato, poiché colto nell’atto di cedere ad un altro soggetto una serie di confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Successivamente viene condotto in caserma. Qua, durante la perquisizione, vengono rinvenuti addosso al ragazzo 21 grammi di hashish, tre dosi di cocaina, una pasticca di sostanza inerte e una di un medicinale.

Il ragazzo, che al momento dei fatti pesava 43 kg per 1,76 cm di altezza viene sottoposto a regime di custodia cautelare ex art. 285 CPP.

Il giorno seguente Stefano viene processato per direttissima ex art 449.2 CPP e già durante il processo si notano evidenti difficoltà nel camminare e degli ematomi intono agli occhi. Tuttavia il giudice dispone una nuova udienza da celebrare qualche settimana dopo, stabilendo inoltre la perdurata della permanenza di Cucchi in carcere a Regina Coeli.

In seguito, le condizioni fisiche iniziarono a peggiore e durante una visita all’ospedale Fatebenefratelli vengono messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (inclusa una frattura della mascella), all’addome (inclusa un’emorragia alla vescica) e al torace (incluse due fratture alla colonna vertebrale).

Le condizioni del ragazzo andarono via via peggiorando fino al momento della morte sopravvenuta il 22 Ottobre 2009.

Al momento del decesso il peso era di 37 Kg.

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Le indagini e la sentenza:

Le indagini fecero emergere che secondo alcuni testimoni oculari, rinchiusi all’interno del carcere di Regina Coeli, il detenuto Stefano Cucchi fosse stato pestato dagli agenti di polizia penitenziaria.

I familiari di Stefano, in particolare la sorella Ilaria, al fine di dimostrare ciò, decise di rendere pubbliche le foto del fratello scattate all’obitorio.

Le indagini preliminari sostennero che a causare la morte sarebbero stati i traumi conseguenti alle percosse, il digiuno e la mancata assistenza medica.

La lista degli indagati comprendeva: tre agenti di polizia penitenziari (Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici) colpevoli di aver percosso ripetutamente con calci e pugni al torace, infierendo anche sul suo corpo dopo una caduta; tre medici (Aldo Fierro, Stefania Corbi e Rosita Caponnetti) colpevoli di aver fatto morire il giovane di inedia.

Nel novembre del 2009 la Procura di Roma contesta il reato di omicidio colposo ai medici dell’ospedale Pertini e di omicidio preterintenzionale agli agenti di polizia penitenziaria.

Il 30 aprile 2010 la procura di Roma contesta ai medici del Pertini, a seconda delle posizioni, il favoreggiamento, l’abbandono di incapace, l’abuso d’ufficio e il falso ideologico. Agli agenti della polizia penitenziaria vengono contestati invece lesioni e abuso di autorità.

L’iter giurisdizionale di questo caso fu fortemente criticato dall’opinione pubblica, dai familiari e dai sindacati autonomi di polizia penitenziaria, in quanto inizialmente il 31 ottobre 2014, in appello, furono assolti tutti gli imputati legati al settore sanitario. Sentenza che venne parzialmente annullata il 15 dicembre 2015 dalla Cassazione.

Nel settembre 2015 fu fatta una seconda inchiesta, al fine di stabilire la responsabilità dei carabinieri presenti all’interno delle caserme tra la sera del 15 e la mattina del 16 ottobre 2009: l’inchiesta vede l’introduzione della fattispecie di falsa testimonianza, ex art. 372 c.p, e di lesioni, ex art.582 c.p., in capo a cinque militari.

 

Riccardo Salvadori