MALATO, TORNA SULLA BOCCA DI TUTTI

Proprio in un periodo in cui l’università è nuovamente in fermento, a causa dei suoi recenti attriti con la giustizia, torna di moda un professionista del settore.

Infatti, è di pochissimi giorni or sono la notizia che fa ritornare agli onori della cronaca il Prof. Luca Sgarbi, docente associato di diritto del lavoro presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino. Il professore infatti era seminfermo di mente quando, nell’estate del 2016, pretese favori di carattere sessuale da una studentessa, in cambio di un buon voto alla tesi di laurea. A stabilirne la seminfermità mentale è stata una perizia psichiatrica redatta da uno specialista di Genova, su incarico del GUP Stefano Vitelli.

Il docente è sotto processo per tentata concussione e detenzione di materiale pedopornografico: l’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Gianfranco Colace, era partita nel momento in cui una studentessa di 22 anni, iscritta a Giurisprudenza, aveva denunciato il professore per averla ricattata. La ragazza si è rivolta al garante degli studenti dell’Ateneo, poi il rettore ha fatto partire la segnalazione alla Procura il 19 luglio 2016.

I legali del docente, Simona Grabbi e Mauro Ronco, sottolineano che: “la chiusura delle indagini evidenzia come il fatto è rimasto del tutto isolato, nonostante altre studentesse siano state sentite dai magistrati. Fin dall’inizio il professore ha spiegato agli inquirenti come alla base della vicenda ci sia stato un equivoco circa i rapporti con la studentessa.

Luca Sgarbi, quarantasettenne avvocato bolognese, era giunto a Torino nel 2001, vincendo un concorso da ricercatore, con un curriculum di tutto rispetto: in passato ha collaborato con numerose riviste ed è stato commissario in molti concorsi.

La Procura di Torino auspica che altri eventuali simili episodi, allo stato sconosciuti, siano resi noti agli inquirenti: le mura del Campus Luigi Einaudi tremano dai tempi del caso Musy, in cui fu il Professor Monateri a finire su tutti i giornali, il più recente caso Sgarbi sconvolge nuovamente l’Ateneo piemontese (anche se il docente è stato dichiarato seminfermo di mente).

Non ci resta dunque che attendere e sperare affinché l’impervia questione che coinvolge il Professor Sgarbi e l’ancor più recente scandalo concorsuale fiorentino, che pare coinvolgere anche docenti torinesi, si concludano per il meglio.

Fabrizio Alberto Morabito

Come prende le sue decisioni la Corte di Strasburgo?

Da un po’ di anni, precisamente dal 2013, si è cominciato a parlare in Italia, con grande insistenza, della Corte di Giustizia Europea che ha sede a Strasburgo. Silvio Berlusconi, in concomitanza con la sua decadenza dal Senato, vi ha presentato ricorso ed è in attesa di giudizio. Ma concretamente come decide la Corte?

Il primo passo da fare è l’invio di una lettera alla Corte nella quale vengono spiegate le ragioni delle presunte violazioni da parte del giudice nell’applicare una determinata legge, lettera che non prevede determinate formalità, in quanto può essere inviata anche senza l’ausilio di un legale. Nella lettera vanno specificate quelle che sono le doglianze, precisando quali diritti vengono protetti dalla Convenzione. La Corte, nel rispondere al cittadino, invia anche un formulario da redigere e spedire nel giro di sei settimane in triplice copia, tutto questo è indicato all’interno dell’articolo 35 della Convenzione stessa che ammette il ricorso stesso solo dopo che siano esauriti quelli che sono i ricorsi nazionali in tutti i gradi di giudizio.

La procedura davanti alla Corte europea è pubblica ma, di fronte a particolari esigenze, la Camera o la Grande Camera possono decidere di procedere a porte chiuse durante alcune udienze o per tutta la durata del processo.

E’ necessaria la nomina di un legale abilitato all’esercizio della professione forense in uno dei Paesi contraenti ed è previsto un sistema di gratuito patrocino per i non abbienti.

Viene nominato un giudice relatore che esamina il ricorso e che può chiedere al ricorrente tutte le delucidazioni necessarie per esaminare la questione. Quindi, il relatore redige un rapporto che invia, o ad un Comitato di tre membri o ad una Camera, a seconda che ritenga il ricorso irricevibile o ricevibile.

La Camera, dichiarato il ricorso ricevibile, ha la facoltà di invitare le parti a presentare altri elementi, nuovi documenti, nonché memorie scritte.

L’udienza di audizione delle parti non è obbligatoria, a tal proposito la Camera può anche decidere di ometterla per velocizzare i tempi del procedimento.

A volte, accade che la causa, invece di svolgersi davanti ad una Camera, sia esaminata dalla Grande Camera: questo accade solo se il ricorso solleva una grave questione relativa all’interpretazione della Convenzione o dei suoi protocolli oppure nel caso in cui la soluzione di un caso possa portare ad una sentenza in contraddizione con una decisione precedentemente emessa. Il rinvio alla Grande Camera può avvenire anche su istanza di una delle parti, entro il termine di tre mesi a decorrere dalla data della sentenza di una Camera, in casi eccezionali. La richiesta, quindi, viene proposta ad un collegio composto da cinque giudici della Corte, quando la questione oggetto del ricorso sollevi gravi problemi di interpretazione o di applicazione della Convenzione.

Una volta che la questione è matura per la decisione, la Corte si pronuncia a maggioranza dei propri membri; in ogni caso, ogni giudice che ha partecipato all’esame del caso ha diritto di far allegare alla sentenza l’esposizione della propria opinione individuale distinta (discordante o concordante).

La sentenza emessa dalla Gran Camera della Corte europea dei Diritti dell’Uomo è sempre definitiva. Invece, le sentenze pronunciate dalle singole Camere diventano definitive una volta scaduti i termini per l’impugnazione, vale a dire quando sono trascorsi tre mesi dalla pronuncia, senza che sia stato presentato un ricorso alla Gran Camera. Le sentenze delle camere diventano definitive anche “se il Collegio della Grande Camera respinge una richiesta di rinvio formulata secondo l’art.43” (art. 44 Convenzione Europea)

Ai sensi dell’art. 74 del Regolamento della Corte, le sentenze della Corte devono contenere:

“a) il nome del presidente e degli altri giudici che compongono la camera come pure del cancelliere e del cancelliere aggiunto;

b) la data della sua adozione e quella della sua pronunzia;

c) l’indicazione delle parti;

d) il nome degli agenti, consulenti e consiglieri delle parti;

e) l’esposizione della procedura;

f) i fatti della causa;

g) un riassunto delle conclusioni delle parti;

h) le motivazioni di diritto;

i) il dispositivo;

j) se c’è stata, la decisione relativa i costi e alle spese;

k) il numero di giudici che hanno costituito la maggioranza;

l) se del caso, l’indicazione su quale dei testi fa fede”.

Le sentenze, inoltre, devono essere redatte in inglese o in francese, “salvo il caso in cui la Corte decida di non emettere la sentenza nelle due lingue ufficiali”. Inoltre, l’art. 76 del Nuovo Regolamento stabilisce che “una volta pronunciate, le sentenze sono accessibili al pubblico”.

Una caratteristica delle sentenze della Corte europea è rappresentata dalla possibilità di stabilire un risarcimento dei danni materiali e morali subiti dal ricorrente, attraverso la disposizione di “un’equa soddisfazione alla parte lesa” a carico del Paese che abbia violato la Convenzione, così come disposto dall’art. 41: “se la Corte dichiara che vi è stata violazione della Convenzione o dei suoi protocolli e se il diritto interno dell’Alta Parte contraente non permette che in modo incompleto di riparare le conseguenze di tale violazione, la Corte accorda, quando è il caso, un’equa soddisfazione alla parte lesa.”

Dott. Alessandro Pagliuca

L’ attesa della graduatoria

Il concorso, croce e delizia dell’ Italiano medio. Si comincia guardando la vetta da lontano e qualcuno alla fine riesce ad arrivarci. Ma quanto e’ dura la salita? Lo sanno bene i partecipanti al concorso per allievi agenti di polizia del 2017. Lo svolgimento del concorso prevede :

A) Prova Scritta d’Esame
b) Prove di Efficienza Fisica
c) Accertamenti Psico-Fisici
d) Accertamento Attitudinale

Le prove scritte si sono ormai concluse e adesso gli occhi sono puntati sulla graduatoria degli ammessi alle prove successive che uscirà il 25 settembre. I più meritevoli che passeranno alle prove di efficienza fisica dovranno superare non poche prove: i mille metri, le trazioni ed il salto in alto. In questi mesi si attesa e preparazione non sono però mancate le polemiche e le richieste di futuri ricorsi. Infatti, ad essere ammessi alle fasi successive saranno solo un numero sufficiente di risorse in grado di ricoprire i posti messi a disposizione. La cosa, però , non e’ piaciuta a molti dei partecipanti. Il bando, infatti, stabiliva che gli ammessi alla fase successiva, per essere idonei, avrebbero dovuto tatalizzare un punteggio alle prove scritte non inferiore ai 6/10. Molti idonei, per tali ragioni, ritengono illegittima una soglia di sbarramento ulteriore non comunicata tempestivamente e che, secondo quanto stabilito dal bando, sarà comunicata ai partecipanti soltanto il 25 settembre. Le ipotesi sono tante e tra partecipanti e web a fare chiarezza sono davvero in pochi. Molte sono state poi le polemiche per le chiamate alle prove scritte. Molti partecipanti, infatti, sono stati chiamati alla prima prova i primissimi giorno di agosto, altri, invece, sono stati convocati per la stessa prova i primi giorni di settembre.  Anche in questo caso le agitazioni sono state molte. Si tratta di sterili polemiche o avranno la meglio i futuri e presunti ricorsisti? In questi giorni si aspetta la graduatoria, ci si prepara per le prove fisiche e si prenotano le visite mediche per la fase successiva. C’ e’ chi ha passione per la divisa, chi da sempre sogna l’arma e chi semplicemente spera in un posto di lavoro. Che vinca il migliore!

 

Ilaria Di Blasio

L’incontrollato uso della condotta antisindacale

Lo Statuto dei Lavoratori è tornato in auge non molto tempo fa per via dell’art. 18 e tutta la questione sul licenziamento giustificato o meno. Oggi, però, voglio trattare di un altro articolo della l. 300/1970, ovvero dell’art. 28, rubricato come “condotta antisindacale”.

La tematica della correttezza dei rapporti del datore di lavoro nei confronti del lavoratore è sempre calda, ecco perché l’art. 28 “non passa mai di moda” ed è sempre attuale.

L’azione prevista da tale articolo è riservata non ai singoli lavoratori, ma ai loro rappresentanti e nello specifico gli organismi locali delle associazioni sindacali nazionali e va aggiunto anche che la condotta stessa è una fattispecie aperta, ovvero ricomprende qualunque comportamento del datore che possa costituire condotta antisindacale, nonché teleologicamente determinata, ragion per cui l’azione stessa è diretta a colpire il comportamento illecito del datore.

Ciò che è da sottolineare, però, è che i comportamenti illeciti sono solo quelli che costituiscono antigiuridicità giuridica, ovvero una violazione di un obbligo posto dal sistema, mentre non vengono sanzionati quei comportamenti che, per quanto duri, fanno parte del gioco delle trattative e del dialogo tra lavoratori e datore di lavoro –antigiuridicità di fatto-.

Proprio quest’ultimo elemento è fondamentale da ricordare e sottolineare, perché l’azione non va confusa con un generico mezzo di punizione di tutti quei comportamenti che semplicemente non piacciono al lavoratore; se esistesse un’azione del genere probabilmente non esisterebbero nemmeno le aziende, ma nemmeno un’economia.

Ecco perché allora il sindacato che voglia avvalersi di tale azione deve sempre dimostrare ex art. 2697 c.c. il carattere dell’antisindacalità. Infatti è suo onere dare prova dell’effettivo comportamento antigiuridico del datore.

Ecco allora che il semplice licenziamento di un lavoratore, membro di una RSA in un’azienda, non è sufficiente per legittimare il ricorso a tale azione invocando un danno al sindacato stesso.

Piuttosto bisognerebbe ricorrere all’art. 18 l.300/1970 per cercare di ottenere giustizia per il licenziamento, eventualmente ingiusto, del lavoratore.

Quindi l’asserita insussistenza del giustificato motivo oggettivo del licenziamento non è condizione sufficiente e bastevole per l’esperimento dell’azione ex art. 28.

La regola dell’onere della prova non sbaglia mai e colpisce quando meno se lo aspetti.

 

Alberto Lanzetti

Proporzionalità ed equità

Art. 36 della Costituzione: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Questo articolo ha svolto una fondamentale importanza nel diritto del lavoro, ha, infatti, permesso di stabilire come i minimi salariali stabiliti dalle tabelle presenti nei contratti collettivi di categoria potessero essere assunti a parametro di sufficienza retributiva del lavoratore.

In pratica la manovra, nata nel tentativo di dare carattere immediatamente precettivo all’articolo della Costituzione, è stata compiuta per mettere un punto fisso sulla sufficienza retributiva di un lavoratore.

In passato, però, mai si sarebbe immaginato di invocare tale articolo per la categoria forense, la quale era vista come categoria privilegiata, insomma si trattava di un mestiere di livello.

Tuttavia la Cassazione è dovuta intervenire con la sent. n. 24492/16 per affermare che gli avvocati che hanno concesso il loro patrocinio non possono vedersi liquidate somme, a titolo di compenso, irrisorie.

Una liquidazione dei compensi e delle spese sostenute dall’avvocato in corso di giudizio non può essere presa troppo sotto gamba dal giudice, il quale deve sempre far riferimento al fatto che l’applicazione del compenso economico al di sotto dei minimi tariffari presuppone sempre di rispettare il decoro della professione, tenendo anche conto dell’importanza della causa e dell’utilità dell’opera prestata.

Quest’ultimo principio dev’essere tenuto a mente anche dagli avvocati stessi, i quali possono usarlo a loro vantaggio qualora la liquidazione sia pari ad una cifra eccessivamente bassa parametrata al livello di impegno del professionista nella causa e al livello di difficoltà della stessa.

Gli Ermellini nel richiamare quindi il secondo comma dell’art. 2233 del codice civile, hanno sottolineato come una liquidazione giudiziale “simbolica” dei compensi al difensore lede il decoro della professione.

E la sentenza dei giudici di piazza Cavour la reputo giusta e coraggiosa anche; in un periodo in cui pur di lavorare anche la classe forense abbassa il capo e accetta vessazioni dai propri clienti di qualunque tipo, tra cui anche mancati pagamenti inseguiti per anni, questa pronuncia riconosce il valore della classe e cerca di rimettere un minimo le cose in chiaro, stabilendo che il lavoro del proprio difensore è fondamentale.

E se così non fosse, a che servirebbero gli avvocati?

 

 

Alberto Lanzetti

Assessore a tutti i costi

La pratica del porn revenge è di matrice anglosassone. Il fenomeno nato tra U.S.A. e Inghilterra consiste nel pubblicare online video hard raffiguranti il proprio partner in attività di autoerotismo o durante rapporti sessuali. Lo scopo di questi video è la semplice e pura minaccia di discredito che si vuole lanciare, tendenzialmente, nei confronti del proprio ex compagno/a per compiere contro di lui/lei ancora un ultimo dispetto, se così si può chiamare.

La pratica è approdata anche nel nostro paese e i fini sono sempre gli stessi: deridere e ferire il proprio ex partner; derisioni compiute senza pensare, oltretutto, alle conseguenze sulla psiche e sul fisico della persona sbeffeggiata ai quattro venti.

Alle volte la forma della “vendetta porno” assume contorni leggermente differenti: sempre più in voga è, infatti, l’utilizzo di Skype, il noto programma per compiere videochiamate in rete. Sempre più persone si trovano su queste chat create appositamente per condividere del sesso online.

I rischi non sono pochi e, ormai spesso, capita di sentire di persone ricattate da compagni sessuali poco intenzionati a condividere momenti di piacere tecnologici e più interessati ad ottenere vantaggi ed utilità attraverso la minaccia della divulgazione dei video, a dir poco, personali.

Succede anche che alcuni possano essere minacciati non solo per far sì che paghino una somma di denaro, ma che vengano minacciati a lasciare la loro carica di assessore in Comune. Questa è la vicenda di un assessore del Comune di Potenza, il quale si è trovato incastrato nella scomoda storia di un video hard che gli è stato minacciato di pubblicare se non avesse lasciato il proprio incarico nell’amministrazione comunale.

Il fatto narra di due abili complici: da un lato un noto editore della città di Potenza interessato alla carica comunale e dall’altro un’attrice appositamente retribuita dal primo per ghermire e porre in una situazione scomoda l’assessore davanti alla webcam del computer.

Il pubblico funzionario, però non si è scoraggiato e ha denunciato i due.

La sentenza non è stata leggera: “tentativo di estorsione” recita la sentenza definitiva della Cassazione (Cass. sent. n.44408/2016) e pena degli arresti domiciliari inflitta ai due complici.

Secondo la Corte il requisito dell’idoneità degli atti, necessario per il tentativo, è rispettato dato che la minaccia della pubblicazione era più che sufficiente per far sì che l’assessore si dimettesse.

Infine, è ravvisabile il reato di tentativo di estorsione e non quello meno grave di violenza privata, proprio perché il colpevole per ottenere un ingiusto profitto ha fatto uso di violenza o minacce affinchè il soggetto passivo facesse qualcosa che gli infliggesse un danno economico e qui il danno economico sono certamente i compensi e le indennità che il soggetto avrebbe perso se si fosse dimesso.

Mi viene da dare due semplici consigli: all’imputato proporrei come via più semplice e meno rischiosa per diventare assessore quella della candidatura e per la vittima di fare molta (!!!) attenzione la prossima volta a mostrare sè stesso in certe situazioni davanti ad una telecamera.

Ma penso che, ormai, questi signori abbiano imparato la lezione.

 

 

Alberto Lanzetti

POTARE PER CRESCERE

Il bisogno di depenalizzare è tornato a farsi sentire, non certamente più forte che mai, dato che questi interventi nell’ambito penalistico italiano sono frequenti anche se compiuti con interventi che possono destare alle volte più stupore, alle volte meno. Il 2016 è iniziato, tuttavia, con una riforma “non da poco” in materia. I decreti legislativi 7 e 8 del 15/1/2016 hanno cambiato le carte in tavola in molti ambiti.

Non si può non iniziare ricordando gli interessi contrastanti tra i quali è schiacciato il Bel Paese in materia di depenalizzazione: da un lato la necessità sentita dal nostro legislatore di punire con una sanzione penale tutto ciò che si vuole colpire con durezza (come se una sanzione civile od amministrativa ben calibrata non bastasse) e ciò è riscontrabile dal fatto che in tutte le leggi, o provvedimenti equivalenti, si possono rintracciare le cosiddette “disposizioni penali”. Dallo stesso lato, inoltre, si può notare anche la pressione dell’Europa sull’Italia per quanto riguarda la penalizzazione di molte fattispecie di nuova nascita, le quali con le tempistiche tipiche della nostra macchina legislativa vengono recepite troppo lentamente; dall’altro lato il bisogno sentito periodicamente dai vari governi che si susseguono nello sfoltire la materia penale per cercare di alleggerire i lavori dei vari Giudici di Pace, Tribunali e Corti d’Assise.

Ma quali sono le novità di questi ultimi due decreti legislativi?

Prima di tutto viene prevista l’abrogazione di una serie di reati: falsità in scrittura privata, falsità in foglio firmato in bianco, ingiuria, sottrazione di cose comuni ed appropriazione di cose smarrite, del tesoro o di cose avute per errore o caso fortuito, in più i reati depenalizzati sono 40 e non vi voglio tediare scrivendoveli uno per uno: emergono, però, tra i più curiosi la guida senza patente e la coltivazione di stupefacenti per fini terapeutici. Inoltre tutte le violazioni che erano punite con una multa o con un’ammenda ora vengono puniti con una sanzione amministrativa crescente in base al crescere della vecchia multa o ammenda.

Ma cosa vuol dire “depenalizzare”?

Non è nient’altro che un passaggio di violazioni da un codice all’altro, in questo modo si raggiunge l’obiettivo iniziale del legislatore, ovvero passare una parte del lavoro che era del giudice penale agli altri giudici, nella sostanza civili ed amministrativi.

Con riferimento ai reati trasformati in illeciti amministrativi l’autorità amministrativa si impegna a notificare gli estremi della violazione all’interessato e in più sarà ammissibile il pagamento in misura ridotta (metà della sanzione) entro 90 giorni dall’inizio del procedimento.

Per quanto riguarda i reati trasformati in illeciti civili la punizione viene a dipendere dal fatto che la vittima chieda l’esecuzione di un processo civile, perché senza querela il reato non è procedibile, ergo, il soggetto non sarà punibile.

Il Ministero della Giustizia si impegna a spiegare quali saranno le modalità di liquidazione delle eventuali sanzioni civili ed amministrative.

Per concludere il discorso ci tengo ad affermare che questi decreti hanno colpito quei reati di minore applicazione, che sono stati addirittura abrogati, o quelli che comunque il legislatore riteneva eccessivi prevedere nel codice penale e meritavano di essere depenalizzati. Le sanzioni civili ed amministrative così ideate non si possono comunque definire “leggere” o addirittura “inesistenti”, tutt’altro. Spero in questo modo di avervi avvertiti. Insomma, non credete ai social nei quali nei giorni scorsi si gridava, letteralmente, ad una fantomatica impunità.

 

Alberto Lanzetti