…E IO PAGO!

Assunto che la distinzione tra illecito penale ed amministrativo risulta, secondo la linea interpretativa prevalente, puramente formale; superiamo le polemiche populiste e politiche capeggiate dal Movimento 5 stelle in merito al quadro cui sussumere il fenomeno dei parcheggiatori abusivi.

Solleviamone di nuove!

Urge un intervento efficace atto a ridimensionare e combattere, si spera (finalmente seriamente), il problema.

Le ultime scandalose vicende di cronaca hanno evidenziato la diffusione sempre più clamorosa ed impunita del fenomeno di abusivismo legato ai parcheggi che, per previsione amministrativa, sarebbero riservati all’uso gratuito dei cittadini.

Il condizionale è d’obbligo perché, in realtà, sono vergognosamente privatizzati da arroganti individui che pretendono un compenso ingiustificato per la sola controprestazione, non richiesta né concordata, di sollevare l’indice ad indicarti la segnaletica orizzontale che individua il posto di sosta che comunque avresti visto da solo e che ti spetta, di diritto, gratuitamente.

Se chiedere è metà vivere, estorcere è reato!

E quando la minaccia, sottesa al rifiuto di lasciare la mancia, sono antipatici gli atti vandalici alla vettura propri: forse ci sono gli estremi per ravvedere una condotta estorsiva.

Il dispositivo, infatti, di cui all’art. 629 c.p. individua l’ estorsione nel comportamento di chiunque, mediante violenzaminaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno. Ed in tal caso prevede la pena della reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 1.000 a euro 4.000. La pena è della reclusione da sei a venti anni e della multa da euro 5.000 a euro 15.000 , se concorre taluna delle circostanze indicate nell’ultimo capoverso dell’articolo precedente.

In realtà oggi il reato dell’abusivismo nei parcheggi pubblici resta, invece, descritto nel quadro delle contravvenzioni del codice della strada ed è sanzionato con una multa fino a 3.101 euro.

L’Anci ha sollevato una proposta che prevede l’ arresto in caso di recidiva e per i parcheggiatori che “arruolano minori” è previsto il raddoppio della multa. I 5 stelle puntano ancora più alto.

Se può essere superfluo lottare per il riconoscimento del fenomeno come illecito penale, sul piano sanzionatorio, in un Paese in cui la certezza della pena è un optional; non lo è impegnarsi a prevedere quanto meno strumenti atti a garantire la sicurezza delle zone che la pubblica amministrazione adibisce a posteggi.

Anche il più piccolo pizzo è una forma di mafia.

Letizia Dematteis

Affido condiviso: tempo di bilanci.

Dopo undici lunghi anni è tempo di bilanci e resoconti.

La legge n. 54 del 2006 modificava, com’è noto, le disposizioni del codice civile riguardanti la separazione dei genitori e l’affidamento condiviso dei figli.

In particolare, l’art. 155 G.G. così come modificato, sancisce che: “Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”.

La regola generale di affido condiviso della prole incontra un limite, cristallizzato all’art. 155 bis c.c. ove è disposto che il giudice, con provvedimento motivato, possa disporre l’affidamento a un solo genitore qualora ritenga che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore.

Salvo ipotesi particolari dunque, i minori hanno diritto ad avere un rapporto continuativo con ciascuno dei genitori.

Senonché, la prassi sviluppatasi negli anni ha condotto, sempre più spesso, alla “sistematica collazione dei minori presso uno dei genitori” rappresentata come la soluzione più favorevole ai bisogni dei figli, favorendo, dunque, l’affidamento al genitore “collocatario” anche quando non ne ricorressero i presupposti.

Invero, nell’ultimo anno si è assistito ad un revirement delle decisioni dei Tribunali di merito, inaugurato dalle pronunce dei Tribunali di Brindisi e Salerno, i cui giudici, investiti di procedimenti circa la separazione dei coniugi, hanno privilegiato le “pari opportunità per il figlio di rapportarsi con ciascuno dei genitori in funzione dei suoi momentanei bisogni, in un equilibrio dinamico”.

Alla luce di quanto suddetto, senza pretese risolutorie, si ritiene che le guidelines delle particolari fattispecie concrete in esame, debbano essere la flessibilità e l’adattamento ai singoli casi dei principi ispiratori della riforma, oltre che il concreto atteggiarsi dei bisogni dei minori che, in alcun modo, possono essere cristallizzati preventivamente, omettendone la concreta individuazione, con la partecipazione fattiva di tutti gli operatori del diritto.

Anna D’Aniello

TESTAMENTO E LIBERTA’ MATRIMONIALE

Lascio a mio figlio il mio appartamento, solo se sarà coniugato al momento dell’apertura della successione, in caso contrario beneficerà solo del diritto di usufrutto sul suddetto appartamento”. Questa condizione, inserita dal de cuius, in testamento olografo ritrovato, per caso, a poche ore dalla sua morte, sollevò il problema della legittimità delle condizioni poste in disposizioni di ultima volontà.

Fino a che punto il testatore può condizionare la vita di un erede o di un legatario?

Il figlio ricorse in Tribunale per chiedere la nullità della disposizione, lasciando salvo il testamento: in primo grado ottenne ciò che voleva, ma la in appello la Corte negò questa possibilità ritenendo che non si trattasse di limitazione di libertà. Secondo la Corte, infatti, la disposizione non limitava il soggetto circa la scelta della futura compagna, in più si trattava di un uomo di età non particolarmente avanzata, quindi si riteneva ragionevolmente possibile l’eventualità di nuove nozze.

La Cassazione (sentenza 8941/09) confermò la sentenza di primo grado, annullando la condizione e mantenendo salvo il testamento.

I pericoli maggiori legati a questo genere di condizione riguardano i possibili comportamenti che potrebbe tenere il soggetto interessato: è possibile infatti che cerchi, per ripicca, di dilapidare il patrimonio del testatore o che si sposi al solo scopo di ottenere i vantaggi di natura patrimoniali previsti dal testamento.

L’art. 634 c.c. con riferimento alla libertà testamentaria, prevede che le condizioni poste in una disposizione di ultima volontà, siano da ritenersi impossibili se contrarie a norme imperative, ordine pubblico e buon costume. L’art. 626 c.c. specifica, inoltre, che la nullità della condizione non si estende all’intero atto, a meno che il motivo di nullità non sia stato l’unico tale da giustificare la disposizione medesima. In questo caso la Corte ritenne che la condizione limitava l’individuo in merito al vincolo matrimoniale, considerato una fondamentale scelta di vita e una libertà tutelata dal testo costituzionale e dalla Dichiarazione dei Diritti dell’uomo, e pertanto si considerava non apposta, mantenendo salvo il testamento.

Venne ritenuto invece possibile il caso opposto: fermo restando il divieto assoluto di condizioni che impedissero al beneficiario, in qualunque modo, le nozze, fu ritenuta ammissibile una disposizione che prevedesse un trattamento economico più favorevole in caso di mancate nozze. Questo perché si ritenne che in questo caso, la volontà del testatore fosse quella di provvedere alle esigenze di colui che, non essendosi sposato, non avrebbe potuto contare sugli aiuti morali e materiali di un ipotetico coniuge.

Dott. Marcello Cecchino

Nonna Peppina

Giuseppa Fattori, per gli amici Peppina, ha 95 anni e vive a Fiastra da circa 73 anni.

Peppina è arrivata a Fiastra per amore e qui è rimasta per una vita intera fino al sisma che lo scorso anno ha colpito il centro Italia. Non ha lasciato la sua terra neanche in quel momento e ha voluto tenere le radici lì dove aveva deciso di piantarle 73 anni prima all’età di 22 anni e novella sposa. Da quel momento di cose ne sono cambiate, ma il suo spirito manifesta l’energia di una giovane donna. Peppina, infatti, pur di non lasciare Fiastra, ha continuato a vivere in una casetta di legno costruita dai suoi familiari in un terreno edificabile di sua proprietà. Qualcosa, però, non fila liscio. La casetta, infatti, sembra essere abusiva e Peppina è costretta a lasciare in lacrime quella che era diventata la sua nuova casa.

Il primo Ottobre, stando quanto riportato dai presenti, è scaduta la proroga di 15 giorni prima del sequestro della struttura secondo quanto disposto dalla Procura di Macerata. Il Sequestro, d’altro canto, sembra essere congelato in attesa della decisione del Tribunale del Riesame. Una decisione sofferta che ha messo a dura prova quella che tutti potremmo definire la nonnina nazionale.

Sono state tante le manifestazioni di affetto e solidarietà provenienti da tv, giornali e social. Insomma, Peppina è un vero e proprio tornado e non si arrende. Abile in cucina e forte di un amore profondo per la propria terra afferma: “Mi porteranno via da casa mia solo in manette. O da morta”. Non sono mancati i commenti delle figlie della nonnina di Fiastra. “Lo stato Italiano è morto!”. Queste le dure parole di una delle figlie di Peppina, le quali hanno per fino scritto una lettera a Papa Francesco. I social sono ormai dalla parte di Nonna Peppina. Quale sarà la decisione del Tribunale?

Ilaria Di Blasio

La regolamentazione della successione mortis causa delle farmacie

La circolazione mortis causa delle farmacie, essendo esse veicolo di un servizio pubblico quale è quello farmaceutico, seguono una disciplina particolare rispetto alla normale successione mortis causa dei beni.

In particolare, tale disciplina è regolamentata dalla legge 2 Aprile 1968 n. 475, e tutta la normativa è orientata alla continuità di detto servizio pubblico, il quale per sua natura non tollera interruzioni.

In primo luogo, è previsto che il soggetto titolare della farmacia non possa trasferirne la proprietà prima di tre anni dalla conseguita idoneità.

Dal punto di vista della successione, l’art. 12 di tale legge prevede che entro sei mesi dalla morte del de cuius titolare, gli eredi possono trasferire la proprietà in favore di un soggetto farmacista che sia iscritto all’albo oppure abbia quanto meno risultato idoneo ad un precedente concorso per farmacisti o abbia già ottenuto la titolarità della qualifica.

Da ciò si evince che il soggetto beneficiario della titolarità della farmacia debba necessariamente essere un farmacista; occorre però a questo punto chiedersi se anche un soggetto non farmacista possa beneficiare di una disposizione mortis causa in suo favore.

La risposta al quesito è stata oggetto di indagine anche della Corte di Cassazione, la quale con la sentenza n. 12346/2009 ha chiarito che “nel caso di successione a causa di morte, ove la comproprietà della azienda farmaceutica spetti a più coeredi, dei quali solo uno sia stato autorizzato all’esercizio del servizio farmaceutico, questo’ ultimo non acquista automaticamente la proprietà esclusiva dell’azienda, in assenza di divisione dell’asse ereditario”.

Ciò implica che anche un soggetto non titolare dei requisiti professionali prescritti dalla legge può essere beneficiario della azienda farmaceutica e della farmacia stessa, anche se l’esercizio provvisorio della farmacia dovrà essere effettuato sotto la responsabilità di un direttore.

Va però detto che è sempre necessario che il beneficiario ottenga la idoneità all’esercizio della farmacia entro sei mesi dalla dichiarazione di successione e pertanto il legato sarà sottoposto alla condizione sospensiva del conseguimento dell’idoneità da parte del legatario entro sei mesi dalla dichiarazione della successione.

Bisogna infine evidenziare come la farmacia, a detta della normativa in commento, sia un bene complesso, costituito dalla titolarità della farmacia medesima unitamente alla azienda commerciale ad essa connessa. Per tale motivo dunque sia la titolarità della farmacia che la azienda commerciale sottostante devono essere necessariamente compresi nel suddetto legato, a pena di invalidità del medesimo.

Dott. Sergio Briguglia

Appello? L’inammissibilità è dietro l’angolo

“Ma sì, intanto facciamo appello”. Questa, più o meno con la medesima formulazione, è la frase “consolatoria” che ogni avvocato, alla fine di un primo grado non troppo soddisfacente, enuncia allo sconcertato cliente. In fondo nel nostro sistema giudiziario un ricorso “non costa niente”. E chissà poi che non arrivi in soccorso magari una bella prescrizione a fare da ciambella di salvataggio del povero condannato di primo grado. Tutto vero. E se poi nei fatti non vi sia correlazione fra i motivi e le ragioni di fatto o di diritto su cui si basa la sentenza impugnata poco importa. L’appello si propone. Sempre.

Tutto questo è stato vero fino alla sentenza 8825 del 22/02/2017 con la quale la Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha statuito che l’appello al pari del ricorso per Cassazione è inammissibile per difetto di specificità dei motivi quando non risultano esplicitamente enunciati e argomentati i rilievi critici rispetto alle ragioni di fatto o di diritto poste a fondamento della sentenza impugnata”.

Il contrasto che ha dovuto dirimere il giudice di legittimità ha sostanzialmente affrontato l’ampiezza e la portata del filtro costituito dall’art. 591 c.p.p. che al comma 2 recita: “Il giudice dell’impugnazione, anche di ufficio, dichiara con ordinanza l’inammissibilità e dispone l’esecuzione del provvedimento impugnato.” Il punto di diritto discusso, più precisamente, era sulla necessità o meno di valutare con minor rigore la specificità dei motivi d’appello rispetto a quanto accade per il ricorso in Cassazione e dunque se il difetto di specificità dei motivi di appello comporti l’inammissibilità dell’impugnazione.

Delineare i motivi di questa declaratoria d’inammissibilità d’ufficio non è stata di certo impresa semplice per la Corte che ha dovuto scegliere sostanzialmente fra due orientamenti: uno più restrittivo che riempie il filtro di inammissibilità partendo dal principio di specificità che si evince nell’art.581 primo comma lett. c del c.p.p. che recita [L’impugnazione si propone con atto scritto nel quale sono indicati il provvedimento impugnato, la data del medesimo, il giudice che lo ha emesso, e sono enunciati:] c) i motivi, con l’indicazione specifica delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta”. L’altro orientamento, meno rigido, sostenuto dal principio “devolutivo” dell’appello di cui all’art.597 c.p.p. per cui il requisito della specificità dei motivi d’appello, dovendosi considerare questa una nuova fase del giudizio relativamente sganciata dal primo grado e dai motivi della sentenza già ottenuta, dovrebbe essere valutato in termini meno stringenti e comunque diversi rispetto al filtro d’ammissibilità dei motivi di ricorso per Cassazione. Di certo quest’ultimo potrebbe essere un orientamento accettabile se visto solo dal punto di vista teorico, dato che in ogni corso di diritto processuale penale viene sempre insegnatoci che l’appello, è un mezzo di impugnazione a critica libera, teso al riesame dei punti della decisione cui si riferiscono i motivi proposti, in fatto e in diritto, mentre il ricorso per cassazione è a critica vincolata, limitato ai motivi proposti, di sola legittimità.

Visto con occhi forse un po’ più disincantanti però, il primo orientamento sembra di gran lunga preferibile, sia valutando la specificità estrinseca dei motivi d’appello e di quelli di ricorso per cassazione come connotati da una sostanziale omogeneità, in quanto il giudizio d’appello non costituirebbe un nuovo giudizio, ma uno strumento di controllo vertente su specifici punti e per specifiche ragioni della decisione impugnata, sia dovendo comunque far fronte alle innumerevoli proposizioni d’appello che “intasano” gli uffici giudiziari.

Con la sentenza 8825 del 22/02/2017 le Sezioni Unite hanno proprio sposato quest’ultimo orientamento, comportando un inevitabile ristringimento del filtro di ammissibilità e affermando a tal fine la necessità della specificità estrinseca dei motivi d’appello, pur precisando che l’appello, a differenza del ricorso per Cassazione, può riproporre questioni già esaminate e disattese in primo grado senza che ciò costituisca causa di inammissibilità. Più precisamente la Corte ha affermato che “i motivi in fatto… devono contenere una precisa esposizione degli elementi a sostegno e una puntuale confutazione della motivazione della sentenza impugnata …”; ed ancora con “… i motivi in diritto… devono essere specificamente dedotte le violazioni di legge, sostanziale o processuale, nonché le ragioni della loro rilevanza nel caso concreto, non essendo sufficiente il mero richiamo delle disposizioni cui si riferiscono”.

Per questi motivi è stato rigettato il ricorso avverso l’ordinanza che aveva dichiarato inammissibile l’appello di un imputato, poiché questo constava di una mera richiesta di riduzione della pena e non teneva conto della specificità dei motivi di condanna. Siamo certi che qualche attenzione in più nella redazione degli appelli (rectius nella decisione di fare appello) non potrà che fare bene al nostro sistema giudiziario, tendendo così ad uno smaltimento del lavoro arretrato da un lato e alla maggiore raffinatezza giuridica dall’altro.

 

 

Salvatore Vergone

 

 

Legge 55 del 2015: la nuova disciplina del divorzio e della separazione personale tra coniugi

A seguito della entrata in vigore del nuovo testo di legge n.55 del 2015, il regime giuridico del divorzio ha subito una modifica di portata rivoluzionaria, che influirà senza dubbio nelle vite dei cittadini.

A partire dal 26 Maggio 2015, infatti, i termini per potere ottenere la sentenza di divorzio si sono notevolmente ridotti, il che rende molto più semplice per i coniugi l’ottenimento della relativa pronuncia giudiziale.

Pertanto, i due coniugi che intendessero porre fine al loro vincolo matrimoniale attraverso la via del divorzio, potranno adire il giudice per ottenere due diverse tipologie di divorzio, ma con la seguente riduzione nei termini:

– in caso di divorzio giudiziale, i termini saranno ridotti da tre anni dalla comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale a un anno dalla comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale;

– in caso di divorzio consensuale, i termini saranno ridotti a soli sei mesi dalla comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale.

Tale normativa, inoltre, potrà applicarsi non solo a tutte le procedure iniziate dopo il 25 Maggio 2015, ma anche ai procedimenti di divorzio già pendenti a tale data, il che va ancora una volta ad evidenziare la volontà del legislatore di snellire il processo civile in questo particolare ambito.

Attraverso tale riforma, inoltre, non si è modificato unicamente l’articolo 3 della legge sul divorzio (legge. 898/1970), ma vi è stata la introduzione di un nuovo comma all’art. 210 del codice civile, in merito allo scioglimento della comunione tra i coniugi.

Grazie a tale comma, è stato anticipato il dies a quo di scioglimento della comunione stessa in caso di separazione tra i coniugi, il quale era precedentemente previsto nel momento di passaggio in giudicato della sentenza di separazione, mentre ora è stato anticipato al momento in cui il giudice autorizza i soggetti a vivere separati.

Ciò dunque implica che lo scioglimento della comunione avviene molto prima rispetto a quanto previsto prima della riforma, al fine di accorciare ulteriormente i tempi per ottenere la sentenza di divorzio.

Entrambe le normative su descritte, dunque, riflettono una volontà precisa del legislatore di sveltire le tempistiche per il divorzio tra coniugi, cercando di accelerare le procedure e snellire la realtà processuale italiana.

Dott. Sergio Briguglia

In cosa consiste la proposta del Rosatellum Bis

A pochi mesi dalla scadenza naturale della legislatura si torna a parlare di legge elettorale. La base è quella del cosiddetto Rosatellum con sostanziali modifiche. Questa nuova legge è un misto tra proporzionale e maggioritario, sistema comunque già utilizzato tra il 1993 ed il 2005.

In questa nuova proposta abbiamo l’assegnazione del 36% dei seggi con il maggioritario basato sui collegi uninominali, quindi collegi dove un partito presenta un solo candidato, mentre il restante 64% viene assegnato con il metodo proporzionale, e quindi saranno cosi assegnati 231 seggi alla Camera dei Deputati e 102 al Senato eletto con i collegi. La differenza sostanziale sta nel fatto che mentre questo è un sistema misto, il sistema attuale è invece un proporzionale puro, è la presenza di numerosi collegi che andrà a favorire la formazione delle coalizioni. Di fatti nei collegi uninimominali verrà eletto chi avrà preso anche solo più di un voto dell’avversario. Chiaramente questo favorisce le coalizioni in quanto conviene a tutti accordarsi sul candidato più forte, cosi esattamente come avveniva con il Mattarellum.

Altri dettagli concernenti il Rosatellum sono la soglia di sbarramento al 3% per chi si presenta da soli e del 10% per chi invece si presenta in coalizione. Non è ammesso il voto disgiunto, cioè votare un candidato al collegio uninominale e una lista diversa da una quelle che lo sostengono. L’elettore quindi avrà un solo voto a disposizione: scegliendo un candidato nel collegio uninominale si voterà automaticamente anche il listino proporzionale della coalizione che lo appoggia. Questi listini saranno corti: avranno al massimo dai 2 ai 4 candidati (con una proporzione di genere che dovrà essere almeno del 60-40 per cento). Al momento del voto, l’elettore si troverà di fronte a una scheda con il nome del candidato nel collegio uninominale e sotto i simboli dei partiti della coalizione che lo appoggia, ognuno accompagnato dai nomi del listino proporzionale del singolo partito. L’elettore sceglierà il candidato uninominale che preferisce e dovrà barrare il simbolo del partito della coalizione che lo appoggia a cui vuole destinare il suo voto proporzionale. Se decide di barrare soltanto il nome del candidato al collegio uninominale, senza scegliere nessuna delle liste che lo appoggiano, il suo voto sarà distribuito in maniera proporzionale a seconda di quanti voti hanno ricevuto le varie liste della coalizione (significa che, in sostanza, è meglio barrare la propria lista favorita, altrimenti il nostro voto sarà assegnato automaticamente).

Dott. Alessandro Pagliuca

Scambio di regali tra fidanzati: donazione o liberalità?

Con sentenza n.18280 del 2006 la Suprema Corte di Cassazione è intervenuta sul tema relativo allo scambio di regali, che abitualmente avviene tra fidanzati, durante il rapporto sentimentale che precede una eventuale unione matrimoniale.

Normalmente i regali, a prescindere dalle motivazioni che li giustifichino, sono ricompresi nella nozione di liberalità d’uso ex art. 770 cod. civ: non costituiscono donazione e dunque sono esentati dal rispetto del requisito formale dell’atto, non possono essere revocati per ingratitudine o sopravvenienza di figli e non sono sottoponibili a collazione o riduzione. A volte, però, è possibile che i regali possano essere di ingente valore, a tal punto da chiedersi se sia lecito chiederne una restituzione da parte del beneficiario, qualora il rapporto sentimentale venga meno.

Nel caso preso come esempio un ex- fidanzato aveva chiesto al Tribunale di Milano la restituzione dei doni fatti alla ex compagna, parecchi dei quali di valore particolarmente elevato. L’attore sosteneva che, dato il valore ingente dei beni, si trattasse di donazione, da reputare nel caso di specie nulla, in quanto era venuta meno la forma solenne necessaria per garantirne la validità.

Se il tribunale in primo grado aveva negato la restituzione di suddetti beni, in Appello e in Cassazione le cose erano andate diversamente.

La Corte aveva ritenuto quasi tutti i doni come liberalità d’uso, ad eccezione di un dipinto di Picasso, un anello di brillanti e un pregiatissimo tavolo intarsiato. Questi beni, vennero dunque ritenuti delle donazioni, ed essendo privi del requisito formale, ne venne ordinata la restituzione.

La ratio di tale sentenza appare sicuramente molto fragile: la liberalità d’uso può anche essere di ingente valore in astratto, purchè sia commisurata alle condizioni economiche dell’autore dell’atto, ma in sentenza la maggior parte dei beni donati era stata salvata, cioè ritenuta una semplice liberalità e quindi non restituibile da parte della beneficiaria, eccezion fatta per l’anello, il tavolo e il quadro che, invece, furono considerati atti di donazione e, in quanto tali, privi del requisito formale e dunque da restituire al legittimo proprietario.

Per tali beni la Corte aveva identificato uno “iato” rispetto agli altri doni, cioè un quid pluris tale da mutare la natura della liberalità nell’accezione di donazione in senso stretto.

Si tratterebbero infatti, per la Suprema Corte, di sforzi economici non considerati di routine ma mirati ad ottenere il perdono della fanciulla a fronte di un comportamento incongruo.

Quindi la Suprema Corte, indipendentemente dal valore del dono, considera una liberalità, quella fatta in un contesto tale da giustificare il regalo, cioè le normali festività o i momenti di manifestazione di reciproco affetto. Tutto il resto sarebbe da identificarsi come donazione e quindi, in quanto tale, bisognoso della forma solenne prevista dalla legge.

Dott. Cecchino Marcello

La chiamata alle armi

La definivano “chiamata alle armi” ed era così che venivano scelti i vincitori del concorso nazionale per l’abilitazione all’insegnamento del diritto tributario.

L’inchiesta è partita dalla denuncia di un ricercatore, al quale sarebbe stato intimato di fare un passo indietro e ritirare la propria domanda di partecipazione al concorso per lasciare spazio ad un altro candidato che, pur avendo un curriculum più scarno, risultava favorito secondo il criterio di valutazione prediletto dai Baroni della “chiamata alle armi”.

Non sono poche le luci e le ombre che in questi giorni sono affiorate. L’inchiesta, avviata dalla procura di Firenze, ha condotto all’arresto di 7 docenti universitari tra i quali spiccano nomi di rilievo collocati nelle più influenti università italiane.

I sette professori ai domiciliari sono: Giuseppe Zizzo, della libera università Carlo Cattaneo di Castellanza; Fabrizio Amatucci, professore a Napoli; Alessandro Giovannini dell’università di Siena; Giuseppe Maria Cipolla dell’università di Cassino; Adriano Di Pietro dell’università di Bologna; Valerio Ficari, ordinario a Sassari e supplente a Tor Vergata a Roma; Guglielmo Fransoni, professore a Foggia.

Gli arresti, però, non sono stati l’unica conseguenza per i Baroni. Basti pensare che sono ben 59 gli indagati che conta l’inchiesta e che alcuni di loro sono stati interdetti dallo svolgimento delle funzioni di professore universitario e di quelle «connesse ad ogni altro incarico assegnato in ambito accademico per la durata di 12 mesi».

«Voglio andare fino in fondo», ha detto il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli. La Fedeli, però, ha anche annunciato che entro ottobre arriverà un vero e proprio di codice di comportamento sul quale il Miur sta ragionando in collaborazione con l’ Anac.

Lo scandalo è sotto gli occhi di tutti e non sono mancati i commenti delle varie Università coinvolte. “Un danno per tutta l’università, per gli studenti, per il Paese: non è questa l’università che vogliamo”. Queste le parole di Eugenio Gaudio, rettore dell’Università La Sapienza di Roma. Non è questa l’università che vogliamo, ma ci ritroviamo intrappolati come insetti nella fitta rete di menzogne tessuta da abili e corrotti ragni. Chi è la vittima? Chi è il colpevole? Sono più le vittime o i colpevoli? Troveremo, andando avanti, altri colpevoli che faranno, nel loro cammino, altre vittime. Allora ci saranno nuove vittime e nuovi colpevoli. Non è più possibile camminare tra le rovine e fare la conta dei danni. Non è più possibile prendere passivamente atto del disastro. Bisogna fare di più contrastando il fenomeno con intelligenza e forza d’animo.

Ilaria Di Blasio