Generazione snowflake: verso una eccessiva sensibilizzazione del diritto?

Il termine inglese “snowflake” è oggi utilizzato per indicare quella fetta della popolazione mondiale incapace di affrontare le difficoltà della vita, ovvero i ventenni. Tutto ciò che si palesa alla generazione “fiocco di neve” come diverso dal proprio modo di essere o di pensare, viene recepito come offensivo, critico, e dunque non accettabile e degno di essere eliminato. Eterni incompresi, estremamente sensibili, non hanno il coraggio di aprirsi ad una visione adulta del mondo, rimanendo rifugiati in una dimensione evanescente ed eterea della vita, dove ogni individuo deve essere accettato per quello che è. Questa concezione ha lo scopo preciso di rifiutare una realtà più dura, che li costringerebbe a cambiare e a crescere. Del resto, riprendendo la concezione aristotelica di felicità, la maturazione dell’uomo consiste proprio nell’essere flessibile, e nel sapersi adattare in un ambiente a noi sconosciuto od ostile. Giovani dalle idee inconsistenti, ma sulle quali imbastiscono il loro intero universo.

Questa incapacità di opporsi razionalmente all’argomentazione altrui, può riflettersi negativamente sul modo di concepire il diritto: da strumento dedito alla regolazione razionale e composta di una controversia, può difatti divenire il presupposto di una pretesa irrazionale e infantile, scaturita da una insicurezza personale, più che da una legittima istanza. La giurisprudenza, sensibile al cambio generazionale e specchio di un atteggiamento sempre più protezionistico, ha riconosciuto la protezione a numerosi “diritti” sorti proprio da assurde esigenze infantili; queste continue concessioni, a discapito dei doveri che ogni individuo ha verso l’altro, rischiano di spogliare del tutto la persona di ogni responsabilità inerente alle proprie azioni.

Chiara Bellini

Venditti contro la RAI: la Cassazione riconosce la lesione al diritto all’oblio

Con l’avanzare della tecnologia e l’ideazione di meccanismi sempre più sofisticati di diffusione dell’informazione, è sorta l’ esigenza sempre più impellente di proteggere la propria sfera intima e personale riguardo determinati fatti o vicende che possono distorcere l’immagine e l’idea che il pubblico può farsi di noi stessi.

In tale ambito rileva il c.d. diritto all’oblio, cioè il diritto a non rimanere esposti, per un periodo di tempo indeterminato, alle conseguenze dannose che possono ripercuotersi sul nostro onore o sulla nostra reputazione a causa di accadimenti passati o vicende nelle quali si è rimasti in qualche modo coinvolti, e che sono divenuti all’epoca oggetto di cronaca. Tale diritto dunque, che va di pari passo con il diritto di cronaca, riconosce la possibilità di essere “dimenticati”, salvo il caso in cui gli accadimenti passati tornino di attualità, e facciano conseguentemente sorgere un nuovo ed evidente interesse nella popolazione all’informazione su di essi. Non per niente il fatto, adeguatamente recepito dalla comunità, viene poi riassorbito nella sfera privata del soggetto, per garantire a pieno la sua riservatezza, venendo meno l’interesse pubblico ad una sua conoscenza.

Sul tema si è pronunciata di recente la Suprema Corte in merito ad una controversia sorta a Roma, a seguito di uno spiacevole episodio che ha coinvolto in prima persona Antonio Venditti, meglio conosciuto come “Antonello”. Il cantante aveva citato in giudizio nell’anno 2005 la RAI -Radiotelevisione italiana s.p.a., a seguito della messa in onda sulla trasmissione “La vita in diretta” di un servizio che concerneva una tentata intervista non andata a buon fine a causa del categorico rifiuto di Antonio, già mandato in onda dalla RAI nel 2000.

La Cassazione, con ordinanza n. 6919, depositata in data 20 marzo 2018, in tema di riservatezza, dichiara che dal quadro normativo e giurisprudenziale nazionale ed europeo (artt. 8 e 10 comma 2 CEDU e artt. 7 e 8 della Carta di Nizza) si ricava che il diritto all’oblio “può subire una compressione a favore dell’altrettanto fondamentale diritto di cronaca nel solo caso in cui sussistano determinati presupposti, quali: contributo arrecato dalla diffusione dell’immagine o della notizia ad un dibattito di interesse pubblico; interesse effettivo ed attuale alla diffusione dell’immagine o della notizia; elevato grado di notorietà del soggetto rappresentato, per la peculiare posizione rivestita nella vita pubblica del paese; modalità impiegate per ottenere o dare informazione, che deve essere veritiera, diffusa in modo non eccedente lo scopo informativo, nell’interesse del pubblico, e scevra da insinuazioni o considerazioni personali; la preventiva informazione circa la pubblicazione o trasmissione della notizia o dell’immagine a distanza di tempo , in modo da consentire il diritto di replica prima della sua divulgazione al pubblico.”

Nel caso di specie, la giurisprudenza di legittimità non ha riconosciuto la sussistenza di tali presupposti, e ha accolto i motivi di ricorso avanzati dal cantante. Nel tentativo di intervista difatti, i commenti ironici dei giornalisti, tenuto conto del notevole lasso di tempo trascorso dall’episodio, sono stati ritenuti “chiaramente diretti ad una mera ed ingiustificata denigrazione dell’artista, fatto apparire come una persona costantemente scorbutica ed antipatica”.

Chiara Bellini

NESSUNA ATTENUANTE PER L’UXORICIDA DELLA MOGLIE MALATA

Il nostro codice penale disciplina diversi tipi di circostanze, al verificarsi delle quali, la pena prevista per il reato viene attenuata. Tra le varie circostanze attenuanti comuni previste all’art. 62 comma 1 c.p., vi è quella al n. 1 dell’ “aver agito per motivi di particolare valore morale o sociale”.

La predetta attenuante può essere applicata al reato di cui all’art. 575 c.p. quando si tratta di uxoricidio della moglie malata?

Il quesito si riferisce al caso di un uomo, dell’età di 88 anni, che decide nel cuore della notte di soffocare con una sciarpa la moglie gravemente malata, il cui stato di salute era progressivamente peggiorato negli ultimi anni. Dopo aver commesso il fatto, l’anziano si è tempestivamente consegnato alla polizia, dichiarando che la moglie avrebbe preferito morire piuttosto che patire ancora sofferenti pene psichiche e fisiche. Il giudice di prime cure ha riconosciuto l’attenuante comune di cui all’art. 62 comma 1 n.1, ma la Suprema Corte, con una recente pronuncia, si è espressa diversamente.

Con la sentenza n. 7390, depositata il 15 febbraio 2018, la Prima sezione penale della Corte di Cassazione nega l’applicabilità della sopracitata attenuante nel caso di specie, poiché per essere riconosciuta “avrebbe dovuto risultare che il motivo che lo aveva determinato all’azione fosse da considerarsi espressione del comune sentire sociale: e ciò non poteva dirsi essere in concreto sussistente, afferendo la questione a tematiche – quali l’eutanasia ed i trattamenti di fine vita – ancora oggetto di ampi dibattiti”. Tale circostanza difatti, rileva quando la condotta dell’agente presenta come movente delle ragioni corrispondenti ad un’etica che ponga l’accento sui valori più alti della natura umana, rientranti nella sfera morale o comunque di alto spessore civile; uccidere la moglie nella notte per “porre fine” alla sua agonia, non rientrerebbe pertanto negli estremi di una condotta attenuativa del fatto.

In particolare poi, la Suprema Corte aveva rilevato che “(…)il fatto omicidiario era da ascriversi allo stato d’animo dell’imputato, che lo rendeva ormai incapace di sopportare le sofferenze e l’inarrestabile decadimento fisico e cognitivo della moglie: in questa condizione psicologica, si era probabilmente radicato il suo convincimento di esaudire un desiderio della stessa.”

Chiara Bellini

Amore finito dopo 28 giorni? Nessun diritto al mantenimento

quando ci si sposa per i soldi

Quando il rapporto di coniugio fallisce, l’ordinamento prevede come rimedio la separazione (dove marito e moglie mantengono lo status coniugale), ed il divorzio (dove questo status si perde).

Nel primo caso l’art. 156 c.c. prevede che il giudice, nel pronunciare la separazione, stabilisca a vantaggio del coniuge “debole” il diritto di ricevere dall’altro quanto necessario per mantenersi nel caso in cui non disponga di un reddito proprio adeguato. La predetta previsione trova la sua ratio nella difficoltà di provvedere ai propri bisogni in seguito alla scissione della vita coniugale, che comporta un inevitabile aumento dei costi e l’impossibilità di realizzo delle economie proprie della vita condotta in due. In questo ambito la giurisprudenza ha fatto propria la direttiva generale della conservazione del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, nei limiti dei redditi dell’altro coniuge.

I presupposti essenziali espliciti per l’ottenimento dell’assegno di separazione, sono la disparità di condizioni economiche, la mancanza di addebito della separazione a carico del beneficiario e la scarsezza di redditi adeguati del coniuge più debole.

Ma il diritto al mantenimento vale anche nei casi in cui il matrimonio fallisce in tempi brevissimi oppure è sufficiente la contrazione del matrimonio?

L’assoluta brevità del rapporto, e dunque il difetto della pregressa instaurazione di una reale ed effettiva comunione materiale e spirituale tra coniugi (che sorge soprattutto con la convivenza), comporta la configurazione dell’ipotesi eccezionale per cui tale diritto non può essere riconosciuto. In tali condizioni difatti, la Suprema Corte di Cassazione, con l’ordinanza del 10 gennaio 2018 n. 402, ha confermato la decisione della Corte d’appello di Genova: quest’ultima aveva negato l’assegno di mantenimento alla moglie a seguito di un matrimonio durato 28 giorni, e dunque a malapena un mese. Nel caso specifico, è emerso che la moglie ed il marito non avevano praticamente convissuto, e che anzi il matrimonio fosse stato concordato per interesse, in particolare della donna.

La giurisprudenza di legittimità sottolinea dunque come il matrimonio si configuri non solo come mero atto, ma anche come rapporto, sul quale incidono una serie di diritti e doveri in capo a ciascun coniuge, tali da realizzare una effettiva comunione materiale ma soprattutto spirituale.

Chiara Bellini