LA MESSA ALLA PROVA SUPERA IL VAGLIO DI COSTITUZIONALITA’

In attesa di più approfondita trattazione e commento, si dà notizia che l’ufficio stampa della Corte Costituzionale ha dato, in data 27 aprile 2018, comunicazione sul deposito delle motivazioni della sentenza relativa alla pronuncia del 21/02/2018, riguardante la presunta incostituzionalità dell’istituto della messa alla prova.

La questione era stata promossa dal Tribunale ordinario di Grosseto con ordinanza del 16 dicembre 2016. Segue il comunicato in versione integrale: “L’istituto della messa alla prova indenne il vaglio di legittimità introdotto dalla legge n.67 del 2014 costituzionale. Con la sentenza n. 91 depositata oggi (relatore Giorgio Lattanzi), la Corte costituzionale ha ritenuto che l’istituto in esame presenti aspetti che non sono riconducibili alle ordinarie categorie costituzionali penali e processuali, in quanto il suo carattere innovativo “segna un ribaltamento dei tradizionali sistemi di intervento sanzionatorio”, come già rilevato dalle sezioni unite della Cassazione con la sentenza 31 marzo 2016, n.36272.

Nel procedimento di messa alla prova manca infatti una condanna e “correlativamente manca un’attribuzione di colpevolezza dell’imputato”, il quale viene sottoposto, su sua richiesta, a un trattamento alternativo alla pena applicabile nel caso di un’eventuale condanna. Inoltre, anche l’esecuzione del trattamento è rimessa alla volontà dell’imputato, che può farla cessare in qualsiasi momento, facendo così
riprendere il procedimento penale.

Pertanto, la Corte costituzionale ha dichiarato che l’istituto in esame non viola, tra gli altri, gli articoli 27 e 25 della Costituzione, sotto il profilo, rispettivamente, della presunzione di non colpevolezza e della determinatezza del trattamento sanzionatorio.”

Salvatore Vergone

OBBLIGO VACCINALE: PROFILI DI LEGITTIMITÁ COSTITUZIONALE.

Con la Sentenza n.5 del 2018, la Corte Costituzionale si è pronunciata sulla legittimità della legge che ha introdotto nel nostro ordinamento l’obbligo vaccinale. Nell’ultimo anno, infatti, il legislatore ha ritenuto di “rafforzale la cogenza degli strumenti della profilassi vaccinale” considerando altresì lo stato attuale delle condizioni epidemiologiche e delle conoscenze scientifiche acquisite. Ciò in considerazione di una tendenziale diminuzione delle vaccinazioni, del consequenziale aumento delle malattie infettive e della ricomparsa di malattie da tempo debellate. Infatti, secondo i dati forniti dall’OMS, “le coperture italiane risultano tra le più basse in Europa e inferiori a quelle di alcuni paesi africani”.

Con il d.l. 7 giugno 2017, n.73 (Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale) è stato quindi introdotto, per i minori fino a sedici anni di età, l’obbligo di dodici vaccinazioni obbligatorie e gratuite. Con la legge di conversione (31 luglio 2017, n.119) le vaccinazioni obbligatorie sono state, poi, ridotte a dieci, essendo oggi escluse da detto obbligo le vaccinazioni anti-meningococcica B e C e quella contro pneumococco e rotavirus (che sono comunque offerte attivamente e gratuitamente). Il legislatore ha previsto, inoltre, due deroghe: nei casi di “immunizzazione a seguito di malattia naturale comprovata” e nei casi di “pericolo per la salute, in relazione a specifiche condizioni cliniche documentate”. Va inoltre precisato che tali obblighi riguardano anche i minori stranieri non accompagnati.

Sulle sanzioni previste in violazione della omissione vaccinale obbligatoria, la legge di conversione ha apportato rilevanti modifiche. Infatti, in caso di inottemperanza è comminata una sanzione che va da un minimo di 100 a un massimo di 500 euro (mentre il d.l. prevedeva una sanzione da 500 a 7.500 euro). È previsto poi che gli inadempienti siano convocati dall’azienda sanitaria locale territorialmente competente per un colloquio nel quale sono fornite informazioni sulle vaccinazioni. Viene fissato un ulteriore termine, durante il quale è possibile evitare la suddetta sanzione attraverso la vaccinazione tardiva o anche solo la somministrazione della prima dose. In sede di conversione è stato altresì espunto l’inciso che riguardava la “segnalazione dell’inadempienza alla Procura della Repubblica preso il tribunale dei minorenni”. Sono previste poi disposizioni sulla verifica degli adempienti vaccinali al momento dell’iscrizione scolastica.

Ciò premesso, il giudizio di legittimità costituzionale di tale impianto legislativo è stato sollevato dalla Regione Veneto per violazione degli art. 77, comma secondo, della Costituzione nonché degli artt.2, 3, 5, 31, 32, 34, 81, 97, 117, 118 e 119 della stessa.

In particolare, secondo la Regione, non sussisterebbero i presupposti di necessità ed urgenza in quanto il d.l. sarebbe stato emanato “in assenza di una reale emergenza sanitaria” e di conseguenza ciò si ripercuoterebbe sulle attribuzioni regionali previste dall’art. 117, comma terzo e quarto, e 118 della Costituzione (tutela della salute e di istruzione). Sul punto la Corte ha ritenuto non fondate le questioni in quanto, per consolidata giurisprudenza, il suo sindacato è circoscritto alla “evidente mancanza di tali presupposti” distinguendolo così da una valutazione prettamente politica spettante alle Camere in sede di conversione. In particolare, il preambolo del decreto non sembra, infatti, residuare dubbi sul legittimo impiego dello strumento in esame. La Corte ha dichiarato, inoltre, inammissibili e in parte non fondate le questioni sollevate in relazione alle “garanzie costituzionali dell’autonomia legislativa e amministrativa regionale” (artt.5, 117, 118 Cost) in quanto, sebbene “la normativa in esame interseca indubbiamente una pluralità di materie” nondimeno, “debbono ritenersi chiaramente prevalenti i profili ascrivibili alle competenze statali”.

Parimenti inammissibili sono altresì le questioni sollevate in riferimento agli artt. 31, 32, 34 e 97 Cost. “per carenza assoluta di motivazione”. Infine, le questioni sollevate in riferimento agli artt. 2, 3, e 32 Cost. non sono fondate. Sul punto la Corte ha rilevato che “i valori costituzionali coinvolti” sono molteplici e “implicano, oltre alla libertà di autodeterminazione individuale” nella scelta delle cure e la tutela della salute individuale e collettiva, anche l’interesse del minore che va perseguito, principalmente, attraverso “condotte idonee” alla protezione della loro salute la cui scelta ed attuazione spetta ai genitori.

Nella sentenza in esame la Corte svolge, infine, una breve comparazione con esperienze giuridiche di altri stati che, in materia di obblighi vaccinali, si presenta estremamente eterogenea.

Gianni Capobianco

IL TESTAMENTO BIOLOGICO

Il 14 dicembre scorso il Senato della Repubblica ha approvato la legge sul testamento biologico, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 16 gennaio 2018. La neo-legge che detta “norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” entrerà in vigore il prossimo 31 gennaio. Da molti definita legge di civiltà, essa è stata da molti anni attesa dal nostro ordinamento, scosso, di frequente, da casi come Englaro e Welby che mostrano con chiarezza l’intimo confine esistente tra diritto, morale e medicina.

Tanti sono i contenuti della legge che si compone di appena 8 articoli. Intanto essa si pone a tutela della “vita, della salute, della dignità e dell’autodeterminazione della persona” e ribadisce il fondamentale diritto della persona a non subire trattamenti sanitari che non siano conseguenza del “proprio libero e informato consenso” collocandosi così in perfetta linea con i principi fondamentali che la nostra Costituzione sancisce a tutela della libertà personale e della salute (artt. 2, 13 e 32) oltre che dei principi previsti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Punto centrale del testamento biologico è segnato poi dalle “dichiarazioni anticipate di trattamento” (DAT) attraverso le quali “ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere” può autodeterminarsi circa le scelte diagnostiche o terapeutiche e ai singoli trattamenti sanitari da ricevere o meno in previsione di “un’eventuale futura incapacità”. È prevista poi la nomina di un “fiduciario” con la funzione di rappresentare il disponente nelle relazioni con il medico e la struttura sanitaria. Costui accetta tale nomina attraverso la sottoscrizione delle DAT o con atto ad esse allegato.

Il medico è tenuto al rispetto delle DAT e può disattenderle soltanto ove, d’accordo con il fiduciario, “esse appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente ovvero sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita”.

La legge prevede, poi, la specifica forma giuridica che tali dichiarazioni devono assumere per poter produrre effetti. In particolare è prevista la possibilità, se le condizioni fisiche del paziente lo consentono, di esprimerle attraverso “videoregistrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare”.

Infine, al comma 5, si dispone la “pianificazione condivisa delle cure” tra medico e paziente alla quale l’équipe sanitaria deve attenersi “qualora il paziente venga a trovarsi nella condizione di non poter esprimere il proprio consenso o in una condizione di incapacità”.

Gianni Capobianco

Cenni sui minori stranieri ed il diritto all’istruzione dopo l’entrata in vigore della L. 94/2009

La legge n. 94/09 ha modificato l’art. 6, co. 2 del Testo Unico delle leggi sull’immigrazione d.lgs. n. 286/98 (T.U. 286/98), che disciplina i casi in cui il cittadino straniero extracomunitario deve esibire il permesso di soggiorno ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di suo interesse. La normativa previgente escludeva dall’onere di esibizione del permesso di soggiorno tutti i provvedimenti inerenti all’accesso a pubblici servizi. La legge 94/09 ha eliminato tale ampia eccezione, introducendo, con riferimento al diritto all’istruzione, una più limitata eccezione riguardante i “provvedimenti attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie”.
L’art. 6, co. 2 (come modificato dalla legge 94/09) stabilisce infatti che:
“Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo, per quelli inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie, i documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8, devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati.”

In seguito alla modifica introdotta dalla legge 94/09, sono stati da alcune parti sollevati dubbi in merito al diritto, per i minori stranieri privi di permesso di soggiorno e/o i cui genitori siano irregolarmente soggiornanti, ad accedere:
alla scuola dell’infanzia;
alla scuola secondaria superiore e alla formazione professionale dopo i 16 anni;
ai servizi e alle provvidenze finalizzati a promuovere il diritto all’istruzione e alla formazione (libri, mense, trasporto ecc.);
all’asilo nido.

L’art. 6, co. 2 (come modificato dalla legge 94/09), infatti, se correttamente interpretato, garantisce il diritto dei minori stranieri privi di permesso di soggiorno all’istruzione, alla formazione e all’accesso ai servizi socio-educativi anche rispetto agli ambiti sopra citati. Vediamo di seguito perché.

Come ribadito in modo costante dalla giurisprudenza costituzionale, tra più interpretazioni possibili di qualsiasi disposizione normativa è necessario che si privilegi sempre soltanto quella conforme alla Costituzione e agli obblighi internazionali e comunitari della Repubblica.
Ora, la Costituzione, l’ordinamento comunitario e le Convenzioni internazionali ratificate dall’Italia garantiscono il diritto all’istruzione a tutti i minori, senza discriminazioni fondate sulla cittadinanza o sulla regolarità del soggiorno, dunque anche ai minori stranieri privi di permesso di soggiorno. Tra le enunciazioni più importanti di tale principio, ci limitiamo a ricordare:
a) Costituzione, art. 34: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”;
b) Convenzione ONU sui diritti del fanciullo (ratificata e resa esecutiva con legge 176/91):
l’art. 28 afferma che: “Gli Stati Parti riconoscono il diritto del fanciullo all’educazione, ed in particolare, al fine di garantire l’esercizio di tale diritto gradualmente ed in base all’uguaglianza delle possibilità: a) rendono l’insegnamento primario obbligatorio e gratuito per tutti; b) incoraggiano l’organizzazione di varie forme di insegnamento secondario sia generale che professionale, che saranno aperte ed accessibili ad ogni fanciullo e adottano misure adeguate come la gratuità dell’insegnamento e l’offerta di una sovvenzione finanziaria in caso di necessità;[…]”;
 l’art. 2 stabilisce che i diritti sanciti dalla Convenzione devono essere garantiti a tutti i minori, senza discriminazioni, il che significa, come ha chiarito il Comitato ONU sui diritti del fanciullo, anche “indipendentemente dalla loro nazionalità, status d’immigrazione o apolidia”;
 l’art. 3 della Convenzione, infine, stabilisce che in tutte le decisioni riguardanti i minori, il superiore interesse del minore deve essere una considerazione preminente;
c) I Protocollo addizionale alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, art. 2: “Il diritto all’istruzione non può essere rifiutato a nessuno”;
d) Carta di Nizza, art. 14: “Ogni individuo ha diritto all’istruzione”.

Va inoltre ricordato che l’art. 2, co. 1 del T.U. 286/98 riconosce anche allo straniero irregolarmente soggiornante “i diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme di diritto interno, dalle convenzioni internazionali in vigore e dai princìpi di diritto internazionale generalmente riconosciuti”, tra i quali rientra sicuramente il diritto all’istruzione sancito dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali sopra citate.
Dunque, nei casi in cui siano possibili diverse interpretazioni dell’art. 6 co. 2 del T.U. 286/98 (come, ad es., con riferimento all’accesso all’asilo nido o alla scuola dell’infanzia), si dovrà adottare quella che risulti conforme ai principi costituzionali, comunitari e internazionali che garantiscono a tutti i minori il diritto all’istruzione, senza discriminazioni fondate sulla cittadinanza o sulla regolarità del soggiorno, dunque anche ai minori stranieri privi di permesso di soggiorno.

 

Dott. Alessandro Pagliuca

L’indipendenza nel 2017

Gli eventi della Catalogna di queste settimane hanno origini più risalenti nel tempo. Già nel 2014 vi era stata una prima consultazione per l’indipendenza dell’attuale comunità autonoma della Catalogna, ma si perse in un bicchiere d’acqua e non se ne fece nulla. Il passo da gigante venne effettuato il 9 giugno 2017 dal Presidente della Generalitat De Catalunya Carles Puigdemont che proclamò un referendum per il primo ottobre 2017 recitante: “Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di repubblica?”.

Le motivazioni sono il secolare scontro sulle differenze di lingua e identità culturale derivanti direttamente dal Medioevo e i più moderni scontri su questioni economiche come la crisi del 2008 e le eccessive tasse pagate dalla regione Catalana a Madrid, senza le quali la Comunità Autonoma sarebbe più ricca dato anche i molti e nuovi sbocchi commerciali per le imprese catalane.

Il 6 settembre, a seguito di una seduta convocata con una procedura d’emergenza, il parlamento catalano ha votato la legge istitutiva del referendum con 72 voti favorevoli, 11 astenuti e nessun voto contrario, anche perché tutte le forze politiche all’opposizione del governo Puigdemont avevano abbandonato l’aula, preferendo non votare un provvedimento che ritenevano apertamente fuori legge.

Il 7 settembre il Tribunale Costituzionale ha sospeso il referendum e le norme correlate ad esso. Il Tribunale Costituzionale ha accolto il ricorso d’urgenza richiesto dal governo di Madrid presieduto da Mariano Rajoy che richiedeva l’incostituzionalità della legge che prevedeva il referendum. Allo stesso tempo la Procura Generale ha denunciato il Presidente Puigdemont e tutti i membri dell’Ufficio di Presidenza del Parlamento della Catalogna per i reati di disobbedienza e prevaricazione.

Dopo settimane tumultuose in cui le forze di polizia statali hanno sequestrato nove milioni, circa, di schede elettorali già pronte per il referendum, indagini su vari membri del governo catalano ai vertici degli uffici direttivi e alcuni arresti, il primo ottobre è arrivato e, in un giorno che ha rappresentato il culmine degli scontri dei giorni precedenti, si è votato. I risultati affermano che alle urne si è recato il 43,03% degli aventi diritto con una vittoria più che schiacciante per il SI (92,02%) contro il NO (7,99%).

Le reazioni sono state immediate e hanno preso immediatamente la parola, per primo, il Primo Ministro del governo spagnolo affermando come le procedure elettorali fossero state eseguite fuori da qualunque schema legislativo, così come anche affermato dallo stesso Tribunale Costituzionale che l’aveva ritenuto lesivo dell’unità territoriale dello stato spagnolo. In secondo luogo ha preso la parola lo stesso sovrano Felipe VI il quale ha richiamato all’unità il proprio paese, parole simile sono provenute dai rappresentati praticamente di tutti gli stati Europei.

Il 27 ottobre il Parlamento Catalano ha votato con 70 voti favorevoli, 10 voti contrari e 2 astenuti la nascita del nuovo stato “indipendente, sovrano e democratico” della Catalogna. Alla votazione parlamentare, come anche alla votazione sulla legge referendaria, non hanno preso parte i rappresentanti di PP, PSC e Ciutadans, ovvero i partiti all’opposizione.

Dato che il Governo spagnolo aveva già preso provvedimenti duri, quali l’applicazione dell’art. 155 della Costituzione (il quale prevede che se una Comunità Autonoma non rispetti un obbligo previsto dalla Costituzione o dalla legge, o si comporti in modo da attentare alla sicurezza della Spagna, il Governo, previa richiesta alla Presidenza della Comunità Autonoma o con l’approvazione della maggioranza del Senato, può prendere i provvedimenti necessari per l’adempimento forzato dei suddetti obblighi o per la protezione dei suddetti interessi), la dichiarazione d’indipendenza, non ha fatto altro che rafforzare l’indizione di nuove elezioni il 21 dicembre per la nomina di nuovi rappresentanti della Comunità Catalana.

Da poche ore si sa che la Spagna ha emanato un mandato di arresto Europeo nei confronti delle personalità più importanti del Parlamento Catalano, compreso, ovviamente, il Presidente Puigdemont, il quale da qualche giorno ha cercato riparo e una difesa legale in Belgio.

Per il 21 dicembre le elezioni sono state fissate e, così come il referendum si è svolto in un atmosfera di grande tensione, suppongo che anche queste elezioni si terranno in un ambiente ostile, se non proprio di guerriglia urbana; mentre nel frattempo si deve ancora capire se il Presidente del fu Parlamento Catalano ritornerà nel suo nuovo paese da Presidente di una nuova nazione e di come si terranno i rapporti con la Spagna e con le altre nazioni Europee.

Il futuro spagnolo sembra immerso in una grande ombra.

 

Alberto Lanzetti

TESTAMENTO E LIBERTA’ MATRIMONIALE

Lascio a mio figlio il mio appartamento, solo se sarà coniugato al momento dell’apertura della successione, in caso contrario beneficerà solo del diritto di usufrutto sul suddetto appartamento”. Questa condizione, inserita dal de cuius, in testamento olografo ritrovato, per caso, a poche ore dalla sua morte, sollevò il problema della legittimità delle condizioni poste in disposizioni di ultima volontà.

Fino a che punto il testatore può condizionare la vita di un erede o di un legatario?

Il figlio ricorse in Tribunale per chiedere la nullità della disposizione, lasciando salvo il testamento: in primo grado ottenne ciò che voleva, ma la in appello la Corte negò questa possibilità ritenendo che non si trattasse di limitazione di libertà. Secondo la Corte, infatti, la disposizione non limitava il soggetto circa la scelta della futura compagna, in più si trattava di un uomo di età non particolarmente avanzata, quindi si riteneva ragionevolmente possibile l’eventualità di nuove nozze.

La Cassazione (sentenza 8941/09) confermò la sentenza di primo grado, annullando la condizione e mantenendo salvo il testamento.

I pericoli maggiori legati a questo genere di condizione riguardano i possibili comportamenti che potrebbe tenere il soggetto interessato: è possibile infatti che cerchi, per ripicca, di dilapidare il patrimonio del testatore o che si sposi al solo scopo di ottenere i vantaggi di natura patrimoniali previsti dal testamento.

L’art. 634 c.c. con riferimento alla libertà testamentaria, prevede che le condizioni poste in una disposizione di ultima volontà, siano da ritenersi impossibili se contrarie a norme imperative, ordine pubblico e buon costume. L’art. 626 c.c. specifica, inoltre, che la nullità della condizione non si estende all’intero atto, a meno che il motivo di nullità non sia stato l’unico tale da giustificare la disposizione medesima. In questo caso la Corte ritenne che la condizione limitava l’individuo in merito al vincolo matrimoniale, considerato una fondamentale scelta di vita e una libertà tutelata dal testo costituzionale e dalla Dichiarazione dei Diritti dell’uomo, e pertanto si considerava non apposta, mantenendo salvo il testamento.

Venne ritenuto invece possibile il caso opposto: fermo restando il divieto assoluto di condizioni che impedissero al beneficiario, in qualunque modo, le nozze, fu ritenuta ammissibile una disposizione che prevedesse un trattamento economico più favorevole in caso di mancate nozze. Questo perché si ritenne che in questo caso, la volontà del testatore fosse quella di provvedere alle esigenze di colui che, non essendosi sposato, non avrebbe potuto contare sugli aiuti morali e materiali di un ipotetico coniuge.

Dott. Marcello Cecchino

La chiamata alle armi

La definivano “chiamata alle armi” ed era così che venivano scelti i vincitori del concorso nazionale per l’abilitazione all’insegnamento del diritto tributario.

L’inchiesta è partita dalla denuncia di un ricercatore, al quale sarebbe stato intimato di fare un passo indietro e ritirare la propria domanda di partecipazione al concorso per lasciare spazio ad un altro candidato che, pur avendo un curriculum più scarno, risultava favorito secondo il criterio di valutazione prediletto dai Baroni della “chiamata alle armi”.

Non sono poche le luci e le ombre che in questi giorni sono affiorate. L’inchiesta, avviata dalla procura di Firenze, ha condotto all’arresto di 7 docenti universitari tra i quali spiccano nomi di rilievo collocati nelle più influenti università italiane.

I sette professori ai domiciliari sono: Giuseppe Zizzo, della libera università Carlo Cattaneo di Castellanza; Fabrizio Amatucci, professore a Napoli; Alessandro Giovannini dell’università di Siena; Giuseppe Maria Cipolla dell’università di Cassino; Adriano Di Pietro dell’università di Bologna; Valerio Ficari, ordinario a Sassari e supplente a Tor Vergata a Roma; Guglielmo Fransoni, professore a Foggia.

Gli arresti, però, non sono stati l’unica conseguenza per i Baroni. Basti pensare che sono ben 59 gli indagati che conta l’inchiesta e che alcuni di loro sono stati interdetti dallo svolgimento delle funzioni di professore universitario e di quelle «connesse ad ogni altro incarico assegnato in ambito accademico per la durata di 12 mesi».

«Voglio andare fino in fondo», ha detto il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli. La Fedeli, però, ha anche annunciato che entro ottobre arriverà un vero e proprio di codice di comportamento sul quale il Miur sta ragionando in collaborazione con l’ Anac.

Lo scandalo è sotto gli occhi di tutti e non sono mancati i commenti delle varie Università coinvolte. “Un danno per tutta l’università, per gli studenti, per il Paese: non è questa l’università che vogliamo”. Queste le parole di Eugenio Gaudio, rettore dell’Università La Sapienza di Roma. Non è questa l’università che vogliamo, ma ci ritroviamo intrappolati come insetti nella fitta rete di menzogne tessuta da abili e corrotti ragni. Chi è la vittima? Chi è il colpevole? Sono più le vittime o i colpevoli? Troveremo, andando avanti, altri colpevoli che faranno, nel loro cammino, altre vittime. Allora ci saranno nuove vittime e nuovi colpevoli. Non è più possibile camminare tra le rovine e fare la conta dei danni. Non è più possibile prendere passivamente atto del disastro. Bisogna fare di più contrastando il fenomeno con intelligenza e forza d’animo.

Ilaria Di Blasio