LA MESSA ALLA PROVA SUPERA IL VAGLIO DI COSTITUZIONALITA’

In attesa di più approfondita trattazione e commento, si dà notizia che l’ufficio stampa della Corte Costituzionale ha dato, in data 27 aprile 2018, comunicazione sul deposito delle motivazioni della sentenza relativa alla pronuncia del 21/02/2018, riguardante la presunta incostituzionalità dell’istituto della messa alla prova.

La questione era stata promossa dal Tribunale ordinario di Grosseto con ordinanza del 16 dicembre 2016. Segue il comunicato in versione integrale: “L’istituto della messa alla prova indenne il vaglio di legittimità introdotto dalla legge n.67 del 2014 costituzionale. Con la sentenza n. 91 depositata oggi (relatore Giorgio Lattanzi), la Corte costituzionale ha ritenuto che l’istituto in esame presenti aspetti che non sono riconducibili alle ordinarie categorie costituzionali penali e processuali, in quanto il suo carattere innovativo “segna un ribaltamento dei tradizionali sistemi di intervento sanzionatorio”, come già rilevato dalle sezioni unite della Cassazione con la sentenza 31 marzo 2016, n.36272.

Nel procedimento di messa alla prova manca infatti una condanna e “correlativamente manca un’attribuzione di colpevolezza dell’imputato”, il quale viene sottoposto, su sua richiesta, a un trattamento alternativo alla pena applicabile nel caso di un’eventuale condanna. Inoltre, anche l’esecuzione del trattamento è rimessa alla volontà dell’imputato, che può farla cessare in qualsiasi momento, facendo così
riprendere il procedimento penale.

Pertanto, la Corte costituzionale ha dichiarato che l’istituto in esame non viola, tra gli altri, gli articoli 27 e 25 della Costituzione, sotto il profilo, rispettivamente, della presunzione di non colpevolezza e della determinatezza del trattamento sanzionatorio.”

Salvatore Vergone

Cenni sui minori stranieri ed il diritto all’istruzione dopo l’entrata in vigore della L. 94/2009

La legge n. 94/09 ha modificato l’art. 6, co. 2 del Testo Unico delle leggi sull’immigrazione d.lgs. n. 286/98 (T.U. 286/98), che disciplina i casi in cui il cittadino straniero extracomunitario deve esibire il permesso di soggiorno ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di suo interesse. La normativa previgente escludeva dall’onere di esibizione del permesso di soggiorno tutti i provvedimenti inerenti all’accesso a pubblici servizi. La legge 94/09 ha eliminato tale ampia eccezione, introducendo, con riferimento al diritto all’istruzione, una più limitata eccezione riguardante i “provvedimenti attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie”.
L’art. 6, co. 2 (come modificato dalla legge 94/09) stabilisce infatti che:
“Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo, per quelli inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie, i documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8, devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati.”

In seguito alla modifica introdotta dalla legge 94/09, sono stati da alcune parti sollevati dubbi in merito al diritto, per i minori stranieri privi di permesso di soggiorno e/o i cui genitori siano irregolarmente soggiornanti, ad accedere:
alla scuola dell’infanzia;
alla scuola secondaria superiore e alla formazione professionale dopo i 16 anni;
ai servizi e alle provvidenze finalizzati a promuovere il diritto all’istruzione e alla formazione (libri, mense, trasporto ecc.);
all’asilo nido.

L’art. 6, co. 2 (come modificato dalla legge 94/09), infatti, se correttamente interpretato, garantisce il diritto dei minori stranieri privi di permesso di soggiorno all’istruzione, alla formazione e all’accesso ai servizi socio-educativi anche rispetto agli ambiti sopra citati. Vediamo di seguito perché.

Come ribadito in modo costante dalla giurisprudenza costituzionale, tra più interpretazioni possibili di qualsiasi disposizione normativa è necessario che si privilegi sempre soltanto quella conforme alla Costituzione e agli obblighi internazionali e comunitari della Repubblica.
Ora, la Costituzione, l’ordinamento comunitario e le Convenzioni internazionali ratificate dall’Italia garantiscono il diritto all’istruzione a tutti i minori, senza discriminazioni fondate sulla cittadinanza o sulla regolarità del soggiorno, dunque anche ai minori stranieri privi di permesso di soggiorno. Tra le enunciazioni più importanti di tale principio, ci limitiamo a ricordare:
a) Costituzione, art. 34: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”;
b) Convenzione ONU sui diritti del fanciullo (ratificata e resa esecutiva con legge 176/91):
l’art. 28 afferma che: “Gli Stati Parti riconoscono il diritto del fanciullo all’educazione, ed in particolare, al fine di garantire l’esercizio di tale diritto gradualmente ed in base all’uguaglianza delle possibilità: a) rendono l’insegnamento primario obbligatorio e gratuito per tutti; b) incoraggiano l’organizzazione di varie forme di insegnamento secondario sia generale che professionale, che saranno aperte ed accessibili ad ogni fanciullo e adottano misure adeguate come la gratuità dell’insegnamento e l’offerta di una sovvenzione finanziaria in caso di necessità;[…]”;
 l’art. 2 stabilisce che i diritti sanciti dalla Convenzione devono essere garantiti a tutti i minori, senza discriminazioni, il che significa, come ha chiarito il Comitato ONU sui diritti del fanciullo, anche “indipendentemente dalla loro nazionalità, status d’immigrazione o apolidia”;
 l’art. 3 della Convenzione, infine, stabilisce che in tutte le decisioni riguardanti i minori, il superiore interesse del minore deve essere una considerazione preminente;
c) I Protocollo addizionale alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, art. 2: “Il diritto all’istruzione non può essere rifiutato a nessuno”;
d) Carta di Nizza, art. 14: “Ogni individuo ha diritto all’istruzione”.

Va inoltre ricordato che l’art. 2, co. 1 del T.U. 286/98 riconosce anche allo straniero irregolarmente soggiornante “i diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme di diritto interno, dalle convenzioni internazionali in vigore e dai princìpi di diritto internazionale generalmente riconosciuti”, tra i quali rientra sicuramente il diritto all’istruzione sancito dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali sopra citate.
Dunque, nei casi in cui siano possibili diverse interpretazioni dell’art. 6 co. 2 del T.U. 286/98 (come, ad es., con riferimento all’accesso all’asilo nido o alla scuola dell’infanzia), si dovrà adottare quella che risulti conforme ai principi costituzionali, comunitari e internazionali che garantiscono a tutti i minori il diritto all’istruzione, senza discriminazioni fondate sulla cittadinanza o sulla regolarità del soggiorno, dunque anche ai minori stranieri privi di permesso di soggiorno.

 

Dott. Alessandro Pagliuca

La legge che ti aspetti

Il 25 gennaio la Corte Costituzionale si è riunita in una lunga camera di consiglio per decidere in merito alla legge elettorale, tema molto caldo dato le molteplici vicende politiche che si sono susseguite negli ultimi mesi e il ricambio/reimpasto di governo.

Anche l’Italicum, col suo nome maccheronico latineggiante tipico delle leggi elettorali, è incostituzionale. L’incostituzionalità non è totale, bensì solo parziale: il ballottaggio tra le due liste che prendono più voti viene a scomparire, continua a rimanere il premio di maggioranza originariamente previsto per la lista che raggiunge il 40% al primo turno ed, infine, non vengono promosse le pluricandidature, ma non del tutto. I capilista eletti in più collegi avevano la possibilità di scegliere, e lo dovevano comunicare alla Presidenza della Camera dei Deputati entro otto giorni dalla data dell’ultima proclamazione, la circoscrizione più gradita. Dopo l’intervento a gamba tesa della Corte questa regola non rimane più, perché giudicata incostituzionale e permane solamente la regola residuale che era già stata prevista nel caso in cui la comunicazione non fosse stata effettuata, ovvero il ricorso al sorteggio per decidere in quale circoscrizione il capolista possa essere eletto. In questo modo viene meno la possibilità per le liste di scegliere a chi concedere un posto a Montecitorio tra coloro che per primi non erano stati eletti nelle varie circoscrizioni.

I ricorsi presentati dai Tribunali di Messina, Torino, Genova, Perugia e Trieste, e portate avanti dallo stesso pool di avvocati che avevano già condotto la crociata contro la vecchia legge elettorale (il porcellum), sono stati accolti e per Roberto Lamacchia, membro di quest’ultimo gruppo di avvocati contrari al provvedimento, la sentenza ottenuta è già un buon risultato, per quanto lui ritenga che la legge elettorale sarebbe completamente da cambiare visti i metodi assolutamente non democratici con cui è stata redatta.

Il Presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi avrebbe chiuso i lavori della camera di consiglio addirittura la sera prima, ma sono sorti dei problemi nella stesura del dispositivo, in quanto si volevano evitare eventuali lacune normative.

E il problema non è stato da poco, dato che il comunicato della Consulta afferma che con la sentenza si sono epurate le ultime incostituzionalità della legge ed adesso, questa, è suscettibile di immediata applicazione.

Il problema non è del tutto risolto dato che continua a permanere la disomogeneità delle leggi elettorali per Camera dei Deputati e Senato, ma tuttavia ora la palla torna alla politica, la quale deve decidere se mantenere questo governo fino alla scadenza della legislatura e rischiare che il consenso popolare verso i suoi membri cali con il tempo, oppure andare ad elezione e rischiare di fare la fine della Spagna, nel limbo dell’ingovernabilità.

Tuttavia queste sono disquisizioni politiche e a noi giuristi interessano più di riflesso che altro.

 

Alberto Lanzetti