BREVI CARATTERISTICHE DI UNA BREVE SENTENZA

La sentenza in forma semplificata (o anche c.d. “sentenza breve”) è stata un’introduzione che il Legislatore ha operato dopo un primo riconoscimento meramente giurisprudenziale. Solo dopo che i giudici, più che altro dei vari Tribunali Amministrativi Regionali, dei primi anni 2000 avevano lamentato la mole di lavoro arretrato e avevano elaborato un nuovo procedimento più snello per la definizione delle cause pendenti più risalenti nel tempo, il Legislatore intervenne con la L. 21 luglio 2000, n. 205. Quest’ultima andò a modificare l’art. 26, L. 6 dicembre 1971, n. 1034, ovvero la norma relativa all’inammissibilità, irricevibilità, infondatezza e questioni di incompetenza del Giudice Amministrativo.

Il riconoscimento legislativo è servito per definire una prassi che nel tempo stava diventando sempre più tipica nelle Aule di giudizio. La sentenza in forma semplificata, tuttavia, non è arrivata senza portarsi con sé qualche dubbio disvelato completamente da un’attenta dottrina.

Le caratteristiche di questa particolare forma di sentenza (tutte nelle mani del Giudice) sono principalmente quattro:

  • la possibilità di omettere i motivi del ricorso e le eccezioni di parte;
  • la facoltà di far sinteticamente riferimento ai precedenti conformi;
  • il riferimento diretto al punto di diritto o di fatto ritenuto risolutivo per la controversia;
  • nel rito elettorale, la capacità di motivare mediante un mero richiamo “alle argomentazioni contenute negli scritti delle parti che il giudice ha inteso accogliere e fare proprie” (art. 129, c. 6, CPA).

Tutti e quattro i punti hanno sollevato alcuni dubbi.

Per quanto riguarda la prima caratteristica si è osservato che omettere i motivi del ricorso non permetterebbe altrettanto il risparmio concesso dal non inserire le domande delle parti (che l’art. 88, CPA, comunque, prevede in maniera distinta dalle motivazioni); inoltre che si possano omettere alcuni motivi del ricorso alle volte risulta addirittura ovvio, quando la causa può essere decisa in rito per ragioni chiare e condivise dalle parti; si era anche asserito che la possibilità di potere omettere motivazioni e eccezioni di parte facesse risparmiare del tempo, ma come ha fatto, giustamente, notare Rosanna De Nictolis, Presidente di Sezione Consultiva C.G.A. Sicilia, nel suo scritto “Le sentenze del giudice amministrativo in forma semplificata. Tra mito e realtà”, al giorno d’oggi, con le tecnologie di cui dispone il giudice, è relativamente semplice riportare in sentenza le domande di parte e i motivi del ricorso – sarebbe sufficiente una mera azione di copia e incollasu Word-; infine, qualcuno ha anche paventato la possibilità che da una sentenza in forma semplificata emergerebbe uno scollamento tra il chiesto e il pronunciato, dal momento che in sentenza ci sarebbe solamente il secondo e non anche il primo.

La seconda caratteristica in parte riprende un concetto già ammesso dalla lettera della legge: l’art. 88, CPA prevedeva già che il giudice potesse fare un richiamo ai “precedenti cui intende conformarsi”. Tuttavia, ad oggi, la sentenza in forma semplificata statuisce che il giudice possa far riferimento ad un solo precedente conforme e, addirittura, farne uso come alternativa della motivazione in fatto ed in diritto. Qua il rischio è che una non corretta ricostruzione del fatto possa portare a soluzioni di diritto anche di molto errate. Il brocardo latino Da mihi factum, dabo tibi ius rende bene l’idea di come se si mutasse il fatto anche di poco, senz’altro anche il diritto ne risentirebbe in maniera pesante.

Il terzo punto, poi, il quale rimanda al sintetico rinvio all’elemento di fatto o di diritto ritenuto risolutivo sembrerebbe quasi ammettere il principio di “assorbimento” (tuttavia, espressamente vietato dal principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato di cui all’art. 112, CPC). La sentenza non può, infatti, venire meno al suo dovere di completezza, pena l’ingiustizia della decisione (ne deriverebbe una violazione dell’art. 24, Cost.). Certo è che anche il principio dell’assorbimento non è del tutto inapplicabile, dal momento che entro certi limiti può operare per ragioni di economia processuale (Cons. Stato, Ad. Pl. 27/04/2015). Si badi che, comunque, quella dell’assorbimento è una prassi pericolosa e anche la Corte di giustizia dell’Unione Europea, sez. X, 4/07/2013, C-100/12, Fastwebha sconfessato la possibilità di poter dichiarare l’assorbimento del ricorso principale, in caso di accoglimento di quello incidentale.

Infine, l’ultimo punto rimanda, ma solo per il giudizio elettorale di cui all’art. 129, CPA, alla possibilità di motivare per relationem, ovvero semplicemente con un richiamo alle argomentazioni contenute negli scritti che il giudice ha inteso fare proprie. Per quest’ultimo punto basti dire che, anche se il lavoro di scrittura sarà sicuramente più breve, non anche il lavoro di studio del materiale pervenuto al giudice potrebbe esserlo: il dovere di completezza della motivazione di una sentenza, infatti, è sempre in agguato.

Non mi pare il caso di dilungare oltremodo la discussione, ma è importante sottolineare come, forse, la rapidità di un processo non è da ricercare nell’imposizione legislativa di atti e sentenze “camuffati” come brevi, ostentando una sinteticità che molte volte rimane più come principio etereo e intoccabile, più che elemento tangibile e, soprattutto, visibile all’interno degli atti di causa. Meglio sarebbe insistere su sentenze che abbiano meno le caratteristiche dell’”opera d’arte”, ma che siano più funzionali ai tecnici del settore, e allo stesso tempo che siano complete di elementi di fatto e di diritto, ovvero di quelle appendici che permettono ad una sentenza di diventare, per un’altra pronuncia di un altro giudice, un precedente citabile e comprensibile anche da chi non sia stato parte in quello specifico giudizio.

Dott. Alberto Lanzetti

Venditti contro la RAI: la Cassazione riconosce la lesione al diritto all’oblio

Con l’avanzare della tecnologia e l’ideazione di meccanismi sempre più sofisticati di diffusione dell’informazione, è sorta l’ esigenza sempre più impellente di proteggere la propria sfera intima e personale riguardo determinati fatti o vicende che possono distorcere l’immagine e l’idea che il pubblico può farsi di noi stessi.

In tale ambito rileva il c.d. diritto all’oblio, cioè il diritto a non rimanere esposti, per un periodo di tempo indeterminato, alle conseguenze dannose che possono ripercuotersi sul nostro onore o sulla nostra reputazione a causa di accadimenti passati o vicende nelle quali si è rimasti in qualche modo coinvolti, e che sono divenuti all’epoca oggetto di cronaca. Tale diritto dunque, che va di pari passo con il diritto di cronaca, riconosce la possibilità di essere “dimenticati”, salvo il caso in cui gli accadimenti passati tornino di attualità, e facciano conseguentemente sorgere un nuovo ed evidente interesse nella popolazione all’informazione su di essi. Non per niente il fatto, adeguatamente recepito dalla comunità, viene poi riassorbito nella sfera privata del soggetto, per garantire a pieno la sua riservatezza, venendo meno l’interesse pubblico ad una sua conoscenza.

Sul tema si è pronunciata di recente la Suprema Corte in merito ad una controversia sorta a Roma, a seguito di uno spiacevole episodio che ha coinvolto in prima persona Antonio Venditti, meglio conosciuto come “Antonello”. Il cantante aveva citato in giudizio nell’anno 2005 la RAI -Radiotelevisione italiana s.p.a., a seguito della messa in onda sulla trasmissione “La vita in diretta” di un servizio che concerneva una tentata intervista non andata a buon fine a causa del categorico rifiuto di Antonio, già mandato in onda dalla RAI nel 2000.

La Cassazione, con ordinanza n. 6919, depositata in data 20 marzo 2018, in tema di riservatezza, dichiara che dal quadro normativo e giurisprudenziale nazionale ed europeo (artt. 8 e 10 comma 2 CEDU e artt. 7 e 8 della Carta di Nizza) si ricava che il diritto all’oblio “può subire una compressione a favore dell’altrettanto fondamentale diritto di cronaca nel solo caso in cui sussistano determinati presupposti, quali: contributo arrecato dalla diffusione dell’immagine o della notizia ad un dibattito di interesse pubblico; interesse effettivo ed attuale alla diffusione dell’immagine o della notizia; elevato grado di notorietà del soggetto rappresentato, per la peculiare posizione rivestita nella vita pubblica del paese; modalità impiegate per ottenere o dare informazione, che deve essere veritiera, diffusa in modo non eccedente lo scopo informativo, nell’interesse del pubblico, e scevra da insinuazioni o considerazioni personali; la preventiva informazione circa la pubblicazione o trasmissione della notizia o dell’immagine a distanza di tempo , in modo da consentire il diritto di replica prima della sua divulgazione al pubblico.”

Nel caso di specie, la giurisprudenza di legittimità non ha riconosciuto la sussistenza di tali presupposti, e ha accolto i motivi di ricorso avanzati dal cantante. Nel tentativo di intervista difatti, i commenti ironici dei giornalisti, tenuto conto del notevole lasso di tempo trascorso dall’episodio, sono stati ritenuti “chiaramente diretti ad una mera ed ingiustificata denigrazione dell’artista, fatto apparire come una persona costantemente scorbutica ed antipatica”.

Chiara Bellini

Accessione e comunione ordinaria: la parola alle Sezioni Unite.

Con sentenza 3873/2018, le SS.UU. della Suprema Corte si sono pronunciate in ordine all’operatività dell’accessione all’ipotesi di costruzione realizzata da alcuno dei comproprietari su suolo di proprietà comune.
Il percorso argomentativo tracciato dagli Ermellini prende avvio dalla disamina dell’art. 934 c.c., espressione del principio romanistico superficies solo cedit il cui fondamento è tradizionalmente rinvenuto, nella salvaguardia dell’interesse generale, al più razionale sfruttamento economico del suolo.

Precisata la qualificabilità dell’istituto de quo, in termini di unione stabile di una res con un’altra, ove l’acquisto della proprietà avviene ipso iure al momento dell’incorporazione stante la vis actrativa del diritto di proprietà della cosa principale su quella accessoria, le SS.UU. hanno ritenuto discostarsi dall’orientamento interpretativo prevalente, secondo cui, l’opera realizzata su suolo comune da alcuno dei comproprietari, in sfregio alla disposizione ex art. 1002 c.c., apparterrebbe al solo costruttore.

Ad avvalorare simile conclusione, l’impossibilità, per la disciplina della comunione, di derogare all’istituto dell’accessione attesa l’inconfigurabilità di un rapporto di genere tra i due istituti: invero, con la disciplina dettata in tema di comunione il legislatore ha inteso regolamentare unicamente i rapporti tra i comproprietari nell’uso e godimento della cosa comune. Di converso, la regola ex art. 934 c.c., troverebbe applicazione anche nell’ipotesi prospettata, tale da determinare l’acquisto, in proporzione delle rispettive quote, da parte di tutti i comproprietari, della costruzione realizzata da alcuno di essi, salva la sussistenza di un titolo contrario all’accessione (quale il diritto di superficie).
Quanto ai rapporti interni tra i comproprietari, è dato leggere l’applicabilità della disciplina in tema di cosa comune e innovazione: pertanto, nell’ipotesi di difetto di preventiva autorizzazione ovvero sofferto pregiudizio nel godimento della cosa comune da parte di alcuno dei comproprietari, questi sarebbe legittimato a esercitare le azioni possessorie nei confronti del costruttore nonché a chiedere la demolizione della costruzione distinguendosi a seconda che l’opera venga realizzata dal costruttore contro il divieto ovvero con il consenso degli altri comproprietari.

Mentre, nel primo caso, il comproprietario non costruttore sarebbe legittimato a chiedere il ripristino dello status quo ante, in quanto titolare di uno ius tollendi, diversamente, nel secondo, a tutela della buona fede e dell’affidamento del costruttore, ex art. 936 c.c., si precisa che il consenso alla costruzione può essere reso in qualsiasi forma in quanto non riguarda l’acquisto della proprietà sull’opera bensì diritti e doveri sulla stessa.

dott.ssa Iolanda Sannuti

 

NESSUNA ATTENUANTE PER L’UXORICIDA DELLA MOGLIE MALATA

Il nostro codice penale disciplina diversi tipi di circostanze, al verificarsi delle quali, la pena prevista per il reato viene attenuata. Tra le varie circostanze attenuanti comuni previste all’art. 62 comma 1 c.p., vi è quella al n. 1 dell’ “aver agito per motivi di particolare valore morale o sociale”.

La predetta attenuante può essere applicata al reato di cui all’art. 575 c.p. quando si tratta di uxoricidio della moglie malata?

Il quesito si riferisce al caso di un uomo, dell’età di 88 anni, che decide nel cuore della notte di soffocare con una sciarpa la moglie gravemente malata, il cui stato di salute era progressivamente peggiorato negli ultimi anni. Dopo aver commesso il fatto, l’anziano si è tempestivamente consegnato alla polizia, dichiarando che la moglie avrebbe preferito morire piuttosto che patire ancora sofferenti pene psichiche e fisiche. Il giudice di prime cure ha riconosciuto l’attenuante comune di cui all’art. 62 comma 1 n.1, ma la Suprema Corte, con una recente pronuncia, si è espressa diversamente.

Con la sentenza n. 7390, depositata il 15 febbraio 2018, la Prima sezione penale della Corte di Cassazione nega l’applicabilità della sopracitata attenuante nel caso di specie, poiché per essere riconosciuta “avrebbe dovuto risultare che il motivo che lo aveva determinato all’azione fosse da considerarsi espressione del comune sentire sociale: e ciò non poteva dirsi essere in concreto sussistente, afferendo la questione a tematiche – quali l’eutanasia ed i trattamenti di fine vita – ancora oggetto di ampi dibattiti”. Tale circostanza difatti, rileva quando la condotta dell’agente presenta come movente delle ragioni corrispondenti ad un’etica che ponga l’accento sui valori più alti della natura umana, rientranti nella sfera morale o comunque di alto spessore civile; uccidere la moglie nella notte per “porre fine” alla sua agonia, non rientrerebbe pertanto negli estremi di una condotta attenuativa del fatto.

In particolare poi, la Suprema Corte aveva rilevato che “(…)il fatto omicidiario era da ascriversi allo stato d’animo dell’imputato, che lo rendeva ormai incapace di sopportare le sofferenze e l’inarrestabile decadimento fisico e cognitivo della moglie: in questa condizione psicologica, si era probabilmente radicato il suo convincimento di esaudire un desiderio della stessa.”

Chiara Bellini

Amore finito dopo 28 giorni? Nessun diritto al mantenimento

quando ci si sposa per i soldi

Quando il rapporto di coniugio fallisce, l’ordinamento prevede come rimedio la separazione (dove marito e moglie mantengono lo status coniugale), ed il divorzio (dove questo status si perde).

Nel primo caso l’art. 156 c.c. prevede che il giudice, nel pronunciare la separazione, stabilisca a vantaggio del coniuge “debole” il diritto di ricevere dall’altro quanto necessario per mantenersi nel caso in cui non disponga di un reddito proprio adeguato. La predetta previsione trova la sua ratio nella difficoltà di provvedere ai propri bisogni in seguito alla scissione della vita coniugale, che comporta un inevitabile aumento dei costi e l’impossibilità di realizzo delle economie proprie della vita condotta in due. In questo ambito la giurisprudenza ha fatto propria la direttiva generale della conservazione del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, nei limiti dei redditi dell’altro coniuge.

I presupposti essenziali espliciti per l’ottenimento dell’assegno di separazione, sono la disparità di condizioni economiche, la mancanza di addebito della separazione a carico del beneficiario e la scarsezza di redditi adeguati del coniuge più debole.

Ma il diritto al mantenimento vale anche nei casi in cui il matrimonio fallisce in tempi brevissimi oppure è sufficiente la contrazione del matrimonio?

L’assoluta brevità del rapporto, e dunque il difetto della pregressa instaurazione di una reale ed effettiva comunione materiale e spirituale tra coniugi (che sorge soprattutto con la convivenza), comporta la configurazione dell’ipotesi eccezionale per cui tale diritto non può essere riconosciuto. In tali condizioni difatti, la Suprema Corte di Cassazione, con l’ordinanza del 10 gennaio 2018 n. 402, ha confermato la decisione della Corte d’appello di Genova: quest’ultima aveva negato l’assegno di mantenimento alla moglie a seguito di un matrimonio durato 28 giorni, e dunque a malapena un mese. Nel caso specifico, è emerso che la moglie ed il marito non avevano praticamente convissuto, e che anzi il matrimonio fosse stato concordato per interesse, in particolare della donna.

La giurisprudenza di legittimità sottolinea dunque come il matrimonio si configuri non solo come mero atto, ma anche come rapporto, sul quale incidono una serie di diritti e doveri in capo a ciascun coniuge, tali da realizzare una effettiva comunione materiale ma soprattutto spirituale.

Chiara Bellini

VENDESI CANNABIS

Con la recentissima sentenza n. 196 dell’8.1.2018, la sesta Sezione penale della Corte di Cassazione offre un interessante spunto interpretativo con riferimento al perimetro applicativo del delitto di istigazione a delinquere, disciplinato dall’art. 414 c.p., in riferimento alla messa in vendita attraverso il canale social Facebook di semi di cannabis indica.

Com’è noto, l’art. 414, comma 1, n.1) c.p. punisce “Chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più reati (…) per il solo fatto dell’istigazione: 1) con la reclusione da uno a cinque anni, se trattasi di istigazione a commettere delitti (…)”. La vicenda trae origine da un decreto di sequestro preventivo disposto dal Pubblico Ministero in relazione ad oltre 91.000 semi di cannabis indica, dépliant illustrativi e relativa dotazione per consentirne la concreta coltivazione che la persona sottoposta ad indagini preliminari aveva “offerto in vendita” attraverso il canale social Facebook.

Avverso l’ordinanza resa dal Tribunale del riesame, confermativa del provvedimento cautelare, il difensore dell’indagato interponeva ricorso per Cassazione, deducendo – quale unico motivo – l’erronea applicazione dell’art. 414 c.p. Nel rigettare il ricorso, il Supremo Consesso nomofilattico ha precisato, anzitutto, come – correttamente – la Corte territoriale avesse, in via preliminare (e sulla scorta di giurisprudenza consolidata: ex pluribus: Cass., SS. UU. Penali, sent. n. 47604 del 18.10.2012) escluso la ricorrenza della fattispecie prevista dall’art. 82 d.p.r. 309/1990 proprio valorizzando le modalità della condotta contestata, rappresentata dall’offerta in vendita di semi di piante dalle quali è ricavabile una sostanza drogante, accompagnata da precise indicazioni botaniche sulla coltivazione delle stesse. Parimenti, il Tribunale del riesame aveva fatto corretta applicazione dell’articolo 414 c.p. proprio in ragione delle modalità appena richiamate, atteso che, l’indagato – attraverso strumenti informatici di comunicazione e diffusione qual è il social Facebook, pacificamente inquadrato nell’àmbito della categoria dogmatica della “stampa o altro mezzo di propaganda” – aveva offerto in vendita semi di cannabis indica dai quali ricavare, attraverso esplicate indicazioni di coltivazione, un indeterminato quantitativo di sostanza drogante del tipo marijuana. Con ciò violando il disposto dell’art. 73, comma 1, del d.p.r. 309/1990 che, tra le varie declinazioni di condotta attiva del reato, punisce con la reclusione da sei a venti anni e con la multa da euro 26.000 a euro 260.000 “chiunque, senza l’autorizzazione di cui all’articolo 17, (…) offre o mette in vendita (…) per qualunque scopo sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alla tabella I prevista dall’articolo 14”.

Dott. Roberto Santoro

Cassazione 7 settembre 2018, n. 20888: un’occasione per ribadire le regole d’interpretazione del contratto alla luce della teoria della “causa concreta”.

I recenti approdi ermeneutici concernenti la nozione di causa del contratto quale insieme degli interessi individuali che ciascun contraente intende perseguire, oltre all’adesione ad una visione soggettivistica del rapporto contrattuale, hanno rivitalizzato il dibattito giurisprudenziale intorno alle regole di interpretazione di cui agli articolo 1362 e seguenti del Codice Civile.

L’esercizio dell’autonomia contrattuale sancita dall’articolo 1322 c.c., in virtù della quale è prevista la possibilità di concludere contratti diversi da quelli tipici, fatto salvo il rispetto del limite di meritevolezza degli interessi perseguiti, ha subito una significativa espansione in conseguenza dell’affermazione della teoria della “causa concreta”.

Tale dato, secondo quanto recentemente ribadito dai Giudici di legittimità, ha reso ancor più stringente e necessario il rispetto dell’articolo 1363 c.c. in sede di interpretazione del contratto, qualora quest’ultimo presenti caratteristiche tali da dover essere ricondotto alla categoria del contratto atipico o misto.

Sulla base di tale norma, infatti, “le clausole del contratto si interpretano le une per mezzo delle altre, attribuendo a ciascuna il senso che risulta dal complesso dell’atto” e, secondo la lettura degli Ermellini, ciò imporrebbe di considerare le singole clausole del contratto in maniera concertata e non atomistica.

Il principio di diritto, già consolidato nella giurisprudenza di legittimità, è stato recentemente ribadito in una ordinanza della Sezione I della Corte di Cassazione, concernente l’interpretazione del contenuto di un contratto di leasing immobiliare stipulato tra due società, vertente in particolare l’esame di una espressione con la quale si condizionava l’efficacia del contratto al venir ad esistenza dell’immobile in questione.

Nel caso de quo, la Suprema Corte ribaltava la decisione del Giudice di merito, sulla base del fatto che quest’ultimo avrebbe limitato la propria analisi al mero senso letterale di una frase contenuta nella premessa del contratto, senza considerare l’intero contesto negoziale nel quale l’accordo era stato concluso.

È stato così ribadito il seguente principio: “Nell’interpretazione dei contratti, gli strumenti dell’interpretazione letterale e della individuazione del senso che emerge dal complesso dell’atto sono legati da un rapporto di necessità ed interdipendenza assumendo funzione fondamentale nell’ermeneutica negoziale, onde non è consentito di isolare frammenti letterali della clausola del testo, ma è necessario considerare il negozio nella sua complessità, raffrontare e coordinare tra loro parole e frasi, al fine di ricondurle ad armonica unità e concordanza, in particolare in presenza di un collegamento negoziale, essendo allora necessario ricostruire la concreta funzione economica dell’intera operazione negoziale”.

Gianlorenzo Franceschini