DETENUTI “SOSPESI”

Da anni la più autorevole dottrina professa la necessità del superamento del sistema penitenziario così come attualmente configurato, congelato nella centralità del carcere quale principale – se non unico – metodo di attuazione dei principi costituzionali relativi alla sanzione penale, espressi nell’articolo 27 della Costituzione.

Sistema che si è più volte rivelato essere fallimentare, non soltanto dal punto di vista etico, poiché, per come attuato, compromette plurimi diritti fondamentali che dovrebbero restare estranei alla restrizione carceraria, ma anche dal punto di vista dei risultati conseguiti, sia in termini di rieducazione dell’internato, di conciliazione con la persona offesa e di prevenzione di nuovi crimini.

In questo senso, è sufficiente ricordare i recenti studi sulla materia che evidenziano la significativa differenza di recidive tra i condannati che scontano l’intera pena negli istituti penitenziari rispetto a coloro che invece beneficiano di uno dei molteplici percorsi di pena alternativi, percorsi che, di fatto, non sempre sono pienamente valorizzati e utilizzati nelle loro effettive potenzialità all’interno delle aule di giustizia.

Più di una volta le condizioni delle carceri nazionali sono state oggetto di condanne da parte della Corte Edu, tanto imporre un obbligatorio ripensamento delle modalità di esecuzione della pena negli istituti penitenziari.

E’ nota la Sentenza Torreggiani, con la quale, la Corte, nel 2013, affrontando nello specifico il problema del “sovraffollamento carcerario”, ha sanzionato l’Italia per la violazione dell’articolo 3 della CEDU, rilavando, con parole che vale la pena richiamare, che tale articolo “pone a carico delle autorità un obbligo positivo che consiste nell’assicurare che ogni prigioniero sia detenuto in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana, che le modalità di esecuzione della misura non sottopongano l’interessato ad uno stato di sconforto né ad una prova d’intensità che ecceda l’inevitabile livello di sofferenza inerente alla detenzione e che, tenuto conto delle esigenze pratiche della reclusione, la salute e il benessere del detenuto siano assicurati adeguatamente”.

Nonostante nel periodo immediatamente successivo a tale sentenza sia stato possibile registrare, non soltanto a livello dottrinale, ma anche a livello legislativo, sia nazionale che sovranazionale, una maggiore presa di coscienza della problematiche tratteggiate, la piena soluzione delle stesse sembra ancora essere lontana.

Un importante passo in avanti è quello segnato dalla recente legge n. 103/2017, con la quale è stata concessa la delega al Governo per la riforma dell’ordinamento penitenziario, in un ottica di superamento di alcune delle criticità sopra evidenziate.

Il nuovo esecutivo dovrà quindi da subito misurarsi con il tema della tutela dei diritti fondamentali.

Gianlorenzo Franceschini

Il processo penale minorile e le sue peculiarità

Il processo penale minorile è un processo a sé stante, ovvero si tratta di un processo che, considerata la particolarità della questione inerente l’età degli imputati, prevede punti di specialità, sia per quanto riguarda la personalità, sia per quanto riguarda le esigenze rieducative del minorenne.

Gli organi adibiti al procedimento per i minorenni sono: il Procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni, il giudice per le indagini preliminari presso il tribunale dei minorenni, il tribunale per i minorenni, il procuratore generale presso la corte d’appello, la sezione della corte d’appello per i minorenni, il magistrato di sorveglianza per i minorenni.

La competenza è del tribunale per i minorenni, quindi, per i soggetti che non hanno ancora compiuto i diciotto anni. L’esercizio dell’azione penale spetta al pubblico ministero presso il tribunale dei minorenni dove dimora il minore all’inizio del procedimento stesso. All’interno della Procura della Repubblica di ciascun tribunale, infatti, vi è una sezione specializzata di polizia giudiziaria, alla quale è assegnato personale dotato di specifiche attitudini e preparazione. A testimonianza della specialità del procedimento l’autorità giudiziaria si avvale dell’ausilio dei servizi sociali. La notifica dell’informazione di garanzia va notificata a pena di nullità a chi ha la potestà genitoriale sul minore. L’articolo del codice predispone l’accertamento sull’età del minore quando vi è incertezza, o quando, anche dopo la perizia, vi sia ancora incertezza sullo stesso. Di fondamentale importanza è il divieto di richiedere azioni di risarcimento civile all’interno di questi processi, con l’assenza quindi della parte civile all’interno del procedimento.

Il minorenne può essere subito rilasciato, se il fatto non sussiste o se, durante le indagini preliminari, non siano state raccolte prove tali da consentirne l’arresto, oppure ancora per estinzione della pena.

Nel caso in cui la pena sia non superiore a due anni il giudice può decidere la sostituzione della stessa con semidetenzione o libertà vigilata.

Il codice, considerata l’età del minore, afferma che l’assistenza affettiva dei genitori mai può venire a mancare cosi come quella dei servizi sociali e, sempre per la sua tutela, vi è il divieto di divulgazione o immagini che possono essere utili a riconoscerlo. L’arresto è consentito quando vi è flagranza di reato, cosi come ne è consentito il fermo, ma, avvenuto ciò, bisogna che ne sia data immediata notizia al pubblico ministero nonché all’esercente della potestà genitoriale, subito dopo, condotto presso un centro di prima accoglienza, che ne sia data liberazione immediata quando ve ne siano i requisiti.

L’importanza dell’articolo 21 sta nel fatto che può essere consentito al minore di rimanere nella propria casa a patto che questo sia utile per la sua rieducazione, salvo diversa disposizione, il minore può essere accompagnato in una comunità.

La custodia cautelare può essere applicata in presenza di delitti non colposi per la quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o una pena detentiva fino a nove anni, oltre che per i casi di violenza carnale; quando l’imputato può fuggire; o per pericolo che possa compiere lo stesso reato.

L’udienza preliminare si svolge nell’attenzione massima del minore. Può esserne richiesto infatti il suo allontanamento quando vi siano discussioni inerenti la sua personalità, con udienza preliminare che si svolge sempre a porte chiuse, a meno che la pubblicità sia nel totale interesse dell’imputato. La sentenza, che rispecchia quelle canoniche del procedimento penale per i soggetti maggiorenni, prevede il ricorso in appello che prevede gli stessi termini del processo penale dagli anni 18 .

Dott. Alessandro Pagliuca

Riflessione sulla massima pena

Soffriva di diabete, insufficienza renale, problemi cardiaci, un cancro polmonare ed una metastasi al fegato.

Feliciano Mallardo, condannato in primo grado a 24 anni per estorsione aggravata e associazione camorristica, è morto in queste condizioni al 41-bis, nel maggio del 2015, nella cella detentiva dell’ospedale San Salvatore a l’Aquila.

La mogli e i figli avevano fatto richiesta di poterlo vedere di persona e non dietro un vetro protettivo, quando le sue condizioni avevano cominciato ad aggravarsi, ma nel periodo necessario per ottenere il nulla osta il detenuto non ce l’ha fatta.

Non è la storia solo di Mallardo, ma di molti altri carcerati che, trovandosi in tale regime di carcere duro per i crimini commessi, possono incontrare i propri famigliari una volta al mese e per non più di un’ora, non possono ricevere libri o giornali e rimangono chiusi in cella di isolamento per ventidue ore al giorno.

Secondo alcune associazioni di riferimento si tratterebbe di un trattamento disumano, che non serve per limitare la capacità di contatto tra il detenuto e il mondo esterno, ma che avrebbe solo natura vessatoria.

Per capire come e quando è nato questo regime di incarcerazione bisogna tornare al 1992, periodo di stragi mafiose, alle quali lo Stato volle dimostrare il suo pugno di ferro contro chi si macchiava di tanta ferocia.

Quando il 19 luglio 1992 esplode la bomba di via D’Amelio a Palermo, uccidendo il giudice Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta, il cosiddetto “carcere duro” in Italia ancora non esiste. Solo il giorno dopo la strage, l’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli decide di firmare i primi provvedimenti di 41-bis. Lo Stato vuole mostrare la sua reazione di forza alla mafia e al Paese; così, nel cuore della notte, 55 detenuti vengono prelevati dal penitenziario palermitano dell’Ucciardone e deportati a bordo di aerei militari verso l’isola di Pianosa. Da lì in avanti è stato tutto un ingigantimento di numeri, fino ad arrivare ad un totale odierno di 729 detenuti circa che si trovano sotto questo regime.

La decisione del ministro Martelli poggiava su un comma varato dopo l’altra sanguinosa bomba del 1992, quella che il 23 maggio aveva colpito il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca, e tre componenti della scorta. La norma – voluta dallo stesso Falcone e alla quale non era stata data attuazione anche per via della sua estrema rigidità – fu quindi “sbloccata” dalla strage di via D’Amelio. Da allora, il ministro di giustizia può sospendere, in caso di “gravi motivi di sicurezza pubblica,” le normali garanzie dei detenuti. L’obiettivo formale è impedire il passaggio di ordini o altre comunicazioni tra i criminali in carcere e le organizzazioni d’appartenenza sul territorio.

La misura del carcere duro nasce come una branca della carcerazione anti-terrorismo abolita, poi, nel 1986, prorogata di volta in volta fino al 2002 e confermata definitivamente con la legge 279/2002 che la introduce definitivamente nel nostro sistema penitenziario.

Il ricorso del detenuto contro il regime 41-bis è sottoposto al vaglio esclusivo del Tribunale di sorveglianza di Roma che, peraltro, molto raramente accoglie i reclami. Secondo alcuni osservatori, è a questo livello che il meccanismo del carcere duro presenta maggiori criticità, soprattutto quando si tratta di contestare i decreti di proroga del ministro della Giustizia.

Nel tempo si è discusso molto di queste proroghe operate dai Ministri della Giustizia: il caso Provenzano ha fatto storia e ultimamente, in modo tra le altre cose del tutto travisato, c’è stato anche il caso Riina.

La discussione è sempre una: se la proroga di un regime di carcerazione, proprio in ragione della sua rigidità, dev’essere operato direttamente dal Ministro della Giustizia, quale Ministro si prenderebbe la briga di togliere tale regime a personaggi che nella loro vita si sono macchiati di stragi, omicidi, spaccio di droga a livelli internazionali e quant’altro? Anche se le condizioni cliniche di questi pazienti magari lo permetterebbero, perché per Bernardo Provenzano il medico che lo visitò nella camera ospedaliera di massima sicurezza dell’ospedale San Paolo di Milano affermò che il soggetto non era più autosufficiente per compiere nemmeno i più elementari gesti della vita quotidiana, figurarsi gestire un impero come quello mafioso, nessuno si è mai permesso di togliere tale regime a certi individui e non certo per rimetterli in libertà, ma anche solo per permettergli di stare con altri detenuti all’interno del carcere.

Ecco, allora, che sarebbe auspicabile che la decisione di sottoporre un detenuto al carcere duro fosse in capo al sistema giurisdizionale e non a quello politico-amministrativo. Anche per non inquinare il principio democratico della separazione dei poteri.

 

 Alberto Lanzetti

 

L’attenzione giudiziaria

Nei miei articoli ho già trattato il tema delle carceri e dell’alto numero degli incarcerati. Il problema è rilevante, anche se al momento non molto trattato, in quanto le difficoltà del momento hanno messo questo in secondo piano.

Tuttavia capita anche che il problema si possa evitare, o almeno non fomentare, con la semplice “attenzione giudiziaria”, come a me piace chiamarla.

Andiamo subito al caso concreto: era il 10 maggio 2013 quando un cittadino albanese, residente a San Benedetto del Tronto, viene fermato per un controllo del tasso alcolemico e viene trovato, appunto, con un tasso di 0,5 punti superiore a quello consentito. Ciò gli comportò il ritiro della patente e il sequestro del veicolo.

Nel settembre del 2015 il suddetto venne condannato ad una pena di 8 mesi di reclusione e qua avviene l’errore: l’avvocato d’ufficio commette la leggerezza di non proporre appello, ragion per cui la sentenza di primo grado passa in giudicato e diviene definitiva e il cittadino albanese finisce dentro ad una cella, non essendo, la sentenza, nemmeno sospesa.

L’avvocato subentrato al primo, sempre d’ufficio, ha affermato che ci si è trovati davanti ad un tipico caso in cui l’incarico d’ufficio viene preso sotto gamba dal difensore e si sa, prendendo sotto gamba le cose non possono che succedere disastri.

È l’art. 97 c.p.p che prevede i criteri per la nomina d’ufficio dell’avvocato, nei casi in cui l’imputato non ne abbia nominato di sua fiducia.

L’articolo fa tutta una lista delle condizioni che ci devono essere perché venga nominato un certo difensore, ma non parla, ovviamente, di un altro problema: quello per cui l’incarico d’ufficio molte volte viene visto come un peso quasi, un incarico inaspettato e magari nemmeno voluto, con certezze sulla liquidazione economica dell’avvocato non sempre chiare e tempestive.

Non voglio generalizzare, ci sono anche molti avvocati che prendono molto sul serio anche questi incarichi affidatigli direttamente dal Tribunale, ma siamo sicuri che quando, invece, le cose vengano prese alla leggera il diritto di difesa dell’imputato sia correttamente assicurato?

Anche perché le carceri sono sovraffollate già da coloro che sono ancora in attesa di giudizio e non mi pare che dover mandarci anche coloro che non dovrebbero starci (almeno fino a sentenza contraria) sia una manovra azzeccata.

 

 

Alberto Lanzetti

IL PROCESSO E’ ESSO STESSO UNA PENA

Errare humanum est dice il famoso detto latino, tuttavia il proverbio non riesce a suonare come una giustificazione valida per coloro che sono stati vittime di un errore giudiziario. Se nei procedimenti civili ci sono in ballo somme di denaro più o meno grandi (e tutti sappiamo quanto sia forte il dio danaro) nei procedimenti penali non c’è in ballo solo la ricchezza, ma forse qualcosa di ben più importante: la libertà personale. Forse è questo uno degli aspetti più importanti e contorti della magistratura: la difficoltà del giudicare, tanto che lo stesso processo penale, definito dramma umano per l’imputato, da qualcuno è stato definito come dramma anche del magistrato il quale si trova a decidere della libertà o meno di un individuo.

Il magistrato, comunque, prima di pubblico ufficiale rimane pur sempre uomo e proprio per questa sua caratteristica la perfezione non fa parte di egli.

Cosa succede, quindi, se costui sbaglia?

Possiamo immaginare una metafora: l’umanità dell’errore, non certo scusabile, ma nemmeno eliminabile, che aleggia come un avvoltoio sul caso giudiziario di turno. Cosa deve patire l’individuo che per caso si trovasse in questa situazione? Sottoposto al giudizio pubblico di un collegio di magistrati, giudicato dalla collettività, vessato nella pena, distrutto moralmente per la propria sorte e quella dei propri cari e tuttavia sapere dentro di sé di essere innocenti, ma al contempo capire di non potersi più nascondere ed evitare la macchina giudiziaria che come una palla demolitrice si abbatte sulla propria esistenza. Sono un cumulo di sensazioni ed emozioni che non penso siano facili da gestire.

Tuttavia, i casi sono molti e anche gli errori possono essere molteplici nella loro gravità: si può andare dal caso recente avvenuto nel Palazzo di Giustizia di Milano dove il giudice Maria Pia Bianchi, sbagliandosi, ha pronunciato sentenza di condanna per guida in stato di ebbrezza ed altri reati connessi non nei confronti dell’imputato, bensì del pubblico ministero Angelo Renna, il quale, svolgendo la sua normale attività, stava sostenendo l’accusa in giudizio. Qui l’errore era troppo grossolano per non essere notato e il tutto si è riparato con una Camera di Consiglio straordinaria per riparare l’errore e qualche battuta nei confronti del PM in questione, il quale peraltro non ha la macchina e si sposta usando la bicicletta e i mezzi pubblici; difficile immaginarselo alla guida di una vettura in condizioni psicofisiche alterate da sostanze alcoliche.

Certo gli errori possono essere, però, anche molto gravi: qui spunta, inevitabilmente, il caso Tortora che negli anni addietro tanto ha fatto parlare.

In questo caso Enzo Tortora, conduttore televisivo e giornalista, aveva avuto la malaugurata sorte di fare capolino nelle dichiarazioni di “pentiti” mafiosi che facevano parte dell’organizzazione guidata da Raffaele Cutolo (la Nuova Camorra Organizzata). Tortora venne accusato da più persone di far parte dell’associazione a delinquere e in più di essersi macchiato di altri reati gravi tra cui spaccio di sostanze stupefacenti.

In questo caso il tutto non è finito con un sorriso e un’udienza per riparare il danno, come nel caso precedente. Tortora venne svegliato alle 4 del mattino ed arrestato Venerdì 17 Giugno 1983 dai carabinieri di Roma e da lì iniziò un calvario che ebbe fine solo dopo parecchio tempo. In questo caso l’imputato venne sottoposto ad uno stress fisico ed emotivo non da poco: organi inquirenti che frugavano ovunque nella sua vita privata alla ricerca di indizi, che non esistevano, di partecipazione a quell’associazione mafiosa, (ex)colleghi giornalisti che accusavano Tortora stesso di comportamenti “strani” e qualcuno che perfino arrivò a dire di averlo visto spacciare sostanze stupefacenti negli studi televisivi.

Il caso si chiuse 7 mesi dopo con la scarcerazione dell’individuo data la sentenza di assoluzione pronunciata dalla Corte d’Appello di Napoli.

Tuttavia il caso non potè che avere ripercussioni sulla materia in questione, tanto che anche la legge si modificò: si arrivò al referendum sulla responsabilità civile dei magistrati e il Parlamento varò nell’88 la cosiddetta “Legge Vassalli” sul  risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati.

E oggi? Qual è il trattamento per i soggetti che ingiustamente hanno dovuto patire una pena limitativa della libertà personale?

Chi è stato sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere ed è stato poi, all’esito del procedimento penale, prosciolto con sentenza di assoluzione diventata irrevocabile, ha diritto a ricevere un equo risarcimento del danno subito. Stesso risarcimento spetta a chi ha patito ingiustamente carcerazione per effetto di un ordine di esecuzione erroneo e a chi ha subito custodia cautelare in carcere sulla base di un provvedimento emesso o mantenuto in mancanza delle condizioni richieste dalla legge, sia in caso di successiva assoluzione che di condanna.

Inoltre, chi è stato licenziato dal posto di lavoro che occupava prima della custodia cautelare e per tale causa, ha diritto di essere reintegrato nel posto di lavoro se viene pronunciata in suo favore sentenza di assoluzione, di proscioglimento o di non luogo a procedere ovvero viene disposta l’archiviazione.

 Il ricorso va proposto (a pena di inammissibilità) entro due anni dal giorno in cui la sentenza di assoluzione o condanna è diventata definitiva alla corte d’appello nel cui distretto è stata pronunciata la sentenza.

Insomma, uscire da questo circolo vizioso è possibile, soprattutto da quando anche la legge ha riconosciuto che l’errore giudiziario è possibile, ma difficilmente ci si riesce senza qualche ferita più o meno profonda.

                                                                             Alberto Lanzetti