L’avvocato: le origini (del male?)

Breve storia sulla nascita del termine avvocato

È ben noto che l’avvocato sia il fulcro delle granzie presenti nel nostro sistema giudiziario. Pochi (addetti ai lavori esclusi), però,  sanno dove e quando nasce questa figura tanto amata da alcuni e tanto mal sopportata da altri (come mi disse una volta un anziano conoscente “Se la mucca del vicino ti mangia l’erba, non andare da un’avvocato: finirà lui per mangiarti tutto il prato”).

Il termine avvocato deriva dal latino ad auxilium vocatus, ossia colui che è chiamato in aiuto. L’avvocato in epoca romana era, nel suo significato originario, non un tecnico esperto di materie giuridiche, bensì un altro soggetto libero, in pieno possesso dei diritti derivanti dalla cittadinanza romana. Inizialmente colui che era invocato in aiuto era un componente della familia che aiutava un parente parte in giudizio a sostenere le proprie ragioni più per una sensibilità ed una capacità logica ed oratoria, che per una approfondita conoscenza elle norme di diritto. Questo risulta logico dato che in epoca romana non vi era il concetto moderno di ordinamento giuridico come contenitore di norme ultra specialistiche, ma le controversie erano risolte con regole consuetudinarie e di buon senso.

Successivamente il ruolo si configura come un patrizio che agisce in favore di un plebeo nel corso di un giudizio. Lo scopo non è di lucro, ma il patrizio così si assicura la fedeltà che avrebbe indissolubilmente legato il popolano al suo protettore da quel momento in poi.  Col progredire della società la difesa divenne sempre più giudiziaria. La difesa non fu dunque più soltanto classista, ma era richiedibile da chiunque necessitasse di assistenza nelle more di un processo. La remunerazione per gli ad auxilium vocatus passa, verso la fine dell’età repubblicana, dalla devozione a vita all’omaggiarli con un compenso che posto sotto forma di dono si chiamerà honus, al quale verrà poi preferito a partire dal II secolo il termine honorarium (da cui deriverà l’attuale “onorario”).

Sull’honorarium è utile segnalare la voce enciclopedica di V.Pezzano: “Il significato raggiunto al termine dell’evoluzione romana dall’espressione onorario come compenso per chi esercita un’arte o una professione liberale ad altrui vantaggio, partecipante dell’idea di retribuzione, ma pur sempre collegato al concetto di omaggio e di atto di gratitudine nei confronti di chi ha svolto un’attività di particolare pregio intellettuale, e comunque non suscettibile di esatta stima economica, si è radicato nella pratica e nel costume, giungendo fino ai nostri giorni”.

Agli oratori in giudizio, allora, si affiancano dei giureconsulti, esperti di diritto, consuetudini e massime giurisprudenziali. Via via le due figure si sovrapposero, generando una figura ibrida, corrispondente all’attuale figura di avvocato. A fianco della figura dell’avvocato nasce nel periodo romano la figura del Consortium advocatorum, che in un primo momento raccolse in un’unione consortile tutti gli avvocati dell’epoca, fintanto che tale iscrizione divenne necessaria per avere l’abilitazione a difendere in giudizio. Dopo un momento di regresso nell’evoluzione dell’istituto consortile rappresentato dalla fase del processo ordalico, in fase medioevale il consortium divenne nuovamente centrale, introducendo i moderni requisiti per l’iscrizione al consorzio dell’obbligo del titolo di studio universitario e, talora, anche del superamento di un esame che attestasse la conoscenza dei principali testi legali. Il consortium è quindi uno degli elementi più significativi della continuità tra l’impero romano e la modernità, fino a giungere (con un ampio salto temporale dovuto a ragioni di sintesi) al moderno ordine degli avvocati.

Salvatore Vergone

Deontologia, portami via

La rivista di “Indottriniamoci” è gestita da ragazzi che studiano Giurisprudenza e che amano trattare alcuni dei temi attuali del mondo della legge. Detto ciò non siamo ancora nel vero e proprio mondo del lavoro, ma è cosa interessante (e per noi studenti anche utile) capire come funzioni il mondo del lavoro fuori dalle mura dell’università.

Proprio in una di queste mie ricerche mi sono imbattuto in una lettera, caricata online, di un avvocato stufo di un aspetto della pratica forense che uno studente non coglie nell’immediato, a mio parere: quello dei crediti formativi per l’aggiornamento professionale.

Attualmente il numero richiesto dai Consigli dell’Ordine è di 60 crediti formativi ogni tre anni (di cui 9 in materie obbligatorie come la deontologia e la previdenza), numero che è stato diminuito rispetto ai 90 previsti dalla vecchia disciplina, ma che rimangono comunque eccessivi, secondo il parere della mia fonte. Ogni anno, infatti vanno conseguiti almeno 15 crediti. Tenendo conto che un master o un corso di perfezionamento danno la possibilità di conseguire un massimo di 20 crediti, vuol dire che un professionista dovrebbe seguire un master all’anno per conseguire i 60 totali in tre anni.

Effettivamente anche per me, povero profano ancora, sembra un numero eccessivo di crediti e anche di tempo: infatti per conseguire i 25 crediti annui che servono per essere in pari con i piani dell’Ordine bisogna spendere molte più delle 25 ore nominali a cui si potrebbe pensare, infatti i corsi hanno una durata di due, se non tre, ore e considerando gli spostamenti necessari per raggiungere il luogo di svolgimento di queste lezioni si deve tenere in conto tra le dieci e le dodici mezze giornate all’anno, le quali non sono poche se si considera la mole di lavoro che ci sarebbe da svolgere in studio, magari i praticanti da seguire e gli impegni con dei collaboratori.

Insomma, questi crediti sono troppi e non permettono di staccarsi mai definitivamente dall’università.

Ciò che mi ha fatto sorridere di questa lettera è poi la parte sulla deontologia, che tra le altre cose, è una delle materie obbligatorie per cui bisogna conseguire almeno 9 crediti all’anno.

Tuttavia il codice deontologico e la materia previdenziale non subiscono dei grandi ribaltoni da un anno all’altro e allora: è veramente necessario perdere (scusate se il verbo è troppo duro per i puristi della moralità giuridica) tutto questo tempo per questi corsi? Non ne basterebbero molte meno?

Oltretutto anche i metodi utilizzati dall’Ordine per controllare che i propri iscritti frequentino le lezioni lasciano a desiderare: non sempre viene utilizzato il mezzo più sicuro del badge elettronico, ma alle volte si ricorre ancora alla vecchia raccolte firme fuori dall’aula del corso. In più anche le sanzioni a carico degli avvocati che non hanno raggiunto il numero minimo di crediti sono molto dubbiose: procedimenti pendenti ce n’è, ma alla fine le sanzioni sono sempre molto (se non troppo) blande, ovvero richiami o inviti ad integrare i crediti entro un certo periodo di tempo.

Tutto ciò è veramente necessario?

 

 

Alberto Lanzetti