Diritto d’autore: chi può praticare la sincronizzazione di opere musicali?

Il diritto d’autore è finalizzato ad assicurare il controllo sull’utilizzazione economica dell’opera d’ingegno, riconoscendo in capo al creatore una serie di diritti esclusivi. Questi diritti, che tutelano interessi prettamente patrimoniali, possono (e normalmente così accade) essere ceduti a soggetti terzi; nell’eventualità che ciò si verifichi, l’autore resta titolare di residuali diritti inalienabili cui non può rinunciare, finalizzati a tutelare interessi di carattere prettamente morale.

L’art. 3 LDA accorda la tutela alle c.d. “opere collettive”, frutto della riunione di più opere o di parti di esse, aventi carattere di creazione autonoma, come risultato della scelta e coordinazione ad un determinato fine artistico o culturale. L’art. 7 LDA riconosce come autore dell’opera collettiva “colui che organizza e dirige la creazione stessa”.

Una composizione musicale, dunque, spesso entra a far parte di opere collettive più complesse, tramite una particolare attività detta sincronizzazione. Le questioni che occorre chiarire in tale ambito sono principalmente due: in primo luogo è necessario definire in modo puntuale il termine sincronizzazione; in secondo luogo si deve individuare il soggetto avente diritto a porre in essere tale attività. L’art. 3 difatti, precisa che l’opera collettiva è considerata opera originale senza pregiudizio dei diritti d’autore sulle opere di cui è composta; è qui che ci si chiede se la predetta operazione rientri nelle facoltà esclusive riconosciute all’autore, o possa essere realizzata da chi organizza e dirige l’opera collettiva.

La Suprema Corte si è recentemente pronunciata sul caso, definendo in primis l’attività di sincronizzazione, chiarendo in secundis sul dubbio di cui sopra. Con il seguente principio, la Cassazione afferma che “in tema di diritto d’autore, l’attività di “sincronizzazione” di un’opera musicale – intesa quale abbinamento od associazione permanente tra l’opera e le immagini (fisse o in movimento) – integra un abbinamento della stessa a immagini che dà luogo ad un prodotto diverso (un’opera cinematografica, audiovisiva, un filmato pubblicitario, un prodotto multimediale, uno sceneggiato televisivo e simili)” Sent. Cass. n. 29811/17. Ed ancora “La predetta attività rientra nell’ambito delle facoltà esclusive dell’autore della composizione stessa, ai sensi dell’art. 12, secondo comma, LDA e laddove essa sia effettuata in difetto di preventivo consenso, costituisce violazione anche degli artt. 18 e 61 LDA“.

La Cassazione precisa poi il ruolo della SIAE (ente adibito alla gestione collettiva dei diritti di utilizzazione) in tale ambito: “In tema di protezione del diritto d’autore e con riferimento alle opere musicali, l’art. 180 LDA non autorizza la SIAE a concedere il diritto alla “sincronizzazione” delle opere musicali attraverso la loro diffusione coniugata – in via elettronica – con le immagini, nei vari formati, in cui esse vengono telediffuse, non essendo tale facoltà ricompresa nella richiamata previsione di legge (l’art. 180) e non rientrando tra i compiti istituzionali della SIAE.

Il diritto di sincronizzazione non viene dunque intermediato dalla SIAE, e rientra nell’ambito delle facoltà esclusive accordate all’autore dell’opera musicale.

Chiara Bellini

L’immagine del minore nella legge sul diritto d’autore

La regola generale stabilita dalla legge sul diritto d’autore è che il ritratto di una persona non può essere esposto senza il suo consenso (art. 96 legge n. 633/1941).

Tale regola subisce un’eccezione nel momento in cui la pubblicazione dell’immagine è giustificata dalla notorietà della persona ritratta o quando è collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico. Il ritratto non può, comunque, essere esposto o messo in commercio, quando l’esposizione o messa in commercio rechi pregiudizio all’onore, alla reputazione od anche al decoro della persona ritratta (art. 97 legge n. 633/1941).

La Corte di Cassazione si è occupata della vicenda di una donna che domandava il risarcimento per la pubblicazione di una foto del figlio su una rivista, la quale lo raffigurava vicino ad una attrice televisiva in topless, nell’atto di quella che era definita dalla ricorrente come una “lotta lasciva” con il padre del minore, all’epoca non ancora separato dalla ricorrente.

La Cassazione ha accolto il ricorso della signora, rinviando ad altra sezione della Corte d’Appello il nuovo esame del fatto, alla luce del principio di diritto che ha dato rilievo al diritto alla riservatezza del minore.

Secondo la ricorrente, la fotografia non solo era stata pubblicata senza il necessario consenso, ma altresì ledeva gravemente il decoro e l’onorabilità del figlio minore, motivi per i quali la donna agiva come titolare della potestà genitoriale sul minore, ai sensi della legge n. 633/1941.

Con il primo motivo di ricorso, accolto dalla Cassazione, veniva specificato che nella fattispecie il necessario consenso era mancato, nè poteva presumersi il consenso implicito del padre, esercente anch’egli la potestà sul figlio.

Non era, inoltre, possibile ravvisare nemmeno l’ipotesi derogatoria prevista dall’art. 97 della legge n. 633/1941.

La circostanza che la compagna del padre fosse all’epoca un’attrice famosa non legittimava, comunque, la riproduzione fotografica del minore, senza il preventivo consenso del genitore, e ciò anche se il minore era stato ritratto in un luogo pubblico ed in compagnia di un personaggio pubblico, “notoriamente soggetto all’interesse dei fotografi”. Nella vicenda in esame, la riproduzione dell’immagine di cui si assumeva l’illiceità non riguardava, infatti, nè la famosa attrice nè il padre del minore, entrambi oggetto dello scoop dei fotografi, bensì il minore medesimo, “ritratto senza particolari cautele per renderlo non riconoscibile”.

Con il secondo motivo, la ricorrente denunciava la violazione e falsa applicazione della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia del 20 novembre 1989, ratificata con legge n. 176/1991, e della normativa a tutela dei minori, con riferimento agli artt. 2 e 31 della Costituzione.

Alla luce delle suddette disposizioni, secondo la Cassazione, laddove non si riscontri alcuna utilità sociale della notizia, nel bilanciamento degli opposti valori costituzionali, e quindi del diritto di cronaca e del diritto alla privacy, la riservatezza del minore è da considerarsi assolutamente preminente. I giudici di appello avrebbero dovuto, quindi, meglio esaminare il contesto nel quale era stata riprodotta l’immagine del minore, al fine di stabilire se il suo diritto alla riservatezza fosse stato effettivamente leso o minacciato.

 

Dott. Alessandro Pagliuca