DA STUDENTE AD AGENTE: INTERVISTA A F. D.

Dopo i giuramenti dei Carabinieri di tutta Italia di questi ultimi giorni, segue una breve intervista a F. D.: studente di giurisprudenza a Torino appena diventato Carabiniere a Reggio Calabria. L’augurio è che si possa distinguere come membro dell’Arma e che riesca a realizzare i suoi obiettivi.

– Cosa è significato per te partecipare ad un concorso pubblico tanto selettivo ed importante?

E’ significato, in primo luogo, mettersi in gioco: combattere per il proprio futuro e per i propri sogni. In seconda analisi, è significato anche fare tanti sacrifici (niente vacanze per poter sutidiare, risparmiare per pesare meno sulla famiglia, dare meno esami) e rischiare, poiché la riuscita del concorso è stata tutt’altro che scontata.

– Come sono state le prove e quale hai considerato come più difficile?

Le prove sono state tutte quante impegnative e, in ordine cronologico, sono state le seguenti: il quiz preselettivo a crocette, le prove fisiche, 2 interi giorni di visite mediche ed un colloquio con un perito selettore ed una commissione. Superata una prova si andava a quella successiva. Sono giorni di grande tensione, stress e concentrazione.

– A chi dedichi il tuo successo in questo percorso e perché?

In primo luogo a me stesso: io ho studiato, ho fatto il test, ho affrontato le prove e i colloqui; in secondo luogo ad amici e parenti che mi hanno supportato.

– Come senti di poter essere utile nei confronti della società che andrai a tutelare?

Offrendo la mia opera come membro delle forze armate per garantirne la sicurezza e per salvaguardarne i principi di libertà e democrazìa.

– Continuerai il tuo percorso di studi presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino?

Si, anche se impiegherò più tempo del dovuto o della media dei miei compagni di università.

– Cosa ti aspetti da questa esperienza?

Enormi soddisfazioni e grande crescita personale nonché coronare un sogno che ho sin da bambino.

 

Fabrizio Alberto Morabito

La cura del grilletto

Un’arma. Come la si possa prendere è abbastanza chiaro a tutti: bisogna ottenere il porto d’armi, il che vuol dire dover compilare una bella risma di documenti, stabilire per quale scopo si detenga un’arma (difesa personale, uso agonistico o uso venatorio) e superare, infine, una visita medica che attesti l’idoneità psicofisica del soggetto.

Quello che alle volte è meno chiaro è come, poi, l’arma in questione debba essere mantenuta nel luogo della propria abitazione. Ciò che sfugge è come un’arma mal riposta possa essere imbracciata da un minorenne, o un inabile all’utilizzo di certi “oggetti” e dal semplice maneggio al dramma il passo è breve.

La Cassazione penale con la sent. 44122/2016 ha risolto il problema.

Nel caso di specie il soggetto custodiva la propria carabina in un armadio, all’interno di un garage adiacente alla propria abitazione; la carabina in questione gli fu, però, sottratta e il legittimo proprietario si è visto coinvolto in un processo, accusato del reato di “omessa diligente custodia di un’arma”.

Il ricorrente, in sua difesa, aveva affermato che la carabina non poteva essere considerata arma in quanto si trattava di un pezzo ormai vecchio e arrugginito, con pezzi mancanti e che addirittura i Carabinieri avevano consigliato di distruggerla, data l’usura. In più, si aggiunge che l’arma secondo la legge 526/199 non poteva essere considerata tale, dato che all’art. 11 della legge di cui sopra afferma che sono armi solo quelle che riescono ad erogare una potenza di, almeno, 7,5 Joule, potenza che la suddetta carabina non raggiungeva, rientrando, quindi, solo nella categoria dell’oggetto atto ad offendere.

La giurisprudenza ha ribadito, comunque che non vi è alcun reato, dato che non esiste alcun obbligo per il privato cittadino di adottare particolari sistemi e misure antifurto. L’unico limite sarebbe quello dell’art. 20 della l. 110/1975 il quale prevede delle cautele necessarie nella custodia delle armi per impedire che se ne impossessino minorenni, incapaci o tossicodipendenti, nonché le persone imperite nel maneggio di esse.

La sentenza impugnata, quindi, è stata annullata, senza rinvio, perché il fatto non sussiste.

La legge, in pratica, non prevede alcun obbligo di adottare specifiche misure di cautela nel conservare la propria arma, tolti i casi indicati prima, che tuttavia sono casi di attenzione ovvia e scontata.

Io mi sento di consigliare, comunque, coloro che hanno un’arma di conservarla con le dovute attenzioni, perché in questo caso si trattava di una vecchia carabina dalla quale canna sarebbero potute uscire solo più risate, forse, ma in presenza di un’arma vera e funzionante io non mi sentirei sicuro a sapere che uno sconosciuto me l’abbia sottratta.

 

 

Alberto Lanzetti