TTIP: bello e litigarello

Ultimamente in tema di diritto internazionale è tornato a far discutere il Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti: nome altisonante per indicare il trattato internazionale TTIP (in inglese Transatlantic Trade and Investment Partnership). Il trattato è in corso di trattativa dal 2013 e si propone di creare una zona di libero scambio, abbattendo, quindi, i dazi doganali, tra Europa e USA.

Ciò faciliterebbe la circolazione delle merci, il flusso degli investimenti e l’accesso ai rispettivi mercati dei servizi e degli appalti pubblici. L’intento non è scontato, ci si propone di creare un’area più o meno simile a quella creata in Europa dalla Convenzione di Schenghen.

Ovviamente, come ci sono molte contestazioni ancora oggi per gli accordi di Schenghen, si può immaginare la difficoltà di arrivare alla conclusione di un accordo commerciale del genere, supponendo anche che il TTIP sarebbe aperto ulteriormente ad altri paesi con cui Usa ed Europa abbiano relazioni commerciali già salde.

Particolarmente dibattuto è il tema dell’arbitrato internazionale che verrebbe a nascere, il cosiddetto ISDS-Investor-State Dispute Settlement. Quest’ultimo permetterà alle imprese degli Stati partecipanti di intentare cause nei confronti dei vari governi per “perdita di profitto” nel caso in cui questi Stati siano dotati di legislazioni che mettano in discussione le aspettative di profitto delle aziende stesse.

Ci sono molti PRO e CONTRO: il Trattato ha l’obiettivo di liberalizzare un terzo del commercio globale e gli ideatori sono convinti che questo possa anche creare milioni di posti di lavoro e proprio queste ultime potrebbero essere le parole magiche per sbloccare le situazioni sulle trattative. In più la Commissione Europea ha rincarato la dose affermando che il Trattato porterebbe un incremento dell’economia europea di 120 miliari di euro, di quella statunitense di 90 miliardi e quella mondiale in genere di 100 miliardi di euro.

Tuttavia anche le critiche non mancano: alcuni sono convinti che vi sarebbe una diminuzione delle garanzie e un’ulteriore diminuzione dei diritti dei consumatori.

I punti critici sono soprattutto quelli della liberalizzazione del mercato dell’alimentare e di quello del farmaco, per i quali ci sono già numerosi trattati e convenzioni che ne regolano la circolazione e la vendita e per cui il TTIP sarebbe solo un ulteriore “pezzo di carta” che complicherebbe solo la situazione già esistente.

Tante belle parole, tuttavia a fine Agosto 2016 sono state spiazzanti le parole di Sigmar Gabriel, ministro dell’economia tedesco, il quale ha detto che ormai le trattative per il TTIP sono andate in fumo perché “noi europei non possiamo accettare supinamente le richieste americane”. Si possono notare come le difficoltà di concludere un Trattato internazionale siano sempre quelle di superare la volontà maxima dei singoli paesi (ricordiamo che il diritto internazionale può essere regolato praticamente solo grazie alla volontà degli stati e non ci sono istituzioni, se non molto blande, per poter portare velocemente ad una conclusione i vari paesi contraenti).

Certo le parole del ministro tedesco non devono buttare giù di morale del tutto. Il parlamento Europeo, infatti, sta per ratificare il “Ceta”, ovvero l’analogo del TTIP, ma concluso con il Canada il quale prevede anche un arbitrato internazionale simile a quello del ISDS e che, tra l’altro, permetterebbe anche a molte società americane (grazie alle società canadesi controllate e partecipate) di poter influire pesantemente sull’economia europea.

Sembra quasi che la voce del Vecchio Continente voglia porre una fine sul discorso, mentre oltreoceano non ci si voglia mettere ancora con l’animo in pace e accettare il fallimento dell’accordo.

Personalmente ritengo che il fallimento (se così possiamo dire) del TTIP possa essere una sconfitta delle politiche di globalizzazione e liberalizzazione dei mercati, d’altro canto posso immaginare che i vari paesi non vogliano andare nemmeno lontanamente incontro a possibili ulteriori danni alle economie nazionali in un periodo dove si vuole solo migliorare e non, certamente, rischiare di fare un buco nell’acqua.

 

 

Alberto Lanzetti

DENUCLEARIZZAZIONE MILITARE, LA “MISSION IMPOSSIBLE” DEL XXI SECOLO

Dalla Seconda Guerra Mondiale sino alla visita di Obama ad Hiroshima, una situazione di stallo irrisolvibile.


È di pochi giorni fa la notizia della visita del presidente Barack Obama ad Hiroshima. Il capo di stato statunitense è il primo, che, da quel 6 agosto 1945, mette piede nella cittadina giapponese e lo fa con un discorso dai toni strettamente pacifisti
“Dobbiamo fare di più per evitare di soffrire di nuovo, […] dobbiamo guardare la storia negli occhi, […] prevenire le guerre attraverso la diplomazia e lavorare per raggiungere un mondo senza più l’atomica“. Ma è davvero possibile attuare una denuclearizzazione delle risorse belliche in tutto il pianeta?

Dalla seconda guerra mondiale il possedere un arsenale nucleare si è scoperto essere uno dei principali punti che garantiscono importanza ad una singola nazione di fronte al panorama bellico internazionale. Col Progetto Manhattan gli Stati Uniti hanno voluto dimostrare di essere la potenza militarmente più rilevante, questo ha portato ad una sorta di corsa agli armamenti da parte di quegli stati, come l’Unione Sovietica, che, sentendosi in qualche modo minacciati dallo strapotere americano, compiono la scelta di colmare questo gap. La corsa agli armamenti prosegue freneticamente durante la guerra fredda, periodo in cui sia paesi facenti parte della NATO, come Francia e Regno Unito, che paesi filocomunisti, vedasi la Cina, riescono a proseguire gli studi sul nucleare e ad ottenere a loro volta le armi atomiche. È dopo qualche anno, nel 1968, che la situazione viene riconosciuta talmente critica che le grandi potenze riescono ad accordarsi per un trattato di non proliferazione nucleare. Nel TNP gli stati firmatari si impegnano in modo diverso, a seconda della singola situazione del proprio arsenale: nel caso dei paesi “non nucleari” ci si impegna a non sviluppare tecnologie atomiche con finalità belliche, mentre nel caso delle nazioni “nucleari” esse sono obbligate a fornire alle prime le tecnologie militari necessarie.

C’è però da considerare che non tutto il mondo ha firmato il trattato, nazioni come l’India o la Corea del Nord (che aveva firmato per poi uscire dal patto nel 2001) sono attualmente in possesso di questo tipo di armi. A questo punto il TNP e i suoi successivi sviluppi finalizzati al progressivo definitivo disarmo si può considerare come un fallimento totale e, di conseguenza, la denuclearizzazione un’utopia.

Da queste premesse è anche ovvio comprendere le motivazioni per cui il sogno dello smantellamento atomico sia inarrivabile. La bomba atomica non è più simbolo di potenza, ma mezzo con cui mettere in guardia e rendere inoffensive quelle nazioni inaffidabili dal punto di vista politico-militare come la sopracitata corea del Nord o lo Stato d’Israele. Un disarmo da parte dei paesi firmatari comporterebbe uno scenario devastante in cui, le uniche nazioni che rimarrebbero a possedere l’arma più distruttiva del pianeta, sarebbero anche le maggiormente irresponsabili, fatto che sicuramente non è passato inosservato a chi, come Obama, si pone a favore del disarmo atomico, ma è obbligato a vivere uno stallo.

Ci si può porre la questione se quindi questa situazione di blocco possa essere in qualche modo pericolosa per l’umanità e se possa sfociare in un’ipotetica terza guerra mondiale. La risposta è relativamente minimizzabile in un secco no. Il fatto che molte nazioni nel mondo abbiano un arsenale nucleare non fa sì che questo debba essere utilizzato, anche perché non ci sarebbe alcun interesse a farlo. Ad oggi iniziare una qualsivoglia di guerra nucleare porterebbe ad un’immediata discesa in campo di tutte le nazioni militarmente competitive del pianeta e ad un conseguente annichilamento delle stesse nell’arco di un infimo lasso di tempo.

                                                                                                                                               Andrea Ghignone

RIEDUCAZIONE O MERA PUNIZIONE? PAROLA ALLA GIURISPRUDENZA

Le pene (…) devono tendere alla rieducazione del condannato” in questo modo la nostra costituzione sancisce il principio del finalismo rieducativo della pena, il cui fine è reintegrare il soggetto all’interno della società cercando di eliminare il pericolo di reiterazione del reato.

Questo intento va però a scontrarsi con la reale situazione delle nostre carceri, spesso sovraffollate e talvolta non dotate di un equo sistema di apprezzamento del buon comportamento. La finalità del carcere, infatti, non dovrebbe rimanere confinata ad una detenzione a scopo punitivo, a denuncia di un comportamento antisociale. Al contrario, grazie a strumenti pedagogici tendenti alla responsabilizzazione e alla consapevolezza delle proprie azioni, si deve tendere alla completa rieducazione del soggetto in questione. A tal fine bisogna ricordare che il legislatore ha disposto un sistema sanzionatorio differenziato, in modo tale che il giudice possa, nel raggio della sua discrezionalità, recuperare socialmente il reo.

La recente giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione specifica i presupposti, per la concessione delle misure premiali, orientati a finalità rieducative:

Sentenza n. 31739 del 01/07/2010. Assumono rilievo, ai fini del giudizio di revoca del beneficio della semilibertà, le condotte che, per natura, modalitàdi commissione ed oggetto, siano tali da arrecare grave “vulnus” al rapporto fiduciario chedeve esistere tra il condannato semilibero e gli organi del trattamento dovendosi valutarese il complessivo comportamento del condannato riveli l’inidoneità al trattamento e quindil’esito negativo dell’esperimento. (Nella specie, erano state valorizzate, a fondamento dellarevoca, le reiterate frequentazioni di soggetti coinvolti in un vasto traffico di stupefacenti,che documentavano l’uso strumentale delle prescrizioni dei benefici premiali).

 Sentenza n. 16441 del 10/02/2010. La detenzione domiciliare non è soggetta a revocaautomatica per il solo fatto che il soggetto ammesso al beneficio venga successivamentesottoposto ad una misura cautelare, dovendo invece verificarsi in concreto se gli elementi indicatinell’ordinanza di custodia cautelare siano o meno sintomatici del fallimento dell’esperimentorieducativo ovvero di un concreto pericolo di commissione di altri reati.

 Sentenza n. 41914 del 29/09/2009. La semilibertà, in quanto misura alternativa alla detenzioneche consente al detenuto di trascorrere parte del giorno all’esterno, sia pure in attività lavorativee socializzanti, non può essere deliberata se non all’esito di previe e positive esperienze diconcessione di altre misure alternative meno impegnative, nel medesimo contesto territoriale difruizione della semilibertà medesima

– Sentenza n. 30525 del 30/06/2010. La valutazione dell’esito negativo dell’affidamento in provaal servizio sociale si differenzia dalla revoca dell’affidamento in prova previsto dall’art. 47dell’ordinamento penitenziario, che può intervenire nel corso della prova determinandone lacessazione, perché, se ai fini della revoca il tribunale è chiamato a valutare la gravità di singoli,specifici episodi per verificare se essi siano incompatibili con la prosecuzione della prova, quandosi tratti di stabilirne l’esito occorre procedere ad una valutazione globale dell’intero periodo perdecidere se siao no avvenuto il recupero sociale del condannato

Come è quindi dimostrabile, l’orientamento giurisprudenziale tende in modo uniforme alla rieducazione del condannato e, solo dopo un’attenta analisi dei comportamenti e dell’evoluzione di questi ultimi nella persona del reo, si pronuncia per un preventivo reinserimento nella società.

Chiara Listo

Azioni vs. Obbligazioni

Lo scandalo di Banca Etruria, Banca delle Marche, CariFerrara e CariChieti del 22 novembre scorso, che ha scatenato la prima fase della “tempesta” finanziaria e mediatica, offre lo spunto per riflettere sia pur brevemente sulla differenza che sussiste tra azioni ed obbligazioni.

Le azioni sono le quote di partecipazione dei soci nella società per azioni. Si tratta in particolare di quote di partecipazioni omogenee e standardizzate, liberamente trasferibili e di regola rappresentate da documenti (i titoli azionari) che circolano secondo la disciplina dei titoli di credito.

Le obbligazioni, invece, tipico strumento che consente alle società per azioni la raccolta di capitale di prestito fra il pubblico, sono titoli di credito nominativi o al portatore che rappresentano frazioni di uguale valore nominale e con uguali diritti di un’unitaria operazioni di finanziamento a titolo di mutuo. I titoli obbligazionari, in altri termini, documentano un credito verso la società.

Alla luce di dette definizioni è quindi netta la distinzione fra questi due strumenti finanziari: infatti mentre l’azione attribuisce la qualità di socio e, quindi, di compartecipe ai risultati positivi e negativi dell’attività di impresa; l’obbligazione, al contrario, attribuisce la qualità di creditore della società. E’ questa la ratio per cui l’obbligazionista, diversamente dall’azionista, non solo ha il diritto ad una remunerazione periodica fissa (c.d. interessi), normativamente svincolata dai risultati economici della società finanziata; ma ha inoltre diritto al rimborso del valore nominale del capitale prestato alla scadenza pattuita. E’ certamente vero che anche l’azionista è titolare, in sede di liquidazione, di un diritto di rimborso del suo apporto ma detto diritto però è subordinato al fatto che residui un attivo netto dopo che sono stati soddisfatti tutti i creditori, compresi gli obbligazionisti. Infine, è bene precisare che la quota di liquidazione può essere uguale, superiore ma anche inferiore al valore nominale del conferimento eseguito.

Bene nella vicenda che ha travolto il suddetto team di Banche ciò che davvero lascia senza fiato è il fatto che non solo gli azionisti ma anche gli obbligazionisti in spregio alla disciplina dettata dal nostro legislatore, nonostante cioè fossero creditori delle banche, hanno visto d’un soffio sfumare i loro investimenti che nella maggior parte dei casi altro non erano che risparmi di una vita. Se è vero che non mancheranno da parte dei creditori “valanghe” class action al fine di recuperare quanto dovuto dal canto suo la Bank Recovery and Resolution Directory punta tutto sul c.d. Bail – in un sistema di ripartizione delle perdite tra azionisti e creditori in modo da ridurre i rischi per i contribuenti. A questo punto non ci resta che attendere e vedere quale sarà l’epilogo della vicenda.

Avv. Alessandra Protani

DANNI CAUSATI DA BUCHE STRADALI: UNA COMPLICATA QUESTIONE DI ONERE DELLA PROVA

Nel caso in esame, una signora conveniva in giudizio il Comune di Bisignano per ottenere il risarcimento dei danni alla salute patiti in seguito ad una caduta, provocata dal manto stradale sconnesso.

La Corte d’Appello, dopo avere accertato che effettivamente la caduta dell’attrice era stata causata dalle buche presenti sulla pavimentazione stradale da lei percorsa, respingeva la domanda sulla base delle seguenti osservazioni: l’accoglimento della domanda avrebbe “richiesto la dimostrazione del fatto che lo stato dei luoghi presentava una obiettiva situazione di pericolosità“; l’attrice avrebbe quindi dovuto dimostrare che la cosa aveva una potenzialità dannosa intrinseca, tale da giustificare l’oggettiva responsabilità del custode.

La signora propone ricorso per Cassazione e, in tale sede, richiama il tema di ripartizione dell’onere della prova tra danneggiato e custode, nei casi in cui si applichi l’art. 2051 c.c., che distingue due ipotesi:

  1. quando il danno è causato da cose dotate di un intrinseco dinamismo, l’attore ha il solo onere di provare il nesso di causa tra la cosa ed il danno, mentre non è necessaria la dimostrazione della pericolosità della cosa;
  2. quando il danno è causato da cose inerti e visibili (come ad esempio marciapiedi, scale, strade, pavimenti, e simili), il danneggiato deve provare il nesso di causa tra cosa e danno, dimostrandone quindi la pericolosità.

Per la ricorrente, la Corte d’appello ha quindi errato laddove, pur avendo accertato positivamente che la caduta rovinosa “era stata causata dalle buche e dal brecciolino presenti sulla strada da lei percorsaha rigettato la domanda, mutuando dalla ritenuta non pericolosità della cosa, non la prova dell’assenza di nesso di causa, ma quella dell’assenza di colpa del custode.

La Corte di Cassazione accoglie il ricorso proposto dalla danneggiata sulla base del seguente ragionamento: la pericolosità della cosa inerte è indizio dal quale risalire, ex art. 2727 c.c., alla prova del nesso di causa (se una cosa inerte non è pericolosa, ciò può bastare per affermare che manchi il nesso di causa tra la cosa e il danno); quando però il nesso di causa tra cosa e danno è positivamente accertato, non è più necessario stabilire se la cosa stessa fosse pericolosa o meno; in altri termini, precisa la Cassazione, la non pericolosità d’una cosa inerte non esclude la colpa del custode: pertanto se il nesso causale tra cosa e danno è dimostrato aliunde, la pericolosità della cosa diventa giuridicamente irrilevante; del resto, anche il proprietario di cose non pericolose risponde ex art. 2051 c.c., una volta appurato un valido nesso di causa tra cosa e danno; quindi, sarebbe stato onere del Comune convenuto provare la colpa esclusiva o concorrente della vittima.

Pertanto, sul punto, viene enunciato il seguente principio di diritto: Una volta accertata l‘esistenza d’un nesso di causa tra la cosa in custodia ed il danno, è onere del custode – per sottrarsi alla responsabilità di cui all’art. 2051 c.c. – provare la colpa esclusiva o concorrente del danneggiato (che può desumersi anche dalla agevole evitabilità del pericolo), mentre deve escludersi che la vittima, una volta provato il nesso di causa, per ottenere la condanna del custode debba anche provare la pericolosità della cosa”.

Fabrizio Alberto Morabito

DROGATI DI GIUSTIZIA

Tossici e spacciatori di tutte le età: ormai è assodato da tempo che la vendita di sostanze stupefacenti, nello specifico di marijuana, in Italia è illegale; qualcosa di legale nel Nostro Paese però c’è ossia la coltivazione (limitata) e l’uso personale.

Il dubbio ora sorge spontaneo: quanto si può coltivare? E chi stabilisce che la quantità adibita all’uso personale non sia eccessiva?
La legge, da questo punto di vista non ci aiuta molto: la Corte Costituzionale, il 12 febbraio 2014, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della normativa sugli stupefacenti in vigore dal 2006 al marzo 2013 ripristinando dunque la così detta legge Iervolino – Vassalli rimasta in vigore fino al 27 febbraio 2006.
Tale legge era entrata in vigore nel 1990 (poi emendata nel 1993) e distingueva droghe leggere e droghe pensanti: più severa per i reati che coinvolgono droghe pesanti (eroina, cocaina, ecc. per cui la pena minima è di 8 anni di reclusione) e più lieve per i reati che coinvolgono droghe leggere (hashish, marijuana) dato che la pena minima è di 2 anni di reclusione; per quanto riguarda l’uso personale persiste l’irrilevanza penale (cioè non è reato).

Per cercare di fare chiarezza, in qualche modo ci soccorre la Corte di Cassazione: la sesta sezione penale infatti, il 21 gennaio 2016, ha depositato in cancelleria una sentenza che annulla la condanna emanata nel 2013 verso una coppia di giovani che avevano coltivato in casa loro due piante di canapa indiana e detenevano un essiccatore per trattare le foglie.
Tale sentenza della Suprema Corte stabilisce quanto non sia effettivamente importante il numero di piante di marijuana che s’intende coltivare sul proprio balcone di casa poiché la finalità di “uso personale” sarà poi eventualmente accertata dall’autorità giudiziaria se e quando di tali piante sarà interessata la forza pubblica.
La stessa sentenza tuttavia resta ciò che è ossia una sentenza: essa infatti, per quanto provenga dalla Corte di Cassazione, che ha funzione di nomofilachia (cioè ha il compito di vigilare sull’esatta ed uniforme interpretazione della legge), non ha alcun valore legale perché non esiste, in Italia, il precedente vincolante (una sentenza quindi, pur essendo molto importante, non può vincolare nessun soggetto oltre alle parti a cui tale sentenza è rivolta).

In sintesi si diffida qualsiasi lettore dal presentarsi nel più vicino Commissariato di Polizia della zona con due belle pianticelle di marijuana urlando: “Me l’ha detto la Cassazione! Le posso coltivare!”.

Fabrizio Alberto Morabito

POTARE PER CRESCERE

Il bisogno di depenalizzare è tornato a farsi sentire, non certamente più forte che mai, dato che questi interventi nell’ambito penalistico italiano sono frequenti anche se compiuti con interventi che possono destare alle volte più stupore, alle volte meno. Il 2016 è iniziato, tuttavia, con una riforma “non da poco” in materia. I decreti legislativi 7 e 8 del 15/1/2016 hanno cambiato le carte in tavola in molti ambiti.

Non si può non iniziare ricordando gli interessi contrastanti tra i quali è schiacciato il Bel Paese in materia di depenalizzazione: da un lato la necessità sentita dal nostro legislatore di punire con una sanzione penale tutto ciò che si vuole colpire con durezza (come se una sanzione civile od amministrativa ben calibrata non bastasse) e ciò è riscontrabile dal fatto che in tutte le leggi, o provvedimenti equivalenti, si possono rintracciare le cosiddette “disposizioni penali”. Dallo stesso lato, inoltre, si può notare anche la pressione dell’Europa sull’Italia per quanto riguarda la penalizzazione di molte fattispecie di nuova nascita, le quali con le tempistiche tipiche della nostra macchina legislativa vengono recepite troppo lentamente; dall’altro lato il bisogno sentito periodicamente dai vari governi che si susseguono nello sfoltire la materia penale per cercare di alleggerire i lavori dei vari Giudici di Pace, Tribunali e Corti d’Assise.

Ma quali sono le novità di questi ultimi due decreti legislativi?

Prima di tutto viene prevista l’abrogazione di una serie di reati: falsità in scrittura privata, falsità in foglio firmato in bianco, ingiuria, sottrazione di cose comuni ed appropriazione di cose smarrite, del tesoro o di cose avute per errore o caso fortuito, in più i reati depenalizzati sono 40 e non vi voglio tediare scrivendoveli uno per uno: emergono, però, tra i più curiosi la guida senza patente e la coltivazione di stupefacenti per fini terapeutici. Inoltre tutte le violazioni che erano punite con una multa o con un’ammenda ora vengono puniti con una sanzione amministrativa crescente in base al crescere della vecchia multa o ammenda.

Ma cosa vuol dire “depenalizzare”?

Non è nient’altro che un passaggio di violazioni da un codice all’altro, in questo modo si raggiunge l’obiettivo iniziale del legislatore, ovvero passare una parte del lavoro che era del giudice penale agli altri giudici, nella sostanza civili ed amministrativi.

Con riferimento ai reati trasformati in illeciti amministrativi l’autorità amministrativa si impegna a notificare gli estremi della violazione all’interessato e in più sarà ammissibile il pagamento in misura ridotta (metà della sanzione) entro 90 giorni dall’inizio del procedimento.

Per quanto riguarda i reati trasformati in illeciti civili la punizione viene a dipendere dal fatto che la vittima chieda l’esecuzione di un processo civile, perché senza querela il reato non è procedibile, ergo, il soggetto non sarà punibile.

Il Ministero della Giustizia si impegna a spiegare quali saranno le modalità di liquidazione delle eventuali sanzioni civili ed amministrative.

Per concludere il discorso ci tengo ad affermare che questi decreti hanno colpito quei reati di minore applicazione, che sono stati addirittura abrogati, o quelli che comunque il legislatore riteneva eccessivi prevedere nel codice penale e meritavano di essere depenalizzati. Le sanzioni civili ed amministrative così ideate non si possono comunque definire “leggere” o addirittura “inesistenti”, tutt’altro. Spero in questo modo di avervi avvertiti. Insomma, non credete ai social nei quali nei giorni scorsi si gridava, letteralmente, ad una fantomatica impunità.

 

Alberto Lanzetti

IMPRESA 2.0 … ANCHE 3.0

Dal 2008 a questa parte il mondo è cambiato, è innegabile. La famigerata crisi, chiacchierata, odiata e da alcuni penso anche amata ha portato cambiamenti non da poco. Il mondo dell’imprenditoria pian piano sta iniziando a riprendersi giusto in questo periodo, dopo quasi dieci anni trascorsi in difficoltà ed attendendo un futuro che avrebbe portato con sé certamente più incertezze che certezze. Dunque non poteva che essere il mondo dell’imprenditoria, alla base della maggior parte dei posti di lavoro nel tessuto economico, a doversi riadattare per poter proseguire il proprio cammino non proprio con certezze, ma almeno su una “strada” non troppo impervia. Alcune forme di società si sono modellate, un po’ con l’intervento degli imprenditori stessi, un po’ con l’intervento dei vari legislatori che si sono succeduti ed essendo, appunto, in periodo di crisi, sono stati molti.

Non stupisce, allora, che forme societarie quali le start-up abbiano preso piede in maniera sempre più preponderante e siano state oggetto di profonde riforme pur di renderle appetibili a nuovi imprenditori interessati a mettersi in gioco.

In più sono nate anche forme di ricerca del denaro innovative, come il crowdfunding che permette di ricercare fondi per la propria organizzazione tra la collettività.

Le start-up non sono altro che delle vere e proprie società di capitali, le quali inizialmente si riteneva che potessero operare nell’ambito di internet o della tecnologia, oggi, invece, la terminologia si è ampliata e sono ricondotte nella forma della start-up anche aziende che non operano in quei campi originariamente considerati.

I vantaggi sono evidenti: per poter iniziare non sono sufficienti grandi fondi, tuttavia l’attività scalare tipica di questa forma di società, ovvero la ricerca per il proprio sviluppo, permette di poter raggiungere alti livelli, mentre se il tutto non avesse successo si potrebbe uscire dal “gioco” non con grandi perdite, dati i piccoli investimenti iniziali.

Il legislatore si è preoccupato di dare regole ben precise a queste forme di società, onde evitare che in tal modo si potessero venire a formare società che non sarebbero dovute nascere sotto la veste di start-up.

Il decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179 definisce una start-up innovativa in questo modo: “è la società di capitali, costituita anche in forma cooperativa, di diritto italiano ovvero una Societas Europaea, residente in Italia, le cui azioni o quote rappresentative del capitale sociale non sono quotate su un mercato regolamentato o su un sistema multilaterale di negoziazione.” Inoltre sono previsti anche altri elementi necessari: la società deve svolgere attività d’impresa da non più di quarantotto mesi, la sede principale dei propri affari dev’essere in Italia, a partire dal secondo anno di attività della start-up innovativa, il totale del valore della produzione annua, così come risultante dall’ultimo bilancio approvato entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio, non dev’essere superiore a 5 milioni di euro, la start-up non deve distribuire, e non ha distribuito, utili, ha, quale oggetto sociale esclusivo o prevalente, lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico ed infine non è stata costituita da una fusione, scissione societaria o a seguito di cessione di azienda o di ramo di azienda. Sono richiesti ancora determinati elementi circa i collaboratori di quest’attività, le spese di ricerca e sviluppo ed ancora l’essere depositario di una privativa industriale relativa a un’invenzione industriale.

Come si può notare il fenomeno è di un certo rilievo, tanto che sono stati approntati anche acceleratori o anche detti “incubatori” per permettere un più rapido sviluppo di queste forme societarie.

Il vero problema è che, per quanto si siano abbassati i livelli di capitale sociale per poter avviare la propria società, la famosissima crisi inizialmente citata non permette comunque, alle volte, di poter avviare effettivamente la propria attività. Ecco che, vicino alle nuove forme di società, nascono nuove forme di ricerca del capitale e come non parlare allora del crowdfunding?

In Italiano è traducibile come una forma di finanziamento collettivo, una sorta di microfinanziamento che mobilita persone e risorse. Anche qui la pratica, inizialmente, era legata ad ambiti operativi molto ristretti, ovvero i soliti campi della tecnologia o comunque di produzione di determinati prodotti d’avanguardia. La pratica consentiva di promuovere l’innovazione e il cambiamento sociale, abbattendo le barriere tradizionali dell’investimento finanziario. Il web è solitamente la piattaforma che permette l’incontro e la collaborazione dei soggetti coinvolti in un progetto di crowdfunding. Sul web i giovani imprenditori trovano nuove idee da proporre, ma anche fondi per la propria attività. Il crowdfunding è una importante fonte di finanziamento ogni anno per circa mezzo milione di progetti europei che altrimenti non riceverebbero mai i fondi per vedere la luce. Nel 2013 in Europa sono stati raccolti fondi pari a circa un miliardo di euro. Si stimano aumenti esponenziali nel prossimo futuro (milioni di miliardi entro il 2020) grazie al crowdfunding, che trova tutti gli elementi per poter sprigionare al meglio le sue potenzialità nel web.

Per fare un esempio di come funziona il crowdfunding il museo del Louvre, a Parigi, ha portato alla nascita il progetto “Tous Mecenes” (tutti mecenati). Il progetto prevedeva di raccogliere un milione di euro attraverso le donazioni delle web community per acquistare il capolavoro rinascimentale Le Tre Grazie di Cranach da un collezionista privato.

Detto ciò si può immaginare come il meccanismo possa funzionare per capire quali siano i gusti di potenziali clienti di un’impresa, ma anche richiedere ed ottenere fondi da coloro che credono nell’attività di quella certa impresa.

Ne esistono diversi tipi di questo fenomeno, differenziati dagli scopi perseguiti, di cui i più importanti sono: il crowdfunding per ricompensa, il quale prevede per l’investitore una ricompensa commisurata con il contributo e il crowdfunding civico utilizzato da un numero crescente di soggetti istituzionali come comuni o enti vari per finanziare opere pubbliche e attività di restauro del tessuto urbano.

Se ancora non fosse completamente chiaro il tutto funziona con siti web che facilitano l’incontro tra la domanda di finanziamenti da parte di chi promuove dei progetti e l’offerta di denaro da parte degli utenti.

Come si può notare ormai il modo di fare impresa è cambiato radicalmente, non solo rispetto a 40 anni fa, ma anche rispetto ad una decina di anni fa. Si cerca costantemente di rendere il più facile possibile l’accesso al mondo dell’impresa, anche per creare più posti di lavoro possibili, senza dover sborsare ingenti somme di denaro; non sempre i tentativi vanno a buon fine al primo colpo, ma bisogna riconoscere il tentativo di promuovere questo cambiamento che ormai noi tutti stiamo vivendo.

 

Alberto Lanzetti

IL PROCESSO E’ ESSO STESSO UNA PENA

Errare humanum est dice il famoso detto latino, tuttavia il proverbio non riesce a suonare come una giustificazione valida per coloro che sono stati vittime di un errore giudiziario. Se nei procedimenti civili ci sono in ballo somme di denaro più o meno grandi (e tutti sappiamo quanto sia forte il dio danaro) nei procedimenti penali non c’è in ballo solo la ricchezza, ma forse qualcosa di ben più importante: la libertà personale. Forse è questo uno degli aspetti più importanti e contorti della magistratura: la difficoltà del giudicare, tanto che lo stesso processo penale, definito dramma umano per l’imputato, da qualcuno è stato definito come dramma anche del magistrato il quale si trova a decidere della libertà o meno di un individuo.

Il magistrato, comunque, prima di pubblico ufficiale rimane pur sempre uomo e proprio per questa sua caratteristica la perfezione non fa parte di egli.

Cosa succede, quindi, se costui sbaglia?

Possiamo immaginare una metafora: l’umanità dell’errore, non certo scusabile, ma nemmeno eliminabile, che aleggia come un avvoltoio sul caso giudiziario di turno. Cosa deve patire l’individuo che per caso si trovasse in questa situazione? Sottoposto al giudizio pubblico di un collegio di magistrati, giudicato dalla collettività, vessato nella pena, distrutto moralmente per la propria sorte e quella dei propri cari e tuttavia sapere dentro di sé di essere innocenti, ma al contempo capire di non potersi più nascondere ed evitare la macchina giudiziaria che come una palla demolitrice si abbatte sulla propria esistenza. Sono un cumulo di sensazioni ed emozioni che non penso siano facili da gestire.

Tuttavia, i casi sono molti e anche gli errori possono essere molteplici nella loro gravità: si può andare dal caso recente avvenuto nel Palazzo di Giustizia di Milano dove il giudice Maria Pia Bianchi, sbagliandosi, ha pronunciato sentenza di condanna per guida in stato di ebbrezza ed altri reati connessi non nei confronti dell’imputato, bensì del pubblico ministero Angelo Renna, il quale, svolgendo la sua normale attività, stava sostenendo l’accusa in giudizio. Qui l’errore era troppo grossolano per non essere notato e il tutto si è riparato con una Camera di Consiglio straordinaria per riparare l’errore e qualche battuta nei confronti del PM in questione, il quale peraltro non ha la macchina e si sposta usando la bicicletta e i mezzi pubblici; difficile immaginarselo alla guida di una vettura in condizioni psicofisiche alterate da sostanze alcoliche.

Certo gli errori possono essere, però, anche molto gravi: qui spunta, inevitabilmente, il caso Tortora che negli anni addietro tanto ha fatto parlare.

In questo caso Enzo Tortora, conduttore televisivo e giornalista, aveva avuto la malaugurata sorte di fare capolino nelle dichiarazioni di “pentiti” mafiosi che facevano parte dell’organizzazione guidata da Raffaele Cutolo (la Nuova Camorra Organizzata). Tortora venne accusato da più persone di far parte dell’associazione a delinquere e in più di essersi macchiato di altri reati gravi tra cui spaccio di sostanze stupefacenti.

In questo caso il tutto non è finito con un sorriso e un’udienza per riparare il danno, come nel caso precedente. Tortora venne svegliato alle 4 del mattino ed arrestato Venerdì 17 Giugno 1983 dai carabinieri di Roma e da lì iniziò un calvario che ebbe fine solo dopo parecchio tempo. In questo caso l’imputato venne sottoposto ad uno stress fisico ed emotivo non da poco: organi inquirenti che frugavano ovunque nella sua vita privata alla ricerca di indizi, che non esistevano, di partecipazione a quell’associazione mafiosa, (ex)colleghi giornalisti che accusavano Tortora stesso di comportamenti “strani” e qualcuno che perfino arrivò a dire di averlo visto spacciare sostanze stupefacenti negli studi televisivi.

Il caso si chiuse 7 mesi dopo con la scarcerazione dell’individuo data la sentenza di assoluzione pronunciata dalla Corte d’Appello di Napoli.

Tuttavia il caso non potè che avere ripercussioni sulla materia in questione, tanto che anche la legge si modificò: si arrivò al referendum sulla responsabilità civile dei magistrati e il Parlamento varò nell’88 la cosiddetta “Legge Vassalli” sul  risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati.

E oggi? Qual è il trattamento per i soggetti che ingiustamente hanno dovuto patire una pena limitativa della libertà personale?

Chi è stato sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere ed è stato poi, all’esito del procedimento penale, prosciolto con sentenza di assoluzione diventata irrevocabile, ha diritto a ricevere un equo risarcimento del danno subito. Stesso risarcimento spetta a chi ha patito ingiustamente carcerazione per effetto di un ordine di esecuzione erroneo e a chi ha subito custodia cautelare in carcere sulla base di un provvedimento emesso o mantenuto in mancanza delle condizioni richieste dalla legge, sia in caso di successiva assoluzione che di condanna.

Inoltre, chi è stato licenziato dal posto di lavoro che occupava prima della custodia cautelare e per tale causa, ha diritto di essere reintegrato nel posto di lavoro se viene pronunciata in suo favore sentenza di assoluzione, di proscioglimento o di non luogo a procedere ovvero viene disposta l’archiviazione.

 Il ricorso va proposto (a pena di inammissibilità) entro due anni dal giorno in cui la sentenza di assoluzione o condanna è diventata definitiva alla corte d’appello nel cui distretto è stata pronunciata la sentenza.

Insomma, uscire da questo circolo vizioso è possibile, soprattutto da quando anche la legge ha riconosciuto che l’errore giudiziario è possibile, ma difficilmente ci si riesce senza qualche ferita più o meno profonda.

                                                                             Alberto Lanzetti

Punitive Damages

I danni punitivi sono una figura di danno presente negli ordinamenti di Common Law: in virtù di una responsabilità extracontrattuale è riconosciuto al danneggiato un risarcimento ulteriore che vada a compensare il danno, se riesce a provare che la condotta del danneggiante è stata caratterizzata da dolo o colpa grave. La finalità di questo istituto sono:

1) punire il colpevole per il suo malevolo comportamento, anche per poter evitare fenomeni di “giustizia privata”, vale a dire vendette non autorizzate; 2) perseguire una finalità pedagogica, tentando di distogliere il colpevole, nonché la collettività, da comportamenti socialmente dannosi, quando la minaccia del solo risarcimento non possa costituire un valido deterrente; 3) ricompensare la parte lesa, oltre al risarcimento, per l’’impegno nell’’affermazione del proprio diritto, che consente un rafforzamento dell’ordine legale; 4) attribuire al danneggiato un compenso superiore all’’importo del risarcimento, quando quest’’ultimo appare inadeguato.

La posizione assunta dalla Corte di Cassazione è totalmente contraria a riconoscere i danni punitivi, ritenendoli in contrasto con l’ordine pubblico nazionale. Vale la pena rinunciare ad un così importante istituto in nome di un ordine pubblico nazionale che costantemente viene ridicolizzato?

Ritengo fortemente che l’importanza di tale istituto vada ravvisata nella possibilità di scongiurare che azioni od omissioni, diverse quanto ad evitabilità e prevedibilità, siano poste sullo stesso piano, nella possibilità per il sistema risarcitorio di segnalare ai cittadini il disvalore di determinate condotte, ma soprattutto nell’evitare che la condanna al risarcimento del danno esprima sanzioni uguali a fronte di condotte di gravità diversa.

Così la R.C. verrebbe a svolgere due ulteriori funzioni, non solo quella risarcitoria: una funzione sociale, per cui la condanna risulta essere la giusta reazione dell’ordinamento ed una funzione deterrente, in quanto si disincentiverebbero i consociati dall’assumere determinati comportamenti riprovevoli.

In Italia si registra una sola causa promossa nella quale sono stati richiesti i danni punitivi e si tratta del disastro occorso alla Thyssenkrupp, nel 2007.

Nicola Galea