EFFETTI REALI ED EFFETTI OBBLIGATORI: UN PROBLEMA CIVILISTICO

L’accessione è un metodo di acquisto della proprietà a titolo originario che mette in pratica un antico principio: la proprietà di un bene considerato “principale” permette l’acquisto anche della proprietà di quei beni “dipendenti”, accessori a quello principale. Per rendere l’idea basti dire che tutto ciò che viene costruito su un fondo di proprietà del sig. Caio diventerà di sua proprietà, proprio in virtù del fatto che è stato costruito su un terreno del sig. Caio stesso.

Fino a qua si tratta di mere nozioni, ma una problematica interviene quando la costruzione che accede viene compiuta su un fondo in locazione.

Il bene costruito su un fondo in locazione resta in proprietà del conduttore-costruttore, oppure la proprietà passa in capo al locatore-proprietario del terreno?

Sul punto si è sollevato un forte dibattito tra dottrina e giurisprudenza. C’era chi sosteneva che il contratto di locazione fosse semplicemente un contratto a effetti obbligatori (infatti così recita l’art. 1571 c.c. in merito alla locazione: “La locazione è il contratto col quale una parte si obbliga a far godere all’altra una cosa mobile o immobile per un dato tempo, verso un determinato corrispettivo”). Da ciò ne conseguirebbe che non si costituirebbe nessun diritto reale in capo al conduttore, ergo, la locazione non sarebbe un titolo sufficiente a bloccare l’applicazione del principio di accessione. La conseguenza sarebbe che il conduttore-costruttore, anche durante la fase di efficacia del contratto di locazione, non acquisirebbe la proprietà del bene da sé costruito.

Un altro orientamento, maggioritario peraltro, ha elaborato la teoria per cui il titolo che vale ad escludere l’accessione (si tenga a mente l’art. 934 c.c.: “Qualunque piantagione, costruzione od opera esistente sopra o sotto il suolo appartiene al proprietario di questo, salvo quanto è disposto dagli articoli 935, 936, 937 e 938 e salvo che risulti diversamente dal titolo o dalla legge”) possa derivare anche da un contratto di locazione. Possibile che da un contratto a effetti obbligatori possano scaturire anche “inconsueti” effetti reali?

Certamente non si può dare una risposta positiva a tale domanda, tuttavia bisogna scontrarsi con la realtà dei fatti: dal contratto di locazione non nasce sicuramente un diritto di superficie, tuttavia ciò che è stato costruito dal conduttore su un fondo in locazione viene considerato alla stregua di un miglioramento (exart. 1592 c.c.), il quale può senz’altro essere rimosso dal conduttore, se questa operazione non arrechi un danno al terreno del locatore, ma considerando anche che il Legislatore ha preferito optare per la possibilità che il locatore possa conservare queste “migliorie” per sé, senza pagare il valore di realizzo al conduttore, bensì solamente un indennizzo per l’aver apportato un miglioramento al fondo locato. Tale preferenza, peraltro “forte” dato che il conduttore non può rifiutare l’offerta del locatore all’indennizzo, fa pensare che nelle idee del Legislatore l’intenzione fosse quella di preferire la proprietà dei beni in capo al proprietario del terreno dato in locazione, piuttosto che al mero costruttore di esse.

Tuttavia, sempre l’orientamento maggioritario, ha ritenuto che una via di fuga possa esserci per il conduttore: il contratto di locazione potrebbe, infatti, contenere un’apposita clausola che limiti la proprietà del locatore al solo terreno, non anche a ciò che su questo sia costruito dal conduttore, il quale resterebbe nella proprietà di quest’ultimo. Si badi, però, che non si tratta del sopracitato diritto di superficie (dal contratto di locazione derivano solo effetti obbligatori, non anche reali) e che nel momento, eventuale, della mancata venuta in esistenza (ad es. per carenza di legittimazione del locatore), dell’inefficacia (ad es. per scadenza del termine finale), o ancora dello scioglimento del contratto di locazione (ad es. per inadempimento o consensuale risoluzione del contratto) gli effetti dell’accessione si riespanderebbero a favore del locatore. Si produrrebbero gli effetti del brocardo latino resolvitur et ius accipientis.

In conclusione, il conduttore-costruttore non otterrebbe un definitivo diritto di proprietà sul bene e, se volesse trasferire tale suo diritto, gli converrebbe “trasformarlo” prima in un diritto reale, con tutti i vantaggi che ne derivano: in primis le regole sulla pubblicità immobiliare in caso di circolazione del bene.

Nulla vieterebbe, comunque, che il diritto del conduttore possa essere trasferito, ma certamente non molti accetterebbero di acquistare un diritto di proprietà fondato su un titolo di natura obbligatoria, il quale, nel momento di “fine vita” del contratto a effetti obbligatori (qua la locazione) si dissolverebbe, in favore del titolare del ben più consistente diritto di natura reale (in questo caso il diritto di proprietà del locatore).

 

Dott. Alberto Lanzetti

APPROVATI I DECRETI ATTUATIVI ALLA RIFORMA ORLANDO

Il Consiglio dei Ministri ha approvato i decreti attuativi della Riforma Orlando.

Il Consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva, il 27 settembre scorso, cinque decreti attuativi della cosiddetta Riforma Orlando del 2017 i quali introducono importanti novità in cinque materie dell’ordinamento penale.

  • Ordinamento penitenziario

In questo campo vengono riformate l’assistenza sanitaria col fine di garantire prestazioni tempestive e appropriate e vengono semplificati i procedimenti per le decisioni di competenza del magistrato e del Tribunale di Sorveglianza nell’ottica di una complessiva accelerazione. Specifiche disposizioni sono poi poste a presidio del principio all’imparzialità dell’amministrazione al fine di combattere le discriminazioni all’interno delle strutture, in particolar modo quelle di genere e basate sull’orientamento sessuale dei detenuti.

  • Vita detentiva e lavoro penitenziario

Obiettivo principale è quello di incrementare le attività di lavoro retribuito (all’interno e all’esterno delle carceri) e di incentivare il volontariato e il reinserimento sociale dei reclusi.

Altre norme cercano di migliorare la vita carceraria, prevedendo la responsabilizzazione dei detenuti e la massima conformità della vita all’interno delle strutture penitenziarie alle norme nazionali ed internazionali.

  • Casellario giudiziale

Il casellario giudiziale è stato adeguato alle più recenti modifiche in materia di diritto penale, diritto processuale penale e privacy (specie il Regolamento europeo approvato ad aprile 2018) nell’ottica di rendere il procedimento più semplice e gli adempimenti amministrativi più rapidi.

  • Intercettazioni

Il quarto decreto si occupa, invece, delle spese per le operazioni di intercettazione. In particolare, anche per velocizzare le operazioni di pagamento, la competenza ad emettere il decreto di liquidazione delle predette spese viene affidata al magistrato dell’ufficio del pubblico ministero che ha eseguito o richiesto l’autorizzazione a disporre le intercettazioni.

  • Condannati minorenni

Da ultimo l’attuazione della riforma penale predispone una nuova disciplina in materia di esecuzione delle pene nei confronti dei condannati minorenni e dei giovani adulti (ovvero i minori di 25 anni).

Tenuto conto del particolare percorso educativo e di reinserimento sociale necessario per tali soggetti, il provvedimento riforma le misure penali di comunità puntando ancora di più sull’individualizzazione del trattamento penitenziario.

La detenzione viene quindi disposta solo come extrema ratio ossia quando le esigenze di sicurezza e quelle sanzionatorie non riescono ad essere ben conciliate con le istanze pedagogiche.

Dott. Mirko Buonasperanza

L’ESTREMA FACILITA’ DELLA SOSPENSIONE FERIALE DEI TERMINI

Ad un primo sguardo la materia della sospensione feriale dei termini sembrerebbe una materia semplice. Nel mese di agosto, infatti, i termini si sospendono -concedendo uno stacco dal lavoro a magistrati, avvocati e procuratori- e continuano a decorrere dal mese di settembre. Cosa ci sarebbe di tanto complicato? Al momento forse meno, ma nel 2014 il problema è stato di notevole rilevanza soprattutto per la tecnica normativa con cui è stato inserito il cambiamento che adesso vi andrò a spiegare.

La L. 7 ottobre 1969, n. 742 prevedeva che la sospensione feriale dei termini decorresse dall’1 agosto fino al 15 settembre. Il provvedimento legislativo incriminato è il DL 12 settembre 2014, n. 132 recanti “misure urgenti di degiurisdizionalizzazione”, il quale è intervenuto, non spiegando la nuova materia, ma semplicemente modificando le date di inizio e fine della sospensione feriale dei termini presenti all’art. 1 L. 7 ottobre 1969, n. 742. Il problema di non aver specificato la materia, ma essere intervenuti con una mera correzione materiale è stato quello di non aver preso in considerazione il DLGS 2 luglio 2010, n. 104 (Codice del Processo Amministrativo), che all’art. 54 prendeva in considerazione, direttamente, la sospensione feriale dei termini per quanto riguarda nello specifico il procedimento amministrativo. La novella si applicava anche al procedimento amministrativo non apertamente richiamato dal Decreto Legge del 2014, oppure rimaneva in vigore la specifica prassi amministrativa?

La soluzione, inizialmente, è stata ritrovata nella c.d. “cautela”, ovvero alla teoria per cui si abbatterebbero i pericoli di errori. Fin qua si sarebbe portati a pensare che sia tutto semplice, ma il sistema della “cautela” deve tenere in considerazione che in un processo ci sono termini “in avanti” (come quello per il deposito di un ricorso, o di un appello) e termini “indietro” a partire da una data per il deposito, per esempio, di documenti, memorie e repliche.

E così per i termini “in avanti” era meglio considerare il termine più breve corrente dal’1 al 31 agosto, mentre per i termini “indietro” era meglio considerare il termine più lungo con scadenza al 15 settembre. In questo modo le scadenze di inizio settembre venivano anticipate a fine luglio.

Il sistema aveva creato un caos non indifferente dato che scoppiò la corsa degli avvocati per organizzarsi con le nuove scadenze anticipate, nemmeno di qualche giorno, ma magari di più di un mese, a luglio e, comunque, con il parapiglia dovuto all’applicazione di due differenti norme per la sospensione.

Considerando che anche la Cassazione si è pronunciata al riguardo affermando che non può essere ammessa la richiesta di rimessione in termini per la proposizione del ricorso di fronte alla Suprema Corte per ignoranza della novità legislativa, in quanto è intollerabile che un avvocato non conosca una novità, per di più di così grande rilievo, si può comprendere il fuggi fuggi generale per restare al passo e non commettere errori (Cass., sez. VI, 19/09/2017, n. 21674).

Per quanto tardi, perlomeno è intervenuta la L 6 agosto 2015, n. 132, di conversione del DL 27 giugno 2015, n. 83 (“Misure urgenti in materia fallimentare, civile e processuale civile e di organizzazione e funzionamento dell’amministrazione giudiziaria”), il quale all’art. 20-terha specificato che i nuovi termini si applicano anche al procedimento amministrativo.

Il regime della “cautela” si è dovuto applicare, dunque, per due anni: nel 2014, anno di entrata in vigore del DL n. 132 e nel 2015 dato che la L. n. 132 (l’uguaglianza dei due numeri e puramente casuale e non fa altro che complicare l’intricata questione consistente già in date e numeri) è entrata in vigore ad agosto, ovvero quando gli avvocati previdenti avevano già applicato la “cautela” facendo tirare, da un lato, un respiro di sollievo per la semplificazione apportata e, dall’altro lato, innervosendo gli animi di chi per il secondo anno di seguito si è trovato in un crocevia di date e scadenze.

Il tema non terminerebbe qua, si potrebbe ancora trattare di tutte quelle materie che non sono sottoposte alla sospensione feriale dei termini in quanto di estremo interesse e da decidere nel più breve termine possibile, ma per evitare un eccessivo appesantimento di una materia che richiede, già dal suo canto, notevole attenzione per il lettore cercherò di trattarle in un altro articolo.

 

Dott. Alberto Lanzetti

 

Il Consiglio dei ministri approva il Decreto Sicurezza

Oggi il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità il cosiddetto decreto legge Salvini, un provvedimento che accorpa due precedenti bozze di decreti, su sicurezza e immigrazione.

Oggi il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità il cosiddetto decreto legge Salvini, un provvedimento che accorpa due precedenti bozze di decreti, su sicurezza e immigrazione, a cui da settimane lavora il ministro dell’Interno.

Negli ultimi giorni il testo era stato oggetto di ripensamenti dovuti a dubbi di costituzionalità anche se oggi, durante la conferenza stampa di presentazione, il Presidente Conte ha affermato che: “In un quadro di assoluta garanzia dei diritti delle persone e dei Trattati, andiamo a operare una revisione per una disciplina più efficace” cercando di rassicurare chi esprimeva preoccupazione che le misure approntate dal Governo fossero lesive dei diritti dei migranti.

L’obiettivo fissato dall’esecutivo, attraverso una riorganizzazione normativa, è quello di adeguare l’intero sistema di riconoscimento della protezione internazionale agli standard europei eliminando quelli che sono stati dichiarati come “disallineamenti significativi” rispetto agli altri Paesi dell’Unione.

Gli aspetti che destavano maggior criticità sono lo stop ai permessi di soggiorno per motivi umanitari sostituiti con permessi per meriti civili o cure mediche, il raddoppio da 3 a 6 mesi dei tempi di trattenimento nei Centri per i rimpatri nonché l’aumento dei reati per cui si revoca lo status di rifugiato e i progetti di integrazione sociali riservati a titolari di protezione e minori non accompagnati.

Si otterrebbe così una attenuazione dei diritti che potrebbe contrastare con le tutele previste dalla Costituzione e dalla Corte Costituzionale, che più volte ha ribadito che i diritti riguardano tutti.

Nel decreto sono presenti anche nuove misure contro le occupazioni abusive di immobili: viene previsto infatti un inasprimento delle sanzioni nei confronti di coloro che promuovano o organizzino l’invasione di terreni ed edifici. Le pene e le sanzioni pecuniarie verranno raddoppiate arrivando fino a 4 anni di reclusione e una multa da 206 ai 2.064 euro a carico dei promotori e di coloro che abbiano compiuto il fatto armati. Verrà anche ampliata la possibilità di utilizzo dello strumento delle intercettazioni telefoniche a carico degli indagati per reati di questo tipo.

Dott. Mirko Buonasperanza

Esclusione di un fratello dal testamento

I fratelli rientrano tra le categorie di soggetti che possono essere esclusi dalla successione mediante una dichiarazione di esclusione contenuta all’interno di un testamento. Si tratta di una dichiarazione unilaterale posta in essere dal testatore, con la quale si intende privare il fratello di lasciti ereditari. Una parte della dottrina ha sollevato parecchi dubbi circa la possibilità di porre in essere un tipo di disposizione simile, in base al principio secondo il quale analizzando il contenuto dell’art. 587 c.c. relativo al testamento, pur ammettendo la possibilità che possa contenere disposizioni di carattere non patrimoniale, non sembrerebbe ammettere delle disposizioni di tipo negativo come appunto l’esclusione di un fratello. Quindi le uniche disposizioni possibili, oltre a quelle non patrimoniali, sarebbero le istituzioni di erede e legatario.

Altra parte della dottrina, ha previsto una visione meno restrittiva e pessimistica relativamente a tale punto: tale filone giurisprudenziale, infatti, pur mantenendo salvo il principio sancito dall’articolo del codice analizzato in precedenza, ammette la possibilità che un testamento possa contenere una disposizione negativa come l’esclusione di un fratello, purché siano presenti nella medesima scheda testamentaria anche disposizioni a contenuto prettamente patrimoniale. Dunque non si ammetterebbe un testamento fatto solo di esclusioni, ma sarebbe possibile un testamento con esclusioni, alternate ad altre disposizioni a contenuto patrimoniale.

L’orientamento più moderno e sicuramente prevalente, invece, partendo dal principio di totale libertà del testatore, non esclude a priori in nessun caso una disposizione come l’esclusione: il fondamento di tale filone giurisprudenziale, parte dal principio secondo il quale il termine “disporre” contenuto nell’art. 587 c.c. debba essere inteso non solo con il significato di gestire il proprio patrimonio, ma anche con il senso più ampio di “regolare” tutti gli aspetti di tipo patrimoniale, che ruotano intorno al de cuius, nel loro complesso. Dunque, pur sottolineando l’esigenza che il testamento abbia contenuto patrimoniale, non si ritiene necessario che le singole disposizioni al suo interno debbano necessariamente avere carattere attributivo. La Suprema Corte, sul punto in esame, ha sottolineato il fatto che una disposizione come l’esclusione di un fratello non può essere considerata attributiva in senso tecnico, ma comunque produce indirettamente degli effetti di natura patrimoniale: basti pensare alle conseguenze di una simile disposizione, vale a dire le eventuali ipotesi di rappresentazione dei discendenti o di accrescimento delle quote degli altri soggetti chiamati. A proposito del fenomeno della rappresentazione, salvo diversa disposizione da parte del testatore, non può ritenersi che l’atto con il quale si escluda un soggetto dal testamento, possa estendersi anche ai suoi discendenti, in quanto si tratterebbe di un atto di natura personale.

 

Dott. Marcello Cecchino

Verità “Sulla mia pelle”

Da quando il film “Sulla mia pelle” è stato presentato a Venezia, la cronaca nazionale e le riviste di settore hanno speso encomi per la magistrale interpretazione del protagonista Alessandro Borghi e per la regia di Alessio Cremonini. Per spirito d’informazione, sempre tali riviste si sono sentite in dovere, legittimo, di fornire una rappresentazione (quantomeno sommaria) dei fatti accaduti quella sera. Noi, come rivista che intende analizzare gli aspetti più puramente di diritto e attinenti alla realtà dei fatti, così come rappresentata dagli atti processuali, non possiamo basarci sulla cronaca dei rotocalchi ed ancor più non possiamo, e non dobbiamo, indirizzare il lettore ad un’unica lettura della realtà conforme al nostro pensiero personale. Il fine di questo articolo è fornire al lettore gli elementi necessari per distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato secondo la propria visione della giustizia, tenendo sempre presente i principi di diritto positivi e naturali. Con queste doverose premesse, si procederà ad una comparazione dei fatti di quella notte così come raccontati nella pellicola, con quelli fornitici dagli atti processuali.

I FATTI

Roma, 15 ottobre 2009, un ragazzo 32enne che corrisponde al nome di Stefano Cucchi viene fermato, colto nell’atto di cedere ad un altro soggetto una serie di confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Successivamente viene condotto in caserma. Durante la perquisizione vengono rinvenuti addosso al ragazzo 21 grammi di hashish, tre dosi di cocaina, una pasticca di sostanza inerte e una di un medicinale.
Il ragazzo, che al momento dei fatti pesava 43 kg per 1,62 cm di altezza viene sottoposto a regime di custodia cautelare.
Il giorno seguente Stefano viene processato per direttissima e accusato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. L’imputato, secondo quanto emerge da una registrazione dell’udienza, si dichiara innocente per il capo d’accusa di “spaccio” e si dichiara colpevole per l’addebito di “detenzione”, specificandone l’uso personale. Già durante l’udienza appaiono evidenti delle ecchimosi sul viso e difficoltà nel parlare.

Tuttavia il giudice dispone il rinvio a giudizio, fissando l’udienza per il 13 novembre 2009, stabilendo inoltre la perdurata della permanenza di Cucchi nel carcere di Regina Coeli, carcere che, a differenza di Re Bibbia, viene utilizzato per le misure cautelari.
A seguito del trasporto nella struttura carceraria, le condizioni fisiche iniziano a peggiorare e durante una visita all’ospedale Fatebenefratelli vengono  messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (inclusa una frattura della mascella), all’addome (inclusa un’emorragia alla vescica) e al torace (incluse due fratture alla colonna vertebrale).
Le condizioni di Stefano si aggravarono in maniera molto celere, peggioramento che obbliga il trasporto alla struttura medico-carceraria Sandro Pertini il 17 ottobre.
Stefano Cucchi muore il 22 ottobre 2009, al momento del decesso il ragazzo pesa 27 kg.

L’obiettivo del regista è quello di focalizzare l’attenzione dello spettatore sull’ultima settimana di vita del Cucchi, ultima settimana che corrisponde alla sua incarcerazione, la scena saliente attorno alla quale ruota lo svolgimento del film si rinviene quando, immediatamente dopo l’arresto e la perquisizione a casa dei genitori, il Cucchi viene condotto in una stanza all’interno della caserma. Ciò che avviene all’interno di questa stanza è volontariamente omesso dal regista, il quale si limita ad un fermo immagine di un paio di secondi con l’intento di indurre lo spettatore a pensare che sia successo qualcosa all’interno, tuttavia la totale assenza di audio non mira ad indirizzare colui che guarda ad un’unica conclusione. Conclusione che si trae però nel fotogramma successivo in cui un primo piano al volto dell’attore Alessandro Borghi fa emergere la presenza di evidenti lividi sul viso e nelle scene successive si noterà come essi non siano gli unici, essendo inoltre presenti lividi nella zona addominale e lombare. Da lì in avanti, viene seguito tappa per tappa il movimento dell’imputato attraverso le varie strutture, sia mediche che carcerarie fino al fatale esito.

Il film si propone come un documentario e non come una rappresentazione soggettiva di quanto avvenuto in quei giorni, lo stesso regista e gli sceneggiatori hanno spulciato più di 10.000 pagine di verbali per rendere il più possibile reale ed attinente alla realtà il lungometraggio. Il protagonista, Alessandro Borghi, in una dichiarazione rilasciata a Netflix, piattaforma multimediale sulla quale il film è stato distribuito, ha apertamente dichiarato che l’intento del film è quello di far si che ognuno “riesca a farsi un’idea con i mezzi e gli strumenti che sono stati messi a disposizione”. Il racconto del reale non costringe nessuno a prendere una posizione, perché non vi sono due teorie opposte, non vi è un racconto in prima persona da parte della vittima o da parte delle guardie. Il film è una ricostruzione di eventi così come emersi dagli atti processuali, atti che in uno stato di diritto quantomeno dovrebbero rappresentare la cosa più vicina alla realtà dei fatti.

ghbmhnjLE INDAGINI E LA RESPONSABILITA

Ad oggi, a quasi nove anni dalla scomparsa di Stefano Cucchi, il processo per far luce sulle reali cause della morte di Stefano, non è ancora arrivato a conclusione. L’iter legale ha visto emergere dapprima una responsabilità delle guardie carcerarie, accusate di omicidio preterintenzionale e successivamente quella di omicidio colposo, falso ideologico, abuso d’ufficio e abbandono di incapace ai medici dell’ospedale Sandro Pertini. Il primo processo si concluse nel 2015 con il parziale annullamento della sentenza di appello, che aveva visto l’assoluzione dell’equipe medica, assolvendo per ogni capo di accusa gli agenti di polizia penitenziaria. Venne successivamente aperte una seconda inchiesta per fare ulteriore chiarezza sui reali interpreti intervenuti la note tra il 15 e il 16 ottobre, l’inchiesta portò all’iscrizione nel registro degli indagati di militari all’epoca presenti all’interno della caserma con l’accusa di favoreggiamento e falsa testimonianza. Il 10 luglio 2017 i cinque militari sono stati rinviati a giudizio per omicidio preterintenzionale, calunnia e falso in atto pubblico.

Aldilà di ogni commento in merito alla vicenda, la cosa più importante che bisogna andare ad analizzare in queste situazioni qua è come, nonostante l’art. 27 comma 2 e 3 della Costituzione reciti che “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” la condizione mediatica di colui che per la prima volta attraversa le porte del carcere è irrimediabilmente irreversibile. Nell’opinione pubblica e soprattutto all’interno delle strutture carcerarie, il pregiudizio nei confronti delle persone in attesa di giudizio è pari a quello delle persone che stanno scontando la pena, senza alcuna distinzione tra le due figure, ma ponendoli entrambi sullo stesso piano, senza aspettare che la giustizia faccia il suo corso e si pronunci sulla colpevolezza o meno di una persona. Un altro aspetto che molto spesso non viene adeguatamente considerato è quello della funzione rieducativa della pena. Il nostro sistema carcerario non mira ad infliggere una pena detentiva fine a sé stessa al detenuto ma a rieducarlo con una serie di interventi in tal guisa volti al suo reinserimento nella società al termine del periodo di detenzione. L’Italia da questo punto di vista, anche per colpa di numerosi problemi all’interno degli istituti rieducativi, si attesta come uno dei paesi in cui vi è il più alto indice di omicidi e morti per suicidio nelle proprie strutture, sia per i marchiani problemi interni di convivenza sia per la mancanza di un a prospettiva di futuro per le persone che hanno terminato il loro percorso rieducativo, basti pensare che il 67 % delle persone che esce dalle strutture dello Stato, nell’arco di 36 mesi ci ritorna. (Fonte Amnesty International)

La condizione di necessità di un essere umano deve andare aldilà del pregiudizio e dal passato che uno porta con sé, purtroppo un ragionamento del genere è quantomeno raro, probabilmente non solo in Italia, ma anche in altri luoghi. Colui che, a seguito del fallimento delle misure alternative proposte dalla società (cliniche, case di cura, SERT), si ritrovi ancora vittima della tossicodipendenza, per sopravvivere ahimè ha dinnanzi una sola strada, quello dello spaccio.

Il compito di una struttura statale è quello di garantire sicurezza, di garantire l’applicazione trasparente delle regole di condotta, di garantire che una persona entri viva e nella peggiore delle ipotesi esca tale, senza aver paura che una persona, versante in evidente stato di difficoltà, trovi la morte là dove dovrebbe esserci la certezza che non può succedere nulla, nel posto più di tutti adibito alla sicurezza della persona e della società. In uno stato di diritto l’unico figura eletta a giudicare i crimini delle persone è il giudice, ed è l ’unico al quale spetta il potere di infliggere pene e sanzioni, ma nemmeno ad egli spetta lo Ius vitae ac necis sulla persona, nessuno può giudicare se una persona è meritevole o meno di vivere, se essa possa essere considerata una risorsa o un peso per la comunità. Il cameratismo, l’abuso di potere, l’omertà tra colleghi, la menzogna, l’insabbiamento di notizie e la manipolazione della verità sono dei crimini imperdonabili, specie se compiuti da una pubblica autorità. I processi faranno luce su queste terribili accuse e porteranno la giustizia e la verità alla famiglia Cucchi e ai cittadini italiani.

 

Riccardo Salvadori

Salvini determinato nella creazione di un partito unico di Centrodestra.

Il ministro dell’interno, Matteo Salvini pensa al futuro e, data la crescita della sua popolarità nei sondaggi, dopo il 5 settembre intende fondare un unico partito di centrodestra. Sarebbe una vera rivoluzionerei il Centrodestra italiano ma i dubbi rimangono: secondo alcuni esperti di politica, Matteo Salvini starebbe pensando di andare ad elezioni anticipate per diventare leader indiscusso del Centrodestra. Bisognerà attendere come tutto ciò riesca a coniugarsi con i pareri di Berlusconi, Tajani e Toti.

 

Valerio Del Signore

BERLUSCONI LANCIA L’ALTRA ITALIA

Lo scorso 26 luglio, alla convention di Forza Italia, Silvio Berlusconi è tornato a parlare dopo alcuni mesi di silenzio ed ha ribadito l’opposizione dura al governo Conte; in seguito ha lanciato un nuovo movimento chiamato L’altra Italia. Il Cavaliere l’ha definito come quel movimento di tutti i moderati che non si riconoscono nel governo giallo-verde. A tale convention tuttavia non è parso immediato il ruolo del leader di tale nuovo movimento: Berlusconi, ormai in età avanzata, potrebbe cedere il passo ad una figura leggermente meno datata del Cavaliere stesso ossia Antonio Tajani. Si formeranno sicuramente nuove alleanze a causa dell’eccessivo malcontento, non si preannunciano semplici le prossime settimane.

 

Valerio Del Signore

Milleproroghe e vaccini: slitta l’obbligo di vaccinazione per l’accesso alla scuola dell’infanzia.

Con 149 voti favorevoli, 110 contrari e 1 astenuto e’ passato al Senato l’emendamento che fa slittare di un anno l’obbligo di presentare i certificati vaccinali per l’iscrizione alla scuola dell’infanzia e agli asili nido.

La copertura vaccinale, secondo recenti studi, è migliorata. Infatti, dopo l’introduzione della legge voluta dalla Lorenzin, sono cresciute le vaccinazioni contro il morbillo ed in generale si è registrato un sensibile aumento per tutti i vaccini, siano essi obbligatori o non obbligatori.

In alcune regioni, però, emerge ancora un dato preoccupante. Per tale ragione, come afferma il direttore del Dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, Gianni Rezza, eliminare l’obbligo vaccinale per la frequenza scolastica del prossimo anno può essere rischioso.

Il rinvio deciso con il Milleproroghe potrebbe ora determinare dei rischi, avverte però Rezza: “Sono migliaia, circa diecimila, anche se non c’è una stima precisa, i bambini italiani immunodepressi o con patologie e che, per questo, non possono essere vaccinati. Lo stop all’obbligo vaccinale per la frequenza nel prossimo anno scolastico a nidi e materne mette a rischio soprattutto loro, per il pericolo che altri bambini non vaccinati possano divenire vettori di malattie per questa fascia più debole”.

Ilaria Di Blasio

Il piccolo imprenditore

L’art 2083 c.c. mette in evidenza la figura di piccolo imprenditore, una speciale figura che andrebbe sottratta al rigore negativo della disciplina relativa alla fattispecie di imprenditore generale. La definizione proposta dal codice non è unitaria, ma appare frammentata in quattro distinte categorie, secondo un elenco tassativo che presenta degli elementi di interesse: le prime tre categorie, infatti, sono imprenditori istituzionali (coltivatori diretti, piccoli commercianti e artigiani) la quarta, invece, comprende un tipo di attività imprenditoriale non ben definita, infatti vi rientra qualunque imprenditore che eserciti la propria attività prevalentemente con il lavoro proprio e con quello dei membri della sua famiglia.

L’analisi corretta dal punto di vista letterale, da dare a tale disposizione è quella secondo la quale, per imprenditore piccolo si intenda un soggetto appartenente ad una delle quattro categorie sopra citate, che devono essere considerate assolutamente indipendenti l’una dall’altra, in quanto essendo un elenco tassativo, non si richiede che il soggetto debba essere in possesso di più di una peculiarità facente parte le singole categorie esposte.

Secondo un’altra lettura, invece, il piccolo imprenditore deve necessariamente essere contraddistinto dal fatto che eserciti una attività con il proprio lavoro e con quello dei membri della propria famiglia. Assistiamo quindi al venir meno del significato proprio dell’elenco tassativo, che si ricava analizzando letteralmente la norma del Codice, in favore di una interpretazione che ritiene l’ultimo punto di tale elenco (quello relativo al lavoro proprio e familiare) come elemento essenziale affinchè si possa qualificare un imprenditore come piccolo, e gli altri tre punti, come possibile attività esercitabile tenendo presente le peculiarità del punto quattro.

Questo tipo di lettura, assolutamente fuorviante e priva di un reale fondamento dal punto di vista giurisprudenziale, si giustifica tenendo in considerazione il principio secondo il quale, le tre categorie nominate, sono prive di una reale definizione all’interno dell’ordinamento. Per quanto riguarda il coltivatore diretto del fondo, la definizione adeguata è desumibile da un’altra norma del codice (art. 1647), per il piccolo commerciante vi è un assoluto silenzio delle norme, per quanto riguarda l’artigiano vi è solo una normativa speciale di riferimento che non pochi problemi ha creato all’interprete di diritto: infatti, in questo caso, partendo dal principio secondo il quale gli imprenditori possono essere distinti in due categorie, commerciale e agricolo, appare molto complicato stabilire con certezza a quale categoria possa appartenere un artigiano. Partendo dal presupposto che non possiede le peculiarità per poter essere considerato un imprenditore agricolo, per ovvi motivi; non potrebbe neppure essere considerato commerciale, poiché la sua attività sarebbe priva del requisito necessario per poter appartenere a tale categoria, vale a dire l’industrialità.

Partendo da tali problematiche interpretative e da tali lacune normative, l’opinione più diffusa relativamente a quella del piccolo imprenditore è quella di andare oltre l’elencazione tassativa, in favore di una visione unitaria della figura, con la prevalenza del lavoro personale e dei familiari, considerata come elemento essenziale.

Dott. Marcello Cecchino