Violazione degli obblighi di assistenza familiare esclusa se l’inadempimento è sporadico?

non vi è violazione dell’obbligo di fornire i mezzi di sussistenza se l’inadempimento è sporadico e non doloso

La VI Sezione Penale della Corte di Cassazione ha statuito, nella sentenza n. 11635 del 2018, che non vi è violazione dell’obbligo di fornire i mezzi di sussistenza se l’inadempimento è sporadico e non doloso.

L’art. 570 c.p. – Violazione degli obblighi di assistenza familiare – punisce “Chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà dei genitori, alla tutela legale, o alla qualità di coniuge”, con la reclusione “fino a un anno o con la multa da 103 euro a 1032 euro”.

Il comma 2 prescrive inoltre che “le dette pene si applicano congiuntamente a chi: 1) malversa o dilapida i beni del figlio minore o del pupillo o del coniuge; 2) fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa.

 

Per ciò che attiene alla condotta illecita di cui all’art. 570 co.2, c.p. la II sezione della Cassazione, con la sentenza del 10 febbraio 2017 n.24050, aveva già deciso che, “nell’ipotesi di versamento parziale dell’assegno stabilito in sede civile per il mantenimento del figlio […] il giudice penale deve accertare se tale condotta abbia inciso in maniera apprezzabile sulla disponibilità dei mezzi economici che il soggetto obbligato è tenuto a fornire ai beneficiari, tenendo conto di tutte le altre circostanze del caso concreto, dovendosi escludere ogni automatica equiparazione dell’inadempimento dell’obbligo stabilito dal giudice civile alla violazione della legge penale”. Perciò l’eventuale inadempimento dovrebbe essere serio e di apprezzabile protrazione temporale, andando ad incidere significativamente sulla disponibilità dei mezzi economici che il soggetto obbligato è tenuto a fornire di modo che il reato non potrebbe configurarsi in modo automatico con l’inadempimento dell’obbligazione civilistica ma potrebbe conseguire solo nel caso in cui il giudice penale valuti  in concreto come grave la condotta dell’agente ossia “l’attitudine oggettiva del comportamento ad integrare la condizione che la norme punisce”.

 

Il decreto legislativo n. 21 del 2018 ha poi introdotto il nuovo articolo 570 bis c.p. – Violazione degli obblighi di assistenza familiare in caso di separazione o di scioglimento del matrimonio – a norma del quale “le pene previste dall’articolo 570 si applicano al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio ovvero vìola gli obblighi di natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli”; la  nuova norma ha l’obiettivo di ampliare le tutele rispetto a quelle previste  dal precedente articolo il quale limitava la pena al genitore che faceva mancare i mezzi di sussistenza ai propri discendenti (in genere i figli). Adesso la sanzione penale si applica anche  al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, cessazione degli effetti civili o nullità del matrimonio ovvero vìola gli obblighi di natura economica in materia di separazione e di affidamento condiviso dei figli.

Se però da una parte la legge è precisa nel delineare una tutela nei confronti delle famiglie fondate sul matrimonio, dall’altra lacunosa è nei confronti delle unioni civili per le coppie omosessuali e per ciò che concerne le spese straordinarie: nel caso di separazione il diritto al mantenimento è garantito sulla base di quanto sancito nel contratto di convivenza il quale però, nel caso di coppie omosessuali, nulla specifica. Resterebbe però il fatto che la norma che estendeva ai genitori non sposati la possibilità di sanzione penale per la mancata corresponsione dell’assegno ai figli è ancora in vigore e va riferita anche alla nuova disposizione sull’assegno di mantenimento. Per ciò che invece attiene alle “spese straordinarie” (es. dentista, palestra, ecc.) l’art. 570-bis c.p. non chiarisce se si configuri o meno il reato anche nel caso in cui il genitore non versi la propria quota.

 

Dott. Mirko Buonasperanza

Il contratto di convivenza

La legge n.76 del 20 maggio 2016, oltre ad introdurre nell’ordinamento la disciplina delle unioni civili, pone in essere norme di tutela delle convivenze di fatto, e in particolare prevede il cosiddetto contratto di convivenza. Si tratta di un accordo con il quale due soggetti conviventi di fatto, disciplinano i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita comune. Possono determinare la contribuzione necessaria per garantire il loro sostentamento, oppure le modalità di scelta e di utilizzazione della casa adibita a residenza comune. Hanno anche la possibilità di determinare il regime patrimoniale applicabile (unione o separazione dei beni) esattamente identico a quello matrimoniale, relativamente agli acquisti fatti insieme o separatamente da entrambi, nel periodo successivo alla stipulazione del negozio medesimo.

Il contratto di convivenza può essere concluso da soggetti maggiorenni, di sesso diverso o dello stesso sesso, che non abbiano alcun tipo di rapporto di parentela, adozione e affinità e che siano uniti stabilmente da legami affettivi e di reciproca assistenza morale e materiale. Requisito fondamentale è la “stabile convivenza”, accertabile mediante apposita dichiarazione anagrafica di convivenza presso il Comune di residenza dei soggetti. Dichiarazione che rende i soggetti, a tutti gli effetti, destinatari della disciplina prevista per i conviventi di fatto.

Questa forma contrattuale non è obbligatoria, ma è una semplice facoltà. I soggetti, anche senza contratto, verranno considerati comunque una coppia di fatto, previa presentazione della dichiarazione di cui sopra, e quindi saranno destinatari della relativa disciplina. Ad esempio potranno assistere il convivente ricoverato in ospedale, partecipare all’impresa familiare e subentrare nel contratto di locazione in caso di morte. Il contratto serve solo per definire con certezza l’assetto economico e patrimoniale della famiglia.

Il contenuto del contratto può essere modificato in qualunque momento per volontà di entrambe le parti. Inoltre può essere sciolto per accordo delle parti, per recesso o morte di uno dei due conviventi o per futuro matrimonio, anche nell’ipotesi in cui uno dei due, si sposi con una terza persona, di fatto ponendo fine al rapporto affettivo con il convivente.

Il contratto di convivenza necessita di forma scritta per atto pubblico o per scrittura autenticata nelle firme. Il notaio svolge una funzione fondamentale di controllo di legalità e di verifica della conformità del suo contenuto alle norme imperative e di ordine pubblico, inoltre, rende effettivo il contratto attraverso la sua firma, lo custodisce e lo trasmette all’anagrafe del comune di residenza dei contraenti, affinché il negozio giuridico possa essere correttamente pubblicizzato e possa, dunque, produrre i suoi effetti non solo tra le parti, ma anche nei confronti dei soggetti terzi.

Dott. Marcello Cecchino

Affido condiviso: tempo di bilanci.

Dopo undici lunghi anni è tempo di bilanci e resoconti.

La legge n. 54 del 2006 modificava, com’è noto, le disposizioni del codice civile riguardanti la separazione dei genitori e l’affidamento condiviso dei figli.

In particolare, l’art. 155 G.G. così come modificato, sancisce che: “Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”.

La regola generale di affido condiviso della prole incontra un limite, cristallizzato all’art. 155 bis c.c. ove è disposto che il giudice, con provvedimento motivato, possa disporre l’affidamento a un solo genitore qualora ritenga che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore.

Salvo ipotesi particolari dunque, i minori hanno diritto ad avere un rapporto continuativo con ciascuno dei genitori.

Senonché, la prassi sviluppatasi negli anni ha condotto, sempre più spesso, alla “sistematica collazione dei minori presso uno dei genitori” rappresentata come la soluzione più favorevole ai bisogni dei figli, favorendo, dunque, l’affidamento al genitore “collocatario” anche quando non ne ricorressero i presupposti.

Invero, nell’ultimo anno si è assistito ad un revirement delle decisioni dei Tribunali di merito, inaugurato dalle pronunce dei Tribunali di Brindisi e Salerno, i cui giudici, investiti di procedimenti circa la separazione dei coniugi, hanno privilegiato le “pari opportunità per il figlio di rapportarsi con ciascuno dei genitori in funzione dei suoi momentanei bisogni, in un equilibrio dinamico”.

Alla luce di quanto suddetto, senza pretese risolutorie, si ritiene che le guidelines delle particolari fattispecie concrete in esame, debbano essere la flessibilità e l’adattamento ai singoli casi dei principi ispiratori della riforma, oltre che il concreto atteggiarsi dei bisogni dei minori che, in alcun modo, possono essere cristallizzati preventivamente, omettendone la concreta individuazione, con la partecipazione fattiva di tutti gli operatori del diritto.

Anna D’Aniello

Legge 55 del 2015: la nuova disciplina del divorzio e della separazione personale tra coniugi

A seguito della entrata in vigore del nuovo testo di legge n.55 del 2015, il regime giuridico del divorzio ha subito una modifica di portata rivoluzionaria, che influirà senza dubbio nelle vite dei cittadini.

A partire dal 26 Maggio 2015, infatti, i termini per potere ottenere la sentenza di divorzio si sono notevolmente ridotti, il che rende molto più semplice per i coniugi l’ottenimento della relativa pronuncia giudiziale.

Pertanto, i due coniugi che intendessero porre fine al loro vincolo matrimoniale attraverso la via del divorzio, potranno adire il giudice per ottenere due diverse tipologie di divorzio, ma con la seguente riduzione nei termini:

– in caso di divorzio giudiziale, i termini saranno ridotti da tre anni dalla comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale a un anno dalla comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale;

– in caso di divorzio consensuale, i termini saranno ridotti a soli sei mesi dalla comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale.

Tale normativa, inoltre, potrà applicarsi non solo a tutte le procedure iniziate dopo il 25 Maggio 2015, ma anche ai procedimenti di divorzio già pendenti a tale data, il che va ancora una volta ad evidenziare la volontà del legislatore di snellire il processo civile in questo particolare ambito.

Attraverso tale riforma, inoltre, non si è modificato unicamente l’articolo 3 della legge sul divorzio (legge. 898/1970), ma vi è stata la introduzione di un nuovo comma all’art. 210 del codice civile, in merito allo scioglimento della comunione tra i coniugi.

Grazie a tale comma, è stato anticipato il dies a quo di scioglimento della comunione stessa in caso di separazione tra i coniugi, il quale era precedentemente previsto nel momento di passaggio in giudicato della sentenza di separazione, mentre ora è stato anticipato al momento in cui il giudice autorizza i soggetti a vivere separati.

Ciò dunque implica che lo scioglimento della comunione avviene molto prima rispetto a quanto previsto prima della riforma, al fine di accorciare ulteriormente i tempi per ottenere la sentenza di divorzio.

Entrambe le normative su descritte, dunque, riflettono una volontà precisa del legislatore di sveltire le tempistiche per il divorzio tra coniugi, cercando di accelerare le procedure e snellire la realtà processuale italiana.

Dott. Sergio Briguglia

LA BANCA DEL DIVORZIO – Viva i romantici

La famiglia: una delle materie cui il nostro legislatore si è da sempre dedicato con maggior attenzione, premura e coerenza.

Una sfera difficile e delicatissima in cui il diritto si è orientato seguendo la ratio del bene dei figli.

Certo è ossimorico ed affascinante che la materia che appare come la più tradizionale del nostro diritto, per impostazione culturale e solidità, sia anche quella che ha in realtà ha mosso gli interventi più innovativi ed alternativi.

Suo il primo referendum della storia della Repubblica; sua la trasgressione delle coppie di fatto; sua nel 1970 come nel 2016 l’ inconsueta “disobbedienza” di Montecitorio al Vaticano.

È con la sent. 11504/ 2017 che si torna, a distanza di un anno dall’ultimo importante intervento del legislatore in tale ambito, a parlare di diritto di famiglia.

La Corte di Cassazione rivoluziona i parametri utili a valutare il riconoscimento dell’assegno divorzile al coniuge più debole. Cade il mantenimento volto a garantire l’invariato stile di vita goduto nel matrimonio; assumono rilevanza determinante lo stato di indipendenza e autosufficienza economica.

Una sentenza che apre a molteplici considerazioni ma che, in prima analisi, sa di giusto freno alla speculazione sulla fine di un amore.

E invece no.

Ancora da verificare se la decisione sentenziata dalla Corte Suprema farà giurisprudenza, ma non c’ è nulla da temere: chi aveva in mente un piano alla “Prima ti sposo poi ti rovino”, potrà ancora sperare nell’approvazione del progetto di legge Morani che prevede l’introduzione, anche nel nostro ordinamento, dei patti prematrimoniali.

La proposta della parlamentare PD è ferma da due anni in commissione di giustizia alla camera.

I prenuptial agreement, convenzioni vincolanti nella forma di vademecum scritto, saranno utili a definire le condizioni, gli svantaggi, i vantaggi e i pregiudizi dell’eventuale fine di un amore prima di coronarlo! Quanto di meno romantico possa esistere.

Basterà recarsi davanti ad un notaio o avvalersi di una negoziazione assistita e si potranno regolare tutti i rapporti economici trai coniugi successivi all’eventuale separazione o divorzio (non quelli relativi alle libertà personali ed affettive).

In presenza di figli minori o affini, rimarrà comunque necessario il vaglio del magistrato.

Dietro il necessario intento di degiurisdizionalizzazione, volto a riossigenare i tribunali sovraccarichi, si prospetta il triste epilogo di un già ormai residuale romanticismo italiano.

Non ci sono più le serenate e le fuitine improvvisate di una volta!

Tutto è destinato ad essere meticolosamente, strategicamente, romanticamente calcolato!

Letizia Dematteis

HOMOSEXUALS ARE POSSESSED BY DEMONS

Il 31 gennaio scorso è entrata finalmente in vigore in Gran Bretagna la cd. Turing Law.

Alan Turing, eccezionale matematico inglese che durante la Seconda Guerra Mondiale, con la sua genialità, riuscì a scardinare i cifrari nazisti segreti è stato portato all’attenzione del grande pubblico attraverso la magistrale interpretazione dell’attore britannico Benedict Cumberbatch nel film, premio Oscar, The Imitation Game: nel film, come nella vita, si denota quale fosse l’unico “difetto” (così qualificato dal governo di Sua Maestà) di Turing, l’omosessualità.

In Gran Bretagna l’omosessualità è stata punita per secoli come un crimine: fino al 1967 in Inghilterra e Galles, fino al 1980 in Scozia e, addirittura, fino al 1982 in Irlanda del nord.

L’iniziativa, salutata con soddisfazione da attivisti del mondo Lgbt, riguarda potenzialmente da 49 mila ai 60 mila uomini giudicati nel tempo colpevoli per comportamenti che non sono più reato e potrà essere invocata anche dagli eredi di chi nel frattempo è morto, con il diritto a ottenere la cancellazione delle relative sentenze di condanna dall’anagrafe giudiziaria. Secondo lord John Sharkey, una delle personalità che più hanno fatto campagna per la legge, almeno 15 mila di loro sono ancora vivi.

La legge in questione, promessa dal 2013, è ora regolarmente in vigore e sancisce il “perdono postumo” e anche la “riabilitazione giudiziaria” di migliaia di gay e bisex condannati nel Regno Unito per i loro orientamenti sessuali: qualche anziana vittima delle leggi del passato ha tuttavia rigettato l’opportunità, dicendo di volere “le scuse, non il perdono”.

Il Ministro britannico Sam Gyimah, infine, ha dichiarato soddisfatto: “Sono immensamente orgoglioso del fatto che ‘legge di Turing’ sia diventata una realtà sotto questo governo. Abbiamo chiesto scusa anche se non potremo mai annullare il dolore causato”.

 

Fabrizio Alberto Morabito

Guida breve alle unioni civili.

Dopo l’approvazione della legge 20 maggio 2016, n. 76 (nota anche come legge Cirinnà), recante “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”, l’iter destinato a disciplinarne la costituzione e l’operatività, con integrazione delle norme civili e penali, vede ora la pubblicazione in Gazzetta ufficiale (27 gennaio 2017 n. 22). I decreti attuativi entreranno in vigore l’11 febbraio prossimo, adeguando le disposizioni dell’ordinamento dello stato civile e modificando il codice penale e le norme di diritto internazionale privato.

Ma cosa sono le unioni civili? E come funzionano?

Le unioni civili sono quelle unioni fondate su vincoli affettivi ed economici alle quali l’ordinamento riconosce uno status giuridico analogo a quello attribuito al matrimonio.

Le unioni civili possono essere costituite solo tra persone maggiorenni e dello stesso sesso effettuando una dichiarazione all’ufficiale di stato civile (da rendere alla presenza di due testimoni) contenente, oltre ai dati anagrafici della coppia, la loro residenza e il regime patrimoniale prescelto, l’identità, la residenza e i dati anagrafici dei testimoni. L’atto è quindi registrato nell’archivio dello stato civile.

Tuttavia, non sempre è possibile costituire un’unione civile. Essa, infatti, trova delle cause impeditive (generanti nullità del vincolo) nell’incapacità di una delle due parti e nella sussistenza di un rapporto di affinità o di parentela tra le stesse. Non è poi possibile costituire tale vincolo se una delle parti è stata condannata in via definitiva per omicidio, anche solo tentato, nei confronti del coniuge o di soggetto già unito civilmente con l’altra o se una delle parti risulta già sposata o abbia contratto un’unione civile con un altro soggetto.

Per quanto concerne i diritti e i doveri, ciascun componente della coppia assume nei confronti dell’altro l’obbligo alla coabitazione e all’assistenza morale e materiale. Ognuno di essi è inoltre tenuto a contribuire ai bisogni comuni in relazione alle proprie sostanze e alla rispettiva capacità di lavoro, sia professionale che domestico. È importante però notare che la legge Cirinnà non fa alcun riferimento né all’obbligo di fedeltà né a quello di collaborazione, che invece scaturiscono dal matrimonio.

Come previsto per il matrimonio, anche in tema di regime patrimoniale al momento della costituzione di un’unione civile la coppia è chiamata a scegliere tra quello della comunione (regime ordinario) e quello della separazione dei beni.

Oltre a tutto ciò, l’unione civile si differenzia dal matrimonio per altri aspetti. Per prima cosa il cognome di famiglia viene scelto dalla coppia tra i loro, dichiarandolo all’ufficiale di stato civile e fatta salva la possibilità di ognuno di anteporre o posporre il cognome dell’altro al proprio (nel matrimonio civile la moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito).

Inoltre lo scioglimento dell’unione ha effetto immediato (non essendo prevista l’equivalente della separazione).

Altra fondamentale differenza rispetto al matrimonio tra coppie eterosessuali deriva dal fatto che, ad oggi, non è riconosciuta la possibilità che il figlio minore di un componente della coppia (nato da fecondazione eterologa o da gestazione per altri) instauri un rapporto di genitorialità sociale con l’altro a seguito di adozione (cd. stepchild adoption).

Particolare attenzione merita la disciplina delle successioni, estesa dalla legge anche alle unioni civili con la conseguenza che al partner omosessuale del de cuius spetterà l’intera eredità in mancanza di figli, fratelli, sorelle e ascendenti del defunto; i due terzi dell’eredità in presenza di ascendenti, fratelli o sorelle del defunto; metà dell’eredità in caso di concorso con un solo figlio o un suo terzo in caso di concorso con più figli del defunto.

Lo stesso dicasi per la successione ereditaria: alla parte di un’unione civile ha sempre il diritto di abitazione sulla casa familiare. Inoltre, al partner omosessuale unito dal de cuius dal vincolo in analisi è riservato un terzo del patrimonio se concorre con un figlio del defunto, un quarto del patrimonio se concorre con più di un figlio del defunto, la metà del patrimonio se concorre con gli ascendenti del defunto.

Per ciò che attiene invece al diritto del lavoro la legge Cirinnà riconosce, in caso di morte del lavoratore, il diritto del partner al pagamento di tutte le indennità previste dalla legge. Anche se l’unione civile si scioglie, il partner ha diritto al 40% del T.F.R. dell’ex, maturato negli anni in cui il vincolo era in essere, purché non vi sia stato, successivamente, un matrimonio o una nuova unione civile.

Istituti di diritto tributario

Decreti attuativi

La legge Cirinnà ha, come detto, rinviato a dei decreti legislativi attuativi la disciplina di adeguamento dell’ordinamento dello stato civile, delle norme di diritto internazionale privato e dei precetti penali alle unioni civili.

Il primo decreto, n. 5/2017, procede all’adeguamento delle disposizioni dell’ordinamento dello stato civile in materia di iscrizioni, trascrizioni e annotazioni, nonché modificazioni e integrazioni normative per la regolamentazione delle unioni civili. Agisce quindi sulle norme che disciplinano il matrimonio o prevedono effetti sulle coppie sposate, al fine di realizzare la necessaria equiparazione nelle materie di interesse quanto agli uniti civilmente.

Per quanto riguarda il secondo decreto, n. 6/2017, questo si occupa delle modificazioni e integrazioni normative in materia penale per il coordinamento con la disciplina delle unioni civili. Si tratta delle modifiche delle disposizioni dell’ordinamento giuridico, così da poter equiparare lo status dell’unito civilmente a quello del coniuge quanto ad alcuni reati o alla procedura penale.

Infine, l’ultimo decreto, n. 7/2017, si occupa delle modifiche e del riordino delle norme di diritto internazionale privato per la regolamentazione delle unioni civili, prevedendo l’applicazione della disciplina dell’unione tra persone dello stesso sesso regolata dalle leggi italiane alle coppie formate da persone dello stesso sesso che abbiano contratto all’estero matrimonio, unione civile o altro istituto analogo.

Mirko Buonasperanza

Il concubinato è la nuova frontiera del matrimonio?

Avanza il disegno di legge che mira a sopprimere parte dell’articolo 143 del codice civile. Addio all’obbligo di fedeltà nel matrimonio dunque è quanto prevede il disegno di legge presentato nel febbraio scorso al Senato e ora assegnato alla commissione giustizia di palazzo Madama. Il testo consta di un solo articolo in grado di rivoluzionare però l’intero istituto del matrimonio. Nello specifico, tale articolo mira a modificare l’art. 143, comma secondo, del codice civile in materia di soppressione dell’obbligo reciproco di fedeltà tra i coniugi.

Obbligo che, a detta dei firmatari, sarebbe “il retaggio culturale di una visione ormai superata e vetusta del matrimonio, della famiglia e dei doveri e diritti dei coniugi”. La stessa giurisprudenza di Cassazione, ricordano, ha statuito che “il giudice non può fondare la pronuncia di addebito della separazione sulla mera inosservanza del dovere di fedeltà coniugale” (Cass. n. 7998/2014).

Inoltre, si sottolinea nella relazione al ddl, con l’avvento della legge n. 21/2012, è stato superato il “problema annoso della distinzione tra figli legittimi e figli naturali, distinzione odiosa che ha portato il legislatore a prevedere l’obbligo di fedeltà tra i coniugi”. Infatti, l’art. 143 c.c., stabilendo tale obbligo, si richiama soprattutto alla fedeltà sessuale della donna “perché fino a non molto tempo fa, solo la fedeltà della medesima era un modo per ‘garantire’ la legittimità dei figli”. Essendo quindi superata tale distinzione, conclude la relazione, può superarsi anche un “obbligo” che non può certo ascriversi “tra i doveri da imporre con legge dello Stato”.

Un passo in avanti su tale argomento, spiega la prima firmataria del disegno di legge, la senatrice Pd Laura Cantini (solo alla testa di molti altri colleghi: Alessandra Bencini (Idv), e i Dem Daniele Borioli, Rosaria Capacchione, Valeria Cardinali, Monica Cirinnà, Camilla Fabbri, Sergio Lo Giudice, Alessandro Maran, Mario Morgoni, Stefania Pezzopane e Francesca Puglisi. , è stato fatto con le unioni civili che presentano un modello “molto più avanzato che dovrà essere recepito dal codice civile”. Nella legge Cirinnà, infatti, a seguito delle numerose polemiche, è stato tolto dal testo originario la fedeltà sessuale quale requisito di coppia, in quanto caratteristica esclusiva del matrimonio tradizionale. Ma ciò significherebbe, a detta della Cantini, avere “le corna legali” per le coppie omo ma non per quelle etero.

A questo punto dunque pare che l’istituto del matrimonio non abbia più alcun senso di esistere perché equiparato quasi totalmente all’unione civile essendogli stata estirpata anche la caratteristica di fedeltà che lo contraddistingueva. Tuttavia, stando a una dichiarazione dell’avvocato cassazionista Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione nazionale avvocati matrimonialisti: “La fedeltà resta una delle ragioni per cui si sta insieme. Nel 60% dei casi ci si separa proprio per infedeltà. L’obbligo di fedeltà è prevista in tutto il mondo, senza differenza tra i sessi degli sposi. La fedeltà coniugale dunque non può essere cestinata e lo dimostra il fatto che chi è stato tradito può chiedere il risarcimento del danno morale”.

La fedeltà deve restare un valore per tutti, è un valore laico non religioso che andrebbe previsto sia tra le coppie dello stesso sesso come per le coppie eterosessuali.

Fabrizio Alberto Morabito

SALTO IDEOLOGICO O ENNESIMA SCONFITTA POLITICA?

In principio fu la Danimarca a legalizzare le unioni tra persone dello stesso sesso. Era il 1989 e per la prima volta vennero riconosciuti a due uomini,  Danish Axel Axgil e Eigil Eskildsen, quasi gli stessi diritti garantiti all’interno di un matrimonio. Seguirono i Paesi Bassi nel 2001, un passo avanti rispetto ai danesi perché non fecero alcuna distinzione tra matrimoni eterosessuali e omosessuali. Nel 2005 fu la volta del Belgio, Poi Spagna e Sud Africa. Ad una prima risposta scandalistica risposero poi altrettanti paesi: ammettere alla luce del sole aspetti della vita che fino a poco prima erano stati considerati “occulti” sembrava essere un ragionevole progresso dei nuovi diritti. Poi toccò all’Italia e fu il caos.

Infatti, nel 2008 il Parlamento europeo inviò la prima sollecitazione alla politica italiana, ma senza risultati. Nella risoluzione vincolante, al paragrafo 86, si legge chiaramente “L’Italia dica di sì ai matrimoni gay”.

Secondo la programmazione degli argomenti da trattare in Parlamento, il tema sulle unioni civici sarebbe dovuto essere trattato nel settembre scorso, ma a causa delle innumerevoli divergenze è stato rimandato a gennaio. Nonostante il tanto citato ddl Cirinnà fosse stato redatto e consegnato alla Camera già ad ottobre, soltanto il 28 gennaio scorso sono iniziate le discussioni in aula. E fu il caos per la seconda volta.

Il disegno di legge firmato dalla senatrice del PD, Monica Cirinnà, accompagnato da 13 emendamenti, si presenta come una versione bis rispetto all’originale, presentato per aggirare l’opposizione di alcuni senatori in commissione Giustizia, dove il precedente ddl (il primo Cirinnà) era bloccato da mesi anche a causa delle resistenze dell’area cattolica del Pd.

Nonostante la seconda redazione, le ostilità dei parlamentari nei confronti di questo testo sono state molte. L’ostruzionismo ha fatto da protagonista: all’arrivo in aula, il ddl è stato subito bloccato da circa 5000 emendamenti proposti da Lega Nord, FI e una parte del PD. Grazie ad un accordo tra i capi dei gruppi politici sono stati tagliati circa il 90% degli emendamenti, ma la voglia di boicottare i piani di Renzi è forte.

Cosa tratta nello specifico questa legge sulle unioni civili?

Innanzitutto, si divide in due capi: il primo, che fa riferimento all’art.1 , introduce l’unione civile tra persone dello stesso sesso “quale specifica formazione sociale, ai sensi delll’art.2 della Costituzione”, diverse però dal matrimonio, secondo le richieste dei cattolici del PD. L’art.2 prevede la possibilità di scegliere un “cognome comune” e la registrazione dell’unione avverrà negli stessi atti dello stato civile. Gli artt. 3-4 estendono alle unioni civili i diritti e i doveri del matrimonio, come la reversibilità delle pensioni., gli sgravi fiscali, i permessi di lavoro per motivi familiari, ecc.. L’art. 5 Parla della stepchild adoption, cioè la possibilità di adottare il figlio del partner. È esclusa l’applicabilità dell’istituto dell’adozione legittimamente: non sarà quindi possibile adottare bambini che non abbiano un genitore naturale all’interno della coppia.

Il capo secondo si occupa della convivenza di fatto e recepisce nell’ordinamento “le evoluzioni giurisprudenziali già consolidate nell’ambito dei diritti e dei doveri delle coppie conviventi”.

Al centro del braccio di ferro tra maggioranza e opposizione, la stepchild adoption. Gli schieramenti che chiedono l’abolizione di questo articolo si focalizzano si diritti dei bambini, non rispettati e non tenuti in considerazione. Al contrario, i sostenitori si battono affinchè si possa concedere la potestà genitoriale ad ogni individui che la desideri. Due punti di vista differenti che sembrano non riuscire a trovare una meta comune.

Queste divisioni sono interne allo stesso Team governativo. Il ministro degli Interni, Alfano, ha dichiarato: “Se fossi Renzi stralcerei la legge sulle adozioni”. Subito dopo ha chiamato a raccolta i grillini e i cattolici del PD, per cercare di sabotare il premier, che ha già perso l’appoggio sicuro da parte del M5S. Grillo, infatti, ha lasciato libertà di coscienza ai suoi e, nonostante il capogruppo abbia assicurato che il 90% dei pentastellati sia a favore del ddl, le sorprese potrebbero essere dietro l’angolo. Infatti, le notizie delle ultime ore vedono il disegno di legge prossimo alla bocciatura. Il motivo? Classici tradimenti politici che non permettono l’approvazione di un testo tanto desiderato e atteso da molti.

Riuscirà il Parlamento a superare gli ostacoli delle alleanze e dei sotterfugi politici? Alla (forse) approvazione l’ardua sentenza.

Chiara Listo