Il Consiglio dei ministri approva il Decreto Sicurezza

Oggi il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità il cosiddetto decreto legge Salvini, un provvedimento che accorpa due precedenti bozze di decreti, su sicurezza e immigrazione.

Oggi il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità il cosiddetto decreto legge Salvini, un provvedimento che accorpa due precedenti bozze di decreti, su sicurezza e immigrazione, a cui da settimane lavora il ministro dell’Interno.

Negli ultimi giorni il testo era stato oggetto di ripensamenti dovuti a dubbi di costituzionalità anche se oggi, durante la conferenza stampa di presentazione, il Presidente Conte ha affermato che: “In un quadro di assoluta garanzia dei diritti delle persone e dei Trattati, andiamo a operare una revisione per una disciplina più efficace” cercando di rassicurare chi esprimeva preoccupazione che le misure approntate dal Governo fossero lesive dei diritti dei migranti.

L’obiettivo fissato dall’esecutivo, attraverso una riorganizzazione normativa, è quello di adeguare l’intero sistema di riconoscimento della protezione internazionale agli standard europei eliminando quelli che sono stati dichiarati come “disallineamenti significativi” rispetto agli altri Paesi dell’Unione.

Gli aspetti che destavano maggior criticità sono lo stop ai permessi di soggiorno per motivi umanitari sostituiti con permessi per meriti civili o cure mediche, il raddoppio da 3 a 6 mesi dei tempi di trattenimento nei Centri per i rimpatri nonché l’aumento dei reati per cui si revoca lo status di rifugiato e i progetti di integrazione sociali riservati a titolari di protezione e minori non accompagnati.

Si otterrebbe così una attenuazione dei diritti che potrebbe contrastare con le tutele previste dalla Costituzione e dalla Corte Costituzionale, che più volte ha ribadito che i diritti riguardano tutti.

Nel decreto sono presenti anche nuove misure contro le occupazioni abusive di immobili: viene previsto infatti un inasprimento delle sanzioni nei confronti di coloro che promuovano o organizzino l’invasione di terreni ed edifici. Le pene e le sanzioni pecuniarie verranno raddoppiate arrivando fino a 4 anni di reclusione e una multa da 206 ai 2.064 euro a carico dei promotori e di coloro che abbiano compiuto il fatto armati. Verrà anche ampliata la possibilità di utilizzo dello strumento delle intercettazioni telefoniche a carico degli indagati per reati di questo tipo.

Dott. Mirko Buonasperanza

Milleproroghe e vaccini: slitta l’obbligo di vaccinazione per l’accesso alla scuola dell’infanzia.

Con 149 voti favorevoli, 110 contrari e 1 astenuto e’ passato al Senato l’emendamento che fa slittare di un anno l’obbligo di presentare i certificati vaccinali per l’iscrizione alla scuola dell’infanzia e agli asili nido.

La copertura vaccinale, secondo recenti studi, è migliorata. Infatti, dopo l’introduzione della legge voluta dalla Lorenzin, sono cresciute le vaccinazioni contro il morbillo ed in generale si è registrato un sensibile aumento per tutti i vaccini, siano essi obbligatori o non obbligatori.

In alcune regioni, però, emerge ancora un dato preoccupante. Per tale ragione, come afferma il direttore del Dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, Gianni Rezza, eliminare l’obbligo vaccinale per la frequenza scolastica del prossimo anno può essere rischioso.

Il rinvio deciso con il Milleproroghe potrebbe ora determinare dei rischi, avverte però Rezza: “Sono migliaia, circa diecimila, anche se non c’è una stima precisa, i bambini italiani immunodepressi o con patologie e che, per questo, non possono essere vaccinati. Lo stop all’obbligo vaccinale per la frequenza nel prossimo anno scolastico a nidi e materne mette a rischio soprattutto loro, per il pericolo che altri bambini non vaccinati possano divenire vettori di malattie per questa fascia più debole”.

Ilaria Di Blasio

INTERDITTIVE ANTIMAFIA E APPALTI: RISARCIMENTO ALLE DITTE COLPITE?

L’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, con la sentenza n. 3 del 6 aprile 2018, ha chiarito  quali siano gli effetti della informativa interdittiva antimafia di cui agli artt. 84, co. 3 e 91, co. 6, del d.lgs. 159/2011 (cd. Codice Antimafia).

L’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, con la sentenza n. 3 del 6 aprile 2018, ha chiarito  quali siano gli effetti della informativa interdittiva antimafia di cui agli artt. 84, co. 3 e 91, co. 6, del d.lgs. 159/2011 (cd. Codice Antimafia).

 La questione all’esame dell’Adunanza riguardava la possibilità di erogare da parte di una pubblica amministrazione somme di danaro, a titolo di risarcimento del danno, in favore di un soggetto che sia stato attinto – prima della definizione del giudizio risarcitorio – da un’informativa interdittiva antimafia, conosciuta solo successivamente alla formazione del giudicato e taciuta dal soggetto stesso. Il vaglio del Consiglio di Stato in questo caso verteva, quindi, sugli effetti generali delle informative interdittive antimafia e sull’ostatività degli stessi alla erogazione di denaro a titolo di risarcimento del danno.

In secondo luogo, il Consiglio era chiamato a giudicare su un altro quesito (consequenziale al primo), riguardante,  nel caso concreto, il diritto di credito accertato con sentenza passata in giudicato (e non scalfita neppure da revocazione su ricorso della p.a.). la Sezione remittente  in altre parole si poneva il dubbio se la tutela degli effetti del giudicato potesse rendere doveroso il pagamento delle somme accertate giudizialmente.

Nella sentenza in esame  in Giudice amministrativo d’appello ricorda come “l’interdittiva antimafia è provvedimento amministrativo al quale deve essere riconosciuta natura cautelare e preventiva, in un’ottica di bilanciamento tra la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica e la libertà di iniziativa economica riconosciuta dall’art. 41 Cost.” il quale fa sì che un imprenditore possa meritare di essere “titolare di rapporti contrattuali con le predette amministrazioni, ovvero destinatario di titoli abilitativi da queste rilasciati, come individuati dalla legge, ovvero ancora (come ricorre nel caso di specie) essere destinatario di contributi, finanziamenti o mutui agevolati ed altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate”.

Il giudizio di eventuale mancanza di meritevolezza fa derivare una particolare incapacità giuridica “prevista dalla legge a garanzia di valori costituzionalmente garantiti e conseguente all’adozione di un provvedimento adottato all’esito di un procedimento normativamente tipizzato e nei confronti del quale vi è previsione delle indispensabili garanzie di tutela giurisdizionale del soggetto di esso destinatario”. Tale incapacità giuridica è parziale in quanto limitata ai rapporti giuridici con la Pubblica Amministrazione e temporanea poiché può venir meno per il tramite di un successivo provvedimento dell’autorità amministrativa competente  ovvero il Prefetto.

La circostanza che la somma di denaro di cui è titolare la società colpita dal provvedimento amministrativo sia di natura risarcitoria non elide la mancanza di capacità della stessa: l’incapacità di ottenere erogazione di somme di denaro rende non rilevante la circostanza che si tratti di una erogazione a titolo risarcitorio anche qualora il credito fosse stato accertato con sentenza passata in giudicato. L’informativa interdittiva antimafia, infatti, non ha effetto di far venire meno il debito della P.a. ma soltanto la capacità del soggetto colpito dal provvedimento di incassare il credito; capacità che potrà ritornare piena una volta venuto meno il provvedimento stesso.

Il giudicato di conseguenza non viene leso poiché “l’obbligazione risarcitoria della Pubblica Amministrazione, definitivamente accertata in sede giudiziaria, resta intatta ed indiscutibile; né può ipotizzarsi alcuna incisione del provvedimento amministrativo (e dei suoi effetti) sul giudicato”.

Concludendo, l’Adunanza fissa i seguenti principi di diritto:

1) “il provvedimento di cd. interdittiva antimafia determina una particolare forma di incapacità ex lege, parziale (in quanto limitata a specifici rapporti giuridici con la Pubblica Amministrazione) e tendenzialmente temporanea, con la conseguenza che al soggetto – persona fisica o giuridica – è precluso avere con la pubblica amministrazione rapporti riconducibili a quanto disposto dall’art. 67 d. lgs. 6 settembre 2011 n. 159”.

2) “l’art. 67, co. 1, lett. g) del d. lgs. 6 settembre 2011 n. 159, nella parte in cui prevede il divieto di ottenere, da parte del soggetto colpito dall’interdittiva antimafia, contributi, finanziamenti e mutui agevolati ed altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati da parte dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunità Europee, per lo svolgimento di attività imprenditoriali, ricomprende anche l’impossibilità di percepire somme dovute a titolo di risarcimento del danno patito in connessione all’attività di impresa”.

Dott. Mirko Buonasperanza

Il grande romanzo della c.d. regola Taricco narrato dalla Corte Costituzionale

Dopo aver già in precedenza parlato della c.d. “Regola Taricco”, riportiamo in versione integrale il comunicato stampa del 31/05/2018 della Corte Costituzionale che ripercorre le principali tappe della vicenda.

Dopo aver già in precedenza parlato della c.d. “Regola Taricco”(qui l’articolo del 15/04/2018), riportiamo in versione integrale il comunicato stampa del 31/05/2018 della Corte Costituzionale che ripercorre le principali tappe della vicenda.

FRODI UE E PRESCRIZIONE: LA “REGOLA TARICCO” E’ INCOMPATIBILE CON IL PRINCIPIO DI DETERMINATEZZA DELLA NORMA PENALE
UNA VICENDA EMBLEMATICA DI DIALOGO TRA CORTI
“La vicenda Taricco è un significativo esempio di “dialogo tra Corti”, dialogo che spesso si auspica, ma con qualche dubbio che possa effettivamente svolgersi. Sul caso Taricco però, attraverso i provvedimenti della Corte di giustizia dell’Unione europea e della Corte costituzionale italiana, si è svolto effettivamente un dialogo e l’esito è stato proficuo. Come emerge dalla motivazione della sentenza della Consulta, depositata oggi in cancelleria con il numero 115 (relatore il presidente Giorgio Lattanzi).
La prima sentenza Taricco
La sentenza 8 settembre 2015 della Grande sezione della Corte di giustizia Ue resa nella causa Taricco aveva stabilito che il giudice italiano dovesse disapplicare gli articoli 160, terzo comma, e 161, secondo comma, del Codice penale, omettendo di dichiarare prescritti i reati di frode in danno dell’Unione europea e procedendo nel giudizio penale, in due casi: innanzitutto, secondo una regola che è stata tratta dall’articolo 325, paragrafo 1, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), quando queste disposizioni, determinando la prescrizione, impediscono di
infliggere sanzioni effettive e dissuasive in un numero considerevole di gravi casi di
frode che ledono gli interessi finanziari dell’Unione; in secondo luogo, in base a una
regola desunta dall’articolo 325, paragrafo 2, TFUE (cosiddetto principio di
assimilazione), quando il termine di prescrizione, per effetto delle norme indicate,
risulta più breve di quello fissato dalla legge nazionale per casi analoghi di frode in
danno dello Stato membro.
Le Corti italiane
La Corte di cassazione e la Corte d’appello di Milano però hanno ritenuto che
le regole enunciate dalla sentenza Taricco fossero in contrasto con alcuni principi
supremi dell’ordine costituzionale italiano, e in particolare con gli articoli 3, 11, 24,
25, secondo comma, 27, terzo comma, e 101, secondo comma, della Costituzione
e, rimettendo alla Corte costituzionale gli atti di due processi che stavano trattando,
hanno sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’articolo 2 della legge 2
agosto 2008, n. 130, sulla ratifica ed esecuzione del Trattato di Lisbona, nella parte
in cui, imponendo di applicare l’articolo 325 TFUE, come interpretato dalla
sentenza Taricco, comporta che in taluni casi vengano disapplicati gli articoli 160,
terzo comma, e 161, secondo comma, del Codice penale nei confronti di reati in
materia di imposta sul valore aggiunto (IVA) che costituiscono frode in danno degli
interessi finanziari dell’Unione.
La Corte di cassazione, dopo aver ricordato che nell’ordinamento italiano
l’istituto della prescrizione appartiene alla legalità penale sostanziale, ha sottolineato
la violazione dell’articolo 25, secondo comma, della Costituzione per i profili della
riserva di legge in materia penale, posto che il regime della prescrizione cesserebbe
di essere legale, della determinatezza, a causa della genericità dei concetti di «grave
frode» e di «numero considerevole di casi», intorno ai quali ruota la “regola Taricco”,
e del divieto di retroattività, considerato che i fatti addebitati agli imputati sono
anteriori all’8 settembre 2015, data di pubblicazione della sentenza Taricco.
Inoltre, sarebbe leso l’articolo 101, secondo comma, della Costituzione, perché
verrebbe demandata al giudice un’attività implicante una «valutazione di natura
politico-criminale», che spetterebbe invece al legislatore.
La Consulta rinvia alla Corte Ue
La Corte costituzionale, a sua volta, con l’ordinanza n. 24 del 2017, anziché
decidere le questioni che le erano state rimesse, ha disposto un rinvio pregiudiziale
alla Corte di giustizia per l’interpretazione relativa al significato da attribuire
all’articolo 325 TFUE e alla sentenza Taricco.
Secondo la Corte costituzionale, l’eventuale applicazione della “regola Taricco”
nel nostro ordinamento violerebbe gli articoli 25, secondo comma, e 101, secondo
comma, della Costituzione e non potrebbe perciò essere consentita neppure alla luce
del primato del diritto dell’Unione. Tuttavia è sembrato alla Corte che la stessa
sentenza Taricco tendesse ad escludere questa applicazione ogni qual volta risultasse
in conflitto con l’identità costituzionale dello Stato membro, implicando una
violazione del principio di legalità penale.
Di ciò è stata chiesta conferma alla Corte di giustizia.
La nuova pronuncia della Corte Ue
La Grande sezione della Corte di giustizia, con sentenza 5 dicembre 2017, in
causa C-42/17, M.A. S. e M. B., comprendendo il dubbio prospettato dalla Corte
costituzionale ha riconosciuto che l’obbligo per il giudice nazionale di disapplicare,
sulla base della “regola Taricco”, la normativa interna in materia di prescrizione,
viene meno quando ciò comporta una violazione del principio di legalità dei reati e
delle pene, a causa dell’insufficiente determinatezza della legge applicabile o
dell’applicazione retroattiva di una normativa che prevede un regime di punibilità
più severo di quello vigente al momento della commissione del reato.
La nuova pronuncia della Corte di giustizia opera su due piani connessi.
In primo luogo chiarisce che, in virtù del divieto di retroattività in malam partem
della legge penale, la “regola Taricco” non può essere applicata ai fatti commessi
anteriormente alla data di pubblicazione della sentenza che l’ha dichiarata, ovvero
anteriormente all’8 settembre 2015. Si tratta di un divieto che discende
immediatamente dal diritto dell’Unione e non richiede alcuna ulteriore verifica da
parte delle autorità giudiziarie nazionali.
In secondo luogo demanda a queste ultime il compito di saggiare la compatibilità
della “regola Taricco” con il principio di determinatezza in materia penale, che è sia
principio supremo dell’ordine costituzionale italiano sia cardine del diritto
dell’Unione, in base all’articolo 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione
europea (CDFUE).
Parola finale alla Consulta: la “regola Taricco” contrasta col
principio di determinatezza in materia penale
Alla luce del chiarimento interpretativo offerto dalla sentenza M.A.S., la Corte
costituzionale ha ritenuto che tutte le questioni sollevate dai giudici rimettenti
fossero non fondate, perché la “regola Taricco” doveva ritenersi inapplicabile nei
rispettivi giudizi.
In entrambi i giudizi infatti si procedeva per fatti avvenuti prima dell’8
settembre 2015, sicché l’applicabilità degli artt. 160, terzo comma, e 161, secondo
comma, del Codice penale e la conseguente prescrizione dei reati oggetto dei
procedimenti a quibus erano riconosciute dalla stessa sentenza M.A.S., che aveva
escluso gli effetti della “regola Taricco” rispetto ai reati commessi prima di quella
data.
Comunque, secondo la Corte costituzionale, indipendentemente dalla
collocazione dei fatti, prima o dopo l’8 settembre 2015, i giudici rimettenti non
avrebbero potuto applicare la “regola Taricco”, perché in contrasto con il principio
di determinatezza in materia penale, consacrato dall’articolo 25, secondo comma,
della Costituzione.
Infatti, un istituto come la prescrizione, che incide sulla punibilità della persona
riconnettendo al decorso del tempo l’effetto di impedire l’applicazione della pena,
nell’ordinamento giuridico italiano rientra nell’alveo costituzionale del principio di
legalità penale sostanziale enunciato dall’articolo 25, secondo comma, della
Costituzione con formula di particolare ampiezza, ed è parso evidente il deficit di
determinatezza che caratterizza sia l’articolo 325, paragrafi 1 e 2, TFUE (per la parte
da cui si evince la “regola Taricco”) sia la “regola Taricco” in sé.
Quest’ultima, per la porzione che discende dal paragrafo 1 dell’art. 325 TFUE,
è stata ritenuta irrimediabilmente indeterminata nella definizione del «numero
considerevole di casi» in presenza dei quali può operare, perché il giudice penale non
dispone di alcun criterio applicativo della legge che gli consenta di trarre da questo
enunciato una regola sufficientemente definita. Né a tale giudice può essere
attribuito il compito di perseguire un obiettivo di politica criminale svincolandosi dal
governo della legge al quale è invece soggetto (articolo 101, secondo comma,
Costituzione).
Ancor prima è stato ritenuto indeterminato l’articolo 325 TFUE, perché il suo
testo non permette alla persona di prospettarsi la vigenza della “regola Taricco”, e
una scelta relativa alla punibilità deve essere autonomamente ricavabile dal testo
legislativo al quale i consociati hanno accesso. «Fermo restando – ha aggiunto la
Corte costituzionale – che compete alla sola Corte di giustizia interpretare con
uniformità il diritto dell’Unione, e specificare se esso abbia effetto diretto, è anche
indiscutibile che, come ha riconosciuto la sentenza M.A.S., un esito interpretativo
non conforme al principio di determinatezza in campo penale non possa avere
cittadinanza nel nostro ordinamento».
Un rilievo analogo è stato svolto anche per la porzione della “regola Taricco”
tratta dal paragrafo 2 dell’articolo 325 TFUE.
In questo caso, infatti, se anche il principio di assimilazione non desse luogo
sostanzialmente a un procedimento analogico in malam partem, e potesse permettere
al giudice penale di compiere un’attività priva di inaccettabili margini di
indeterminatezza, ciò comunque non potrebbe avvenire sulla base del paragrafo 2
dell’articolo 325 TFUE, dal quale una persona non potrebbe desumere i contorni
della “regola Taricco”.
In altri termini, qualora si reputasse possibile da parte del giudice penale il
confronto tra frodi fiscali in danno dello Stato e frodi fiscali in danno dell’Unione, al
fine di impedire che le seconde abbiamo un trattamento meno severo delle prime
quanto al termine di prescrizione, ugualmente l’articolo 325, paragrafo 2, TFUE non
perderebbe il suo tratto non adeguatamente determinato per fungere da base legale
di tale operazione in materia penale, posto che i consociati non avrebbero potuto, né
oggi potrebbero sulla base del solo quadro normativo, raffigurarsi tale effetto.
Ciò posto, la Corte ha concluso che «l’inapplicabilità della “regola Taricco”,
secondo quanto riconosciuto dalla sentenza M.A.S., ha la propria fonte non solo nella
Costituzione repubblicana, ma nello stesso diritto dell’Unione» e che quindi non
sono fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate nel presupposto che
tale regola fosse invece applicabile.

Fonte: https://www.cortecostituzionale.it/comunicatiAttualita.do

Salvatore Vergone

IL NUOVO REATO DI INDEBITO UTILIZZO E FALSIFICAZIONE DI CARTE DI CREDITO.

Il d.lgs.  n. 21/ 2018 (entrato in vigore il 06 aprile del 2018) ha modificato il codice penale introducendo nuove figure criminose tra le quali il nuovo art. 493 ter c.p., rubricato “Indebito utilizzo e falsificazione di carte di credito e di pagamento”.

Il d.lgs.  n. 21/ 2018 (entrato in vigore il 06 aprile del 2018) ha modificato il codice penale introducendo nuove figure criminose tra le quali il nuovo art. 493 ter c.p., rubricato “Indebito utilizzo e falsificazione di carte di credito e di pagamento“.

La norma prevede che “chiunque, al fine di trarne profitto per sé o per altri, indebitamente utilizza, non essendone titolare, carte di credito o di pagamento, ovvero qualsiasi altro documento analogo che abiliti al prelievo di denaro contante o all’acquisto di beni o alla prestazione di servizi, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da 310 euro a 1550 euro. Alla stessa pena soggiace chi, al fine di trarne profitto per sé o per altri, falsifica o altera carte di credito o di pagamento o qualsiasi altro documento analogo che abiliti al prelievo di denaro contante o all’acquisto di beni o alla prestazione di servizi, ovvero possiede, cede o acquisisce tali carte o documenti di provenienza illecita o comunque falsificati o alterati, nonché ordini di pagamento prodotti con essi“.

Viene poi introdotta una fattispecie di confisca speciale delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato nonché del profitto o del prodotto, sempre che non appartengano a persona estranea al reato. Inoltre è possibile disporre la confisca per equivalente di beni, somme di denaro o altre utilità rientranti nella disponibilità del reo per un valore corrispondente al profitto o al prodotto del reato.

La fattispecie di reato in esame rientra tra i reati comuni finalizzati a tutelare il mercato finanziario ed in particolare la fede pubblica. Per questo motivo il bene giuridico tutelato, la fede pubblica appunto, è inteso come la fiducia riposta dalla collettività in un determinato simbolo, atto giuridico o oggetto su cui si ripone il massimo affidamento per ipotizzare la certezza, sicurezza e rapidità dei traffici giuridici.

Circa l’elemento soggettivo, per integrare il delitto è richiesto il dolo specifico (al pari dei delitti di falso) il quale non si può identificare nella mera coscienza e volontà della falsificazione ma richiede anche la consapevolezza di arrecare ad altri un danno.

La disposizione, prevedendo come pena la reclusione da uno a cinque anni, consente l’arresto facoltativo in flagranza di reato.

Da ultimo, il nuovo reato, richiama espressamente la precedente norma che regolarizzava le ipotesi di utilizzo illecito degli strumenti di pagamento di cui all’art. 55 del d.lgs. 231/2007 non comportando quindi una forma di abolitio criminis ma un caso di successione di leggi.

Dott. Mirko Buonasperanza

 

AC Milan e break-even rule

La camera giudicante dell’Organo di Controllo Finanziario per Club, presieduta da José Narciso da Cunha Rodrigues, ha preso la sua decisione sul caso AC Milan per la violazione delle norme del fair play finanziario, in particolar modo per la violazione della break-even rule. Il club rossonero, secondo quanto affermato dalla sentenza Uefa, “non potrà partecipare alla prossima competizione europea a cui è qualificato”. Per i rossoneri, sette volte campione d’Europa,  resta la possibilità di presentare ricorso entro dieci giorni dalla ricezione della decisione. Detto fatto ! Il Milan poche ore dopo la sentenza Uefa ha presentato il proprio ricorso al Tas, comunicandolo ufficialmente sul sito web ufficiale: “L’Adjudicatory Chamber del Club Financial Control Body (CFCB) dell’UEFA ha deciso di sanzionare AC Milan per le violazioni della normativa sul Financial Fair Play commesse da luglio 2014 a giugno 2017 con un anno di esclusione dalle Competizioni Ufficiali Europee per Club. Nel prendere atto di tale decisione, AC Milan comunica di aver richiesto al proprio pool legale di avviare la procedura di ricorso presso il Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna, confidando in una sollecita revisione del provvedimento”. Le perplessità, infatti, non sono poche e le polemiche impazzano sul web ormai da ore. Appassionati del mondo del calcio restate sintonizzati. Ne vedremo delle belle.

Ilaria Di Blasio

LE NUOVE INCOMPATIBILITÀ DEGLI AMMINISTRATORI GIUDIZIARI

Il 25 giugno 2018 entrerà in vigore il Decreto legislativo che introduce nuove incompatibilità per gli amministratori giudiziari al fine di assicurare la trasparenza effettiva nel conferimento degli incarichi.

Il 25 giugno 2018 entrerà in vigore il Decreto legislativo, 18/05/2018 n. 54 che introduce nuove incompatibilità per gli amministratori giudiziari, i loro coadiutori, i curatori fallimentari nonché altri organi delle procedure concorsuali al fine di assicurare la trasparenza effettiva nel conferimento degli incarichi agli ausiliari del giudice verificando le cause di eventuali incompatibilità in essere.

L’art. 33, co. 2, della Legge n. 161 del 2017 ha delegato il Governo ad adottare un decreto legislativo per disciplinare le incompatibilità relative ai soggetti prima richiamati fissando i seguenti princìpi e criteri direttivi:

  1. a) prevedere l’incompatibilità per rapporti di parentela, affinità, convivenza e, comunque, assidua frequentazione con magistrati addetti all’ufficio giudiziario al quale appartiene il magistrato che conferisce l’incarico;
  2. b) prevedere che il presidente della Corte di appello eserciti la vigilanza sulle nomine ai predetti incarichi conferite a soggetti che abbiano con i magistrati del distretto giudiziario, in cui ha sede l’ufficio titolare del procedimento, gli indicati rapporti di parentela, affinità, coniugio o frequentazione assidua, in modo tale da evitare indebite commistioni e compromissione della credibilità della funzione giudiziaria.

Ai sensi all’art. 35 del D.lgs. n. 159 del 2011 (cd. Codice antimafia), con il provvedimento con il quale dispone il sequestro, il Tribunale nomina il giudice delegato (g.d.) alla procedura e uno o più amministratori giudiziari (a seconda della complessità del caso) che, nel caso di beni immobili sequestrati, devono essere scelti,” nell’ambito degli iscritti all’apposito albo, secondo criteri di trasparenza, di rotazione degli incarichi e di corrispondenza tra i profili professionali del professionista individuato e la tipologia e l’entità dei beni appresi in via cautelare”; per quanto attiene invece gli amministratori di aziende sequestrate, gli stessi devono essere scelti “fra i soggetti iscritti nell’apposita sezione di esperti in gestione aziendale dell’Albo nazionale degli amministratori giudiziari” (potendo essere individuati anche tra il personale dipendente dell’Agenzia Nazionale).

L’amministratore giudiziario, al momento della nomina, è tenuto a comunicare al Tribunale l’eventuale titolarità di altri incarichi di analoga natura potendo chiedere al g.d. di essere autorizzato, ove necessario, a farsi coadiuvare da tecnici o da altri soggetti qualificati.

Il comma 3 dello stesso articolo definisce le cause che ostano all’assunzione dell’incarico di amministratore giudiziario: non possono essere nominate le persone nei cui confronti il provvedimento è stato disposto, il

coniuge, i parenti, gli affini e le persone con esse conviventi, né le persone condannate a una pena che

importi l’interdizione, anche temporanea, dai pubblici uffici o le pene accessorie previste dal r.d. 267 del 1942 o coloro cui sia stata irrogata una misura di prevenzione o nei confronti dei quali sia stato disposto il rinvio a giudizio per i reati di cui all’articolo 4 del D.lgs. n. 159/2011 o per uno dei delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione o dei delitti contro l’attività giudiziaria.

In aggiunta, non possono essere nominate le persone che abbiano svolto attività lavorativa o professionale in favore del proposto o delle imprese a lui riconducibili oppure persone che non possono svolgere le funzioni di coadiutore o di diretto collaboratore dell’amministratore giudiziario nell’attività di gestione.

Il comma 3 prosegue citando le cause ostative riguardanti il magistrato delegato; riguardo a ciò non possono assumere l’ufficio di amministratore giudiziario (o le altre figure equiparate):

  • il coniuge, i parenti fino al quarto grado, gli affini entro il secondo grado, i conviventi o commensali abituali;
  • i creditori o debitori del magistrato, del coniuge o dei figli del magistrato, né le persone legate da uno stabile rapporto di collaborazione professionale con il coniuge o i figli del magistrato;
  • i prossimi congiunti, i conviventi, i creditori o debitori del dirigente di cancelleria che assiste il magistrato.

Da ultimo l’art. 1, lett. a), del D.lgs. n. 54 del 2018 integra con un nuovo comma 4 bis l’art. 35 del Codice antimafia

introducendo nei procedimenti di prevenzione un sistema di incompatibilità alla nomina di amministratore e simili derivante da legami di parentela, rapporti amicali e/o affettivi con magistrati addetti all’ufficio giudiziario cui appartiene il giudice che conferisce l’incarico. Risultano perciò ostativi il rapporto di coniugio, di unione civile o convivenza di fatto; la parentela entro il terzo grado; l’affinità entro il secondo grado e  il rapporto di assidua frequentazione ,definito dal comma 4 bis, come derivante a) da una relazione sentimentale; b) da un rapporto di amicizia stabilmente protrattosi nel tempo e connotato da reciproca confidenza; c) dal rapporto di frequentazione tra commensali abituali.

Dott.  Mirko Buonasperanza

 

DROGA: LIEVE ENTITA’ E TENUITA’DEL FATTO

Applicando l’art. 131 bis c.p. ad un fatto di spaccio di lieve entità, non si avrà solo una riduzione della pena ma verrà totalmente esclusa la punibilità.

  1. La fattispecie generale di spaccio

Il D.P.R. 309 del 1990 (cd. Testo Unico stupefacenti) prevede, dopo la sentenza della Corte Costituzionale 32 del 2014, un doppio regime sanzionatorio per le ipotesi di spaccio disciplinato dall’art. 73:

-per le droghe leggere (tabelle II e IV del T.U.) la pena è la reclusione da 2 a 6 anni congiunta alla multa da 5.164 a 77.468 euro [comma 4].

-per le droghe pesanti (tabelle I e III) la pena è la reclusione da 8 a 20 anni congiunta alla multa da 25.822 a 258.228 euro [comma 1].

  1. La fattispecie dello spaccio di lieve entità

Il legislatore, nel 2013, ha modificando la cornice edittale dell’art. 73 comma 5, attribuendogli dignità di fattispecie di reato autonoma (prima del 2013 si trattava di una circostanza attenuante speciale dell’articolo 73, comma 1).

Ora, quindi, il comma 5 dell’art. 73 prevede: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque commette uno dei fatti previsti dal presente articolo che, per i mezzi, la modalità o le circostanze dell’azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze, è di lieve entità, è punito con le pene della reclusione da sei mesi a quattro anni e della multa da euro 1.032 a euro 10.329”.

Qualsivoglia condotta (coltivazione, spaccio, detenzione, ecc.) può essere considerata lieve se, avuto riguardo ai mezzi, alle modalità o alle circostanze dell’azione ovvero alla qualità e quantità delle sostanze detenute, la stessa provochi una minima offensività rispetto al bene protetto, ad esempio perché comporta una ridotta capacità di diffusione della droga sul territorio.

La Cassazione, con sentenza n. 13982 del 2018, ha precisato quali sono i criteri di distinzione della fattispecie di lieve entità dalla fattispecie generale, che non può mai essere effettuata per “sottrazione” e non può prescindere da un’adeguata valorizzazione della fattispecie minore. Il riferimento alle modalità e circostanze dell’azione non può implicare che non si possa applicare l’ipotesi minore nel caso di continuatività delle condotte o  svolgimento di attività in qualche modo organizzata.

Per esemplificare, “sia  il dato qualitativo che quello quantitativo delle sostanze stupefacenti, in presenza di condotte aventi ad oggetto detenzione o cessione di quantità rilevanti, può non assumere rilievo decisivo, se non corroborato da altri dati come l’offensività, le fonti di approvvigionamento stabili, le relazioni tra il soggetto ed il mercato, l’organizzazione complessa o meno, la presenza di una piazza di spaccio. Tutto ciò implica una valutazione minuziosa da parte del giudice di merito, che non può limitarsi a riferirsi genericamente a dati che non hanno significato, presi singolarmente.

Inoltre, “la lievità o meno della condotta deve essere affrontata caso per caso, affinché siano tenute in debito conto tutte le possibili variabili” (Cass. Pen., Sez. VI, n. 46495 del 2017) e  il giudice deve, quindi, “determinare e calibrare il trattamento sanzionatorio più adeguato alle specifiche circostanza e modalità del caso, rifuggendo da ogni automatismo” (Cass. Pen., Sez. VI, n. 39374 del 2017).

Certamente non può dubitarsi che il dato più decisivo non può che essere la quantità di droga detenuta del reo a seconda che superi o meno il dato ponderale in relazione alla specificità del luogo di commissione del reato. Il  c.d. piccolo spaccio andrà a manifestarsi quindi in  una “minore portata dell’attività dello spacciatore con una ridotta circolazione di merce e di denaro, nonché con guadagni limitati” (Cass. Pen., Sez. VI, n. 15642 del 2015).

Non sono invece dirimenti, ai fini della configurabilità del fatto di lieve entità o meno, la diversità delle sostanze trafficate o il rinvenimento della sostanza stupefacente già suddivisa in dosi, essendo anch’esse non esclusive dello spaccio di maggiore entità.

  1. La non punibilità per particolare tenuità del fatto

L’art. 131 bis c.p. stabilisce che la punibilità è esclusa quando: “Nei reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’art. 133, primo comma, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale”.

Può in primis beneficiare della non punibilità solo l’imputato per la fattispecie di cui al comma 5 dell’art. 73 citato (lieve entità), in quanto rientrante nel  previsto limite della pena detentiva massima di 5 anni. In questo caso quindi, applicando l’art. 131 bis c.p. ad un fatto di spaccio di lieve entità, non si avrà solo una riduzione della pena ma verrà totalmente esclusa la punibilità.

Punto fermo della questione è però la necessità, per il giudice di merito, di motivare analiticamente la scelta dell’utilizzo o meno dell’istituto della non punibilità per particolare tenuità del fatto.

Con la sentenza n. 36616 del 2017, la Cassazione ha ad esempio accolto il ricorso di un imputato per il reato di cui comma 5 del citato T.U., il quale riteneva fosse stata erroneamente valutata la non punibilità ex art. 131 bis c.p. da parte della Corte d’Appello. La Suprema Corte decideva per l’assoluzione dell’imputato anche qualora esistano nei suoi confronti plurime denunce per altri reati relativi a sostanze stupefacenti poiché “l’art. 131 bis c.p., nel configurare le ipotesi di non punibilità per particolare tenuità del fatto, e nel definire le ipotesi di comportamento abituale, non ricomprende l’ipotesi di altre denunce a carico dell’imputato per reati dello stesso tipo, ma solo le ipotesi di condotte seriali, individuate tramite procedimenti penali definiti o almeno pendenti”.

Dalla sentenza n. 52721 del 2017, deve invece desumersi come, secondo la Cassazione, “anche in relazione ad una condotta criminosa di coltivazione di 18 piante di canapa indiana, rientrante nella fattispecie di lieve entità di cui all’art. 73, comma 5, DPR 309/1990, la Corte d’Appello avrebbe dovuto valutare complessivamente le peculiarità del caso concreto, le modalità della condotta, ed il grado di colpevolezza utili a pronunciarsi approfonditamente sulla non punibilità per la particolare tenuità della condotta di coltivazione illecita”.

Veniva per questo assolto un imputato per la coltivazione in abitazione di sei piantine di cannabis dell’altezza di 90 cm, contenenti un quantitativo di THC pari a 42 dosi, perché “inidonea a determinare la possibile diffusione della sostanza producibile” e la moltiplicazione delle occasioni di lesione della salute pubblica” (Cass. Pen., Sez. III, n. 36037 del 2017).

Dott. Mirko Buonasperanza

Diritto d’autore: chi può praticare la sincronizzazione di opere musicali?

Il diritto d’autore è finalizzato ad assicurare il controllo sull’utilizzazione economica dell’opera d’ingegno, riconoscendo in capo al creatore una serie di diritti esclusivi. Questi diritti, che tutelano interessi prettamente patrimoniali, possono (e normalmente così accade) essere ceduti a soggetti terzi; nell’eventualità che ciò si verifichi, l’autore resta titolare di residuali diritti inalienabili cui non può rinunciare, finalizzati a tutelare interessi di carattere prettamente morale.

L’art. 3 LDA accorda la tutela alle c.d. “opere collettive”, frutto della riunione di più opere o di parti di esse, aventi carattere di creazione autonoma, come risultato della scelta e coordinazione ad un determinato fine artistico o culturale. L’art. 7 LDA riconosce come autore dell’opera collettiva “colui che organizza e dirige la creazione stessa”.

Una composizione musicale, dunque, spesso entra a far parte di opere collettive più complesse, tramite una particolare attività detta sincronizzazione. Le questioni che occorre chiarire in tale ambito sono principalmente due: in primo luogo è necessario definire in modo puntuale il termine sincronizzazione; in secondo luogo si deve individuare il soggetto avente diritto a porre in essere tale attività. L’art. 3 difatti, precisa che l’opera collettiva è considerata opera originale senza pregiudizio dei diritti d’autore sulle opere di cui è composta; è qui che ci si chiede se la predetta operazione rientri nelle facoltà esclusive riconosciute all’autore, o possa essere realizzata da chi organizza e dirige l’opera collettiva.

La Suprema Corte si è recentemente pronunciata sul caso, definendo in primis l’attività di sincronizzazione, chiarendo in secundis sul dubbio di cui sopra. Con il seguente principio, la Cassazione afferma che “in tema di diritto d’autore, l’attività di “sincronizzazione” di un’opera musicale – intesa quale abbinamento od associazione permanente tra l’opera e le immagini (fisse o in movimento) – integra un abbinamento della stessa a immagini che dà luogo ad un prodotto diverso (un’opera cinematografica, audiovisiva, un filmato pubblicitario, un prodotto multimediale, uno sceneggiato televisivo e simili)” Sent. Cass. n. 29811/17. Ed ancora “La predetta attività rientra nell’ambito delle facoltà esclusive dell’autore della composizione stessa, ai sensi dell’art. 12, secondo comma, LDA e laddove essa sia effettuata in difetto di preventivo consenso, costituisce violazione anche degli artt. 18 e 61 LDA“.

La Cassazione precisa poi il ruolo della SIAE (ente adibito alla gestione collettiva dei diritti di utilizzazione) in tale ambito: “In tema di protezione del diritto d’autore e con riferimento alle opere musicali, l’art. 180 LDA non autorizza la SIAE a concedere il diritto alla “sincronizzazione” delle opere musicali attraverso la loro diffusione coniugata – in via elettronica – con le immagini, nei vari formati, in cui esse vengono telediffuse, non essendo tale facoltà ricompresa nella richiamata previsione di legge (l’art. 180) e non rientrando tra i compiti istituzionali della SIAE.

Il diritto di sincronizzazione non viene dunque intermediato dalla SIAE, e rientra nell’ambito delle facoltà esclusive accordate all’autore dell’opera musicale.

Chiara Bellini

LA PARTICOLARE TENUITA’ NEI REATI TRIBUTARI

In materia di reati Iva si applica la non punibilità per particolare tenuità del fatto solo se l’omissione è vicinissima alla soglia di punibilità.

Massima:

In materia di reati Iva si applica la non punibilità per particolare tenuità del fatto solo se l’omissione è vicinissima alla soglia di punibilità.

La Terza Sezione Penale della Cassazione, con la sentenza  numero 14595 del 30.03.2018, statuisce che, ai fini della configurazione del reato di cui all’art. 10 ter[1] del D.lgs. n. 74/2000, è necessario e sufficiente che l’IVA non versata sia quella “dovuta in base alla dichiarazione annuale“. Il debito erariale rilevante ai fini dell’illecito penale di omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto è solo quello oggetto della presente dichiarazione e non quello risultante dai registri delle fatture emesse, dalle fatture o dalla contabilità di impresa nonché dal bilancio.

Difatti, la presentazione della dichiarazione “costituisce un presupposto necessario ai fini della consumazione del reato, tant’è che l’autore del reato deve necessariamente rappresentarsi che l’oggetto della condotta omissiva è esattamente […] il debito dichiarato, non quello risultante” in altro modo (cfr. Cass. Pen., S.U., n. 37424 del 28.03.2013).

Di conseguenza, poiché il reato art. 10 ter cit., “presuppone che il debito IVA risulti dalla dichiarazione del contribuente, esso non è integrato qualora nella stessa dichiarazione sia esposto un credito tributario” (cfr. Cass. Pen., Sez. III, n. 38487 del 21.04.2016).

La Corte sottolinea poi, in tema di omissione del versamento IVA, il principio secondo cui la causa di non punibilità della “particolare tenuità del fatto” ex art. 131 bis c.p., sarebbe applicabile solo qualora l’omissione fosse di ammontare vicinissimo alla soglia di punibilità (250.000 euro) poiché solo in questo caso “il grado di offensività che dà luogo a reato è già stato valutato dal legislatore nella determinazione della soglia di rilevanza penale” (cfr. Cass. Pen., Sez. III, n. 13218 del 20.11.2015).

In conclusione occorre, per far rientrare l’offesa nei parametri della particolare tenuità del fatto, che il danno sia esiguo ossia scarso, trascurabile, quasi insignificante. La discrepanza di più di 4.000 euro rispetto alla soglia di punibilità, come nel caso de quo, non è stata giudicata dalla Corte esigua ed ha assorbito il giudizio circa l’altra condizione per poter qualificare il fatto come particolarmente tenue, ossia la non abitualità della condotta del reo.

Dott. Mirko Buonasperanza

[1] Art. 10-ter  Omesso versamento di IVA 

E’ punito con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa, entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo d’imposta successivo, l’imposta sul valore aggiunto dovuta in base alla dichiarazione annuale, per un ammontare superiore a euro duecentocinquantamila per ciascun periodo d’imposta.