Proporzionalità ed equità

Art. 36 della Costituzione: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Questo articolo ha svolto una fondamentale importanza nel diritto del lavoro, ha, infatti, permesso di stabilire come i minimi salariali stabiliti dalle tabelle presenti nei contratti collettivi di categoria potessero essere assunti a parametro di sufficienza retributiva del lavoratore.

In pratica la manovra, nata nel tentativo di dare carattere immediatamente precettivo all’articolo della Costituzione, è stata compiuta per mettere un punto fisso sulla sufficienza retributiva di un lavoratore.

In passato, però, mai si sarebbe immaginato di invocare tale articolo per la categoria forense, la quale era vista come categoria privilegiata, insomma si trattava di un mestiere di livello.

Tuttavia la Cassazione è dovuta intervenire con la sent. n. 24492/16 per affermare che gli avvocati che hanno concesso il loro patrocinio non possono vedersi liquidate somme, a titolo di compenso, irrisorie.

Una liquidazione dei compensi e delle spese sostenute dall’avvocato in corso di giudizio non può essere presa troppo sotto gamba dal giudice, il quale deve sempre far riferimento al fatto che l’applicazione del compenso economico al di sotto dei minimi tariffari presuppone sempre di rispettare il decoro della professione, tenendo anche conto dell’importanza della causa e dell’utilità dell’opera prestata.

Quest’ultimo principio dev’essere tenuto a mente anche dagli avvocati stessi, i quali possono usarlo a loro vantaggio qualora la liquidazione sia pari ad una cifra eccessivamente bassa parametrata al livello di impegno del professionista nella causa e al livello di difficoltà della stessa.

Gli Ermellini nel richiamare quindi il secondo comma dell’art. 2233 del codice civile, hanno sottolineato come una liquidazione giudiziale “simbolica” dei compensi al difensore lede il decoro della professione.

E la sentenza dei giudici di piazza Cavour la reputo giusta e coraggiosa anche; in un periodo in cui pur di lavorare anche la classe forense abbassa il capo e accetta vessazioni dai propri clienti di qualunque tipo, tra cui anche mancati pagamenti inseguiti per anni, questa pronuncia riconosce il valore della classe e cerca di rimettere un minimo le cose in chiaro, stabilendo che il lavoro del proprio difensore è fondamentale.

E se così non fosse, a che servirebbero gli avvocati?

 

 

Alberto Lanzetti

“Psss, questa la sai?”

Copiare è un’attività che tutti almeno una volta nella vita hanno fatto. È inutile che davanti agli schermi in questo momento stiate negando, mettetevi il cuore in pace e sforzatevi di ricordare di quando l’avete fatto anche voi e poi fatevi una bella risata di quei bei vecchi tempi.

Certo, una bella risata, questa la si può fare cercando di pensare alla propria professoressa di latino che in quinta ginnasio ci aveva beccato confabulare con il nostro mitico compagno di avventure, nonché vicino di banco o, ancora, ricordandosi di quella volta che dal proprio posto si cercava di aiutare un compagno in difficoltà alla cattedra durante un orale, rigorosamente con il prof. che ci dava la schiena.

Le conseguenze di queste copiature erano minime: un richiamo sentito, il ritiro del compito nelle peggiori delle ipotesi con l’aspettativa di doverlo rifare con “gli occhi puntati addosso”, ma finiva tutto qui.

Andando avanti nel tempo, e in sostanza crescendo, si è scoperto che le conseguenze di tale attività si sono inasprite sempre più e una copiatura durante un esame scritto all’Università può avere già delle conseguenze più importanti, tra cui l’annullamento del compito e se la materia la si stava preparando da uno o due mesi il fastidio non è da poco.

Le conseguenze più gravi arrivano qualora si copi in un concorso pubblico. Qui, infatti, esistono delle leggi apposite per punire il candidato che cerchi di “trassare” all’esame.

Anche questo, ovviamente, è successo.

All’esame di Stato per l’avvocatura del 2012 nel distretto di Lecce le prove di alcuni candidati erano troppo perfette per essere di un aspirante avvocato e la commissione le ha invalidate.

Successivamente si scoprì che i soggetti erano riusciti ad inviare la traccia a persone all’esterno dell’esame, tramite cellulare, e a farsi aiutare con e-mails e messaggi su Whatsapp.

In pratica hanno utilizzato i sistemi di copiatura 2.0, quelli che anche i ragazzi di oggi usano nelle scuole.

Certo è che la sanzione è stata pesante: l’art. 1 della legge n. 475/1925, infatti, recita così: “Chiunque in esami o concorsi, prescritti o richiesti da autorità o pubbliche amministrazioni per il conferimento di lauree o di ogni altro grado o titolo scolastico o accademico, per l’abilitazione all’insegnamento ed all’esercizio di una professione, per il rilascio di diplomi o patenti, presenta, come propri, dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri, è punito con la reclusione da tre mesi ad un anno. La pena della reclusione non può essere inferiore a sei mesi qualora l’intento sia conseguito”.

In tutto si parla di ottantanove persone, ma solo per quindici di loro il giudice ha richiesto la messa alla prova, per gli altri l’istanza dei difensori finalizzata ad evitare la pena detentiva è stata depositata e, quindi, si deciderà in udienza il prossimo 27 febbraio.

Tuttavia, anche il Procuratore della Repubblica di Lecce si era già pronunciato sull’assenza di necessità dell’incarcerazione di tali soggetti ed era stata richiesta una sanzione di 11mila euro.

Alcuni hanno deciso di pagare la sanzione, altri, invece, hanno preferito affrontare il processo per cercare di evitare la messa alla prova e nel tentativo di liberarsi del tutto dalle accuse, ma per 15 di loro sono scattati sei mesi di servizi socialmente utili per mantenere la fedina penale immacolata.

In questi sei mesi avranno certamente il tempo di riflettere e al prossimo esame scommetto che se sentiranno un: “pss, sai qualcosa su questo argomento?” saranno i primi a stare zitti e fare gli “spioni” con la commissione.

 

 

Alberto Lanzetti

Niente Facebook durante i domiciliari

Un messaggio sui social network è una violazione degli arresti domiciliari: chi invia un post su Facebook mentre è sottoposto a questa misura cautelare rischia di andare in carcere. Lo si evince da una sentenza con cui la seconda sezione penale della Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato contro l’ordinanza con cui il Riesame di Catania aveva confermato l’aggravamento, nei suoi confronti, della misura di custodia, dai domiciliari al carcere: i difensori sostenevano che il messaggio pubblicato su Facebook fosse stato “impropriamente attribuito” al loro cliente, che si era, a loro dire, “solo limitato a condividerlo”.

Il messaggio era stato inviato a una “vittima della condotta illecita” dell’indagato, ma, secondo i legali, non aveva “un chiaro contenuto intimidatorio ne’ una inequivoca coloritura minatoria” e dunque non si prospettava “come una condotta trasgressiva” che giustificasse la sostituzione dei domiciliari con la custodia in carcere. I giudici della Suprema Corte, con una sentenza depositata oggi, hanno respinto il ricorso evidenziando che “la prescrizione di non comunicare con persone estranee deve essere inteso nel senso di un divieto non solo di parlare con persone non conviventi, ma anche di stabilire contatti con altri soggetti, sia vocali che a mezzo di congegni elettronici”.

Inoltre, rileva la Cassazione, nel caso in esame “il messaggio diffuso sui social network e’ oggettivamente criptico per i piu’ ed indirizzato a chi puo’ comprendere perche’ sottintende qualcosa di riservato e conosciuto da una ristretta cerchia di persone ed e’ chiaramente intimidatorio, a dispetto del tono volutamente suggestivo, rafforzato dalle coloratissime emoticon, ancora piu’ esplicitamente intimidatorie”.

Nicola Galea

Anche Giuri si adeguerà?

Da buon studente di Giurisprudenza, quale sono, mi sono sempre sentito abbastanza fortunato a non dover sostenere un test d’ingresso per poter iscrivermi alla mia Università. Il ragionamento deriva anche dal fatto che durante l’estate in cui ho sostenuto la maturità classica, l’ultima cosa che avevo intenzione di fare era studiare. Voi mi potrete chiamare pigro o svogliato, ma io mi sono sempre, invece, ritenuto fortunato, perché la Facoltà che avevo scelto mi stava permettendo anche di divertirmi di più d’estate e non “impanicarmi” sui libri.

Le cose, però, potrebbero cambiare, o almeno così si dice da un bel po’ di tempo a questa parte.

I vari governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno sempre vociato in merito alla possibilità che anche a giurisprudenza si potesse mettere un test d’ingresso.

Ultimamente ha preso la parola sul tema Piercamillo Davigo, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, il quale ha affermato che in Italia abbiamo il più alto numero di processi di tutta Europa, inoltre ha specificato anche che un terzo degli avvocati di tutta Europa sono italiani. Il primo provvedimento che si dovrebbe prendere sarebbe quello di dimezzare il numero dei processi, soluzione che si potrebbe ottenere solo con una depenalizzazione più accorta di quella che è stata compiuta fino ad adesso. In questo modo, tuttavia si dimezzerebbe anche il reddito degli avvocati e ciò, nel tempo, comporterebbe una “selezione naturale” la quale porterebbe alla drastica riduzione del numero degli appartenenti alla classe, prima, e del numero degli studenti di diritto, poi.

Sul tema è intervenuto anche l’attuale ministro della Giustizia Andrea Orlando, che, invece, ha sottolineato come la categoria forense sia una parte importante della giurisdizione e come il problema non si risolva solo coi tagli, ma anche e soprattutto con la responsabilizzazione della classe forense.

l’argomento è delicato: sarebbe corretto chiudere le porte aperte dell’università dello ius?

Da studente posso dire che la paura di rimanere, dopo la laurea, in un “limbo” fatto di lavoretti in studi legali e paghe che danno tutto tranne che sicurezza c’è, tuttavia è anche vero che la selezione naturale a cui si accennava prima sono convinto che nel mondo del lavoro sia già in atto. Essendo il mercato del lavoro del settore già ricolmo di persone chi è competente emerge dalle sabbie mobili e può farcela.

Molti mi additeranno come un disincantato fuori dal tempo, anche perché in tanti pensano che: “là fuori sia una giungla”.

D’altro canto, cercando di analizzare la situazione pragmatica anche molti studenti, che come me, non hanno sostenuto alcun test d’ingresso, arrivati al terzo o quarto anno invocano alla chiusura.

“C’è bisogno di fare selezione fin da subito”, “Non si può andare avanti con questi numeri di iscritti”, “Molti si fermano a giurisprudenza solo perché non ha il test d’ingresso, sarebbe ora di finirla” sono le frasi più sentite quando si parla dell’argomento tra i corridoi.

La soluzione non è certo facile, ma nel mentre io avrei una domanda per il ministro Orlando: “Di preciso cosa significa che la classe degli avvocati si dovrebbe responsabilizzare?”. Mi sembra tanto come una frase fatta, detta solo per prendere tempo e non rispondere ad un argomento a cui non si saprebbe trovare una soluzione.

 

 

Alberto Lanzetti

Strage di Erba: chiesta la Revisione del Processo

 

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Rosa Bazzi e Olindo Romano

 

Era una normalissima sera di dicembre quando un incendio sconvolse la tranquillità di Erba, una località in provincia di Como. Quell’11 dicembre del 2006 segnò la vita di tanta gente e costò la vita a 4 persone, morirono Raffaella Castagna, il figlio Youssef, la signora Paola Galli (mamma di Raffaella) e la signora Valeria Cherubini, una vicina di casa che insieme al marito Mario Frigerio era accorsa dopo aver visto il fumo e sentito le grida.

Rosa Bazzi e Olindo Romano, una coppia di vicini, sono stati condannati all’ergastolo con l’accusa di essere gli autori di quella che è oramai passata alla storia come la Strage di Erba. Il primo ad avere sempre avuto dubbi sull’effettiva colpevolezza dei coniugi Romano è proprio Azouz Marzouk, compagno di Raffaella e papà del piccolo Youssef. Lui da sempre sostiene che non sono loro due gli autori di quella furia omicida, secondo lui le indagini non sono state fatte in maniera impeccabile e ci sarebbero troppe cose che non tornano.

I legali di Olindo Romano e Rosa Bazzi sono pronti a chiedere la revisione del processo. Il tutto portando in aula nuovi elementi probatori e mettendo in discussione soprattutto la confessione dei due coniugi cha a loro dire sarebbe stata estorta in fase di indagine. E in prima fila per la revisione del processo c’è l’avvocato Nico D’ Ascola, avvocato della difesa insieme a Fabio Schembri e Luisa Bordeaux, nonché presidente della Commissione Giustizia del Senato. L’avvocato intanto chiarisce quali sono gli elementi che hanno portato alla condanna: “Due prove dichiarative, ossia la confessione di Rosa e Olindo e le dichiarazioni di Mario Frigerio, marito di una delle vittime, Valeria Cherubini, salvatosi perché creduto morto dagli assalitori, il quale riconosce inizialmente Olindo e non Rosa, che verrà riconosciuta dallo stesso solo nel corso del dibattimento. E poi la presenza di una traccia ematica sul battitacco della portiera anteriore sinistra della macchina di Olindo”, spiega a Libero. Poi passa al contrattacco: “È vero che i Romano confessano la loro responsabilità, ma lo fanno sulla base di una ricostruzione dei fatti nella quale l’ avvocato Schembri è stato capace di individuare ben 384 contraddizioni rispetto alla realtà dei fatti che risulta da prove oggettive e accertate”. Poi aggiunge: “Persone semplici, pacifiche, che ogni Natale ci mandano le letterine di auguri simili a quelle dei bambini, con un titolo di studio assurdamente minimo, quasi analfabeti, hanno sempre svolto attività umili, non sono persone dalle quali si possa pretendere la macchinazione, la predisposizione artificiosa di chissà quali difese, perché questo non è nella loro natura, come dimostrano le perizie psichiatriche oltre che tutta la loro vita”. Poi torna sulla confessione che a suo dire deriva dal “rapporto di succubanza che lega Olindo a Rosa e che rende prioritario l’ obiettivo di continuare a vivere insieme ancorché fossero stati condannati per un crimine non commesso”. Infine parla delle prove scientifiche: “Dopo una simile macelleria in cui fu sparsa una quantità impressionante di sangue, sarebbe stato impossibile per gli autori degli omicidi risultare esenti da qualsiasi macchia», eppure nessuna traccia è stata trovata nella casa dei Romano né suoi loro vestiti”.

 

Nicola Galea

Caprotti giudicato da morto

Neppure da morto. Non c’è proprio pace per Bernardo Caprotti, ex patron di Esselunga. La Cassazione ha deciso di riaprire il processo civile per risarcimento danni a carico del fondatore di Esselunga, motivo: “concorrenza sleale per denigrazione” nei confronti di Coop Estense. Durante la sua vita Caprotti si è sempre battuto contro i rapporti illeciti tra Coop rosse e il sistema politico,volti ad ottenere indebiti vantaggi sotto forma di  favoritismi,  facilitazioni e agevolazioni fiscali.: questa battaglia venne portata a conoscenza di tutti mediante un libro pubblicato nel 2007, “Falce e martello” in cui illustrava quello che secondo lui era lo strapotere delle Coop rosse, e che subito causò una ridda di battaglie giudiziarie oggi non ancora terminate.

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Bernardo Caprotti, ex patron di Esselunga

Al colosso rosso  non era andato giù il libro in cui Caprotti aveva messo nero su bianco le sue convinzioni sul sistema di intrecci politico-affaristici che hanno permesso per anni la diffusione dei punti di vendita Coop a discapito della concorrenza. Il libro ebbe un grande successo.
Il processo intentato diede sempre ragione a Caprotti, sia davanti al Tribunale, sia davanti alla Corte d’Appello di Milano. Ma arrivati all’ultima causa, quella intentata da Coop Estense, i giudici di Roma ribaltano tutto: il libro di Caprotti non è più un’opera polemica dell’ingegno ma viene declassato a lavoro giornalistico. Non la summa del pensiero di un imprenditore libero, ma una inchiesta da cronista soggetta alle normali regole della diffamazione: non solo la verità dei fatti, ma anche la continenza delle espressioni. È alla continenza che Caprotti viene accusato di essere venuto meno, raccontando lo strapotere delle Coop. Per questo, a Milano, si dovrà tenere un nuovo processo. Paradossale, no?

 

 

Nicola Galea

 

 

 

Si alla pizza fatta in casa

Si alla pizza in casa, qualora il regolamento non lo vieti espressamente. La Cassazione ha statuito così. Quindi, stop a interpretazioni estensive dei divieti regolamentari. Nell’applicare le limitazioni poste dal regolamento condominiale al libero utilizzo delle proprietà private occorre, infatti, procedere a un’applicazione rigorosa del significato letterale delle singole clausole, confrontandole con le tutte le altre disposizioni. I predetti divieti vanno infatti configurati come eccezioni al principio della libera estrinsecazione delle facoltà di godimento contenute nel diritto di proprietà e, come tali, possono essere applicati soltanto ove espressamente e chiaramente risultanti dal regolamento contrattuale. Lo ha chiarito la Cassazione nella recente sentenza n. 21307 del 20/10/2016.
Nel caso di specie il condomino proprietario di un appartamento aveva citato in giudizio il condomino confinante, a sua volta proprietario di un locale a piano terra e del soprastante appartamento. Detto locale era stato da tempo adibito a pizzeria e in un secondo momento, mediante l’apertura di un collegamento interno tra di esso e l’appartamento soprastante, anche quest’ultimo era stato utilizzato per lo svolgimento dell’attività commerciale. Il primo condomino aveva denunciato a più riprese i rumori derivanti da tale unità immobiliare e si era risolto a rivolgersi al tribunale. Occorre però evidenziare come il regolamento in questione ponesse dei vincoli di destinazione per le sole unità immobiliari poste al piano terreno e per le cantine. Il tribunale aveva per tale motivo respinto integralmente le domande svolte dal condomino, mentre la Corte di appello, successivamente interessata della questione, le aveva viceversa accolte sulla base di una lettura più ampia del predetto divieto regolamentare. Secondo i giudici del gravame il fatto che le predette limitazioni riguardassero soltanto i piani terranei e cantinati non doveva portare alla conclusione che invece qualsiasi utilizzo fosse possibile per le unità immobiliari dei piani superiori. Infatti, poiché il regolamento era stato redatto sul principio dell’espressa elencazione delle destinazioni consentite, in mancanza di indicazioni per i piani superiori, doveva ritenersi che gli stessi potessero essere adibiti soltanto a uso abitativo.

Nicola Galea

ANALISI DI UNA CAMPORELLA QUALSIASI

L’altro giorno ero in un locale e conversavo con un mio amico: mi raccontava di una sua avventura con una bella biondina avuta in luogo particolare come la macchina. Ed eccola che arriva, la solita domanda sull’aspetto di diritto che odio particolarmente, perché dopo tutto il tempo passato a studiare sui manuali, con le persone preferirei parlare di altro. Ma niente. “Che succede se mi beccano con una ragazza in macchina in atteggiamenti… Intimi?” Il ragazzo ha stile, non ci sono dubbi, dritto al sodo. Gli ho dato la risposta, riflettendo un secondo sul fatto che tutti, chi più chi meno, hanno almeno una volta nella loro vita pensato a un’esperienza “intima” leggermente sopra le righe. Bhe, la risposta alle vostre domande sta nell’articolo 527 del codice penale, che disciplina gli atti osceni in luogo pubblico, e oggi vedremo di analizzarlo per capire che succede se si fosse beccati a far qualcosa che potrebbe causare un leggero imbarazzo, per essere molto gentili nella descrizione.

Partiamo da una considerazione indispensabile: pur se contenuta nel codice penale, questa disciplina, nella sua forma non aggravata, non rappresenta più un reato. Nel 2016 infatti c’è stata una depenalizzazione della fattispecie, dunque oggi, in soldoni, per i comportamenti compresi nel comma 1 dell’articolo in questione, non c’è il rischio di una pena detentiva ma soltanto di una multa molto salata. Oggi l’art. 527 c.p. (codice penale ovviamente) al primo comma recita: “Chiunque, in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti osceni è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 30.000”. Ora, bisogna capire che caspita vuol dire tutta sta roba, dunque cerchiamo di analizzarla un pezzo per volta. Partirei dalla domanda più ovvia, che mi è stata chiesta più di una volta: cosa si considera come “luogo aperto o esposto al pubblico”? Per luogo aperto al pubblico, si intende “il luogo, anche privato, ma al quale un numero indeterminato, ovvero un’intera categoria, di persone, può accedere, senza limite o nei limiti della capienza, ma solo in certi momenti o alle condizioni poste da chi esercita un diritto sul luogo”, così come esposto dalla Cassazione nel 2014, nella sentenza n. 37596 (un esempio di luogo simile potrebbe essere una biblioteca, o un mezzo pubblico). E’ chiaro inoltre che per luogo pubblico, secondo dottrina e giurisprudenza consolidata da anni ormai, si indica il luogo di fatto o di diritto continuativamente libero a tutti o a un numero indeterminato di persone, come una piazza o una strada pubblica. Infine, per luogo esposto al pubblico si intende ‘luogo non accessibile a tutti’, ma facile oggetto di osservazione di un numero indeterminato di soggetti (un esempio potrebbe essere il balcone di casa, se non posizionato troppo in alto).

Ora c’è da fare una ulteriore puntualizzazione, che porta la questione su un altro piano. Al secondo comma, l’articolo spiega: “Si applica la pena della reclusione da quattro mesi a quattro anni e sei mesi se il fatto è commesso all’interno o nelle immediate vicinanze di luoghi abitualmente frequentati da minori e se da ciò deriva pericolo che essi vi assistano”. Qui abbiamo quindi un’aggravante che riporta la fattispecie sul piano dei reati, e proprio per questo è prevista anche una pena detentiva. La norma parla chiaro qui, configurando un’aggravante sulla base del luogo dove si svolgono i fatti: se si viene beccati in luogo dove sono presenti o ci sono di solito dei bambini, c’è da aspettarsi dei guai.

Arrivati a questo punto dell’analisi, la prima questione che potrebbe essere posta è “si d’accordo che non posso fare certe in certi posti, ma cosa, con precisione, non posso fare?”, e rispondiamo anche a questo. La disposizione parla di “atti osceni”, che, secondo il sentimento comune, offendono il pudore. Rientra in questo tutto ciò che, tenuto conto della sensibilità dei consociati di “normale levatura morale, intellettuale e sociale” nel momento storico in cui si verifica il fatto incriminato, analizzato in base al criterio storico evolutivo, cagiona “una reazione emotiva immediata di disagio, turbamento e repulsione in ordine ad organi del corpo o dei comportamenti sessuali, i quali, per ancestrale istintività, continuità pedagogica e stratificazione di costumi ed esigenze morali, tendono a svolgersi nell’intimità e nel riservo. Questa è la definizione che ha dato la cassazione sull’argomento nel 2004. In parole povere, il giudice ha un ampio potere discrezionale riguardo alla valutazione di quale debba essere il comportamento incriminabile, utilizzando tutti quei complicati indici che ha dettato la cassazione. Per capire però con più precisione quali debbano essere questi fantomatici standard, ci possiamo aiutare dando una lettura sistematica dell’art. 527 c.p. con l’art. 726 c.p., dove quest’ultimo disciplina gli atti contrari alla pubblica decenza, che pare un po’ una perifrasi di quanto è trattato dall’art.527. Il ragionamento è questo: la giurisprudenza ha individuato la differenza tra i due articoli, dove per l’art. 527 “tali gesti offendono in modo intenso e grave, il pudore sessuale, suscitando nell’osservatore sensazioni di disgusto oppure rappresentazione o desideri erotici, mentre per i secondi, ex art. 726, “tali gesti ledono il normale sentimento di costumatezza, generando fastidio e riprovazione” (Cassazione n.26388/2004). In sostanza, il criterio di distinzione va ricercato nel contenuto più specifico e mirato della norma che punisce gli atti osceni, richiamando a sé in particolare la sensibilità prettamente sessuale dei soggetti, lasciando il sentimento collettivo della costumatezza e della compostezza all’articolo sulla pubblica decenza.

Si tratta ovviamente di un reato di pericolo da un punto di vista puramente oggettivo, ossia non c’è bisogno che ci sia la concreta possibilità di esser visti nell’atto incriminato ma è sufficiente l’astratta visibilità da parte dei terzi non consenzienti. Ne deriva che la capacità offensiva dell’oscenità dell’atto è condizionata dal contesto ambientale in cui è realizzato: per cui “la capacità di offendere il pudore è strutturalmente connessa al requisito della pubblicità, cioè alla percepibilità da parte di un numero indeterminato di persone, che è per così dire rappresentativo dell’uomo medio  e della comune sensibilità in materia sessuale” (così la Cassazione 48532/2004). Dunque quando siete in un luogo privato, potete fare come vi pare, mentre in luogo potenzialmente affollato, seppure possa essere molto stuzzicante, non è possibile mettere in pratica certi comportamenti. Certo, vi potete coprire, per esempio con delle lenzuola o altro in macchina, facendo dunque risaltare la natura colposa piuttosto che dolosa dell’evento. Esiste però il comma 3 dell’art.527c.p., che prevede in caso di comportamenti colposi una multa molto meno salata rispetto al comma 1 (il massimo è di 309 euro per la violazione colposa, di 5.000 euro per la multa minima per la violazione dolosa).

Ed eccoci arrivati all’ultimo punto, quello più spinoso: che succede se si viene beccati? Ahia, viene da dire, perché le multe sono molto salate: da 5.000 a 30.000 euro. Ci sarebbe quasi da chiedersi il perché di cotanta severità su degli illeciti che alla fine dei conti non ledono fisicamente nessuno. E’ presto detto. Il legislatore, per depenalizzare questa figura, evitando così la galera a soggetti che non si capisce per quale motivo ci dovrebbero stare, soprattutto di fronte a comportamenti del genere, ha pensato di ispirarsi agli ordinamenti di common law (in particolare a quelli americani): se ti prendo, non ti mando in carcere, ma applico i cosiddetti punitive damages, ossia ti do (economicamente parlando) una bella bastonata sui denti per incitarti a non rifarlo più (e contemporaneamente fare un po’ di cassa, se si vuole essere molto maliziosi). Discorso diverso per il terzo comma, dove l’ipotesi colposa, ossia un comportamento che ha offeso qualcuno pur senza volerlo, ha sanzioni pecuniarie basse. Ancora differente è l’ipotesi del secondo comma, dove non è presente la pena pecuniaria perché vi è quella la possibilità di quella detentiva, molto più grave.

Dunque, a riassunto di tutto ciò: se dovete andare in camporella, non abbiate paura di finire in gattabuia ma occhio a dove e come la fate, perché potreste ritrovarvi liberi come il vento ma senza un soldo in tasca. Ovviamente, come ogni uomo assennato direbbe, si dovrebbero evitare certe cose in luoghi dove possono essere presenti bambini, perché le cose potrebbero peggiorare notevolmente, e non solo per quello. Sconsigliati sono anche gli atti di “esibizionismo” in tutti quei luoghi, pur essendo non totalmente aperti, o addirittura privati, dove c’è la possibilità di essere visti da una moltitudine di persone. Si spera tuttavia che, aldilà di tutto, quest’ultima considerazione fosse ovvia ancora prima di essere fatta.

 

Andrea Lino

 

 

 

 

Barbaro comanda anche da morto

«Attendiamo un’annotazione di servizio dei carabinieri per decidere il da farsi. Certo è strano che ancora si debba assistere a iniziative di questo genere sul territorio calabrese, dopo i ripetuti richiami che sono stati fatti». Il procuratore capo della Dda, Federico Cafiero de Raho, non si sbottona. Ma la sua Procura sta monitorando con attenzione il braccio di ferro fra il parroco di Platì, don Giuseppe Svanera e il questore Raffele Grassi sui funerali di Giuseppe Barbaro, affiliato all’omonimo clan, morto nel carcere di Vibo.

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Giuseppe Barbaro, detto Bambolotto, 54 anni, è riuscito a fare più rumore da morto che da vivo. Uomo della ’ndrangheta, affiliato al locale di Volpiano, condannato a 5 anni con sentenza definitiva nel maxi processo Minotauro, è deceduto giovedì nel carcere di Vibo Valentia. Il questore ha vietato per Barbaro le esequie pubbliche per motivi di sicurezza, ordinando che il funerale fosse celebrato all’alba, direttamente al cimitero, ma il religioso non ha gradito.

Il punto è che don Giuseppe Svanera, parroco bresciano in missione nella chiesa della Madonna del Loreto in Calabria, ha presentato un ricorso al ministro dell’Interno, Angelino Alfano: «Non posso tollerare – dice a telefono – una cosi pesante intromissione del Questore. Che – per inciso – può vietare il corteo, ma non il funerale in chiesa». Su quanto rilevi il fatto che Barbaro fosse riconosciuto ’ndranghetista in tre gradi di giudizio è presto detto: «Sono convintissimo che ogni persona, indipendentemente dal gruppo a cui appartenga, abbia diritto a una degna sepoltura secondo la fede che professa. Barbaro era cattolico, battezzato e sposato. Poi, non era stato neanche condannato per crimini precisi, ma per associazione mafiosa».

Giuseppe Barbaro era un mafioso, arrivato in Piemonte il 30 settembre, rientrato a Vibo il 17 ottobre. Tre giorni dopo è morto. Giuseppe Barbaro era uno dei personaggi di spicco del locale di Volpiano, nel torinese. Di Barbaro, il pentito Rocco Varacalli scatta tutt’altra fotografia: «Mi aveva chiesto di fare un’estorsione a una ditta che si occupava di un cantiere tra Settimo e Volpiano. Se non mi avessero pagato, avrei dovuto incendiare i mezzi oppure…». Oppure? chiede il pm. «Oppure sparargli alle gambe al titolare». Secondo i pentiti, era un santista, che coordinava lo spaccio di droga e le estorsioni nel Torinese. Affetto da diverse patologie croniche, aveva presentato tramite i suoi legali, un’istanza di scarcerazione, rigettata sulla base del responso dei periti, secondo i quali Barbaro poteva essere curato in carcere.

Nicola Galea

AVVOCATI 2.0

Ricordate i cari studi degli avvocati? Quelli con tanto di targa dorata sulla porta, proprio quella che molti studenti di giurisprudenza sognano di vedere con inciso il loro nome sopra. Per non parlare dell’eleganza degli studi e dell’odore di libri e di tanti, tantissimi fogli stampati. Non dimenticatevene, anche se da oggi in poi tutto ciò potrebbe essere solo un ricordo. Lo studio legale diventa smart! Tablet, smartphone, applicazioni dedicate stanno contribuendo all’abbattimento delle pareti per entrare in tasca. In tutto e per tutto, lo studio legale riduce le sue dimensioni, ma non le sue funzionalità. Un esempio? Per la redazione di atti e memorie sarà necessario un’usuale app di scrittura, nulla di più. Per esigenze particolari, un giretto tra gli Store e il gioco è fatto. E se sarà necessario consultare manuali e codici? Vengono in soccorso numerose case editrici che hanno permesso una consultazione molto più pratica e veloce di codici, dati dottrinali e giurisprudenziali. Idem per scansioni, fatture e fax: tutto digitalizzato. Per di più, lo studio tascabile può diventare in toto a costo zero: anche la segreteria può diventare una combinazione di programmazioni e codici: attraverso le istruzioni dell’avvocato in questione, la segretaria potrà avvisare e organizzare appuntamenti. Nonostante la praticità del nuovo studio, il percorso per arrivarci non è ancora così smart e immediato. Quindi, cari aspiranti avvocati, prima di iniziare a pensare al futuro 2.0, meglio finire la gavetta sui manuali e sui codici in modo tradizionale!