Tranquilli, il bollo non sparisce

E’ da molto tempo che si vocifera che l’Italia debba uniformarsi alla volontà europea di eliminare il bollo auto e di creare una nuova tassa sulla base delle emissioni del proprio veicolo. In tutto questo contesto si è deciso, però, di non compiere ancora un passo così grande e di procedere ad un’altra riforma per quanto, comunque, sia anche questa molto innovativa.

Il 23 febbraio è stato approvato dal Consiglio dei Ministri il decreto legislativo volto ad attuare l’unificazione tra Motorizzazione e Pra (Pubblico registro automibilistico), in applicazione della riforma Madia sulla PA.

Tra le molte novità è da segnalare soprattutto quella del rischio divenuto effettivo di radiazione dal registro in caso di arretrati non pagati del bollo auto. La radiazione dovrebbe scattare dopo 3 anni di arretrati non pagati. Ad occuparsi delle relative pratiche sarebbero le Regioni stesse, le quali già adesso si occupano dell’esazione del bollo dell’auto.

Inoltre sarà soppressa la possibilità di fare opposizione alla radiazione mediante ricorso al ministero dell’Economia, ma la giurisdizione in materia dovrebbe essere attribuita alle Commissioni tributarie, secondo le normali regole del contenzioso tributario.

Inoltre, dal giugno 2018 i documenti riguardanti il veicolo non saranno più due: con l’eliminazione del libretto rimarrà un unico foglio, rilasciato secondo i crismi stabiliti dall’UE, con risparmi degli automobilisti fino a 32 euro.

Altre innovazioni minori sono quelli concernenti la competenza per la cancellazione dei fermi amministrativi e per le ipoteche e per le altre operazioni che dovrebbe essere trasferita dal Pra alla Motorizzazione.

Speriamo solo che la riforma voluta dal Ministro Madia serva veramente a semplificare la gestione della propria auto e non a creare ulteriori burocratizzazioni che non sarebbero veramente necessarie.

 

Alberto Lanzetti

“Voglio solo lavorare tranquillo”

Gli incidenti sul posto di lavoro sono molto ricorrenti e le conseguenze possono essere molteplici: dall’infortunio meno grave, fino a quelli più gravi che causano anche handicap permanenti, se non addirittura la morte.

Il numero di tali incidenti non accenna a diminuire: secondo l’Osservatorio Indipendente di Bologna sugli infortuni sul lavoro e sulle malattie professionali le morti sul lavoro nel 2016 ammontano a 641. Il settore agricolo è quello dove si paga il prezzo maggiore, infatti, è qui che vi si trova il 31% di tutte le morti sui posti di lavoro. Subito dopo si trovano il settore edilizio con il 19,6%, l’autotrasporto con il 9,3% e l’industria con l’8,2%. Infine ci sono tutti gli infortuni di coloro che hanno una partita IVA, i quali non sono stati tenuti in conto nella statistica, ma che ci sono e ancora tutti gli infortuni dei lavoratori c.d. “in nero”, i quali, per ovvie ragioni, non sono stati calcolati.

Il Governo si è deciso di prendere provvedimenti ed introdurre i nuovi artt.589-quater e 590-quinquies, rispettivamente rubricati “omicidio sul lavoro” e “lesioni personali sul lavoro gravi o gravissime”.

I progetti sono stati presentati sulla falsariga di quello che, poi, si è concretizzato con la l.41/2016 per l’omicidio stradale. Si è ritenuto che introdurre questi reati fosse necessario, in quanto l’intervento apportato in materia con la l. 125/2008, “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica”, non è stato ritenuto sufficiente.

Giovanni Barozzino, parlamentare che ha presentato il progetto, ha ritenuto che si dovessero prendere provvedimenti per infliggere una “punizione più severa nei confronti di chi sul lavoro cagiona la morte di vittime innocenti, per distrazione, disinteresse, o peggio per un’assoluta non curanza delle normative sul lavoro dimostrando di dare la precedenza ad altri interessi e valori rispetto alla tutela massima della vita umana in ogni manifestazione sociale”.

Il reato di cui al 589-quater punisce con la reclusione da 2 a 7 anni l’omicidio commesso in violazione delle norme sugli infortuni sul lavoro e sulle malattie professionali. Inoltre il datore di lavoro deve preoccuparsi della nomina di un responsabile della sicurezza e della prevenzione, pena un inasprimento della pena.

Il 590-quinquies, invece, prevede la reclusione da 3 mesi a 1 anno per le lesioni gravi e da uno a tre anni per le lesioni gravissime. La pena viene aggravata se il datore di lavoro abbia causato lesioni personali al lavoratore se non ha adempiuto alla valutazione di tutti i rischi o non ha designato un responsabile del servizio di prevenzione e protezioni.

Con l’introduzione di nuove fattispecie criminali si spera di acuire la punizione di quei datori di lavoro che omettono di prendere le dovute precauzioni sul posto di lavoro e cercare di, almeno, far scendere quei dati che sono sempre più spaventosi.

 

Alberto Lanzetti

La buona scuola, quella vera

Senza grandi giri di parole: scriviamo male! Questo è il monito lanciato da oltre seicento docenti universitari esperti dei campi più disparati: storici, sociologi, filosofi ed economisti tutti insieme hanno sottoscritto l’iniziativa promossa dal Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità. In sostanza è stata scritta una lettera al governo in cui si espone il problema per cui i ragazzi universitari conoscono sempre meno la lingua italiana e quello che sanno lo conoscono male. Il risultato di tutto ciò è che davanti ad un esame scritto all’università si fanno sempre più errori che una maestra di terza elementare sarebbe solita correggere, non certo un accademico.

Alcune facoltà hanno persino attivato dei corsi di lingua italiana per recuperare le gravi mancanze che sono state attestate. Secondo i docenti servirebbe una scuola “maggiormente concentrata nel controllo degli apprendimenti e più efficace nella didattica” e tra le possibili cause di tali deficit vi è anche la scarsa attenzione che è sempre stata data al dettato ortografico.

La lettera non è solo una mera protesta contro l’ignoranza dei giovani e, di riflesso, al governo che non investe sulla buona scuola (nessun riferimento a manovre politiche è voluto, ci tengo a sottolinearlo), bensì descrive anche alcune linee guida per le strade da seguire.

Bisognerebbe prima di tutto assicurare che si possa arrivare alla fine del primo ciclo di studi con un sufficiente possesso degli strumenti linguistici, in pratica vengono dettate le linee guida proprio sugli esercizi fondamentali che si dovrebbero saper svolgere correttamente al termine degli otto anni del primo ciclo di studi: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano. Inoltre sarebbe fondamentale un grande apporto degli insegnanti. Questi ultimi devono controllare a fondo il livello delle conoscenze al termine della scuola primaria e all’esame di terza media.

Tra i firmatari della missiva sono da ricordare Massimo Cacciari, Carlo Fusaro, nonché tutti gli accademici della Crusca.

Forse tutto ciò la potremmo interpretare come una piccola rivincita della nostra lingua contro l’assoluto dominio delle scienze che ha imperversato nelle scuole negli ultimi anni.

Anche un ottimo scienziato se parlasse male farebbe, certamente, una brutta figura… pensaci governo.

 

Alberto Lanzetti

L’avvocato di tendenza

Io sono giovane, certo, ma chi non ha mai sentito quelle storie dei nonni dove le figure più influenti in un paese erano il parroco, il direttore dell’agenzia bancaria ed, ebbene sì, l’avvocato del paese. Questi tre, spesso, erano soliti andare a prendere il caffè insieme al mattino nel bar e, dopo due chiacchiere, tornare ai loro mestieri.

Ma, a prescindere da queste immagini alla Don Camillo e Peppone, oggi la figura di un avvocato di paese esiste ancora? Un avvocato esperto di tutto lo scibile giuridico, in continua formazione oppure chiuso a riccio nelle sue spicce conoscenze di un po’ tutti i rami del diritto (alla Azzeccagarbugli), in grado di spaziare dalla famiglia, al commerciale, fino al penale; esiste ancora? Certo da ricordare la scena è bucolica, ma bisogna ammettere che le cose sono cambiate e oggigiorno ci sono differenti variabili che hanno comportato l’estinzione del famigerato avvocato di paese.

Ma qual è la ricetta di questa estinzione? Sicuramente un maggior numero di giovani che proseguono gli studi dopo la scuola dell’obbligo e si laureano in Giurisprudenza, mettiamoci anche la crisi (sì, sempre quella!) che rende dura la vita e quando un cliente lo si trova bisogna anche verificare che poi sia solvibile, ed infine, forse, c’è la consapevolezza che essere in grado nel 2017 di conoscere l’intero contenuto giuridico di tutti i rami di questa gigante “materia” non sia possibile; ecco perché la necessità di specializzarsi e diventare padrone e re della propria ramificazione si fa sempre più forte.

Nelle diverse facoltà si è sempre più alla ricerca di campi giuridici in cui potersi specializzare già da studenti e che, possibilmente, non siano già saturi di colleghi. In pratica è una caccia al tesoro.

Ma qual è la figura di avvocato di tendenza al momento? Stiamo parlando di colui che certamente è specializzato nel suo campo, ma che sia in grado di avere un proprio network, una rete all’interno della quale il cliente possa essere al sicuro e trovare le risposte a tutte le sue domande. Se ad una di queste non si fosse in grado di rispondere personalmente, no problem, l’importante è avere un collega, o meglio un socio, che sia in grado di farlo. In pratica è nata la figura dell’”avvocato d’affari” a capo di uno studio legale-azienda.

L’avvocato sempre più dev’essere pronto ad uscire dai suoi confini, anche nazionali, e dev’essere pronto a svolgere il suo mestiere in ogni luogo del mondo, nonché parlare, almeno, l’inglese in modo avanzato.

Però abbiamo parlato di un avvocato che è una figura di tendenza al momento, chi lo sa che in futuro questa non cambi di nuovo e ci sia una nuova moda.

Chi più della crisi è in grado di creare nuove figure, pronte ad adattarsi ai tempi e alle fatiche lavorative con rapidità e disinvoltura?

 

 

Alberto Lanzetti

La legge che ti aspetti

Il 25 gennaio la Corte Costituzionale si è riunita in una lunga camera di consiglio per decidere in merito alla legge elettorale, tema molto caldo dato le molteplici vicende politiche che si sono susseguite negli ultimi mesi e il ricambio/reimpasto di governo.

Anche l’Italicum, col suo nome maccheronico latineggiante tipico delle leggi elettorali, è incostituzionale. L’incostituzionalità non è totale, bensì solo parziale: il ballottaggio tra le due liste che prendono più voti viene a scomparire, continua a rimanere il premio di maggioranza originariamente previsto per la lista che raggiunge il 40% al primo turno ed, infine, non vengono promosse le pluricandidature, ma non del tutto. I capilista eletti in più collegi avevano la possibilità di scegliere, e lo dovevano comunicare alla Presidenza della Camera dei Deputati entro otto giorni dalla data dell’ultima proclamazione, la circoscrizione più gradita. Dopo l’intervento a gamba tesa della Corte questa regola non rimane più, perché giudicata incostituzionale e permane solamente la regola residuale che era già stata prevista nel caso in cui la comunicazione non fosse stata effettuata, ovvero il ricorso al sorteggio per decidere in quale circoscrizione il capolista possa essere eletto. In questo modo viene meno la possibilità per le liste di scegliere a chi concedere un posto a Montecitorio tra coloro che per primi non erano stati eletti nelle varie circoscrizioni.

I ricorsi presentati dai Tribunali di Messina, Torino, Genova, Perugia e Trieste, e portate avanti dallo stesso pool di avvocati che avevano già condotto la crociata contro la vecchia legge elettorale (il porcellum), sono stati accolti e per Roberto Lamacchia, membro di quest’ultimo gruppo di avvocati contrari al provvedimento, la sentenza ottenuta è già un buon risultato, per quanto lui ritenga che la legge elettorale sarebbe completamente da cambiare visti i metodi assolutamente non democratici con cui è stata redatta.

Il Presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi avrebbe chiuso i lavori della camera di consiglio addirittura la sera prima, ma sono sorti dei problemi nella stesura del dispositivo, in quanto si volevano evitare eventuali lacune normative.

E il problema non è stato da poco, dato che il comunicato della Consulta afferma che con la sentenza si sono epurate le ultime incostituzionalità della legge ed adesso, questa, è suscettibile di immediata applicazione.

Il problema non è del tutto risolto dato che continua a permanere la disomogeneità delle leggi elettorali per Camera dei Deputati e Senato, ma tuttavia ora la palla torna alla politica, la quale deve decidere se mantenere questo governo fino alla scadenza della legislatura e rischiare che il consenso popolare verso i suoi membri cali con il tempo, oppure andare ad elezione e rischiare di fare la fine della Spagna, nel limbo dell’ingovernabilità.

Tuttavia queste sono disquisizioni politiche e a noi giuristi interessano più di riflesso che altro.

 

Alberto Lanzetti

Inaugurato l’Anno Giudiziario

La fuga di notizie sulle indagini in corso e il riserbo: sono questi i due “temi di grande delicatezza e attualità” evidenziati dal Pg della Cassazione, Pasquale Ciccolo, nella sua relazione sull’anno giudiziario.
Alla cerimonia di apertura dell’anno giudiziario, il primo presidente della Suprema Corte, Giovanni Canzio, lancia la proposta di introdurre maggiori controlli sull’attività degli inquirenti: “Merita di essere presa in seria considerazione – afferma – la proposta di aprire talune, significative finestre di controllo giurisdizionale nelle indagini, piuttosto che prevedere interventi di tipo gerarchico o disciplinare”. Per Canzio, “vanno ricostruite le linee dell’attrazione ordinamentale della figura del PM nel sistema e nella cultura della giurisdizione da cui, di fatto, è visibile in alcuni casi il progressivo distacco, per una sorta di spiccata autoreferenzialità, anche nei rapporti con la narrazione mediatica”. Troppo spesso, rileva Canzio, l’opinione pubblica “esprime sentimenti di avversione” per alcune decisioni di proscioglimento o anche di condanna, se ritenute miti, pronunciate dai giudici nei casi ad alto rilievo mediatico. Da qui “una frattura fra gli esiti dell’attività giudiziaria e le aspettative di giustizia, a prescindere da ogni valutazione circa la complessità dei fatti, la validità delle prove, i principi di diritto applicati, le garanzie del processo, la tenuta logica della decisione”.

Altro tema “delicato” sollevato dal Pg “è quello del riserbo, sul quale già l’anno scorso mi sono soffermato ricordando che la stessa Corte di Strasburgo ha ribadito che ai magistrati èimposta la massima discrezione anche là dove si sia trattato di sostenere pubblicamente le ragioni e la bontà dell’attività giudiziaria svolta”.

“No alle esternazioni sui procedimenti in corso”

I magistrati parlino il meno possibile dei loro procedimenti. E’ l’auspicio del Procuratore Generale della Cassazione, Paquale Ciccolo, che definisce “particolarmente delicate, ma solo raramente suscettibili di sindacato in sede disciplinare, le esternazioni di carattere politico e quelle concernenti vicende processuali in corso, potendo esse ingenerare nella collettività il convincimento, non importa se erroneo, che l’attività istituzionale del magistrato possa essere guidata da opinioni personali”. “Pericolo tanto maggiore – sottolinea Ciccolo – quanto più il magistrato sia conosciuto, stante il maggior impatto mediatico delle sue dichiarazioni. Anche questo anno, pero’, la conclusione del mio intervento vuole essere fiduciosa che l’istituzione giudiziaria farà fronte ai propri compiti, essenziali in ogni contesto sociale”.

 

Nicola Galea

 

Fonte: http://www.iltempo.it

 

 

 

 

La vendetta di Fido

Che tenere e mantenere un animale domestico sia una responsabilità non da poco è risaputo: si ha a che fare con un essere vivente, esattamente come noi, e va trattato di conseguenza. Lui ci saprà ripagare con grande affetto e amore.

Ma per coloro che volessero un animale domestico solo per fare la guardia, magari, ma non curarlo e anzi trascurarlo non ci sono problemi, interviene la giurisprudenza a ricordare che tali comportamenti sono inaccettabili.

La sent. 36866/2016 Cass. ha stabilito che colui che abbandona un animale, anche in una zona di sua proprietà (come potrebbe essere un giardino privato) privo di compagnia, cure o addirittura di cibo è colpevole del reato di cui all’art. 727 c.p. (“abbandono di animali”).

Per la corte costituiscono maltrattamenti idonei ad integrare il reato di abbandono di animali “non soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali per la loro manifesta crudeltà, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psico-fisica degli stessi, procurando loro dolore e afflizione”. Ragion per cui il proprietario del povero pastore tedesco, in questo caso si trattava di un cane, ma ovviamente l’articolo del codice penale fa riferimento a qualunque tipo di animale, è stato condannato al pagamento di una multa pari a 2000 euro, nonché al pagamento delle spese giudiziarie, le quali gli sono state addebitate completamente.

La regola è molto semplice: se volete solo fare la guardia acquistate un bel sistema di antifurto, ma se siete capaci di dare amore ad un cucciolo allora investite su un animale e lui saprà non solo fare la guardia, ma molto di più, saprà proteggervi.

 

Alberto Lanzetti

L’incontrollato uso della condotta antisindacale

Lo Statuto dei Lavoratori è tornato in auge non molto tempo fa per via dell’art. 18 e tutta la questione sul licenziamento giustificato o meno. Oggi, però, voglio trattare di un altro articolo della l. 300/1970, ovvero dell’art. 28, rubricato come “condotta antisindacale”.

La tematica della correttezza dei rapporti del datore di lavoro nei confronti del lavoratore è sempre calda, ecco perché l’art. 28 “non passa mai di moda” ed è sempre attuale.

L’azione prevista da tale articolo è riservata non ai singoli lavoratori, ma ai loro rappresentanti e nello specifico gli organismi locali delle associazioni sindacali nazionali e va aggiunto anche che la condotta stessa è una fattispecie aperta, ovvero ricomprende qualunque comportamento del datore che possa costituire condotta antisindacale, nonché teleologicamente determinata, ragion per cui l’azione stessa è diretta a colpire il comportamento illecito del datore.

Ciò che è da sottolineare, però, è che i comportamenti illeciti sono solo quelli che costituiscono antigiuridicità giuridica, ovvero una violazione di un obbligo posto dal sistema, mentre non vengono sanzionati quei comportamenti che, per quanto duri, fanno parte del gioco delle trattative e del dialogo tra lavoratori e datore di lavoro –antigiuridicità di fatto-.

Proprio quest’ultimo elemento è fondamentale da ricordare e sottolineare, perché l’azione non va confusa con un generico mezzo di punizione di tutti quei comportamenti che semplicemente non piacciono al lavoratore; se esistesse un’azione del genere probabilmente non esisterebbero nemmeno le aziende, ma nemmeno un’economia.

Ecco perché allora il sindacato che voglia avvalersi di tale azione deve sempre dimostrare ex art. 2697 c.c. il carattere dell’antisindacalità. Infatti è suo onere dare prova dell’effettivo comportamento antigiuridico del datore.

Ecco allora che il semplice licenziamento di un lavoratore, membro di una RSA in un’azienda, non è sufficiente per legittimare il ricorso a tale azione invocando un danno al sindacato stesso.

Piuttosto bisognerebbe ricorrere all’art. 18 l.300/1970 per cercare di ottenere giustizia per il licenziamento, eventualmente ingiusto, del lavoratore.

Quindi l’asserita insussistenza del giustificato motivo oggettivo del licenziamento non è condizione sufficiente e bastevole per l’esperimento dell’azione ex art. 28.

La regola dell’onere della prova non sbaglia mai e colpisce quando meno se lo aspetti.

 

 

Alberto Lanzetti

La vittoria dei senzasperanza

Non è notizia nuova quella del fatto che i comuni si prodighino già da alcuni anni per arginare il problema del “bivacco” nelle strade della città da parte dei clochard.

Molti sindaci hanno cercato di colpire i senzatetto che di notte cercano e trovano un riparo sotto un portico o sotto le pensiline dei bus.

Certo le scene che si vengono a creare in certi luoghi delle città di notte non sono delle migliori, ma veramente si vorrebbe trovare una soluzione punendo il comportamento di tali soggetti infliggendo una pena pecuniaria, seppur poco ingente, a soggetti che di ciò che è pecuniario non hanno nemmeno più il ricordo?

Ebbene, succede anche che Navaz Sha, senzatetto di Trieste abbia fatto ricorso al TAR regionale contro il provvedimento anti-bivacco, appunto, del comune. E lo abbia anche vinto.

Il TAR ha, infatti, motivato che il sindaco può intervenire con provvedimenti extra ordinem al solo fine “di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana” che non possano essere affrontati con gli strumenti ordinari. Il Tribunale ha inoltre condannato il ministero dell’Interno a rimborsare al ricorrente le spese di giudizio, liquidate con 1.000 euro.

Non voglio dire certamente che non si debba fare nulla contro il fenomeno del bivacco che in parte deturpa l’ambiente cittadino, ma bisognerebbe pensare a delle soluzioni alternative e non a delle sanzioni pecuniarie che offendono, a mio modesto parere, la dignità della persona a cui viene inflitta e che suonano proprio come uno sberleffo alle difficoltà di condurre una certa esistenza.

 

Alberto Lanzetti

“Agente, io questo non lo faccio”

Guida in stato di ebbrezza o, peggio, sotto effetto di stupefacenti: quante volte si sentono circolare voci sulla possibilità di eludere il controllo da parte delle forze dell’ordine sperando che nel tempo che intercorre fino al prelievo, che avviene presso un ospedale pubblico o una struttura comunque affiliata al Sistema Sanitario Nazionale, dei liquidi biologici la “sbronza” possa passare o gli effetti della sostanza alterante possano svanire. Tenendo conto che la maggior parte delle volte ciò non avviene e la propria tanto amata patente la si vedrà volare via insieme ai propri goffi tentativi di evitare la sanzione, circolano molte voci errate sul tema e bisogna mettere un po’ di chiarezza.

È opportuno, infatti, precisare che mentre per il test alcolemico il soggetto può rifiutare di sottoporsi al tanto temuto alcoltest, meglio noto come “palloncino”, sapendo di incorrere comunque nella sanzione più grave in assoluto per situazioni del genere, la situazione per le sostanze stupefacenti è ben diversa. Almeno così afferma la Corte di Cassazione con sent. 43864/2016.

L’art. 187 del C.d.S (codice della strada) non permette alle forze dell’ordine di denunciare il conducente sulla base solo di elementi comportamentali come la mancanza di equilibrio; io ad esempio faccio fatica a stare in equilibrio su un ginocchio anche da perfettamente sobrio…

Pertanto l’accertamento della presenza di sostanze stupefacenti nel corpo dell’interessato non può che avvenire che con il prelievo di liquidi fisiologici del soggetto (analisi del sangue o un esame delle urine anche è sufficiente).

Il caso in questione vedeva la persona interessata rifiutare di sottoporsi anche al prelievo ematico, essendosi già sottoposto all’esame delle urine, appunto. La Cassazione ha specificato che non è rilevante che il soggetto abbia assunto sostanze stupefacenti prima di mettersi alla guida, ma che dopo averlo fatto egli conduceva il mezzo sotto l’effetto delle droghe.

In caso di esito positivo del preliminare esame fatto al posto di blocco da parte delle forze di polizia devono seguire altri accertamenti più specifici eseguiti in una struttura adeguata e, quindi, secondo la Corte, non sussiste alcuna violazione dell’art. 187 C.d.S qualora il soggetto non si sia meramente prodigato per eludere qualunque forma di controllo, ma abbia acconsentito al prelievo delle urine (ritenuto già sufficiente) e successivamente non abbia acconsentito al prelievo ematico, per esempio.

Tuttavia il consiglio rimane sempre lo stesso e scontato: se bevete non guidate! Chiamate un taxi, prendete un pullman o fatevi ospitare a dormire anche, di possibilità per evitare di farsi male e soprattutto far male ad altri ce ne sono e si evitano solo delle potenziali minacce.

 

 

Alberto Lanzetti