BREVI CENNI SUL NUOVO CODICE ANTIMAFIA

Con il Ddl n. 2134-S, approvato il 27 settembre 2017, il Parlamento modifica il sistema delle misure di prevenzione contenuto nel codice antimafia (d.lgs. 159/2011)

Con il Ddl n. 2134-S, approvato il 27 settembre 2017, recante “Modifiche al codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, al codice penale e alle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale e altre disposizioni. Delega al Governo per la tutela del lavoro nelle aziende sequestrate e confiscate” il Parlamento modifica il sistema delle misure di prevenzione contenuto nel codice antimafia (d.lgs. 159/2011).

A. Il primo elemento degno di nota consiste nell’ampliamento dei destinatari delle misure di prevenzione personali e patrimoniali. All’art. 1 la novella aggiunge ai soggetti già esistenti:
1) i soggetti indiziati del reato di assistenza agli associati ex art. 418 c.p.;
2) le persone che abbiano posto in essere atti esecutivi diretti a sovvertire l’ordinamento dello Stato, con la commissione di uno dei reati indicati nell’art. 4 del codice antimafia (tra cui anche i reati di terrorismo);
3) i soggetti indiziati del delitto di “truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche” ex art. 640-bis c.p.;
4) gli indiziati di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati contro la pubblica amministrazione come peculato, peculato mediante profitto dell’errore altrui, malversazione a danno dello Stato, indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, concussione, corruzione per l’esercizio della funzione, corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione in atti giudiziari, induzione indebita a dare o promettere utilità, corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio, istigazione alla corruzione;
5) i soggetti indiziati di stalking ex art. 612-bis c.p..
Il testo definitivo della riforma accoglie gli emendamenti del Senato, per i quali l’applicazione del sistema della prevenzione in materia di reati contro la P.A. viene “limitata” ai casi in cui questi siano commessi in forma associativa ex art. 416 c.p., e non individuale.

B. La riforma modifica anche il procedimento di applicazione delle misure di prevenzione personali in vari modi:
1) la titolarità della proposta di misure di prevenzione personale è attribuita, oltre che già al procuratore della Repubblica presso il tribunale capoluogo del distretto, anche al procuratore della Repubblica del tribunale del circondario;
2) è previsto un coordinamento del procuratore della Repubblica presso il tribunale nel cui circondario dimora la persona con il procuratore della Repubblica presso il tribunale del capoluogo di distretto;
3) è prevista l’istituzione di cancellerie delle sezioni o collegi speciali per le misure di prevenzione del tribunale distrettuale presso cui dovrà essere depositata la proposta di misura di prevenzione antimafia;
4) il divieto di soggiorno potrà essere applicato anche in relazione a una o più regioni e non più province;
5) è modificato il procedimento di applicazione delle misure di prevenzione, precisando che il termine di trenta giorni entro il quale il Tribunale deve provvedere con decreto motivato decorre dal deposito della proposta e che l’avviso di fissazione della data dell’udienza contenga una concisa esposizione dei contenuti della proposta.
6) è aggiunta la possibilità di rinvio dell’udienza in caso di legittimo impedimento, non solo dell’interessato, ma anche del difensore;

C. La riforma, all’art. 3, modifica la disciplina delle impugnazioni delle misure di prevenzione personali permettendo la proposizione del ricorso in Appello e in Cassazione anche al difensore dell’interessato.
D. Circa la decorrenza e la cessazione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, la riforma prevede che “l’esecuzione della misura resti sospesa durante il tempo in cui l’interessato è sottoposto a custodia cautelare o a detenzione per espiazione di pena e che, qualora quest’ultima si sia protratta per almeno due anni, il giudice debba, anche d’ufficio, verificare la persistenza della pericolosità sociale del soggetto, così da revocare la misura in caso di accertamento negativo o, in caso contrario, emettere decreto con cui ordinarne l’esecuzione”.

E. Vi è poi una modifica circa la proposizione delle misure di prevenzione patrimoniali: il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo può proporre la misura patrimoniale e, nel caso di applicazione rivolta ai cd. pericolosi generici o alle persone indiziate di cui alle nuove lett. i-bis e i-ter dell’art. 4, le funzioni e le competenze del procuratore distrettuale sono attribuite anche al procuratore della Repubblica del tribunale nel cui circondario dimora la persona in coordinamento con il procuratore distrettuale. Migliora anche il coordinamento delle autorità competenti sul territorio: si incarica infatti il procuratore distrettuale (di concerto col questore e col direttore della DIA) di assicurarsi che l’applicazione delle misure patrimoniali non intralci altre indagini in corso.

F. per ciò che riguarda invece il sequestro, è ora previsto che, oltre al sequestro dei beni ritenuti di origine illecita, il tribunale possa disporre anche l’amministrazione giudiziaria di aziende nonché di beni strumentali all’esercizio delle relative attività economiche ex art. 34 e la nuova misura del controllo giudiziario dell’azienda ex art. 34-bis. La riforma prevede, inoltre, che il sequestro di partecipazioni sociali totalitarie si estenda di diritto a tutti i beni aziendali, che il Tribunale è peraltro chiamato a indicare in modo specifico. In ogni caso l’esecuzione del sequestro viene ora affidata in via esclusiva alla polizia giudiziaria.

G. All’art. 24 è modificata la confisca di prevenzione, prevedendo la impossibilità per il proposto di giustificare la legittima provenienza dei beni adducendo che il denaro utilizzato per acquistarli sia provento o reimpiego di evasione fiscale.
Riguardo invece la confisca per equivalente ex art. 25, è eliminato ogni riferimento alla finalità di dispersione e occultamento dei beni quale presupposto necessario per ricorrere alla confisca di valore. L’istituto è ora applicabile nel caso in cui, “dopo la presentazione della proposta”, “non risulti possibile procedere al sequestro dei beni, perché il proposto non ne ha la disponibilità, diretta o indiretta, anche ove trasferiti legittimamente in qualunque epoca a terzi in buona fede”. È autorizzata comunque la confisca per equivalente anche quando, in seguito alla morte del proposto, il procedimento sia proseguito nei confronti degli eredi o degli aventi causa o sia iniziato nei confronti dei successori a titolo universale o particolare.

H. Per ciò che attiene le impugnazioni delle misure di prevenzione patrimoniali è prevista l’impugnabilità anche del decreto che dispone o nega il sequestro e del provvedimento di rigetto della richiesta di confisca, anche nel caso in cui non sia stato ancora disposto il sequestro. È poi previsto che, nelle more del giudizio di Cassazione, si possa sospendere la decisione della Corte d’Appello di disporre, in riforma del decreto di confisca emesso dal tribunale, la revoca del sequestro.

I. L’art. 23 della riforma prevede la modifica dell’art. 71 del codice antimafia, il quale, dispone un’aggravante (aumento della pena da un terzo alla metà) per un catalogo di delitti, commessi da chi è sottoposto in via definitiva a una misura di prevenzione personale durante il periodo di applicazione e fino ai tre anni successivi all’esecuzione della misura, che è ampliato, aggiungendo il reato di scambio elettorale politico-mafioso, quello di assistenza agli associati e una serie di delitti contro la pubblica amministrazione, coincidenti con quelli ex art. 4 del codice antimafia.

L. Cambia anche il codice penale: l’art. 30 della riforma aumenta la pena prevista per il reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche passando “da 1 a 6 anni” a “da 2 a 7 anni”.

M. Quanto invece alla legge sulla responsabilità amministrativa da reato degli enti ex d.lgs. 231 del 2001, la riforma introduce sanzioni pecuniarie e interdittive in relazione alla commissione dei delitti di procurato ingresso illecito e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina rubricato all’art. 12 del d.lgs. 286 del 1998 (cd. Testo Unico sull’ immigrazione).

N. Cambia anche l’art. 7-bis dell’ordinamento giudiziario, il quale istituisce, presso il tribunale del capoluogo del distretto e presso la corte di Appello, sezioni o collegi specializzati nella trattazione in via esclusiva dei procedimenti di prevenzione, “nell’intento di assicurarne un più celere svolgimento da parte dei magistrati dotati di una peculiare competenza nella materia”.

La riforma si chiude infine con le disposizioni di attuazione e transitorie ex artt. 35-38, preceduti da una disposizione contenente una delega al Governo per “la tutela del lavoro nell’ambito delle imprese sequestrate e confiscate”, per poter adottare “misure per l’emersione del lavoro irregolare e per il contrasto del caporalato e di salvaguardare l’accesso all’integrazione salariale e agli altri ammortizzatori sociali”.

Dott. Mirko Buonasperanza

Risarcimenti personalizzati e danno non patrimoniale davanti alla Cassazione

Per la Corte di Cassazione qualora si procedesse ad una personalizzazione del danno non patrimoniale richiamando voci che potrebbero riferirsi astrattamente a qualsiasi soggetto che fosse incorso ordinariamente nelle medesime conseguenze lesive, si creerebbe una duplicazione risarcitoria inammissibile.

Dalla sentenza numero 21939 del 2017, con la quale i giudici della Suprema Corte di Cassazione hanno accolto il ricorso di una compagnia assicurativa contro la sentenza della Corte d’Appello che aveva aumentato il risarcimento del danno subito da un uomo a seguito di un incidente, ricorrendo al meccanismo della personalizzazione ma facendo riferimento generico a una serie di circostanze che tutti astrattamente potrebbero subire dopo un incidente (senza tuttavia motivare più nel dettaglio la sua decisione), la Corte fa derivare che “il giudice, nel procedere alla personalizzazione del danno non patrimoniale, non può apprezzare delle circostanze che sono individuate genericamente e sono solo asseritamente personalizzanti, senza valutarle in maniera analitica né valorizzare i loro profili di concreta riferibilità e inerenza all’esperienza di vita effettiva del danneggiato”.

 

Per la Corte di Cassazione, infatti, qualora si procedesse ad una personalizzazione del danno non patrimoniale richiamando voci che potrebbero riferirsi astrattamente a qualsiasi soggetto che fosse incorso ordinariamente nelle medesime conseguenze lesive, si creerebbe una duplicazione risarcitoria inammissibile.

 

Il meccanismo della personalizzazione deve valorizzare le circostanze di fatto specifiche e peculiari che “valgano a superare le conseguenze ‘ordinarie’ già previste e compensate dalla liquidazione forfettizzata del danno non patrimoniale assicurata dalle previsioni tabellari“, “dandone espressamente conto in motivazione in coerenza alle risultanze argomentative e probatorie obiettivamente emerse ad esito del dibattito processuale“.

 

Qualora mancasse tale approfondimento, come nel caso de quo, il giudice non potrebbe che ritornare sulla propria posizione.

 

 

Dott. Mirko Buonasperanza

L’onere della prova del datore di lavoro in caso di infortunio del dipendente.

A seguito di incidente sul lavoro, verificatosi a causa della rottura di un macchinario, il lavoratore citava in giudizio la ditta datrice chiedendo il risarcimento dei danni subiti.

Lo stesso aveva provato di essere dipendente della ditta, di svolgere mansioni di operaio specializzato addetto al “trapano a colonna” e di aver subito lo schiacciamento della mano a seguito dell’improvviso cedimento del braccio orizzontale di sostegno del trapano.

Intervenuti sul luogo di lavoro, gli ispettori dell’ASL accertavano la recente fabbricazione del macchinario e la sua certificazione CE, il buono stato generale dell’utensile, l’assenza di anomalie nel funzionamento, il corretto utilizzo dello stesso e che, pertanto, “la caduta del braccio del macchinario era dovuta ad una improvvisa rottura dei meccanismi elettromeccanici deputati al sollevamento-abbassamento del braccio, evento da ritenersi non ragionevolmente prevedibile“.

Sulla base di detta relazione il Tribunale di Bergamo e, in seguito, la Corte d’Appello di Brescia, rigettavano la domanda risarcitoria.

Il dipendente, proponendo ricorso per cassazione, eccepiva, tra l’altro, la violazione e l’errata applicazione dell’art. 2087 c.c., e in particolare, l’errata ripartizione dell’onere della prova. L’ art. 2087 c.c., infatti, statuisce che “l‘imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro“.

Ciò posto, in caso di infortunio sul lavoro, al dipendente spetterà l’onere di dimostrare l’esistenza di un rapporto di lavoro, dell’infortunio stesso ovvero della malattia, nonché il nesso di causalità tra l’ambiente di lavoro ovvero tra l’impiego di un determinato strumento di lavoro e il danno subito. Per contro, il datore di lavoro, per risultare esente da responsabilità, dovrà dimostrare il rispetto della specifica normativa antinfortunistica, nonché di aver adottato tutte quelle misure sufficienti a tutelare la salute del lavoratore, anche vigilando sul rispetto delle regole apprestate dall’ordinamento per la sicurezza sui luoghi di lavoro.

Ed invero, la Corte d’Appello, riferisce il giudice di legittimità nella sentenza in oggetto, sostiene che l’infortunio sia dovuto ad un evento imprevedibile, ritenendo con ciò liberato il datore di lavoro dalla presunzione di colpa sullo stesso incombente nel momento in cui il lavoratore assolve al proprio onere probatorio. A tal proposito ricorda il proprio precedente per cui: “ il lavoratore che agisca nei confronti del datore di lavoro per il risarcimento integrale del danno patito a seguito di infortunio sul lavoro ha l’onere di provare il fatto costituente l’inadempimento e il nesso di causalità materiale tra l’inadempimento e il danno, ma non anche la colpa del datore di lavoro, nei cui confronti opera la presunzione posta dall’art. 1218 cod. civ., il superamento della quale comporta la prova di aver adottato tutte le cautele necessarie ad evitare il danno, in relazione alle specificità del caso ossia al tipo di operazione effettuata ed ai rischi intrinseci alla stessa, potendo al riguardo non risultare sufficiente la mera osservanza delle misure di protezione individuale imposte dalla legge (Cass. n. 16003 del 2007).

Orientamento confermato anche in un’altra sentenza per la quale: “ai fini della configurabilità della responsabilità’ del datore di lavoro per l’infortunio subito dal dipendente o per la tecnopatia contratta, grava su quest’ultimo l’onere di provare la sussistenza del rapporto di lavoro, dell’infortunio o della malattia ed il nesso causale tra l’utilizzazione del macchinario o la nocività dell’ambiente di lavoro e l’evento dannoso, e grava sul datore di lavoro l’onere di dimostrare di aver rispettato le norme specificamente stabilite in relazione all’attività svolta nonché di aver adottato, ex art. 2087 cod. civ., tutte le misure che – in considerazione della peculiarità dell’attività e tenuto conto dello stato della tecnica – siano necessarie per tutelare l’integrità del lavoratore, vigilando altresì sulla loro osservanza, mentre il comportamento del lavoratore è idoneo ad escludere il rapporto causale tra inadempimento del datore di lavoro ed evento, esclusivamente quando esso sia autosufficiente nella determinazione dell’evento, cioè se abbia il carattere dell’abnormità per essere assolutamente anomalo ed imprevedibile (Cass. n. 20533 del 2015). Fermo restando che il datore di lavoro non può ritenersi responsabile né obbligato a predisporre accorgimenti atti a salvaguardare il lavoratore da cause d’infortunio del tutto imprevedibili (Cfr.: Cass. n. 312/2014).

In aggiunta a ciò la Corte di Cassazione nella sentenza in epigrafe afferma che “la Corte d’Appello non ha fatto corretta applicazione dei principi sopra richiamati in relazione all’assolvimento dell’onere della prova in ordine all’adempimento degli obblighi di protezione specifici del datore di lavoro rispetto alle caratteristiche del macchinario e alle modalità di uso, atteso che il vizio strutturale, quale fatto liberatorio, non può prescindere dalla prova circostanziata offerta dal parte del datore di lavoro dell’assolvimento dei suddetti obblighi, prova non soddisfatta dal mero rinvio operato dalla Corte d’Appello alle circostanze rilevate dagli ispettori dell’ASL“.

Peraltro, il datore di lavoro è sempre tenuto “ad accertare la corrispondenza ai requisiti di legge dei macchinari utilizzati, e risponde dell’infortunio occorso a un dipendente a causa della mancanza di tali requisiti”, a prescindere della marchiatura di conformità CE (Cass. pen. n. 54480/2016 e Cass. pen. n. 3626/2016).

Il ricorso, quindi, viene accolto e la sentenza cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Brescia, in diversa composizione, affinché si attenga ai principi di diritto enunciati.

Dott. Mirko Buonasperanza

DANNI CAUSATI DA BUCHE STRADALI: UNA COMPLICATA QUESTIONE DI ONERE DELLA PROVA

Nel caso in esame, una signora conveniva in giudizio il Comune di Bisignano per ottenere il risarcimento dei danni alla salute patiti in seguito ad una caduta, provocata dal manto stradale sconnesso.

La Corte d’Appello, dopo avere accertato che effettivamente la caduta dell’attrice era stata causata dalle buche presenti sulla pavimentazione stradale da lei percorsa, respingeva la domanda sulla base delle seguenti osservazioni: l’accoglimento della domanda avrebbe “richiesto la dimostrazione del fatto che lo stato dei luoghi presentava una obiettiva situazione di pericolosità“; l’attrice avrebbe quindi dovuto dimostrare che la cosa aveva una potenzialità dannosa intrinseca, tale da giustificare l’oggettiva responsabilità del custode.

La signora propone ricorso per Cassazione e, in tale sede, richiama il tema di ripartizione dell’onere della prova tra danneggiato e custode, nei casi in cui si applichi l’art. 2051 c.c., che distingue due ipotesi:

  1. quando il danno è causato da cose dotate di un intrinseco dinamismo, l’attore ha il solo onere di provare il nesso di causa tra la cosa ed il danno, mentre non è necessaria la dimostrazione della pericolosità della cosa;
  2. quando il danno è causato da cose inerti e visibili (come ad esempio marciapiedi, scale, strade, pavimenti, e simili), il danneggiato deve provare il nesso di causa tra cosa e danno, dimostrandone quindi la pericolosità.

Per la ricorrente, la Corte d’appello ha quindi errato laddove, pur avendo accertato positivamente che la caduta rovinosa “era stata causata dalle buche e dal brecciolino presenti sulla strada da lei percorsaha rigettato la domanda, mutuando dalla ritenuta non pericolosità della cosa, non la prova dell’assenza di nesso di causa, ma quella dell’assenza di colpa del custode.

La Corte di Cassazione accoglie il ricorso proposto dalla danneggiata sulla base del seguente ragionamento: la pericolosità della cosa inerte è indizio dal quale risalire, ex art. 2727 c.c., alla prova del nesso di causa (se una cosa inerte non è pericolosa, ciò può bastare per affermare che manchi il nesso di causa tra la cosa e il danno); quando però il nesso di causa tra cosa e danno è positivamente accertato, non è più necessario stabilire se la cosa stessa fosse pericolosa o meno; in altri termini, precisa la Cassazione, la non pericolosità d’una cosa inerte non esclude la colpa del custode: pertanto se il nesso causale tra cosa e danno è dimostrato aliunde, la pericolosità della cosa diventa giuridicamente irrilevante; del resto, anche il proprietario di cose non pericolose risponde ex art. 2051 c.c., una volta appurato un valido nesso di causa tra cosa e danno; quindi, sarebbe stato onere del Comune convenuto provare la colpa esclusiva o concorrente della vittima.

Pertanto, sul punto, viene enunciato il seguente principio di diritto: Una volta accertata l‘esistenza d’un nesso di causa tra la cosa in custodia ed il danno, è onere del custode – per sottrarsi alla responsabilità di cui all’art. 2051 c.c. – provare la colpa esclusiva o concorrente del danneggiato (che può desumersi anche dalla agevole evitabilità del pericolo), mentre deve escludersi che la vittima, una volta provato il nesso di causa, per ottenere la condanna del custode debba anche provare la pericolosità della cosa”.

Fabrizio Alberto Morabito