Cassazione: reato di affidamento illegittimo del figlio anche se non vie è alcun compenso.

Affinché si configuri il reato non è richiesto che chi affida il bambino a terzi riceva un compenso, quanto piuttosto che chi lo riceve sia disposto a pagare per soddisfare il proprio desiderio di genitorialità.

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La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2173 del 2019, ha respinto il ricorso di una madre condannata per il reato di affidamento illegittimo del proprio figlio ceduto a una coppia senza ricevere alcun compenso (corrisposto invece al ginecologo).

La Corte precisa che, affinché si configuri il reato di cui all’art. 71 della legge n. 184 del 1983, non è richiesto che chi affida il bambino a terzi in via definitiva o stabile riceva un compenso, quanto piuttosto che chi lo riceve sia disposto a pagare per soddisfare il proprio desiderio di genitorialità. La ratio della norma infatti è di tutelare l’interesse del bambino ad un affidamento legittimo all’interno di una regolare procedura di adozione.

La Cassazione condivide le valutazioni del giudice di primo grado (confermate anche dalla Corte d’Appello) sulla responsabilità dell’imputata per aver preso parte all’accordo con il ginecologo che le aveva promesso l’affidamento di un nascituro dietro il riconoscimento di 20.500 euro con l’intesa di modificare successivamente lo stato di nascita dello stesso.

Il giorno del parto l’accordo si concretizzava con la consegna del neonato all’imputata (ed al marito di lei, coimputato nel processo) e con il pagamento della somma di 20.500 al ginecologo. Non veniva compiuta però l’alterazione dello stato di nascita a causa di un contrattempo che impediva al medico di falsificare le carte inviate dall’ ospedale al Comune. La partoriente veniva quindi ritenuta colpevole, a titolo di concorso nel delitto previsto dall’art. 71 della legge n. 184 del 1983, “per essersi prestata consapevolmente alla consegna del proprio figlio alla coppia“.

La madre naturale ricorreva quindi in Cassazione, ritenendo che la sua condotta non integrasse il reato de quo: l’affido infatti era avvenuto al di fuori di un procedimento di adozione (piuttosto un affidamento di fatto) e senza il riconoscimento di un corrispettivo in denaro (versato dalla coppia solo al ginecologo). In assenza di un profitto in denaro, secondo la ricorrente, mancherebbe “l’ulteriore elemento della cessione del minore verso un corrispettivo economico che sarebbe necessario per integrare il delitto in esame“.

L’imputata contestava inoltre quanto affermato dalla Corte d’Appello, secondo la quale la stessa avrebbe partecipato consapevolmente alla consegna del figlio dietro corrispettivo: tale conclusione sarebbe il frutto di una lettura errata delle risultanze probatorie, visto che la stessa non solo non conosceva la coppia a cui il nascituro sarebbe stato affidato, ma non era a conoscenza neppure del fatto che questa avrebbe dovuto versare la somma concordata al proprio ginecologo.

La Cassazione però, con la sentenza in oggetto, rigetta il ricorso della giovane donna in quanto “si ritiene infondata la questione di diritto dedotta in relazione alla fattispecie di reato prevista dall’art 71 legge n. 184/1983. Il predetto delitto non richiede affatto che l’affidamento illegale del minore sia avvenuto nell’ambito di una procedura formale di adozione, né è richiesto per colui che affida il minore la previsione di un compenso economico come corrispettivo della consegna del minore stesso, essendo tale compenso previsto solo come condizione di punibilità per colui che “riceve” il minore in illecito affidamento“.

Al fine della integrazione del reato è richiesto, quindi, non che il compenso venga ricevuto da chi dà in affido il bambino, ma che venga corrisposto da chi riceve il nascituro in affido in via stabile. La ratio dell’art. 71 della legge n. 184 del 1983 è uniforme nella giurisprudenza di legittimità: chi affida illegittimamente il minore viola sempre l’interesse dello stesso ad un affidamento nel rispetto di tutte le condizioni poste a sua tutela (stabilità della coppia affidataria, maturità e capacità educativa della stessa, ecc.); chi lo riceve è punito, invece, solo se ha pagato, evidentemente perché non si è ritenuto meritevole di pena colui che lo riceve per appagare un desiderio naturale di genitorialità, senza ricorso a strumenti corruttivi.

Dott. Mirko Buonasperanza

BLOCCO STRADALE: IL REATO REDIVIVO

Il decreto sicurezza ha reso nuovamente reato il blocco stradale.

Il Decreto Legge n. 113 del 2018 (cd. decreto sicurezza), convertito in legge a fine anno, è un provvedimento che introduce molte novità in diverse materie. Tra le tante novità, vi è una modifica al D.lgs. 22 gennaio 1948, n. 66 che si occupa delle “Norme per assicurare la libera circolazione sulle strade ferrate ed ordinarie e la libera navigazione” e che reintroduce il reato di blocco stradale.

Il decreto sicurezza, variando l’art. 1 del predetto d.lgs., ha reso nuovamente reato il blocco stradale (oltre al già previsto blocco di strada ferrata) fatta eccezione per quello su una strada ordinaria attuato mediante ostruzione con il proprio corpo.

La fattispecie era stata depenalizzata dal D.lgs. n. 507 del 1999; prima dell’intervento del decreto sicurezza, la pena detentiva era solo nei confronti dei blocchi di ferrovie o relativamente alla navigazione.

Commetteva reato chiunque, “al fine di impedire od ostacolare la libera circolazione, deponeva o abbandonava congegni o altri oggetti di qualsiasi specie in una strada ferrata, nonché coloro che facevano lo stesso in una zona portuale o nelle acque di fiumi, canali o laghi al fine di ostacolare la libera navigazione o comunque realizzando ostruzione o ingombro”.

A seguito dell’intervento del decreto sicurezza, invece, la reclusione da uno a sei anni è la pena che rischia chi, “al fine di impedire od ostacolare la libera circolazione, colloca o abbandona congegni o altri oggetti di qualsiasi specie in una strada ordinaria o ferrata o comunque ostruisce o ingombra una strada ordinaria o ferrata“.

La pena è raddoppiata, da 2 a 12 anni, se il fatto è “commesso da più persone, anche non riunite, ovvero se è commesso usando violenza o minaccia alle persone o violenza sulle cose”.

Lo stesso decreto sicurezza, tuttavia, ha previsto che facciano eccezione i casi previsti dall’art. 1 bis (aggiunto al D.lgs. 66 del 1948): sono puniti con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 1.000 a 4.000 euro coloro che “impediscono la libera circolazione su strada ordinaria, ostruendo la stessa con il proprio corpo”. La medesima sanzione si applica ai promotori e agli organizzatori.

Dott. Mirko Buonasperanza

Ddl Anticorruzione: primo via libera dalla Camera

Primo via libera per il “Ddl Anticorruzione” che passa alla Camera con 288 voti a favore, 143 contrari e 12 astenuti.

Primo via libera per il “Ddl Anticorruzione” che passa alla Camera con 288 voti a favore, 143 contrari e 12 astenuti.

Il testo, che passerà ora all’esame del Senato, prevede i seguenti contenuti:

  1. Ddl Spazzacorrotti

Il cosiddetto disegno di legge “spazza corrotti” mira a contrastare i reati contro la pubblica amministrazione e quelli inerenti la trasparenza di partiti e movimenti politici ma contiene anche la riforma della prescrizione.

Le misure adottate dalla Camera vanno dal rafforzamento delle pene accessorie previste per i reati contro la p.a. ai meccanismi di trasparenza per finanziamenti a partiti, fondazioni e associazioni politiche.

  1. Daspo per i corrotti

Vengono inasprite le pene accessorie nei reati contro la p.a. introducendo, in caso di condanna per alcuni reati, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici ovvero il c.d. “Daspo“, misura ispirata al divieto di ingresso allo stadio per i tifosi violenti.

La modifica all’art. 317 bis c.p., stabilisce anche la sanzione accessoria dell‘incapacità in perpetuo di contrattare con la pubblica amministrazione, salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio.

Nel caso la pena inflitta sia la reclusione per un tempo non superiore a due anni o qualora dovesse ricorrere la circostanza attenuante prevista dall’articolo 323 bis co.1, c.p. (fatti di particolare tenuità), l’interdizione e il divieto temporanei avranno durata non inferiore a cinque anni né superiore a sette anni.

Saranno inoltre ridotte le sanzioni (durata non inferiore a un anno né superiore a cinque) anche nei confronti di chi si sia “efficacemente adoperato per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, per assicurare le prove dei reati per l’individuazione degli altri responsabili ovvero per il sequestro delle somme o altre utilità trasferite”.

La riabilitazione sarà possibile decorso un termine non inferiore a sette anni dalla espiazione. La pena accessoria perpetua sarà dichiarata estinta qualora il condannato abbia “dato prove effettive e costanti di buona condotta”.

  1. Pentiti in casi di corruzione

Viene introdotta la figura del “pentito” attraverso una norma ad hoc nel codice penale (art. 323 ter) in cui viene cristallizzata la causa di non punibilità in caso di autodenuncia del reo. “Non è punibile colui che, prima dell’iscrizione a suo carico della notizia di reato nel registro degli indagati e, in ogni caso, entro sei mesi dalla commissione del fatto, lo denuncia volontariamente e fornisce indicazioni utili per assicurare la prova del reato e per individuare gli altri responsabili”.

La non punibilità del pubblico ufficiale, dell’incaricato di un pubblico servizio o del trafficante di influenze illecite è subordinata alla “messa a disposizione dell’utilità percepita o, in caso di impossibilità, di una somma di denaro di valore equivalente ovvero all’indicazione di elementi utili a individuarne il beneficiario effettivo, entro il medesimo termine di cui sopra”.

  1. Prescrizione

Dal primo gennaio 2020 viene sospeso il corso della prescrizione della data di pronuncia della sentenza di primo grado (sia di condanna che di assoluzione).

Il primo comma dell’art. 158 c.p. verrà riformulato nel seguente modo: “Il termine della prescrizione decorre, per il reato consumato, dal giorno della consumazione; per il reato tentato, dal giorno in cui è cessata l’attività del colpevole; per il reato permanente o continuato, dal giorno in cui è cessata la permanenza o la continuazione“.

Il secondo comma dell’art. 159 c.p., prevedrà invece che: “Il corso della prescrizione rimane altresì sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado o del decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell’irrevocabilità del decreto di condanna“.

  1. Nuovo reato di peculato

La modifica approvata incide sull’art. 323 c.p. (Abuso d’ufficio), ridefinendo il peculato e ammorbidendo le pene.

Il nuovo comma introdotto in sede di emendamento prevede che: “la pena non può essere inferiore a due anni se il fatto del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio consiste nella appropriazione mediante distrazione di somme di denaro o di altra cosa mobile altrui delle quali ha il possesso o comunque l’autonoma disponibilità per ragione del suo ufficio o servizio, nell’ambito di un procedimento disciplinato da legge o regolamento che appartenga alla sua competenza“.

  1. Agente sotto copertura

Viene estensa anche al contrasto di alcuni reati contro la p.a., tra cui la corruzione, la possibilità di avvalersi delle operazioni di polizia sotto copertura.

Si esclude, di conseguenza, la punibilità degli ufficiali di P.G. che, al solo fine di acquisire elementi di prova, tengano condotte che costituirebbero reato.

  1. Maggiore trasparenza e controlli per i partiti politici

Partiti e movimenti politici avranno l’obbligo di rendicontazione di contributi e prestazioni ricevute il cui valore superi i 500 euro. Basterà invece rilasciare una ricevuta in caso di contributi occasionalmente corrisposti nel corso di manifestazioni ed eventi politici pubblici, di importo inferiore a 500 euro.

Sarà vietato, invece, ricevere contributi, prestazioni gratuite o altre forme di sostegno a carattere patrimoniale, in qualsiasi modo erogati, da parte di persone fisiche o enti che vogliano rimanere anonimi, dichiarandosi contrari alla pubblicità dei relativi dati.

Vietato, anche, ricevere contributi provenienti da governi o enti pubblici di Stati esteri, da persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero e da persone fisiche maggiorenni non iscritte nelle liste elettorali o private del diritto di voto.

  1. Candidati politici

In occasione delle competizioni elettorali di qualunque genere i partiti e i movimenti politici avranno l’obbligo di pubblicare nel proprio sito internet istituzionale il curriculum vitae dei loro candidati e il relativo certificato penale rilasciato dal casellario giudiziario non oltre venti giorni prima della data fissata per la consultazione elettorale.

Dott. Mirko Buonasperanza

Processo penale: novità sulla telematizzazione

Dall’inizio del prossimo anno partirà la telematizzazione del processo penale.

Dall’inizio del prossimo anno partirà la telematizzazione del processo penale. L’avviso di deposito della sentenza dovrà avvenire infatti obbligatoriamente in forma digitale.

il Ministero della Giustizia ha comunicato in una nota che, con l’installazione ultimata su tutti i server distrettuali dei moduli aggiornati del Registro Generale Web, “sarà possibile rispettare la disposizione secondo cui dal 1° gennaio prossimo l’avviso di deposito della sentenza dal Tribunale alla Procura generale debba avvenire obbligatoriamente via web“.

Ciò comporterà come vantaggio una forte diminuzione dei tempi di passaggio tra i due uffici, evitando inoltre il consumo di carta, la compilazione manuale dei registri ed il trasferimento fisico dei fascicoli.

Questo servizio telematico, “a lungo richiesto soprattutto dai dipendenti che operano nelle cancellerie e nelle segreterie giudiziarie, è stato reso possibile grazie all’installazione sui server distrettuali di nuovo moduli del Sistema Informativo della Cognizione Penale“, continua la nota.

Più specificamente è previsto che il Tribunale potrà inviare tramite il Registro della Cognizione Penale l’avviso di deposito della sentenza alla Procura Generale, allegandovi obbligatoriamente la sentenza scansionata.

“Si tratta di una necessaria rivoluzione telematica che produrrà chiari vantaggi per tutti: amministrazione della giustizia, operatori e soprattutto cittadini“, garantiscono dal Ministero.

Per la Procura Generale i benefici saranno “ancora più consistenti: utilizzando i nuovi moduli, infatti, i magistrati potranno gestire, accedendo alla loro consolle, il calcolo della scadenza dei termini per l’impugnazione“.

Dott. Mirko Buonasperanza

BREVI CARATTERISTICHE DI UNA BREVE SENTENZA

La sentenza in forma semplificata (o anche c.d. “sentenza breve”) è stata un’introduzione che il Legislatore ha operato dopo un primo riconoscimento meramente giurisprudenziale. Solo dopo che i giudici, più che altro dei vari Tribunali Amministrativi Regionali, dei primi anni 2000 avevano lamentato la mole di lavoro arretrato e avevano elaborato un nuovo procedimento più snello per la definizione delle cause pendenti più risalenti nel tempo, il Legislatore intervenne con la L. 21 luglio 2000, n. 205. Quest’ultima andò a modificare l’art. 26, L. 6 dicembre 1971, n. 1034, ovvero la norma relativa all’inammissibilità, irricevibilità, infondatezza e questioni di incompetenza del Giudice Amministrativo.

Il riconoscimento legislativo è servito per definire una prassi che nel tempo stava diventando sempre più tipica nelle Aule di giudizio. La sentenza in forma semplificata, tuttavia, non è arrivata senza portarsi con sé qualche dubbio disvelato completamente da un’attenta dottrina.

Le caratteristiche di questa particolare forma di sentenza (tutte nelle mani del Giudice) sono principalmente quattro:

  • la possibilità di omettere i motivi del ricorso e le eccezioni di parte;
  • la facoltà di far sinteticamente riferimento ai precedenti conformi;
  • il riferimento diretto al punto di diritto o di fatto ritenuto risolutivo per la controversia;
  • nel rito elettorale, la capacità di motivare mediante un mero richiamo “alle argomentazioni contenute negli scritti delle parti che il giudice ha inteso accogliere e fare proprie” (art. 129, c. 6, CPA).

Tutti e quattro i punti hanno sollevato alcuni dubbi.

Per quanto riguarda la prima caratteristica si è osservato che omettere i motivi del ricorso non permetterebbe altrettanto il risparmio concesso dal non inserire le domande delle parti (che l’art. 88, CPA, comunque, prevede in maniera distinta dalle motivazioni); inoltre che si possano omettere alcuni motivi del ricorso alle volte risulta addirittura ovvio, quando la causa può essere decisa in rito per ragioni chiare e condivise dalle parti; si era anche asserito che la possibilità di potere omettere motivazioni e eccezioni di parte facesse risparmiare del tempo, ma come ha fatto, giustamente, notare Rosanna De Nictolis, Presidente di Sezione Consultiva C.G.A. Sicilia, nel suo scritto “Le sentenze del giudice amministrativo in forma semplificata. Tra mito e realtà”, al giorno d’oggi, con le tecnologie di cui dispone il giudice, è relativamente semplice riportare in sentenza le domande di parte e i motivi del ricorso – sarebbe sufficiente una mera azione di copia e incollasu Word-; infine, qualcuno ha anche paventato la possibilità che da una sentenza in forma semplificata emergerebbe uno scollamento tra il chiesto e il pronunciato, dal momento che in sentenza ci sarebbe solamente il secondo e non anche il primo.

La seconda caratteristica in parte riprende un concetto già ammesso dalla lettera della legge: l’art. 88, CPA prevedeva già che il giudice potesse fare un richiamo ai “precedenti cui intende conformarsi”. Tuttavia, ad oggi, la sentenza in forma semplificata statuisce che il giudice possa far riferimento ad un solo precedente conforme e, addirittura, farne uso come alternativa della motivazione in fatto ed in diritto. Qua il rischio è che una non corretta ricostruzione del fatto possa portare a soluzioni di diritto anche di molto errate. Il brocardo latino Da mihi factum, dabo tibi ius rende bene l’idea di come se si mutasse il fatto anche di poco, senz’altro anche il diritto ne risentirebbe in maniera pesante.

Il terzo punto, poi, il quale rimanda al sintetico rinvio all’elemento di fatto o di diritto ritenuto risolutivo sembrerebbe quasi ammettere il principio di “assorbimento” (tuttavia, espressamente vietato dal principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato di cui all’art. 112, CPC). La sentenza non può, infatti, venire meno al suo dovere di completezza, pena l’ingiustizia della decisione (ne deriverebbe una violazione dell’art. 24, Cost.). Certo è che anche il principio dell’assorbimento non è del tutto inapplicabile, dal momento che entro certi limiti può operare per ragioni di economia processuale (Cons. Stato, Ad. Pl. 27/04/2015). Si badi che, comunque, quella dell’assorbimento è una prassi pericolosa e anche la Corte di giustizia dell’Unione Europea, sez. X, 4/07/2013, C-100/12, Fastwebha sconfessato la possibilità di poter dichiarare l’assorbimento del ricorso principale, in caso di accoglimento di quello incidentale.

Infine, l’ultimo punto rimanda, ma solo per il giudizio elettorale di cui all’art. 129, CPA, alla possibilità di motivare per relationem, ovvero semplicemente con un richiamo alle argomentazioni contenute negli scritti che il giudice ha inteso fare proprie. Per quest’ultimo punto basti dire che, anche se il lavoro di scrittura sarà sicuramente più breve, non anche il lavoro di studio del materiale pervenuto al giudice potrebbe esserlo: il dovere di completezza della motivazione di una sentenza, infatti, è sempre in agguato.

Non mi pare il caso di dilungare oltremodo la discussione, ma è importante sottolineare come, forse, la rapidità di un processo non è da ricercare nell’imposizione legislativa di atti e sentenze “camuffati” come brevi, ostentando una sinteticità che molte volte rimane più come principio etereo e intoccabile, più che elemento tangibile e, soprattutto, visibile all’interno degli atti di causa. Meglio sarebbe insistere su sentenze che abbiano meno le caratteristiche dell’”opera d’arte”, ma che siano più funzionali ai tecnici del settore, e allo stesso tempo che siano complete di elementi di fatto e di diritto, ovvero di quelle appendici che permettono ad una sentenza di diventare, per un’altra pronuncia di un altro giudice, un precedente citabile e comprensibile anche da chi non sia stato parte in quello specifico giudizio.

Dott. Alberto Lanzetti

L’AFFIDAMENTO DIRETTO: IL FENOMENO DELL’IN HOUSE

 

Nel momento in cui un’Amministrazione Pubblica deve compiere una somministrazione di beni, servizi o funzioni essa ha a sua disposizione tre strumenti: concessione, appalto o affidamento diretto.

I primi due richiedono una procedura ad evidenza pubblica. Con la concessione la P.A. affida ad un concessionario, tramite provvedimento amministrativo, l’esecuzione di attività da svolgere in favore della collettività, prevedendo come corrispettivo il prezzo pagato dagli utenti per il servizio reso. Si può ben immaginare che un Comune, a seguito di procedura ad evidenza pubblica, conceda la concessione ad un privato per l’esercizio del servizio di trasporti pubblici prevedendo che il corrispettivo del privato derivi direttamente dal pagamento dell’utente al privato concessionario del prezzo del biglietto per avere usufruito del servizio pullman/tram/metropolitana, per esempio.

Lo stesso esempio è ribaltabile anche sulla fattispecie dell’appalto: quest’ultimo permette all’Amministrazione, dietro sempre procedura ad evidenza pubblica, di concedere la somministrazione di beni o servizi, dietro pagamento di un corrispettivo. Quest’ultimo verrebbe direttamente versato dalla P.A. al soggetto appaltatore.

Infine, troviamo anche la soluzione dell’affidamento diretto. Questo, come dice anche già il nome, non prevede alcuna forma di procedura ad evidenza pubblica, bensì l’Amministrazione concede di compiere un lavoro od un servizio direttamente ad un soggetto da lei scelta. Mi rendo conto che spiegata in questa maniera la situazione appare lesiva dei principi di trasparenza e di concorrenza, tuttavia l’affidamento in house (fenomeno conosciuto come “in house providing”) è conosciuto ed applicato da tempo ormai, essendo previsto già nel vecchio Codice dei contratti pubblici (DLGS, 12 aprile 2006, n. 163) e, tanto più, in quello attuale (DLGS, 18 aprile 2016, n. 50) all’art. 5. Infatti, l’art. 5 prevede i casi in cui una concessione o un appalto pubblico non rientrano nei casi di applicazione del presente Codice. Ciò può avvenire solamente quando: a) l’amministrazione aggiudicatrice o l’ente aggiudicatore esercita sulla persona giuridica di cui trattasi un controllo analogo a quello esercitato sui propri servizi;

  1. b) oltre l’80 per cento delle attività della persona giuridica controllata è effettuata nello svolgimento dei compiti ad essa affidati dall’amministrazione aggiudicatrice controllante o da altre persone giuridiche controllate dall’amministrazione aggiudicatrice o da un ente aggiudicatore di cui trattasi;
  2. c) nella persona giuridica controllata non vi è alcuna partecipazione diretta di capitali privati, ad eccezione di forme di partecipazione di capitali privati le quali non comportano controllo o potere di veto previste dalla legislazione nazionale, in conformità dei trattati, che non esercitano un’influenza determinante sulla persona giuridica controllata.

La ratiodell’in house providing appare sussistere nella necessità dell’autoproduzione, espressione dell’autonomia organizzativa dell’Amministrazione. Fintanto che l’Amministrazione compie l’attività attraverso un suo organo, o ufficio non sussistono problemi, i quali cominciano a venire ad esistenza se l’attività viene compiuta per mezzo di un altro soggetto, a cui viene concesso l’incarico dalla P.A. Ecco allora che assumono significato i parametri indicati supracirca l’intensità dei rapporti tra Amministrazione e soggetto concedente. Questi rapporti devono essere talmente forti da poter considerare il soggetto concedente come un’estensione dell’Amministrazione stessa, ovvero nient’altro che un’espressione della longa manusdella P.A. nel compimento delle sue attività. La dualità che sussiste tra Amministrazione pubblica e soggetto esterno concessionario dev’essere soltanto formale -dato che, per quanto presente l’ipotesi di controllo analogo da parte dell’Amministrazione, non viene scalfita la regola per cui il soggetto concessionario possa e debba mantenere e applicare le normali regole sulle forme societarie previste dall’ordinamento-, ma non soggettivo.

Si badi anche che il DLGS, 50/2016 dev’essere coordinato con le norme del DLGS, 175/2016 (Testo Unico sulle società partecipate), il quale ha come finalità la razionalizzazione del sistema delle partecipazioni pubbliche, ciò nell’ottica di una riduzione della spesa e di maggiori garanzie di trasparenza e pubblicità.

 

Dott. Alberto Lanzetti

Rifiuti speciali e diritto penale

Nella mattina del 30 settembre le forze dell’ordine hanno scoperto un vasto incendio di rifiuti tossici sulle rive dell’Aniene. La colonna di fumo all’altezza di via Salaria ( Roma) , infatti, non è passata inosservata ed ha attirato immediatamente l’attenzione di civili e militari. I Carabinieri ed il Nucleo Investigativo del Gruppo Forestale hanno scovato l’origine dell’ incendio in un accampamento nascosto lungo le sponde del fiume Aniene. I militari hanno sorpreso due uomini, entrambi senza fissa dimora e con precedenti, mentre erano alle prese con un incendio di rifiuti speciali. I due, infatti, stavano bruciando materiale plastico e ferroso ed i Carabinieri hanno rinvenuto circa 10 kg di rame, ricavati dalla combustione di cavi elettrici. I due uomini sono stati tempestivamente arrestati e dovranno rispondere di incendio di rifiuti pericolosi. L’incendio, avvenuto sulle rive del fiume capitolino, riporta alla luce temi giuridici complessi: diritto a vivere in un ambiente salubre, salvaguardia dell’ambiente e diritto alla salute. Negli ultimi anni, infatti, il diritto penale ha sviluppato un’opera di revisione dei reati ambientali con una particolare attenzione alla tematica dello smaltimento dei rifiuti pericolosi. Molti passi avanti, però, devono essere ancora compiuti ed è auspicabile una maggiore sensibilizzazione sul tema del diritto ambientale.

Dott. Ilaria Di Blasio