Verità “Sulla mia pelle”

Da quando il film “Sulla mia pelle” è stato presentato a Venezia, la cronaca nazionale e le riviste di settore hanno speso encomi per la magistrale interpretazione del protagonista Alessandro Borghi e per la regia di Alessio Cremonini. Per spirito d’informazione, sempre tali riviste si sono sentite in dovere, legittimo, di fornire una rappresentazione (quantomeno sommaria) dei fatti accaduti quella sera. Noi, come rivista che intende analizzare gli aspetti più puramente di diritto e attinenti alla realtà dei fatti, così come rappresentata dagli atti processuali, non possiamo basarci sulla cronaca dei rotocalchi ed ancor più non possiamo, e non dobbiamo, indirizzare il lettore ad un’unica lettura della realtà conforme al nostro pensiero personale. Il fine di questo articolo è fornire al lettore gli elementi necessari per distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato secondo la propria visione della giustizia, tenendo sempre presente i principi di diritto positivi e naturali. Con queste doverose premesse, si procederà ad una comparazione dei fatti di quella notte così come raccontati nella pellicola, con quelli fornitici dagli atti processuali.

I FATTI

Roma, 15 ottobre 2009, un ragazzo 32enne che corrisponde al nome di Stefano Cucchi viene fermato, colto nell’atto di cedere ad un altro soggetto una serie di confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Successivamente viene condotto in caserma. Durante la perquisizione vengono rinvenuti addosso al ragazzo 21 grammi di hashish, tre dosi di cocaina, una pasticca di sostanza inerte e una di un medicinale.
Il ragazzo, che al momento dei fatti pesava 43 kg per 1,62 cm di altezza viene sottoposto a regime di custodia cautelare.
Il giorno seguente Stefano viene processato per direttissima e accusato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. L’imputato, secondo quanto emerge da una registrazione dell’udienza, si dichiara innocente per il capo d’accusa di “spaccio” e si dichiara colpevole per l’addebito di “detenzione”, specificandone l’uso personale. Già durante l’udienza appaiono evidenti delle ecchimosi sul viso e difficoltà nel parlare.

Tuttavia il giudice dispone il rinvio a giudizio, fissando l’udienza per il 13 novembre 2009, stabilendo inoltre la perdurata della permanenza di Cucchi nel carcere di Regina Coeli, carcere che, a differenza di Re Bibbia, viene utilizzato per le misure cautelari.
A seguito del trasporto nella struttura carceraria, le condizioni fisiche iniziano a peggiorare e durante una visita all’ospedale Fatebenefratelli vengono  messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (inclusa una frattura della mascella), all’addome (inclusa un’emorragia alla vescica) e al torace (incluse due fratture alla colonna vertebrale).
Le condizioni di Stefano si aggravarono in maniera molto celere, peggioramento che obbliga il trasporto alla struttura medico-carceraria Sandro Pertini il 17 ottobre.
Stefano Cucchi muore il 22 ottobre 2009, al momento del decesso il ragazzo pesa 27 kg.

L’obiettivo del regista è quello di focalizzare l’attenzione dello spettatore sull’ultima settimana di vita del Cucchi, ultima settimana che corrisponde alla sua incarcerazione, la scena saliente attorno alla quale ruota lo svolgimento del film si rinviene quando, immediatamente dopo l’arresto e la perquisizione a casa dei genitori, il Cucchi viene condotto in una stanza all’interno della caserma. Ciò che avviene all’interno di questa stanza è volontariamente omesso dal regista, il quale si limita ad un fermo immagine di un paio di secondi con l’intento di indurre lo spettatore a pensare che sia successo qualcosa all’interno, tuttavia la totale assenza di audio non mira ad indirizzare colui che guarda ad un’unica conclusione. Conclusione che si trae però nel fotogramma successivo in cui un primo piano al volto dell’attore Alessandro Borghi fa emergere la presenza di evidenti lividi sul viso e nelle scene successive si noterà come essi non siano gli unici, essendo inoltre presenti lividi nella zona addominale e lombare. Da lì in avanti, viene seguito tappa per tappa il movimento dell’imputato attraverso le varie strutture, sia mediche che carcerarie fino al fatale esito.

Il film si propone come un documentario e non come una rappresentazione soggettiva di quanto avvenuto in quei giorni, lo stesso regista e gli sceneggiatori hanno spulciato più di 10.000 pagine di verbali per rendere il più possibile reale ed attinente alla realtà il lungometraggio. Il protagonista, Alessandro Borghi, in una dichiarazione rilasciata a Netflix, piattaforma multimediale sulla quale il film è stato distribuito, ha apertamente dichiarato che l’intento del film è quello di far si che ognuno “riesca a farsi un’idea con i mezzi e gli strumenti che sono stati messi a disposizione”. Il racconto del reale non costringe nessuno a prendere una posizione, perché non vi sono due teorie opposte, non vi è un racconto in prima persona da parte della vittima o da parte delle guardie. Il film è una ricostruzione di eventi così come emersi dagli atti processuali, atti che in uno stato di diritto quantomeno dovrebbero rappresentare la cosa più vicina alla realtà dei fatti.

ghbmhnjLE INDAGINI E LA RESPONSABILITA

Ad oggi, a quasi nove anni dalla scomparsa di Stefano Cucchi, il processo per far luce sulle reali cause della morte di Stefano, non è ancora arrivato a conclusione. L’iter legale ha visto emergere dapprima una responsabilità delle guardie carcerarie, accusate di omicidio preterintenzionale e successivamente quella di omicidio colposo, falso ideologico, abuso d’ufficio e abbandono di incapace ai medici dell’ospedale Sandro Pertini. Il primo processo si concluse nel 2015 con il parziale annullamento della sentenza di appello, che aveva visto l’assoluzione dell’equipe medica, assolvendo per ogni capo di accusa gli agenti di polizia penitenziaria. Venne successivamente aperte una seconda inchiesta per fare ulteriore chiarezza sui reali interpreti intervenuti la note tra il 15 e il 16 ottobre, l’inchiesta portò all’iscrizione nel registro degli indagati di militari all’epoca presenti all’interno della caserma con l’accusa di favoreggiamento e falsa testimonianza. Il 10 luglio 2017 i cinque militari sono stati rinviati a giudizio per omicidio preterintenzionale, calunnia e falso in atto pubblico.

Aldilà di ogni commento in merito alla vicenda, la cosa più importante che bisogna andare ad analizzare in queste situazioni qua è come, nonostante l’art. 27 comma 2 e 3 della Costituzione reciti che “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” la condizione mediatica di colui che per la prima volta attraversa le porte del carcere è irrimediabilmente irreversibile. Nell’opinione pubblica e soprattutto all’interno delle strutture carcerarie, il pregiudizio nei confronti delle persone in attesa di giudizio è pari a quello delle persone che stanno scontando la pena, senza alcuna distinzione tra le due figure, ma ponendoli entrambi sullo stesso piano, senza aspettare che la giustizia faccia il suo corso e si pronunci sulla colpevolezza o meno di una persona. Un altro aspetto che molto spesso non viene adeguatamente considerato è quello della funzione rieducativa della pena. Il nostro sistema carcerario non mira ad infliggere una pena detentiva fine a sé stessa al detenuto ma a rieducarlo con una serie di interventi in tal guisa volti al suo reinserimento nella società al termine del periodo di detenzione. L’Italia da questo punto di vista, anche per colpa di numerosi problemi all’interno degli istituti rieducativi, si attesta come uno dei paesi in cui vi è il più alto indice di omicidi e morti per suicidio nelle proprie strutture, sia per i marchiani problemi interni di convivenza sia per la mancanza di un a prospettiva di futuro per le persone che hanno terminato il loro percorso rieducativo, basti pensare che il 67 % delle persone che esce dalle strutture dello Stato, nell’arco di 36 mesi ci ritorna. (Fonte Amnesty International)

La condizione di necessità di un essere umano deve andare aldilà del pregiudizio e dal passato che uno porta con sé, purtroppo un ragionamento del genere è quantomeno raro, probabilmente non solo in Italia, ma anche in altri luoghi. Colui che, a seguito del fallimento delle misure alternative proposte dalla società (cliniche, case di cura, SERT), si ritrovi ancora vittima della tossicodipendenza, per sopravvivere ahimè ha dinnanzi una sola strada, quello dello spaccio.

Il compito di una struttura statale è quello di garantire sicurezza, di garantire l’applicazione trasparente delle regole di condotta, di garantire che una persona entri viva e nella peggiore delle ipotesi esca tale, senza aver paura che una persona, versante in evidente stato di difficoltà, trovi la morte là dove dovrebbe esserci la certezza che non può succedere nulla, nel posto più di tutti adibito alla sicurezza della persona e della società. In uno stato di diritto l’unico figura eletta a giudicare i crimini delle persone è il giudice, ed è l ’unico al quale spetta il potere di infliggere pene e sanzioni, ma nemmeno ad egli spetta lo Ius vitae ac necis sulla persona, nessuno può giudicare se una persona è meritevole o meno di vivere, se essa possa essere considerata una risorsa o un peso per la comunità. Il cameratismo, l’abuso di potere, l’omertà tra colleghi, la menzogna, l’insabbiamento di notizie e la manipolazione della verità sono dei crimini imperdonabili, specie se compiuti da una pubblica autorità. I processi faranno luce su queste terribili accuse e porteranno la giustizia e la verità alla famiglia Cucchi e ai cittadini italiani.

 

Riccardo Salvadori

Enzo Tortora: la giustizia ingiusta

Il 18 maggio 1988, a 59 anni muore Enzo Tortora, conduttore televisivo, autore e giornalista. Volto storico della Rai, è considerato con Bongiorno, Corrado e Baudo uno dei padri della televisione italiana. Nel 1983 l’accusa di far parte della Nuova Camorra Organizzata e di essere un corriere della droga.

Il 18 maggio 1988, a 59 anni muore Enzo Tortora, conduttore televisivo, autore e giornalista. Volto storico della Rai, è considerato con Bongiorno, Corrado e Baudo uno dei padri della televisione italiana. Protagonista di una televisione d’altri tempi, tra gli anni 60’ ed 80’, fra alti e bassi nel suo rapporto con la TV di Stato, riscontra un grandissimo successo di pubblico. Riesce nell’impresa di far toccare i 26 milioni di spettatori col suo Portobello sulla Rete2 (oggi Rai2). Ed è proprio all’apice di questo successo che si innesca la bomba: è l’accusa di far parte della Nuova Camorra Organizzata e di essere un corriere della droga.

Ci vorranno quattro anni per dimostrare la sua innocenza, tra i quali 7 mesi di carcere e molti altri ai domiciliari nella sua casa in via Piatti, non lontana dal Duomo di Milano. “Il sacrificio di Enzo” come lo chiama la figlia Silvia, comincia il 17 giugno 1983. Il volto di “Portobello” è all’apice del successo. La sua trasmissione ha appena raggiunto un record telespettatori che difficilmente verrà battuto. Quel giorno il conduttore avrebbe dovuto firmare il contratto per una nuova edizione. Alle 4 di notte, però, i carabinieri bussano alla stanza dell’Hotel Plaza di Roma, e lo arrestano. Per trasferirlo nel carcere di Regina Coeli i militari aspettano la mattina e cameramen e fotografi lo possono così riprendere con le manette ai polsi. Una immagine che dopo 30 anni è ancora indelebile per molti. Quel 17 giugno vengono eseguiti altri 855 ordini di cattura emessi dalla Procura di Napoli nei confronti di presunti affiliati alla nuova Camorra Organizzata, capitana da Raffaele Cutulo. A muovere le accuse contro il presentatore sono due ‘pentiti’ dell’organizzazione Pasquale Barra e Giovanni Pandico, poi a catena si aggiungono altri 17 testimoni. Si scopre in seguito che pentiti e testimoni potevano liberamente comunicare mentre erano nella caserma di Napoli. Ad ‘inchiodare’ l’uomo di spettacolo è una agendina con il suo nome, in realtà vi era scritto Tortona e non Tortora, e dei centrini di seta inviati dal carcere dallo stesso Pandico a Portobello che i responsabili della trasmissione smarrirono. Il 17 settembre 1985 il presentatore è condannato a 10 anni di reclusione per associazione a delinquere di tipo mafioso e traffico di stupefacenti. Nell’appello il 15 settembre 1986 altri giudici napoletani ribaltano la sentenza e lo assolvono con formula piena. Tortora torna a presentare il suo Portobello il 20 febbraio 1987 e apre la trasmissione con una frase che diventa celebre: “Dunque, dove eravamo rimasti?”. A mettere fine alla vicenda giudiziaria è la Cassazione che conferma il secondo grado di giudizio il 13 giugno 1987. Un anno prima della sua morte. Durante il primo processo Tortora, con un passato nelle file del Partito liberale, viene eletto europarlamentare col partito dei Radicali, divenendone successivamente presidente, guidandolo alla vittoria nel Referendum sulla responsabilità civile dei magistrati del 1987 a seguito del quale venne approvata la legge Vassalli.

Salvatore Vergone

Il silenzio di Mogadiscio

Imagine all the people living life in peace”.

Così cantava John Lennon in uno dei suoi più apprezzati ed emozionanti capolavori. Una frase che racchiude un desiderio che ci unisce tutti, ma che oggi più che mai sembra essere diventato una chimera. Vivere in pace è diventato un desiderio di molti, ma è ancora una realtà per pochi.

Non troviamo pace e non ci sentiamo al sicuro. Non siamo al sicuro in una chiesa, al centro nel bel mezzo di un mercatino di Natale e neppure d’ estate sul lungo mare. Viviamo nella costante e perpetua sensazione di paura di un attacco terroristico. Sono molte le cose che ogni giorno accadono e alcune ci vengono comunicate dai media. Alcune, solo alcune. Sì, perché quello che ascoltiamo in tv è solo una piccola parte. Esiste un altro volto della tragedia, quello dei posti dimenticati.

Mogadiscio, capitale della Somalia, il 14 Ottobre 2017 ha subito un duro colpo. E’ esplosa un’autobomba causando almeno 231 morti e 350 feriti. Il capo della polizia, Mahad Abdi Gooye, non ha escluso un possibile incremento delle vittime nelle prossime ore a causa dell’elevato numero di feriti rimasti coinvolti nell’attacco. L’attacco, avvenuto nella zona ricca del paese, non sembra ancora essere stato rivendicato, ma le indagini sono in corso e non si esclude la pista terroristica dal momento che in questa zona sono costanti gli attacchi del gruppo Al Shabaab.

Un colpo all’Africa di cui pochi parlano ed è forse questa disinformazione la faccia triste della tragedia. La diffusione della notizia degli attacchi africani è indispensabile per comprendere un fenomeno mondiale e soprattutto presente nelle zone in via di sviluppo. L’Africa è costantemente sottoposta agli attacchi terroristici, eppure esiste ancora poca diffusione delle notizie riguardanti queste aree. Non esiste una gerarchia nella tragedia! Diffondere è indispensabile per conoscere, capire e combattere il terrorismo qualsiasi sia la terra coinvolta.

Ilaria Di Blasio

MALATO, TORNA SULLA BOCCA DI TUTTI

Proprio in un periodo in cui l’università è nuovamente in fermento, a causa dei suoi recenti attriti con la giustizia, torna di moda un professionista del settore.

Infatti, è di pochissimi giorni or sono la notizia che fa ritornare agli onori della cronaca il Prof. Luca Sgarbi, docente associato di diritto del lavoro presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino. Il professore infatti era seminfermo di mente quando, nell’estate del 2016, pretese favori di carattere sessuale da una studentessa, in cambio di un buon voto alla tesi di laurea. A stabilirne la seminfermità mentale è stata una perizia psichiatrica redatta da uno specialista di Genova, su incarico del GUP Stefano Vitelli.

Il docente è sotto processo per tentata concussione e detenzione di materiale pedopornografico: l’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Gianfranco Colace, era partita nel momento in cui una studentessa di 22 anni, iscritta a Giurisprudenza, aveva denunciato il professore per averla ricattata. La ragazza si è rivolta al garante degli studenti dell’Ateneo, poi il rettore ha fatto partire la segnalazione alla Procura il 19 luglio 2016.

I legali del docente, Simona Grabbi e Mauro Ronco, sottolineano che: “la chiusura delle indagini evidenzia come il fatto è rimasto del tutto isolato, nonostante altre studentesse siano state sentite dai magistrati. Fin dall’inizio il professore ha spiegato agli inquirenti come alla base della vicenda ci sia stato un equivoco circa i rapporti con la studentessa.

Luca Sgarbi, quarantasettenne avvocato bolognese, era giunto a Torino nel 2001, vincendo un concorso da ricercatore, con un curriculum di tutto rispetto: in passato ha collaborato con numerose riviste ed è stato commissario in molti concorsi.

La Procura di Torino auspica che altri eventuali simili episodi, allo stato sconosciuti, siano resi noti agli inquirenti: le mura del Campus Luigi Einaudi tremano dai tempi del caso Musy, in cui fu il Professor Monateri a finire su tutti i giornali, il più recente caso Sgarbi sconvolge nuovamente l’Ateneo piemontese (anche se il docente è stato dichiarato seminfermo di mente).

Non ci resta dunque che attendere e sperare affinché l’impervia questione che coinvolge il Professor Sgarbi e l’ancor più recente scandalo concorsuale fiorentino, che pare coinvolgere anche docenti torinesi, si concludano per il meglio.

Fabrizio Alberto Morabito

Risarcimenti personalizzati e danno non patrimoniale davanti alla Cassazione

Per la Corte di Cassazione qualora si procedesse ad una personalizzazione del danno non patrimoniale richiamando voci che potrebbero riferirsi astrattamente a qualsiasi soggetto che fosse incorso ordinariamente nelle medesime conseguenze lesive, si creerebbe una duplicazione risarcitoria inammissibile.

Dalla sentenza numero 21939 del 2017, con la quale i giudici della Suprema Corte di Cassazione hanno accolto il ricorso di una compagnia assicurativa contro la sentenza della Corte d’Appello che aveva aumentato il risarcimento del danno subito da un uomo a seguito di un incidente, ricorrendo al meccanismo della personalizzazione ma facendo riferimento generico a una serie di circostanze che tutti astrattamente potrebbero subire dopo un incidente (senza tuttavia motivare più nel dettaglio la sua decisione), la Corte fa derivare che “il giudice, nel procedere alla personalizzazione del danno non patrimoniale, non può apprezzare delle circostanze che sono individuate genericamente e sono solo asseritamente personalizzanti, senza valutarle in maniera analitica né valorizzare i loro profili di concreta riferibilità e inerenza all’esperienza di vita effettiva del danneggiato”.

 

Per la Corte di Cassazione, infatti, qualora si procedesse ad una personalizzazione del danno non patrimoniale richiamando voci che potrebbero riferirsi astrattamente a qualsiasi soggetto che fosse incorso ordinariamente nelle medesime conseguenze lesive, si creerebbe una duplicazione risarcitoria inammissibile.

 

Il meccanismo della personalizzazione deve valorizzare le circostanze di fatto specifiche e peculiari che “valgano a superare le conseguenze ‘ordinarie’ già previste e compensate dalla liquidazione forfettizzata del danno non patrimoniale assicurata dalle previsioni tabellari“, “dandone espressamente conto in motivazione in coerenza alle risultanze argomentative e probatorie obiettivamente emerse ad esito del dibattito processuale“.

 

Qualora mancasse tale approfondimento, come nel caso de quo, il giudice non potrebbe che ritornare sulla propria posizione.

 

 

Dott. Mirko Buonasperanza

Responsabilità medica: la posizione dell’infermiera che non avvisa il medico di notte

Per la Corte di cassazione non è possibile addebitare all’infermiera di turno la responsabilità dello shock emorragico riportato da un paziente, per il solo fatto che la stessa, nonostante le lamentele di quest’ultimo, non ha allertato il medico di guardia sul peggioramento delle condizioni di salute del malato.

Come si legge nella parte in fatto della sentenza della Cassazione n. 39497 del 2017, nel 2011 il Tribunale di prima cura aveva condannato un medico ed una infermiera alla pena di mesi due di reclusione, in relazione al reato di cui all’art. 590, commi 1 e 2, cp. (“lesioni personali colpose”) per avere, il medico chirurgo esecutore di un intervento chirurgico di plastica addominale e l’infermiera professionale addetta all’assistenza post operatoria del paziente, cagionato per colpa a quest’ultimo l’aggravamento della complicanza emorragica insorta, senza colpa, a seguito di tale intervento chirurgico, consentendo l’insorgenza di shock emorragico e di concreto pericolo per la vita del paziente. L’infermiera, in particolare, nel corso della assistenza notturna del paziente, pur avendo rilevato che lo stesso non aveva riposato per tutta la notte, non riusciva a tenere la posizione nel letto e lamentava forte dolore, aveva omesso di avvisare il personale medico di guardia. Con la medesima sentenza il Tribunale condannò gli imputati, in solido tra loro e l’ospedale come responsabile civile, al risarcimento dei danni (sentenza confermata in Appello seppur modificata nella pena).

Il giudizio della Cassazione al contrario ribalta tutto: perché si possa addebitare alla condotta omissiva dell’infermiera responsabilità è infatti necessaria la prova che, nel cuore della notte, la struttura sanitaria fosse in grado di garantire gli esami di laboratorio necessari a diagnosticare la complicanza emorragica e che, se l’infermiera avesse avvisato il medico, questi avrebbe potuto compiere immediatamente gli interventi utili a impedire l’aggravarsi e il complicarsi della condizione di shock emorragico.

Nel caso in questione, nel corso del giudizio non era stata dimostrata nessuna di tali circostanze, né se durante la notte la condizione del paziente fosse ancora reversibile e gli interventi iniziati la mattina seguente potevano essere anticipati.

Mancava, insomma, il “necessario giudizio controfattuale” che per i giudici di legittimità è indispensabile per accertare l’effettiva relazione causale tra la condotta omissiva dell’infermiera e l’evento. La relativa indagine viene quindi affidata ad altra sezione della Corte d’Appello quale giudice del rinvio.

Dott. Mirko Buonasperanza

DECORO DEL CONDOMINIO: IL PROBLEMA DELLA ZANZARIERA

Il Tribunale di Milano, con la sentenza numero 3222 del 17 marzo 2017, che ha respinto la richiesta di un condominio di intimare alla proprietaria di un appartamento di rimuovere dal balcone una zanzariera e relativi supporti di sostegno, ha statuito che “l’esigenza del decoro architettonico viene accertata dal giudice caso per caso”. La zanzariera, dunque, posta dalla proprietaria di un appartamento, salvo vistosa alterazione alla facciata, non pregiudica gli altri condomini.

Nel caso di specie, il condominio pretendeva una remissione in pristino, presumendo un danno arrecato alla facciata condominiale. A questa istanza si opponeva la tesi della condomina che, nel mantenere la zanzariera, sosteneva di non ledere l’immagine del palazzo.

Giova a dirimere la questione l’art. 1120 c.c. rubricato “Innovazioni”, il cui ultimo comma dispone chesono vietate le innovazioni che possano recare pregiudizio alla stabilità o alla sicurezza del fabbricato, che ne alterino il decoro architettonico o che rendano talune parti comuni dell’edificio inservibili all’uso o al godimento anche di un solo condomino”. Per quanto concerne il concetto di decoro architettonico dello stabile, un costante orientamento giurisprudenziale afferma che per “decoro architettonico”, ai fini della tutela prevista dall’articolo 1120 c.c., deve intendersi l’estetica data dall’insieme delle linee e delle strutture ornamentali che costituiscono la nota dominante ed imprimono alle varie parti dell’edificio, nonché all’edificio stesso nel suo insieme, una sua determinata armonica fisionomia senza che occorra che si tratti di particolare pregio artistico. Si può parlare di alterazione del decoro architettonico qualora si pongano in atto dei mutamenti sufficienti a determinare uno scompenso armonico nell’aspetto esterno dello stabile e che si risolvano in un obiettivo peggioramento del suo carattere estetico-decorativo ovvero in una riduzione del suo prestigio. Per i giudici milanesi alcuna alterazione avente le richiamate caratteristiche emergeva dal caso in questione trattandosi la zanzariera di suppellettile anzitutto rimovibile e, peraltro, dai sostegni dello stesso colore di ringhiere e tendaggi degli altri appartamenti.

Il Tribunale ha, infine, statuito che “spetta al giudice accertare il grado della modifica apportata e l’eventuale conseguente danno provocato, dal momento che questi può adottare caso per caso parametri di maggior o minor rigore sulla base della considerazione delle caratteristiche dell’edificio”.

Per concludere, la zanzariera installata dalla condomina non ha leso in alcun modo il decoro, motivo per il quale il condominio è stato condannato al pagamento delle spese processuali di rito.

Dott. Mirko Buonasperanza