Verità “Sulla mia pelle”

Da quando il film “Sulla mia pelle” è stato presentato a Venezia, la cronaca nazionale e le riviste di settore hanno speso encomi per la magistrale interpretazione del protagonista Alessandro Borghi e per la regia di Alessio Cremonini. Per spirito d’informazione, sempre tali riviste si sono sentite in dovere, legittimo, di fornire una rappresentazione (quantomeno sommaria) dei fatti accaduti quella sera. Noi, come rivista che intende analizzare gli aspetti più puramente di diritto e attinenti alla realtà dei fatti, così come rappresentata dagli atti processuali, non possiamo basarci sulla cronaca dei rotocalchi ed ancor più non possiamo, e non dobbiamo, indirizzare il lettore ad un’unica lettura della realtà conforme al nostro pensiero personale. Il fine di questo articolo è fornire al lettore gli elementi necessari per distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato secondo la propria visione della giustizia, tenendo sempre presente i principi di diritto positivi e naturali. Con queste doverose premesse, si procederà ad una comparazione dei fatti di quella notte così come raccontati nella pellicola, con quelli fornitici dagli atti processuali.

I FATTI

Roma, 15 ottobre 2009, un ragazzo 32enne che corrisponde al nome di Stefano Cucchi viene fermato, colto nell’atto di cedere ad un altro soggetto una serie di confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Successivamente viene condotto in caserma. Durante la perquisizione vengono rinvenuti addosso al ragazzo 21 grammi di hashish, tre dosi di cocaina, una pasticca di sostanza inerte e una di un medicinale.
Il ragazzo, che al momento dei fatti pesava 43 kg per 1,62 cm di altezza viene sottoposto a regime di custodia cautelare.
Il giorno seguente Stefano viene processato per direttissima e accusato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. L’imputato, secondo quanto emerge da una registrazione dell’udienza, si dichiara innocente per il capo d’accusa di “spaccio” e si dichiara colpevole per l’addebito di “detenzione”, specificandone l’uso personale. Già durante l’udienza appaiono evidenti delle ecchimosi sul viso e difficoltà nel parlare.

Tuttavia il giudice dispone il rinvio a giudizio, fissando l’udienza per il 13 novembre 2009, stabilendo inoltre la perdurata della permanenza di Cucchi nel carcere di Regina Coeli, carcere che, a differenza di Re Bibbia, viene utilizzato per le misure cautelari.
A seguito del trasporto nella struttura carceraria, le condizioni fisiche iniziano a peggiorare e durante una visita all’ospedale Fatebenefratelli vengono  messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (inclusa una frattura della mascella), all’addome (inclusa un’emorragia alla vescica) e al torace (incluse due fratture alla colonna vertebrale).
Le condizioni di Stefano si aggravarono in maniera molto celere, peggioramento che obbliga il trasporto alla struttura medico-carceraria Sandro Pertini il 17 ottobre.
Stefano Cucchi muore il 22 ottobre 2009, al momento del decesso il ragazzo pesa 27 kg.

L’obiettivo del regista è quello di focalizzare l’attenzione dello spettatore sull’ultima settimana di vita del Cucchi, ultima settimana che corrisponde alla sua incarcerazione, la scena saliente attorno alla quale ruota lo svolgimento del film si rinviene quando, immediatamente dopo l’arresto e la perquisizione a casa dei genitori, il Cucchi viene condotto in una stanza all’interno della caserma. Ciò che avviene all’interno di questa stanza è volontariamente omesso dal regista, il quale si limita ad un fermo immagine di un paio di secondi con l’intento di indurre lo spettatore a pensare che sia successo qualcosa all’interno, tuttavia la totale assenza di audio non mira ad indirizzare colui che guarda ad un’unica conclusione. Conclusione che si trae però nel fotogramma successivo in cui un primo piano al volto dell’attore Alessandro Borghi fa emergere la presenza di evidenti lividi sul viso e nelle scene successive si noterà come essi non siano gli unici, essendo inoltre presenti lividi nella zona addominale e lombare. Da lì in avanti, viene seguito tappa per tappa il movimento dell’imputato attraverso le varie strutture, sia mediche che carcerarie fino al fatale esito.

Il film si propone come un documentario e non come una rappresentazione soggettiva di quanto avvenuto in quei giorni, lo stesso regista e gli sceneggiatori hanno spulciato più di 10.000 pagine di verbali per rendere il più possibile reale ed attinente alla realtà il lungometraggio. Il protagonista, Alessandro Borghi, in una dichiarazione rilasciata a Netflix, piattaforma multimediale sulla quale il film è stato distribuito, ha apertamente dichiarato che l’intento del film è quello di far si che ognuno “riesca a farsi un’idea con i mezzi e gli strumenti che sono stati messi a disposizione”. Il racconto del reale non costringe nessuno a prendere una posizione, perché non vi sono due teorie opposte, non vi è un racconto in prima persona da parte della vittima o da parte delle guardie. Il film è una ricostruzione di eventi così come emersi dagli atti processuali, atti che in uno stato di diritto quantomeno dovrebbero rappresentare la cosa più vicina alla realtà dei fatti.

ghbmhnjLE INDAGINI E LA RESPONSABILITA

Ad oggi, a quasi nove anni dalla scomparsa di Stefano Cucchi, il processo per far luce sulle reali cause della morte di Stefano, non è ancora arrivato a conclusione. L’iter legale ha visto emergere dapprima una responsabilità delle guardie carcerarie, accusate di omicidio preterintenzionale e successivamente quella di omicidio colposo, falso ideologico, abuso d’ufficio e abbandono di incapace ai medici dell’ospedale Sandro Pertini. Il primo processo si concluse nel 2015 con il parziale annullamento della sentenza di appello, che aveva visto l’assoluzione dell’equipe medica, assolvendo per ogni capo di accusa gli agenti di polizia penitenziaria. Venne successivamente aperte una seconda inchiesta per fare ulteriore chiarezza sui reali interpreti intervenuti la note tra il 15 e il 16 ottobre, l’inchiesta portò all’iscrizione nel registro degli indagati di militari all’epoca presenti all’interno della caserma con l’accusa di favoreggiamento e falsa testimonianza. Il 10 luglio 2017 i cinque militari sono stati rinviati a giudizio per omicidio preterintenzionale, calunnia e falso in atto pubblico.

Aldilà di ogni commento in merito alla vicenda, la cosa più importante che bisogna andare ad analizzare in queste situazioni qua è come, nonostante l’art. 27 comma 2 e 3 della Costituzione reciti che “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” la condizione mediatica di colui che per la prima volta attraversa le porte del carcere è irrimediabilmente irreversibile. Nell’opinione pubblica e soprattutto all’interno delle strutture carcerarie, il pregiudizio nei confronti delle persone in attesa di giudizio è pari a quello delle persone che stanno scontando la pena, senza alcuna distinzione tra le due figure, ma ponendoli entrambi sullo stesso piano, senza aspettare che la giustizia faccia il suo corso e si pronunci sulla colpevolezza o meno di una persona. Un altro aspetto che molto spesso non viene adeguatamente considerato è quello della funzione rieducativa della pena. Il nostro sistema carcerario non mira ad infliggere una pena detentiva fine a sé stessa al detenuto ma a rieducarlo con una serie di interventi in tal guisa volti al suo reinserimento nella società al termine del periodo di detenzione. L’Italia da questo punto di vista, anche per colpa di numerosi problemi all’interno degli istituti rieducativi, si attesta come uno dei paesi in cui vi è il più alto indice di omicidi e morti per suicidio nelle proprie strutture, sia per i marchiani problemi interni di convivenza sia per la mancanza di un a prospettiva di futuro per le persone che hanno terminato il loro percorso rieducativo, basti pensare che il 67 % delle persone che esce dalle strutture dello Stato, nell’arco di 36 mesi ci ritorna. (Fonte Amnesty International)

La condizione di necessità di un essere umano deve andare aldilà del pregiudizio e dal passato che uno porta con sé, purtroppo un ragionamento del genere è quantomeno raro, probabilmente non solo in Italia, ma anche in altri luoghi. Colui che, a seguito del fallimento delle misure alternative proposte dalla società (cliniche, case di cura, SERT), si ritrovi ancora vittima della tossicodipendenza, per sopravvivere ahimè ha dinnanzi una sola strada, quello dello spaccio.

Il compito di una struttura statale è quello di garantire sicurezza, di garantire l’applicazione trasparente delle regole di condotta, di garantire che una persona entri viva e nella peggiore delle ipotesi esca tale, senza aver paura che una persona, versante in evidente stato di difficoltà, trovi la morte là dove dovrebbe esserci la certezza che non può succedere nulla, nel posto più di tutti adibito alla sicurezza della persona e della società. In uno stato di diritto l’unico figura eletta a giudicare i crimini delle persone è il giudice, ed è l ’unico al quale spetta il potere di infliggere pene e sanzioni, ma nemmeno ad egli spetta lo Ius vitae ac necis sulla persona, nessuno può giudicare se una persona è meritevole o meno di vivere, se essa possa essere considerata una risorsa o un peso per la comunità. Il cameratismo, l’abuso di potere, l’omertà tra colleghi, la menzogna, l’insabbiamento di notizie e la manipolazione della verità sono dei crimini imperdonabili, specie se compiuti da una pubblica autorità. I processi faranno luce su queste terribili accuse e porteranno la giustizia e la verità alla famiglia Cucchi e ai cittadini italiani.

 

Riccardo Salvadori

BUONI PROPOSITI NELLA GIURISPRUDENZA TORINESE PER IL 2018: MODIFICHE AL PIANO DI STUDI DELLA MAGISTRALE A CICLO UNICO

Gennaio è il mese dei buoni propositi per antonomasia anche per l’ateneo torinese. Il Dipartimento di Giurisprudenza infatti è in fermento: è di pochissimi giorni fa la notizia che le matricole del prossimo anno, coorte 2018-19, si troverà a far fronte ad un duplice esame annuale.

Oltre al canonico diritto privato infatti, i prossimi studenti di prim’anno dovranno affrontare un diritto costituzionale I che passa, dai tradizionali 9 cfu, a 12 crediti: l’insegnamento dunque sarà annuale, come il già menzionato privato.
Conseguenza immediata e diretta di tale cambiamento è, logicamente, un aumento della difficoltà del primo anno: altre questioni però vengono sollevate da tale cambiamento, questioni a cui ancora non ci è concesso avere una risposta.

Professori e studenti sembrano, per la maggior parte, concordi in tale modifica: pochi giorni fa infatti, una delegazione di studenti e professori si è riunita per iniziare a discutere ed approvare il nuovo piano di studi.
Fiduciosi nell’imminente riunione del Consiglio di Dipartimento però, studenti e docenti si sono limitati ad una tacita approvazione di questa prima modifica: con enorme sorpresa di tutti, nessuno ne ha più discusso e la questione è stata considerata come ufficialmente approvata.

In sintesi quindi, le prossime matricole affronteranno l’esame di diritto costituzionale I, per forza nella stessa sessione in cui dovranno affrontare diritto privato (perché entrambi sono propedeutici a diritto penale I e diritto commerciale I, che sicuramente resteranno al secondo anno), senza nessuna approvazione ufficiale da parte del Dipartimento di Giurisprudenza.

Questo finora pare essere l’unico cambiamento che ha raggiunto una sorta di ufficialità, sicuramente non sarà l’ultimo: per esempio, non è ancora chiara la sorte che toccherà a diritto costituzionale II.

In attesa di ulteriori aggiornamenti, ci si interroga su quali potrebbero essere state le motivazioni che hanno spinto un ridotto numero di docenti a modificare, in tal senso, un piano di studi senza grossi difetti strutturali: appesantendo un primo anno già corposo quasi a voler creare una sorta di sbarramento iniziale che, da disposizioni ministeriali, non è previsto (infatti giurisprudenza è priva di qualsivoglia test d’ingresso).

Fabrizio Alberto Morabito

La fine di un sogno

Si entra!”

La gente si ammassa. È il momento. Il concorsone ha inizio.

L’accesso alla fiera una volta superato un primo rapido controllo dei documenti avviene attraverso una scala mobile che ascende al cielo. Ma quello non è il paradiso. Secondo alcuni è l’inizio dell’inferno. Attraverso un futuristico tunnel rossoblù i candidati si accalcano. Chi fuma. Chi patisce l’afa e si lamenta. Chi si lamenta di questi che fumano e si lamentano. Delirio.

La coda si snoda per quasi un chilometro. Nel frattempo ci si scambia notizie. Nessuna incoraggiante. L’obiettivo è fare il massimo si dice. Non si deve sbagliare neanche una delle risposte. L’ansia sale. Si passa dal tunnel a un giardino, lo scenario cambia, ma il candidato oramai è troppo concentrato per poter farci caso.

E poi finalmente dopo la lunga camminata, un militare urlante dà le prime indicazioni: possono esser portate all’interno della struttura d’esame pochissime cose; il deposito gratuito è previsto per i soli cellulari. Per il resto è previsto un deposito bagagli. A pagamento. “E te pareva” sussurra scocciato qualcuno che per inseguire il sogno di un posto di lavoro ha investito molto più di quanto si aspettasse.

Finite le procedure di deposito e conservate con cura le preziosissime ricevute si procede verso il padiglione d’ingresso. Qui è la polizia penitenziaria che come in un controllo d’ingresso ad una casa circondariale perquisisce con un metal detector. Controlla dentro le borse. Verifica i documenti. I candidati prima in ansia per il solo esame cominciano a chiedersi se tutta quella fila non conducesse ad una patria galera visto l’incredibile dispiegamento interforze e la dovizia dei controlli.

Ognuno cerca il proprio padiglione. Qui una volta entrati si sceglie la propria “busta d’esame”. In realtà, delusione per i più nostalgici, corrisponde a dei codici di account con delle domande precaricate. È qui che si rivela tutta la modernità di questo concorso de’ na volta. I padiglioni sono pieni di nuovissimi PC portatili (in buona parte non utilizzati, visto il gran numero di defezioni). Saranno destinati dopo le prove preselettive agli uffici giudiziari di tutta Italia. Di certo è stato uno degli impegni economici più importanti per le casse dello Stato al fine della realizzazione di questo concorso.

Da lì in poi sono solo flash: l’attesa di due ore prima dell’inizio della prova, le domande “ma questa c’era nella banca dati?”, le risposte “boh, io la sparo”, la calca al recupero bagagli e la folla che preme nel sovrappasso che conduce alla ferrovia.

La piccola stazione (senza neanche la biglietteria) non ha conosciuto momenti migliori. I parcheggi rapidamente si svuotano. I candidati più o meno soddisfatti delle proprie prove si scambiano tra loro le ultime occhiate. Chi si scambia il numero di cellulare. Chi si lascia con la solita promessa “Se passi da Acitrullo, vienimi a trovare!”. “Senz’altro!”. E come alla fine di ogni vacanza quelle promesse saranno disattese. Il concorso, in fondo, è anche questo. Una piccola vacanza nel sogno del posto fisso, nel mondo dei farò e dei sarà. Allora avanti popolo il concorsone è finito, andate in pace.

 

Salvatore Vergone

Concorsisti in viaggio.

Il concorsone si avvia l’8 Maggio. L’ansia per affrontarlo no. Quella prende vita molto prima, quando al 3 di Aprile si scopre il calendario. Allora giù a prenotare voli, aerei, treni. I più caparbi azzardano l’auto. I più fortunati sono di Roma e dintorni.

Chi sono i candidati che partecipano al concorsone? Nonostante per partecipare fosse sufficiente possedere il diploma di scuola superiore, il 53% delle candidature è arrivato da laureati. Le donne sono il 61%, il 68% è originario del Sud Italia, un concorso che quindi viene preso d’assalto dalle fasce più deboli della società italiana: le donne, i meridionali ed i laureati.

I costi del concorso, scrive il ministero, «sono stati contenuti in circa 15 euro a candidato». Ma quanto è costato il concorso ad ogni candidato? Qui le differenze sono ovviamente estreme: siamo partiti da Torino.

Il costo del trasporto col gran numero di partecipanti lievita velocemente, il viaggio in treno è lungo e costoso, seppur fattibile con i tempi, e optiamo per l’aereo. Un centinaio di euro tra andata e ritorno, ma questo ed altro per provare un assalto al concorsone. Il successo si paga, d’altronde si sa: chi non risica, non rosica.

Un’oretta di viaggio e siamo a Roma. La sede d’esame è la Fiera di Roma, a soli 9km dall’aeroporto Fiumicino. In treno sono soli otto minuti di percorrenza! Sembra perfetto, il costo di certo non potrà essere elevato. Invece no. Il biglietto del regionale, a fronte della brevissima distanza ha un costo di 8€. In pratica un comodissimo viaggio in treno alla modica cifra di 1€/minuto. Poco male.

Si giunge finalmente presso la sede d’esame. Lo spettacolo è esilarante. Appena usciti dalla limitrofa stazione, infatti, per prima cosa ci si imbatte nel “porchettaro”. In effetti è un tocco di romanità necessario, soprattutto data la collocazione della Fiera di Roma: è una vera cattedrale nel deserto. Non un bar, non un ristorante, non un bagno. Il ministero per tanto si attrezza installando sei bagni chimici d’uso promiscuo, ai quali, per motivi apparentemente sconosciuti, vengono addossati grossi sacconi della nettezza urbana. Nell’intorno solo vaste lande di graminacee e forasacchi.

E poi ci sono loro. I “candidati”. Migliaia di miglia di persone, in numero eccezionalmente reso sovrabbondante dalla concomitanza di tre fattori: l’arrivo dei candidati del turno delle 14:30, l’uscita di quelli del turno mattutino e la tipica costante presenza di cerchie di familiari degli uni degli altri che, come fan sfegatati, seguono la loro squadra del cuore in trasferta. I candidati si accomodano alla meno peggio, con in una mano i fogli da cui ripassano fino all’ultimo, nell’altra il panino con la porchetta, seduti su un terroso cartone che qualche altro candidato aveva usato come giaciglio durante il turno d’esame precedente.

Ad un tratto qualcosa si muove, qualcuno grida: “Si entra!”. Il momento è davvero giunto. Il concorsone ha inizio.

Salvatore VergoneIMG_20170524_124201_HDR

Il concorso de’ na volta.

308 mila domande per 800 posti. È il concorso dei record.

In effetti l’occasione è davvero ghiotta: concorso pubblico per 800 posti a tempo indeterminato per il profilo professionale di Assistente giudiziario, che per l’italiano generico medio si traduce in: “Posto pubblico a tempo indeterminato senza laurea”. I concorsi de’ na volta.

Il bando del concorso viene emanato con decreto ministeriale il 18 novembre del 2016 (pubblicato in G.U. del 22 novembre 2016 – 4ª serie speciale n. 92) ed è davvero tutto, sin da subito, come una volta: altro che era digitale (l’innovativa procedura tutta telematica adottata è un’innovazione per i concorsi pubblici italiani), per la sola calendarizzazione delle prove si arriva a tre rinvii di fila. C’era proprio d’aspettarselo.

Per chi decide di imbarcarsi nelle maglie di un concorso pubblico, forse, però, non è tutto esattamente come una volta; le informazioni corrono veloci sulla fibra ottica. Freneticamente. Ahinoi non quelle del ministero ai candidati, no. Quelle hanno ancora le velocità di una volta. In fondo è un concorso nostalgico, all’antica, che si gode la vita nella calma che questa gli lascia. No. Le informazioni corrono veloci tra i candidati. Si moltiplicano i gruppi su Facebook ed altri social per scambiarsi informazioni, organizzare il viaggio, consolarsi, lottare uniti contro il monolitico e temuto “concorsone” o forse per sentirsi semplicemente meno soli.

I più volenterosi decidono comunque di affidarsi a siti specializzati che garantiscono un aiuto alla preparazione prima ancora che escano le “banche dati”. Altri frequentano appositi e costosi corsi, altri ancora si affidano ai vecchi libri di preparazione ai test per i concorsi.

Al momento della calendarizzazione delle prove d’esame siamo al 3 Aprile e su web si susseguono le voci di un possibile ulteriore rinvio a fronte della già avvenuta calendarizzazione, smentita che giunge, con la solita prontezza ministeriale, il 20 aprile 2017 con un decreto dirigenziale denominato “Conferma diario prove preselettive” contenente la conferma con rettifiche del diario delle prove preselettive. In allegato le 5000 domande preselettive che rappresentano la banca dati di riferimento per chi deve sostenere il concorso.

Il diario di esame contenuto nel decreto è suddiviso per gruppi alfabetici, a loro volta suddivisi in due turni (8.30 e 14.30) e smistati in 5 padiglioni (3 per i primi tre giorni di prova) presso la fiera di Roma e ripartiti in un fitto calendario che va dall’8 al 24 maggio sabati e domeniche escluse.

Per chi decide di partire ormai un’unica certezza: il concorsone is coming.

Salvatore Vergone
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