Effetto Tajani: nuovo vicepresidente per Forza Italia

Antonio Tajani, attuale Presidente del Parlamento Europeo è il nuovo vicepresidente di Forza Italia. Silvio Berlusconi lo ha scelto come secondo e, considerata l’eta del Cavaliere, sarà  proprio Tajani il nuovo leader di Forza Italia.

Il futuro di Forza Italia senza Berlusconi è sconosciuto: tale partito infatti è stato fin troppo spesso identificato unicamente con la figura del Cavaliere. Il bacino elettorale a cui può accedere Tajani sembrerebbe essere parzialmente differente rispetto a quello di Berlusconi.

Il primo vero banco di prova, dopo 20 anni di berlusconismo, saranno le elezioni europee del prossimo 2019.

 

Valerio Del Signore

Matteo Salvini sfida l’Europa

Sul palco del tradizionale raduno leghista di Pontida, in cui hanno partecipato più di 70.000 persone, il neo Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha dichiarato che sull’immigrazione non si fiderà più dell’Unione Europea ed ha confermato che i porti italiani resteranno chiusi.

Salvini inoltre ha annunciato che alle prossime elezioni europee (maggio 2019) vorrà creare una coalizione di populisti in tutta Europa e che incontrerà i prossimi leader per formare una lega europea. A Pontida era presente anche il Presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, di Forza Italia. Assenti, per la prima volta, Bossi e Maroni che ormai sembrano rappresentare il passato del partito leghista.

 

Valerio Del Signore

DA STUDENTE AD AGENTE: INTERVISTA A F. D.

Dopo i giuramenti dei Carabinieri di tutta Italia di questi ultimi giorni, segue una breve intervista a F. D.: studente di giurisprudenza a Torino appena diventato Carabiniere a Reggio Calabria. L’augurio è che si possa distinguere come membro dell’Arma e che riesca a realizzare i suoi obiettivi.

– Cosa è significato per te partecipare ad un concorso pubblico tanto selettivo ed importante?

E’ significato, in primo luogo, mettersi in gioco: combattere per il proprio futuro e per i propri sogni. In seconda analisi, è significato anche fare tanti sacrifici (niente vacanze per poter sutidiare, risparmiare per pesare meno sulla famiglia, dare meno esami) e rischiare, poiché la riuscita del concorso è stata tutt’altro che scontata.

– Come sono state le prove e quale hai considerato come più difficile?

Le prove sono state tutte quante impegnative e, in ordine cronologico, sono state le seguenti: il quiz preselettivo a crocette, le prove fisiche, 2 interi giorni di visite mediche ed un colloquio con un perito selettore ed una commissione. Superata una prova si andava a quella successiva. Sono giorni di grande tensione, stress e concentrazione.

– A chi dedichi il tuo successo in questo percorso e perché?

In primo luogo a me stesso: io ho studiato, ho fatto il test, ho affrontato le prove e i colloqui; in secondo luogo ad amici e parenti che mi hanno supportato.

– Come senti di poter essere utile nei confronti della società che andrai a tutelare?

Offrendo la mia opera come membro delle forze armate per garantirne la sicurezza e per salvaguardarne i principi di libertà e democrazìa.

– Continuerai il tuo percorso di studi presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino?

Si, anche se impiegherò più tempo del dovuto o della media dei miei compagni di università.

– Cosa ti aspetti da questa esperienza?

Enormi soddisfazioni e grande crescita personale nonché coronare un sogno che ho sin da bambino.

 

Fabrizio Alberto Morabito

DROGA: LIEVE ENTITA’ E TENUITA’DEL FATTO

Applicando l’art. 131 bis c.p. ad un fatto di spaccio di lieve entità, non si avrà solo una riduzione della pena ma verrà totalmente esclusa la punibilità.

  1. La fattispecie generale di spaccio

Il D.P.R. 309 del 1990 (cd. Testo Unico stupefacenti) prevede, dopo la sentenza della Corte Costituzionale 32 del 2014, un doppio regime sanzionatorio per le ipotesi di spaccio disciplinato dall’art. 73:

-per le droghe leggere (tabelle II e IV del T.U.) la pena è la reclusione da 2 a 6 anni congiunta alla multa da 5.164 a 77.468 euro [comma 4].

-per le droghe pesanti (tabelle I e III) la pena è la reclusione da 8 a 20 anni congiunta alla multa da 25.822 a 258.228 euro [comma 1].

  1. La fattispecie dello spaccio di lieve entità

Il legislatore, nel 2013, ha modificando la cornice edittale dell’art. 73 comma 5, attribuendogli dignità di fattispecie di reato autonoma (prima del 2013 si trattava di una circostanza attenuante speciale dell’articolo 73, comma 1).

Ora, quindi, il comma 5 dell’art. 73 prevede: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque commette uno dei fatti previsti dal presente articolo che, per i mezzi, la modalità o le circostanze dell’azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze, è di lieve entità, è punito con le pene della reclusione da sei mesi a quattro anni e della multa da euro 1.032 a euro 10.329”.

Qualsivoglia condotta (coltivazione, spaccio, detenzione, ecc.) può essere considerata lieve se, avuto riguardo ai mezzi, alle modalità o alle circostanze dell’azione ovvero alla qualità e quantità delle sostanze detenute, la stessa provochi una minima offensività rispetto al bene protetto, ad esempio perché comporta una ridotta capacità di diffusione della droga sul territorio.

La Cassazione, con sentenza n. 13982 del 2018, ha precisato quali sono i criteri di distinzione della fattispecie di lieve entità dalla fattispecie generale, che non può mai essere effettuata per “sottrazione” e non può prescindere da un’adeguata valorizzazione della fattispecie minore. Il riferimento alle modalità e circostanze dell’azione non può implicare che non si possa applicare l’ipotesi minore nel caso di continuatività delle condotte o  svolgimento di attività in qualche modo organizzata.

Per esemplificare, “sia  il dato qualitativo che quello quantitativo delle sostanze stupefacenti, in presenza di condotte aventi ad oggetto detenzione o cessione di quantità rilevanti, può non assumere rilievo decisivo, se non corroborato da altri dati come l’offensività, le fonti di approvvigionamento stabili, le relazioni tra il soggetto ed il mercato, l’organizzazione complessa o meno, la presenza di una piazza di spaccio. Tutto ciò implica una valutazione minuziosa da parte del giudice di merito, che non può limitarsi a riferirsi genericamente a dati che non hanno significato, presi singolarmente.

Inoltre, “la lievità o meno della condotta deve essere affrontata caso per caso, affinché siano tenute in debito conto tutte le possibili variabili” (Cass. Pen., Sez. VI, n. 46495 del 2017) e  il giudice deve, quindi, “determinare e calibrare il trattamento sanzionatorio più adeguato alle specifiche circostanza e modalità del caso, rifuggendo da ogni automatismo” (Cass. Pen., Sez. VI, n. 39374 del 2017).

Certamente non può dubitarsi che il dato più decisivo non può che essere la quantità di droga detenuta del reo a seconda che superi o meno il dato ponderale in relazione alla specificità del luogo di commissione del reato. Il  c.d. piccolo spaccio andrà a manifestarsi quindi in  una “minore portata dell’attività dello spacciatore con una ridotta circolazione di merce e di denaro, nonché con guadagni limitati” (Cass. Pen., Sez. VI, n. 15642 del 2015).

Non sono invece dirimenti, ai fini della configurabilità del fatto di lieve entità o meno, la diversità delle sostanze trafficate o il rinvenimento della sostanza stupefacente già suddivisa in dosi, essendo anch’esse non esclusive dello spaccio di maggiore entità.

  1. La non punibilità per particolare tenuità del fatto

L’art. 131 bis c.p. stabilisce che la punibilità è esclusa quando: “Nei reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’art. 133, primo comma, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale”.

Può in primis beneficiare della non punibilità solo l’imputato per la fattispecie di cui al comma 5 dell’art. 73 citato (lieve entità), in quanto rientrante nel  previsto limite della pena detentiva massima di 5 anni. In questo caso quindi, applicando l’art. 131 bis c.p. ad un fatto di spaccio di lieve entità, non si avrà solo una riduzione della pena ma verrà totalmente esclusa la punibilità.

Punto fermo della questione è però la necessità, per il giudice di merito, di motivare analiticamente la scelta dell’utilizzo o meno dell’istituto della non punibilità per particolare tenuità del fatto.

Con la sentenza n. 36616 del 2017, la Cassazione ha ad esempio accolto il ricorso di un imputato per il reato di cui comma 5 del citato T.U., il quale riteneva fosse stata erroneamente valutata la non punibilità ex art. 131 bis c.p. da parte della Corte d’Appello. La Suprema Corte decideva per l’assoluzione dell’imputato anche qualora esistano nei suoi confronti plurime denunce per altri reati relativi a sostanze stupefacenti poiché “l’art. 131 bis c.p., nel configurare le ipotesi di non punibilità per particolare tenuità del fatto, e nel definire le ipotesi di comportamento abituale, non ricomprende l’ipotesi di altre denunce a carico dell’imputato per reati dello stesso tipo, ma solo le ipotesi di condotte seriali, individuate tramite procedimenti penali definiti o almeno pendenti”.

Dalla sentenza n. 52721 del 2017, deve invece desumersi come, secondo la Cassazione, “anche in relazione ad una condotta criminosa di coltivazione di 18 piante di canapa indiana, rientrante nella fattispecie di lieve entità di cui all’art. 73, comma 5, DPR 309/1990, la Corte d’Appello avrebbe dovuto valutare complessivamente le peculiarità del caso concreto, le modalità della condotta, ed il grado di colpevolezza utili a pronunciarsi approfonditamente sulla non punibilità per la particolare tenuità della condotta di coltivazione illecita”.

Veniva per questo assolto un imputato per la coltivazione in abitazione di sei piantine di cannabis dell’altezza di 90 cm, contenenti un quantitativo di THC pari a 42 dosi, perché “inidonea a determinare la possibile diffusione della sostanza producibile” e la moltiplicazione delle occasioni di lesione della salute pubblica” (Cass. Pen., Sez. III, n. 36037 del 2017).

Dott. Mirko Buonasperanza

Il ritorno del sacchetto

Oggi parleremo di una delle problematiche che tra fine 2017 e inizio 2018 hanno tenuto per la maggiore il pubblico con il fiato sospeso e che pare stia volgendo al termine: il debito pubblico? La riforma della giustizia? La soluzione definitiva all’immigrazione? Niente di tutto ciò, bensì i sacchetti di plastica per i quali pare che tutta la società civile si fosse mobilitata contro quello scempio che era il costo di uno/due centesimi per ogni sacchetto della frutta e della verdura. Spero di non far arrabbiare nessuno con il mio tono sottilmente ironico, anche perché porto buone notizie per tutti. Con tutta la gravità del problema è stato necessario un intervento addirittura del Consiglio di Stato e, successivamente, del Ministero della Salute, ma finalmente il dilemma è stato risolto: i sacchetti di plastica ultraleggeri per la frutta e la verdura potranno essere portati da casa direttamente dal cliente al supermercato e gli operatori del comparto alimentare non potranno impedire tale prassi.

Tuttavia il problema non finisce qui: come si fa con il peso dei sacchetti incriminati? Normalmente le bilance dei superstore sono tarate sui pesi dei sacchetti messi a disposizione direttamente dal negozio e non possono, ovviamente conoscere, le specifiche tecniche di ogni sacchetto trasportato da ciascun acquirente. Il Ministero della Salute si è, però, già pronunciato affermando che pare opportuno “acquisire l’avviso del ministero dello Sviluppo economico, le cui valutazioni sono da considerarsi rilevanti ai fini dell’operatività dei chiarimenti forniti con la presente circolare” (per l’appunto quella che permette l’uso di sacchetti personali).

Il presidente Codacons Carlo Rienzi ha mostrato tutta la sua soddisfazione per la scelta non mancando di sottolineare come se da un lato sia giusto garantire igienicità nei punti vendita, sia, d’altronde, altrettanto giusto assicurare la libera reperibilità dei biosacchetti. Giustizia è fatta!

Alberto Lanzetti

I PRIMI QUARANT’ANNI DELLA LEGGE 194

L’Associazione Luca Coscioni pubblica un articolo in cui evidenzia quelli che sarebbero i prossimi passi da fare in materia di aborto nel nostro paese.

Per i primi 40 anni della legge 194  del 1978 sull’interruzione volontaria della gravidanza (IVG), l’Associazione Luca Coscioni pubblica sul proprio sito un articolo[1] in cui evidenzia quelli che, a parere dell’associazione e di chi gravita intorno ad esse come supporter o esperto della questione, sarebbero i prossimi passi da fare in materia di aborto nel nostro paese.

 

  1. Regolamentare l’obiezione di coscienza

In Italia, si legge sul sito, nonostante l’interruzione volontaria della gravidanza sia legale, l’obiezione di struttura, non ammessa dalla legge 194 (solo il 60% degli ospedali con reparto di ostetricia ha un servizio IVG) e la dilagante obiezione di coscienza, aggravano anno dopo anno il disservizio in molte Regioni, limitando di fatto il diritto alle scelte riproduttive e alla salute di molte donne che vivono nel nostro paese.

I dati sull’obiezione di coscienza contenuti nella Relazione del Ministero della Salute sull’attuazione della Legge 194/78 per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza[2] evidenziano quanto segue:

 

  • Italia Settentrionale: 1541 ginecologi di cui il 63.9% obiettori.
  • Italia Centrale: 688 ginecologi di cui il 70.1% obiettori.
  • Italia Meridionale: 838 ginecologi di cui l’83.5% obiettori.
  • Italia Insulare: 542 ginecologi di cui il 77.7% obiettori.

 

A.i.e.d., Associazione italiana per l’educazione demografica e Associazione A.m.i.c.a. espongono quelle che ritengono essere soluzioni per evitare interruzioni di servizio o ritardi nell’accesso alla 194:

 

  • Creazione di un albo pubblico dei medici obiettori di coscienza;
  • Elaborazione di una legge quadro che definisca e regolamenti l’obiezione di coscienza;
  • Concorsi pubblici riservati a medici non obiettori e obiettori al 50% per la gestione dei servizi di Interruzione Volontaria di Gravidanza;
  • Utilizzo dei medici ‘gettonati’ per sopperire urgentemente alle carenze dei medici non obiettori;
  • Deroga al blocco dei turnover nelle Regioni dove i servizi di interruzione volontaria di gravidanza sono scoperti;
  • Previsione della pillola RU486 per IVG farmacologica in regime ambulatoriale.

 

  1. Favorire la Pillola RU 486 al posto dell’intervento chirurgico

L’Associazione Luca Coscioni evidenzia come in Italia, dal 2009, sia possibile interrompere una gravidanza indesiderata con il metodo farmacologico entro la settima settimana di amenorrea. L’art. 15 della legge 194 raccomanda “la promozione delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”: questa tecnica andrebbe favorita in alternativa alla procedura chirurgica poiché sicuro e considerato tra i metodi di scelta per le interruzioni nelle prime settimane di gravidanza da tutte le più importanti linee guida internazionali.

In molti Paesi del mondo le “pillole abortive” vengono dispensate in regime ambulatoriale, in strutture analoghe ai nostri consultori o addirittura dai medici di medicina generale: in Francia ad esempio dal 2004 esiste una rete sanitaria “medico curante-ospedale” pubblica che permette di effettuare una IVG farmacologica al di fuori della struttura ospedaliera.

 

  1. Privilegiare il Day Hospital evitando un ricovero di tre giorni

Questo dovrebbe essere possibile anche in Italia, continua il sito, dove la legge 194 del 1978 prevede, all’art. 8, che: “Nei primi novanta giorni gli interventi di interruzione della gravidanza dovranno altresì poter essere effettuati, dopo la costituzione delle unità socio-sanitarie locali, presso poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati, funzionalmente collegati agli ospedali ed autorizzati dalla regione”. Emilia Romagna, Toscana e Lazio hanno adottato il regime di ricovero in Day Hospital per la procedura farmacologica di IVG che arreca migliore o identico beneficio al paziente con minor impiego di risorse. Il Ministero evidenzia che le donne che si sono sottoposte negli ultimi anni a IVG hanno scelto nella stragrande maggioranza le dimissioni volontarie dall’ospedale, senza che questo abbia comportato un aumento delle complicazioni.

 

  1. Risparmiare risorse da investire in consultori e contraccezione

“Perché dunque in Italia dobbiamo ancora occupare un letto ospedaliero quando non è necessario?” si domandano quelli dell’Associazione Luca Coscioni. L’IVG dovrebbe essere accessibile con il metodo farmacologico nei consultori familiari e nei poliambulatori oppure, quando necessario, in regime di Day Hospital evitando così il ricovero ordinario. “Le risorse finanziarie così risparmiate potrebbero entrare a far parte degli investimenti. Fra tutti, il potenziamento della rete dei consultori e un più facile accesso alla contraccezione, onde evitare le gravidanze indesiderate o l’effettivo ricorso all’aborto” concludono.

 

Dott. Mirko Buonasperanza

[1] Per saperne di più:

https://www.associazionelucacoscioni.it/cosa-facciamo/aborto-e-contraccezione/aborto/

[2] http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2686_allegato.pdf

Arriva a sentenza il processo sulla Trattativa Stato-mafia

Il 20 aprile 2018 la Corte di Assise di Palermo ha dato lettura del dispositivo della sentenza nel processo sulla “Trattativa Stato-mafia”.

 

 

Il 20 aprile 2018 la seconda sezione della Corte di Assise di Palermo presieduta dal dott. Alfredo Montalto, dopo cinque giorni di camera di consiglio, ha dato lettura del dispositivo della sentenza nel processo sulla “Trattativa Stato-mafia”.

La Corte ha deciso per la condanna degli imputati Leoluca Biagio Bagarella (pena di 28 anni), Antonino Cinà (pena di 12 anni), Marcello Dell’Utri (pena di 12 anni), Mario Mori (pena di 12 anni), Antonio Subranni (pena di 12 anni), Giuseppe De Donno (pena di 8 anni) e Massimo Ciancimino (pena di 8 anni). È stato invece assolto l’ex ministro Nicola Mancino, imputato per il reato di falsa testimonianza.

 

La Procura di Palermo ha proceduto per l’imputazione ex art. 338 c.p. rubricato “Violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario o ai suoi singoli componenti”, il quale recita: “Chiunque usa violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario, ai singoli componenti o ad una rappresentanza di esso o ad una qualsiasi pubblica autorità costituita in collegio o ai suoi singoli componenti, per impedirne, in tutto o in parte, anche temporaneamente, o per turbarne comunque l’attività, è punito con la reclusione da uno a sette anni.

Alla stessa pena soggiace chi commette il fatto per ottenere, ostacolare o impedire il rilascio o l’adozione di un qualsiasi provvedimento, anche legislativo, ovvero a causa dell’avvenuto rilascio o adozione dello stesso.

Alla stessa pena soggiace chi commette il fatto per influire sulle deliberazioni collegiali di imprese che esercitano servizi pubblici o di pubblica necessità, qualora tali deliberazioni abbiano per oggetto l’organizzazione o l’esecuzione dei servizi”.

 

Il reato, aggravato ex art. 339 c.p. e ex art. 7 D.L. 152 del 1991, viene ricostruito (nell’imputazione) dalla pubblica accusa individuando una condotta nella quale i soggetti attivi “per turbare la regolare attività di corpi politici dello Stato italiano ed in particolare il Governo della Repubblica, usavano minaccia – consistita nel prospettare l’organizzazione e l’esecuzione di stragi, omicidi e altri gravi delitti (alcuni dei quali connessi e realizzati) ai danni di esponenti politici e delle istituzioni – a rappresentanti di detto corpo politico, per impedirne o comunque turbarne l’attività (fatti commessi a Roma, Palermo e altrove a partire dal 1992)».

 

 

Diversamente dagli altri imputati, l’ex ministro Calogero Mannino, il quale scelse di essere giudicato tramite rito abbreviato venne assolto nel novembre 2015 “per non aver commesso il fatto”.

Resta ora da attendere la pubblicazione delle motivazioni da parte della Corte d’Assise per avere un quadro più completo su una vicenda assai rilevante per la storia, giudiziaria e non, del nostro Paese.

 

Dott. Mirko Buonasperanza

Scenario post-elettorale: chi sarà il nuovo Premier?

I cittadini lunedì scorso si sono svegliati con una nuova aria: il segnale c’è stato, via il vecchio (Renzi, Berlusconi, ecc.), avanti con i nuovi, Di Maio e Salvini, che si sono divisi l’Italia.

Il M5S sfonda al sud, la Lega conquista centro-nord; Renzi e il PD non si aspettavano un risultato così negativo che ha portato alle dimissioni il segretario del Partito Democratico.

Berlusconi non è più quello di una volta, potrebbe essere al capolinea: chissà se sarà proprio questo l’epilogo del berlusconismo, dilagante in Italia fino a pochi anni or sono.

Grasso (così come Liberi e Uguali) è nato per succhiare voti al PD e, in parte, ci e riuscito ma, come si è visto, LEU non ha futuro: destinato a sciogliersi con la stessa rapidità con cui si è venuto a formare.

La situazione italiana è tragica: il centrodestra può arrivare alla maggioranza con i fuoriusciti dal M5S; il M5S, d’altro canto, potrebbe governare col PD o con la Lega ma lo scenario non sembra migliorare troppo.

Non resta che affidarci alla saggezza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che avrà un compito arduo: trovare una maggioranza e formare un governo.

Valerio Del Signore

PANORAMICA ELETTORALE IN TEMA DI GIUSTIZIA

Si è avviata la campagna elettorale per il voto del 4 marzo e i leader dei partiti sono già in piena forma in quella che pare essere una vera e propria battaglia di promesse.

Il programma dei partiti sul tema giustizia è decisamente vario: il centrodestra, che si presenta con Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e UDC (stessa coalizione delle elezioni 2008 ma con leader diversi), propone una legge sulla legittima difesa, cavallo di battaglia della lega, una riforma sulla tempistica dei processi, un’altra più radicale riforma della giustizia (antico pallino di Berlusconi) e l’abolizione della legge Fiano.

Il centrosinistra si presenta alle urne con Partito Democratico, Civica Popolare (comprendente tutti gli ex fedelissimi del Ministro degli Esteri uscente Angelino Alfano) e +Europa (lista di Emma Bonino). Il centrosinistra propone un’unica riforma di revisione dei tempi della giustizia; sembra non trovare spazio quello che per tanti anni è stato il cavallo di battaglia del centrosinistra ossia la legge sul conflitto d’interessi.

Il Movimento 5 Stelle propone una legge anti-corruzione, una legge sul conflitto d’interessi e l’abolizione dell’immunità parlamentare.

Liberi e Uguali di Piero Grasso propone quasi gli stessi temi del M5S con la differenza che Grasso, da buon ex magistrato, propone una riforma incentrata su di una maggior certezza della pena ed un’altra che prevede la retribuzione da parte dello Stato dei tirocinanti negli studi legali.

In virtù di questo generale quadro variopinto, l’unica cosa comune sembra essere la speranza che, chiunque vinca le elezioni il prossimo 4 marzo, conceda all’elettorato esattamente ciò che chiede: una giustizia il quanto più equa possibile per tutti.

Redazione Indottriniamoci & Valerio Del Signore