APPLE, STARBUCKS E GLI ALTRI GIGANTI DEL WEB: EVASORI FISCALI O VITTIME DELL’INGERENZA DELLA COMMISSIONE EUROPEA NELLA FISCALITÀ DEI SINGOLI STATI MEMBRI?

Si è finalmente conclusa (in tragedia) la “bagarre” che ha tenuto con il fiato sospeso multinazionali del calibro di Apple, Uber e Google.
Per rinfrescare la memoria offuscata da anni ed anni di udienze, rinvii, tribunali e processi mediatici, sintetizziamo così la vicenda, che, mutatis mutandis, è comune a tutti i “giganti del web”: le multinazionali di cui sopra, tutte con sede principale negli Stati Uniti, optano per la delocalizzazione del proprio business costituendo sedi amministrative distaccate in tutto il mondo ed adeguando la propria fiscalità alle normative dei Paesi ospitanti. Nel caso di specie, a finire sul banco degli imputati sono stati i governi di Irlanda e Lussemburgo, rei di avere sancito accordi di fiscalità agevolata con dette multinazionali.
In tal modo, ad esempio, Apple è riuscita ad ottenere in Irlanda una pressione fiscale limitata allo 0,005%. Naturalmente detto accordo ha spinto l’azienda a fatturare (o, almeno, far figurare) la maggior parte dei profitti ottenuti dalla controllata europea proprio in Irlanda. Orbene, tale condotta ha suscitato le ire dei politici del vecchio continente, di tal che la procura di Milano ha indagato (e condannato) la Apple irlandese per omessa denuncia dei redditi e frode fiscale, mentre la Commissione Europea le ha inflitto una condanna per ben 13 miliardi di Euro per abuso di aiuti di stato non dovuti e, in conseguenza di ciò, distorsione del libero mercato.
Nello specifico, la fattispecie di omessa presentazione della dichiarazione si realizza, oltre che nell’ipotesi in cui il contribuente ometta di presentare la propria denuncia dei redditi, anche nelle ipotesi in cui la presentazione della dichiarazione è espressamente considerata omessa o nulla, e precisamente:
– Dichiarazione dei redditi presentata con ritardo superiore a 90 giorni
– Dichiarazione dei redditi redatta su stampati non conformi ai modelli ministeriali
– Dichiarazione dei redditi non sottoscritta.
Per quanto concerne, invece, il divieto di aiuti di Stato, esso è sancito dall’art. 107 TFUE, il quale considera tali non solo gli aiuti veri e propri, ma anche ogni misura che:
– attribuisca un qualsivoglia vantaggio economico al beneficiario, falsando o minacciando di falsare in tal modo la concorrenza tra gli Stati membri;
– sia riferibile allo Stato o a risorse statali;
– sia applicabile, in modo selettivo, a favore di talune imprese o produzioni.
La nozione europea ha portata oggettiva, basandosi sul vantaggio economico recato al beneficiario dell’aiuto e sugli effetti negativi, anche potenziali, sulla libera concorrenza.
Ora, premesso che Apple e tutte le altre hanno già patteggiato e pagheranno una multa a titolo di risarcimento/tasse arretrate (comunque di gran lunga inferiore al reale importo che avrebbero dovuto pagare sul fatturato se non avessero goduto delle agevolazioni fiscali), restano mille perplessità in merito ad un sistema, quello europeo, che fa acqua da tutte le parti e che, di fatto, limita l’autonomia fiscale in Paesi che, intelligentemente, attraggono investimenti abbassando la pressione fiscale e vivono un periodo di “boom” economico non indifferente (Irlanda, Slovacchia, Lussemburgo, etc.), mentre Paesi come l’Italia studiano solamente nuovi strumenti di massacro fiscale.

 

Avv. Sofia Forciniti

Il silenzio di Mogadiscio

Imagine all the people living life in peace”.

Così cantava John Lennon in uno dei suoi più apprezzati ed emozionanti capolavori. Una frase che racchiude un desiderio che ci unisce tutti, ma che oggi più che mai sembra essere diventato una chimera. Vivere in pace è diventato un desiderio di molti, ma è ancora una realtà per pochi.

Non troviamo pace e non ci sentiamo al sicuro. Non siamo al sicuro in una chiesa, al centro nel bel mezzo di un mercatino di Natale e neppure d’ estate sul lungo mare. Viviamo nella costante e perpetua sensazione di paura di un attacco terroristico. Sono molte le cose che ogni giorno accadono e alcune ci vengono comunicate dai media. Alcune, solo alcune. Sì, perché quello che ascoltiamo in tv è solo una piccola parte. Esiste un altro volto della tragedia, quello dei posti dimenticati.

Mogadiscio, capitale della Somalia, il 14 Ottobre 2017 ha subito un duro colpo. E’ esplosa un’autobomba causando almeno 231 morti e 350 feriti. Il capo della polizia, Mahad Abdi Gooye, non ha escluso un possibile incremento delle vittime nelle prossime ore a causa dell’elevato numero di feriti rimasti coinvolti nell’attacco. L’attacco, avvenuto nella zona ricca del paese, non sembra ancora essere stato rivendicato, ma le indagini sono in corso e non si esclude la pista terroristica dal momento che in questa zona sono costanti gli attacchi del gruppo Al Shabaab.

Un colpo all’Africa di cui pochi parlano ed è forse questa disinformazione la faccia triste della tragedia. La diffusione della notizia degli attacchi africani è indispensabile per comprendere un fenomeno mondiale e soprattutto presente nelle zone in via di sviluppo. L’Africa è costantemente sottoposta agli attacchi terroristici, eppure esiste ancora poca diffusione delle notizie riguardanti queste aree. Non esiste una gerarchia nella tragedia! Diffondere è indispensabile per conoscere, capire e combattere il terrorismo qualsiasi sia la terra coinvolta.

Ilaria Di Blasio

La Germania si tinge d’arcobaleno

“Per me il matrimonio è fondamentalmente un’unione fra uomo e donna, e per questo ho votato NO.” Queste le parole di Angela Merkel sulla votazione del Bundestag.

Eppure, nonostante il parere della cancelliera, il matrimonio gay e’ diventato legge nel paese tedesco. Il Bundestag ha approvato la legge a maggioranza dopo un acceso e intenso dibattito. La stessa Cancelliera ha dichiarato che il dibattito non è stato soltanto giuridico e politico, ma e’ stato soprattutto emotivo ed ha coinvolto tutto il paese spaccando inevitabilmente l’ opinione pubblica ed il fronte politico. La Merkel che, dal canto suo, aveva espresso la volontà di lasciar massima libertà di scelta nell’organismo del partito e’ stata colta da una pioggia di twitt. Il cinguettio del social network parla chiaro: ha vinto l’amore!

Del resto la stessa Merkel, nonostante il voto contrario, si e’ detta desiderosa di raggiungere una coesione sociale volta al rispetto delle differenze. La votazione si è conclusa con 393 voti favorevoli, 226 contrari e 4 astenuti. Un vero e proprio sospiro di sollievo, una ventata d’ aria fresca che finalmente fa uscire il paese tedesco da un limbo. La Germania, infatti, dal 2001 viveva una condizione di equilibrio incerto perché soltanto da adesso in poi sarà garantita la piena parificazione delle unioni gay con i matrimoni eterosessuali.

La Germania si tinge ufficialmente dei colori dell’arcobaleno.

 

 

Ilaria Di Blasio

 

HOMOSEXUALS ARE POSSESSED BY DEMONS

Il 31 gennaio scorso è entrata finalmente in vigore in Gran Bretagna la cd. Turing Law.

Alan Turing, eccezionale matematico inglese che durante la Seconda Guerra Mondiale, con la sua genialità, riuscì a scardinare i cifrari nazisti segreti è stato portato all’attenzione del grande pubblico attraverso la magistrale interpretazione dell’attore britannico Benedict Cumberbatch nel film, premio Oscar, The Imitation Game: nel film, come nella vita, si denota quale fosse l’unico “difetto” (così qualificato dal governo di Sua Maestà) di Turing, l’omosessualità.

In Gran Bretagna l’omosessualità è stata punita per secoli come un crimine: fino al 1967 in Inghilterra e Galles, fino al 1980 in Scozia e, addirittura, fino al 1982 in Irlanda del nord.

L’iniziativa, salutata con soddisfazione da attivisti del mondo Lgbt, riguarda potenzialmente da 49 mila ai 60 mila uomini giudicati nel tempo colpevoli per comportamenti che non sono più reato e potrà essere invocata anche dagli eredi di chi nel frattempo è morto, con il diritto a ottenere la cancellazione delle relative sentenze di condanna dall’anagrafe giudiziaria. Secondo lord John Sharkey, una delle personalità che più hanno fatto campagna per la legge, almeno 15 mila di loro sono ancora vivi.

La legge in questione, promessa dal 2013, è ora regolarmente in vigore e sancisce il “perdono postumo” e anche la “riabilitazione giudiziaria” di migliaia di gay e bisex condannati nel Regno Unito per i loro orientamenti sessuali: qualche anziana vittima delle leggi del passato ha tuttavia rigettato l’opportunità, dicendo di volere “le scuse, non il perdono”.

Il Ministro britannico Sam Gyimah, infine, ha dichiarato soddisfatto: “Sono immensamente orgoglioso del fatto che ‘legge di Turing’ sia diventata una realtà sotto questo governo. Abbiamo chiesto scusa anche se non potremo mai annullare il dolore causato”.

 

Fabrizio Alberto Morabito

DI MALE IN PEGGIO OPPURE DO IT FASTER MAKES US STRONGER?!

Kanye West ha confermato che si candiderà come Presidente USA nel 2020: l’anno scorso durante gli MTV Video Music Awards, Kanye West annunciò, tra lo stupore di tutti,che si sarebbe candidato come Presidente degli Stati Uniti per le elezioni del 2020.

Ora che contro ogni previsione alla Casa Bianca è salito Donald Trump, il tema “Kanye for President” è tornato ad essere caldissimo. In tanti stanno chiedendo all’artista di Chicago di candidarsi seriamente e lui ha risposto ai microfoni della BBC confermando che proverà a candidarsi.

Quando parlo dell’idea di essere Presidente, non sto dicendo di avere alcuna visione politica. Io non ho visioni politiche, ho solo un occhio sull’umanità, sulle persone, sulla verità. Se ci fosse una qualsiasi cosa che io potessi fare con il mio tempo e i miei giorni per fare in qualche modo la differenza mentre sono in vita, allora proverò a farlo.”

Dall’attore Ronald Reagan, al magnate Donald Trump al rapper Kanye West: siamo davvero pronti per vedere il cantante come Presidente degli Stati Uniti?

 

Fabrizio Alberto Morabito

Novità scandinave verso un’Europa migliore.

In Italia, Buona Scuola e Jobs Act creano continue polemiche ogni giorno: il resto d’Europa come sta tentando di migliorarsi?

Analizziamo i casi di Svezia, Finlandia e Olanda tre paesi tra i più floridi del vecchio continente.
La Svezia sta ufficialmente passando ad una giornata lavorativa di 6 ore, molte aziende hanno già provveduto a ridurre l’orario mantenendo lo stesso salario che attribuivano ad ogni loro dipendente per le tradizionali giornate da 8 ore lavorative.
Il risultato di questa operazione è stato un notevole aumento della produttività oraria: i lavoratori passano molto meno tempo sui social network e il numero di assenze per malattia si è sensibilmente ridotto.

In sostanza quindi, in 6 ore i dipendenti svolgono la stessa quantità di lavoro che veniva svolta da loro durante le precedenti giornate lavorative di 8 ore, questo perché, secondo il governo svedese e i suoi dati statistici, un lavoratore felice è un lavoratore semplicemente migliore.
La Finlandia invece sarà la prima a rivoluzionare nettamente il sistema scolastico eliminando molte delle materie canoniche: secondo il governo, il classico approccio allo studio non è adatto agli studenti di oggi.

Il nuovo sistema sarà interdisciplinare: ad esempio la seconda guerra mondiale non verrà studiata solo secondo una prospettiva storica ma anche geografica e matematica. In questo modo i ragazzi sviluppano un approccio trasversale e comprendono più a fondo ciò che studiano.

Infine l’Olanda, il vero paese del futuro: grazie alle severissime leggi contro gli abusi sugli animali, è l’unico paese al mondo completamente privo di animali randagi.

Dal 2013 poi il governo olandese ha stanziato centinaia di milioni di euro per incentivare il passaggio all’energia elettrica in campo automobilistico: sono stati disposti punti di ricarica per le auto elettriche ogni 50 metri ed è stato calcolato dal governo stesso che i Paesi Bassi potranno letteralmente vietare la vendita su territorio olandese di auto a benzina e diesel dal prossimo 2025.

Dal 2009 ad oggi poi sono state chiuse ben 19 carceri per vera e propria mancanza di detenuti.

Tali paesi sono un vero esempio per tutte le nazioni del mondo: chissà se sono realmente innovative queste soluzioni e quando potranno raggiungere anche il nostro paese.

 

Fabrizio Alberto Morabito

12 cose che può fare il Presidente degli Stati Uniti

Il Presidente degli Usa può proporre una legge? Ha diritto alla pensione? Può chiedere un caffè a qualsiasi ora? E, soprattutto… può dichiarare guerra? Quello che (forse) non sapevi sull’uomo più potente del mondo.

1 – Può perdonare (quasi) chiunque: il presidente degli Stati Uniti può concedere la grazia o proroghe per i condannati per reati federali, come indicato dall’articolo II della Costituzione. Ma non può perdonare se stesso… in caso di impeachment. Nixon infatti, condannato per impeachment, fu perdonato dal successore Gerald Ford. Fino ad oggi, il presidente Barack Obama ha emesso 348 indulti, più di ogni altro presidente. Ma molti erano per arginare pene troppo dure per reati come il possesso di marijuana.

2 – Può mandare le truppe fuori dal paese, ma non dichiarare guerra: in quanto comandante in capo delle forze armate, il presidente può mandare le truppe ovunque voglia, sia per aiutare altri paesi in guerra sia per soccorrere i paesi in crisi (come quando le truppe sono state inviate in Africa Occidentale per aiutare a mantenere la pace durante la crisi di ebola). Ma se il presidente decide di inviare truppe in territorio ostile per combattere in nome degli Stati Uniti, ha 90 giorni per ottenere l’approvazione di tale azione da parte del Congresso. Per la legge infatti il presidente non può dichiarare formalmente guerra, ma solo il Congresso può farlo. Dunque, senza permesso… niente guerra.

3 – Può lanciare un missile nucleare: i codici di lancio delle testate nucleari (noti come codici d’oro) seguono il presidente ovunque: sono stampati su una scheda di plastica nota come “il biscotto” e il presidente è l’unica persona che può autorizzare l’uso di armi nucleari. Se per qualche ragione non può farlo, questo dovere tocca al vice presidente. La maggior parte dei presidenti custodisce “il biscotto” in un involucro di gomma, assieme alle carte di credito nel portafoglio. La valigetta, chiamata Football, è in pelle nera e lo segue in ogni suo spostamento: contiene i piani di lancio.

4 – Può opporsi a una legge: il presidente ha il potere di veto su un disegno di legge approvata dal Congresso, che tuttavia, a sua volta, può votare per scavalcare un veto presidenziale, anche se accade di rado. Se il presidente minaccia un veto su un disegno di legge, questo porta spesso a cambiamenti nella legislazione prima che venga approvata.

5 – Può esprimere (quasi) qualsiasi desiderio, a tutte le ore: l’ufficio esecutivo del presidente è composto da vari livelli di personale, e impiega circa 4.000 persone, tra cui un fioraio capo (con squadra), un pasticcere specializzato, uno o più personal trainer, e un calligrafo capo. La maggior parte del personale è a disposizione 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, qualora il presidente o la first lady abbiano voglia di un caffè o di… carta intestata. Nella foto, alcuni membri dello staff di Obama posano tutti vestiti di viola per la giornata contro il bullismo per l’orientamento sessuale.

6 – Non può presentare una legge: strano, ma vero: solo i membri del Congresso possono proporre una legge e richiedere che venga votata. Ma il Presidente può “raccomandare” alcuni importanti atti legislativi al Congresso, come per esempio il bilancio annuale e le leggi che aveva promesso in campagna elettorale. Di solito, il presidente espone la sua agenda legislativa per l’anno in corso durante il discorso sullo Stato dell’Unione e può invitare i membri del congresso ad appoggiare le sue leggi. Proprio come è successo con l’Affordable Care Act, conosciuto anche come Obamacare.

7 – Può applicare la legge marziale: in tempi di crisi, il presidente può esercitare i poteri di emergenza. Anche se non tutti hanno chiaro cosa siano questi poteri, visto che sarebbero “impliciti” nella Costituzione e sull’argomento il dibatitto è sempre aperto. Ad ogni modo il presidente può dichiarare temporaneamente la legge marziale e impiegare le truppe all’interno degli Stati Uniti per sedare ribellioni o illegalità. I poteri di emergenza permettono anche al presidente di dichiarare una zona disastrata, in modo che gli aiuti possano essere inviati senza l’approvazione del Congresso.

8 – Può vivere dignitosamente anche dopo: oltre a uno stipendio annuo di 400.000 dollari all’anno, uno staff e una bella bella casa in cui vivere, il presidente riceve fondi per spese aggiuntive per un totale di oltre 1 milione di dollari all’anno. E dopo il ritiro? Gli ex presidenti ricevono circa 200.000 dollari all’anno di vitalizio e altri 100.000 per pagare lo staff; hanno la protezione a vita dei servizi segreti e i rimborsi per le spese di viaggio. Oltre a questo, molti ex presidenti arrotondano la “paghetta” con conferenze e incontri dove vengono pagati. Il più bravo a sfruttare questa abilità pare sia stato Bill Clinton.

9 – Può organizzare una (mega) festa: Obama ha anche organizzato un festival di musica sul prato sud della Casa Bianca nell’ottobre del 2013. Ma il party più famoso resta forse la festa di Halloween con Johnny Depp vestito da cappellaio matto, nel 2009. O la festa per i 55 anni di Obama che pare sia durata fino all’alba. Non meno famosa la cena di fine mandato dove sono intervenuti l’ex presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi con alcuni personaggi famosi italiani.

10 – Può concedere la grazia a un tacchino: la prima volta che un tacchino è stato graziato da un presidente degli Stati Uniti, è stato dutante il Giorno del Ringraziamento del 1863, e in carica c’era Abramo Lincoln. Nel 1989, George H. Bush, ha ripristinato la tradizione: ogni tacchino presentato al presidente viene graziato nel senso che non verrà macellato e mangiato a cena alla Casa Bianca il giorno del Ringraziamento. Al suo posto ne verrà sacrificato un altro.

11 – Può essere processato: Il presidente non è infallibile (come invece è definito il Papa) e può essere processato per tradimento, corruzione o altri gravi reati e rimosso dal suo incarico in caso di condanna. Il processo si chiama impeachment, e prevede che un presidente condannato venga rimosso dal suo incarico, e che il vice presidente lo sostituisca fino al termine del mandato. Sono stati sottoposti a impeachment il Presidente repubblicano Andrew Johnson (1868) e quello democratico Bill Clinton (1999). Non si può invece propriamente parlare di impeachment per Richard Nixon (1973 per lo scandalo Watergate), poiché le dimissioni (nella foto) chiusero la procedura prima che venisse avviata formalmente.

12 – Può… fare il vicepresidente: il presidente può essere eletto solo per due mandati di 4 anni. Ma in seguito è libero di correre per altri uffici. Teoricamente questo includerebbe anche la vicepresidenza: la Costituzione infatti non lo vieta esplicitamente, sebbene qualche costituzionalista potrebbe fare ricorso. A oggi comunque nessun ex Presidente si è proposto per un nuovo impegno.

Fabrizio Alberto Morabito

Immigrazione irregolare e detenzione illegale: il caso Italia davanti alla Grande Camera di Strasburgo.

La Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza Khlaifia e a. c. Italia del 15 dicembre 2016, ha messo fine al caso riguardante la cd. emergenza sbarchi verificatasi nel 2011 a seguito delle “primavere arabe” che hanno infiammato il vicino Oriente ed il nord Africa. A causa della crisi umanitaria susseguente a questi accadimenti decine di migliaia di persone, nella maggior parte provenienti dalla Tunisia e dalla Libia, sono sbarcate sulle coste del sud dell’Europa.

I fatti oggetto del primo ricorso (Corte Edu, sez. II, sent. 1 settembre 2015), dal quale proviene la sentenza in commento, censuravano l’operato del nostro paese per quanto attiene alla gestione dell’accoglienza dei migranti, dei respingimenti e del diritto ad un ricorso effettivo come diritto umano fondamentale portando ad una condanna per l’Italia a seguito della violazione degli att. 5 (diritto alla libertà e alla sicurezza), 3 (divieto di tortura e trattamenti inumani e degradanti) e 4, Prot. 4 (divieto di espulsioni collettive) della CEDU.

I ricorrenti, partiti dalla Tunisia nel settembre 2011, sono sbarcati sull’isola di Lampedusa tra il 17 e il 18 settembre seguenti. Immediatamente soccorsi, sono stati trasferiti al Centro di Soccorso e Prima Accoglienza (CSPA) dell’isola per essere identificati. I migranti segnaleranno poi nel primo ricorso le pessime condizioni del centro (sovraffollamento e carenza di servizi elementari come spazio e letti), l’impossibilità di avere contatti con l’esterno e il costante controllo della Polizia. Circa dieci giorni dopo, a seguito di una violenta rivolta, i ricorrenti sono stati rimpatriati in Tunisia in conformità all’accordo Italia-Tunisia dell’aprile 2011.

La Grande Camera, confermando in pratica la sentenza di primo grado, ha riconosciuto all’unanimità:

  1. La violazione dell’art. 5 CEDU, essendo stati i ricorrenti trattenuti illegalmente nel CSPA di Lampedusa in mancanza di una base giuridica rinvenibile nell’ordinamento italiano e mediante una trasformazione di questi luoghi in centri di detenzione non regolari.

  2. La violazione dell’art. 13 CEDU (diritto ad un effettivo ricorso) in relazione all’art. 3, poiché il Governo italiano non ha assicurato un ricorso effettivo contro lo stato di detenzione di fatto dei ricorrenti.

È da notare però che, contrariamente alla sentenza di primo grado, non sono state riconosciute dalla Grande Camera né la violazione sostanziale dell’art. 3 (divieto di tortura) né la violazione dell’art. 4, prot. 4 (divieto di espulsioni collettive) e dell’art. 13 rispetto a quest’ultimo. L’esclusione della tortura, infine, è dovuta alla valutazione dell’ingente flusso migratorio e della situazione di emergenza nella quale le autorità italiane hanno dovuto operare che ha portato a mitigare la censura verso le condizioni di detenzione dei migranti. Resta evidente però la necessità di rivedere l’utilizzo di forme di detenzione atipiche nella gestione dei migranti, assicurando anche ad essi la tutela del diritto ad un ricorso giurisdizionale effettivo.

Mirko Buonasperanza

ATTACCATEVI AL TRUMP! – In un periodo non convenzionale serve un candidato non convenzionale

Analizziamo a mente fredda la situazione americana attuale provando a rispondere alle domande più gettonate del momento a bocce ferme: chi ha vinto? Chi ha perso? E, soprattutto, perché? E che cosa succederà adesso?

Non è per nulla difficile capire chi abbia perso alle ultime elezioni americane: Hillary Clinton è solo alla testa della lunga lista di sconfitti a cui, senz’altro, bisogna aggiungere l’intero establishment democratico che l’ha sostenuta (preferendola a Bernie Sanders) ed infine la maggior parte del popolo americano che effettivamente ha preferito la candidata democratica.

Hillary Clinton è stata appoggiata fin dall’inizio dall’intero partito Democratico: Debbie Wasserman Schultz, presidente del partito, l’ha immediatamente preferita al più quotato Sanders essenzialmente perché era sentimento comune che la presidenza fosse dovuta a Hillary Clinton, come se gli Stati Uniti fossero una monarchia. Le era dovuta per aver resistito a fianco del marito Bill, nonostante i continui tradimenti. Le era dovuta da Obama, che dopo averla battuta sul filo di lana nel 2008, aveva abbracciato il clan Clinton, al punto da scoraggiare il suo vicepresidente Biden, un candidato con migliori chance di vincere, dal partecipare alle primarie. Le era dovuta perché era giusto che una donna diventasse presidente, nonostante Hillary Clinton fosse arrivata alla fama principalmente come “moglie di”. Margaret Thatcher e Angela Merkel sono diventate primo ministro per meriti personali, non perché mogli di primi ministri. Perché gli Stati Uniti dovrebbero meritarsi di meno?

Sulla carta Hillary aveva indubbiamente molta più esperienza, ma aveva sbagliato le più importanti decisioni che aveva preso, dal voto a favore dell’invasione dell’Iraq alla decisione di invadere la Libia, fino a quella di lasciare senza soccorso l’ambasciatore americano a Bengasi, il cui cadavere finì trascinato per le strade della città libica. Come è possibile che il Partito Democratico abbia commesso un errore così madornale? Perché ha pensato che le elezioni si vincessero con i soldi e non con i voti. Hillary Clinton ha raccolto $687 milioni contro i $307 milioni di Trump.

Il partito Democratico, candidando la Clinton, è rimasto vittima della bolla mediatica che ha creato e in cui vive. Così facendo non solo si è autocandidato alla sconfitta, ma ha condannato il mondo intero ad almeno quattro anni di Presidenza Trump.

Per cui si giunge alla seconda domanda: logicamente ha vinto Donald Trump alla testa del partito Repubblicano e della gran parte degli americani definiti “colletti blu” (in maggioranza operai, il ceto medio sfiduciato dall’amministrazione democratica).

Non così sorprendentemente, possiamo aggiungere, ha vinto Trump: infatti il ragazzo di New York non è uno sprovveduto; Trump, che piaccia o no, è sempre riuscito a comunicare alla pancia, alle emozioni, della folla senza dare alcuna importanza ai contenuti dei suoi discorsi (completamente irrilevanti a livello comunicativo) ma affidandosi totalmente alla teatralità, alle modalità in cui esprimeva ogni concetto eccessivo, ogni provocazione. Il risultato è stata la vittoria: così facendo infatti Trump è rimasto, volente o nolente, nella testa di chiunque (dai suoi elettori, ai media, da chi lo odia profondamente tutt’ora, a chi si trova d’accordo con i suoi inusuali interventi a squarciagola); si è assicurato a gamba tesa le prime pagine dei giornali ogni giorno di campagna elettorale, nel bene o nel male.

Si chiama democrazia. Se in una democrazia la maggioranza dei cittadini non vede migliorare le proprie condizioni di vita per molti anni di seguito, finisce per votare contro chi governa, contro l’establishment, anche a costo di prendersi dei rischi. È il coraggio della disperazione. Questo non va dimenticato mai.

Infine, che cosa succederà ora? Questa è indubbiamente la domanda più difficile a cui dare risposta: come succede sempre quando si cambiano le regole di un gioco, a meno di una vera e propria rivoluzione, chi era forte prima del cambiamento resterà forte anche a cambiamento avvenuto, l’importante è sempre ragionare nel lungo periodo. Trump tra 10 anni non ci sarà più, eventi considerati altrettanto negativamente, come la Brexit, saranno solo storia.

L’elettorato di Trump e, per estensione, l’intero elettorato di protesta ha dentro di sé una parte dell’eletto: esiste una parte di Trump all’interno di ognuno di noi, che ci piaccia o no, ed è opportuno dar voce anche ad essa, soprattutto in un periodo d’incertezza come quello attuale.

Infine bisogna sperare che Trump ormai sia diventato un bravo uomo politico, perciò non bisognerà illudersi che siano mantenute le promesse della campagna elettorale: islamici e messicani potranno stare tranquilli, l’effetto serra continuerà a scaldarci e internet non ci lascerà mai soli.

Fabrizio Alberto Morabito

DENUCLEARIZZAZIONE MILITARE, LA “MISSION IMPOSSIBLE” DEL XXI SECOLO

Dalla Seconda Guerra Mondiale sino alla visita di Obama ad Hiroshima, una situazione di stallo irrisolvibile.


È di pochi giorni fa la notizia della visita del presidente Barack Obama ad Hiroshima. Il capo di stato statunitense è il primo, che, da quel 6 agosto 1945, mette piede nella cittadina giapponese e lo fa con un discorso dai toni strettamente pacifisti
“Dobbiamo fare di più per evitare di soffrire di nuovo, […] dobbiamo guardare la storia negli occhi, […] prevenire le guerre attraverso la diplomazia e lavorare per raggiungere un mondo senza più l’atomica“. Ma è davvero possibile attuare una denuclearizzazione delle risorse belliche in tutto il pianeta?

Dalla seconda guerra mondiale il possedere un arsenale nucleare si è scoperto essere uno dei principali punti che garantiscono importanza ad una singola nazione di fronte al panorama bellico internazionale. Col Progetto Manhattan gli Stati Uniti hanno voluto dimostrare di essere la potenza militarmente più rilevante, questo ha portato ad una sorta di corsa agli armamenti da parte di quegli stati, come l’Unione Sovietica, che, sentendosi in qualche modo minacciati dallo strapotere americano, compiono la scelta di colmare questo gap. La corsa agli armamenti prosegue freneticamente durante la guerra fredda, periodo in cui sia paesi facenti parte della NATO, come Francia e Regno Unito, che paesi filocomunisti, vedasi la Cina, riescono a proseguire gli studi sul nucleare e ad ottenere a loro volta le armi atomiche. È dopo qualche anno, nel 1968, che la situazione viene riconosciuta talmente critica che le grandi potenze riescono ad accordarsi per un trattato di non proliferazione nucleare. Nel TNP gli stati firmatari si impegnano in modo diverso, a seconda della singola situazione del proprio arsenale: nel caso dei paesi “non nucleari” ci si impegna a non sviluppare tecnologie atomiche con finalità belliche, mentre nel caso delle nazioni “nucleari” esse sono obbligate a fornire alle prime le tecnologie militari necessarie.

C’è però da considerare che non tutto il mondo ha firmato il trattato, nazioni come l’India o la Corea del Nord (che aveva firmato per poi uscire dal patto nel 2001) sono attualmente in possesso di questo tipo di armi. A questo punto il TNP e i suoi successivi sviluppi finalizzati al progressivo definitivo disarmo si può considerare come un fallimento totale e, di conseguenza, la denuclearizzazione un’utopia.

Da queste premesse è anche ovvio comprendere le motivazioni per cui il sogno dello smantellamento atomico sia inarrivabile. La bomba atomica non è più simbolo di potenza, ma mezzo con cui mettere in guardia e rendere inoffensive quelle nazioni inaffidabili dal punto di vista politico-militare come la sopracitata corea del Nord o lo Stato d’Israele. Un disarmo da parte dei paesi firmatari comporterebbe uno scenario devastante in cui, le uniche nazioni che rimarrebbero a possedere l’arma più distruttiva del pianeta, sarebbero anche le maggiormente irresponsabili, fatto che sicuramente non è passato inosservato a chi, come Obama, si pone a favore del disarmo atomico, ma è obbligato a vivere uno stallo.

Ci si può porre la questione se quindi questa situazione di blocco possa essere in qualche modo pericolosa per l’umanità e se possa sfociare in un’ipotetica terza guerra mondiale. La risposta è relativamente minimizzabile in un secco no. Il fatto che molte nazioni nel mondo abbiano un arsenale nucleare non fa sì che questo debba essere utilizzato, anche perché non ci sarebbe alcun interesse a farlo. Ad oggi iniziare una qualsivoglia di guerra nucleare porterebbe ad un’immediata discesa in campo di tutte le nazioni militarmente competitive del pianeta e ad un conseguente annichilamento delle stesse nell’arco di un infimo lasso di tempo.

                                                                                                                                               Andrea Ghignone