Lula libero. Lula in catene.

Torna a far discutere la battaglia giudiziaria dell’ex presidente brasiliano Lula. Oggi due colpi di scena. In meno di 24 ore.

Torna a far discutere la battaglia giudiziaria dell’ex presidente brasiliano Lula. Dopo avervi raccontato in un articolo del 8/04/2018 (https://rivistaindottriniamoci.com/2018/04/08/nel-nome-di-lula/) l’incredibile vicenda del suo arresto, vi teniamo aggiornati sull’evolversi della vicenda ricca di colpi di scena.

L’ex presidente, 72 anni, che attualmente sta scontando una condanna a 12 nel carcere di Curitiba, proclamandosi sempre innocente, ha ricevuto nell’arco della stessa giornata dapprima un ordine, seguito a distanza di poche ore dalla revoca dello stesso da parte di un altro giudice.
Stamane, infatti, il giudice d’appello di Porto Alegre, Rogério Favreto, aveva a sorpresa ordinato la scarcerazione di Luiz Inácio Lula da Silva, che sta scontando una condanna a 12 anni per corruzione e riciclaggio. Alla richiesta di scarcerazione degli avvocati del’ex presidente brasiliano, il giudice aveva concesso l’“habeas corpus”, ritenendo che non vi fosse motivo per cui l’ex presidente Lula non potesse aspettare in libertà la risoluzione del suo appello.
La decisione ha visto l’immediata opposizione del giudice federale Sérgio Moro, colui che aveva giudicato (colpevole) in primo grado l’ex capo di Stato brasiliano.
Lula, ha sempre ribadito, oltre che la sua innocenza, la sua volontà di partecipare alla competizione elettorale del 7 ottobre prossimo per l’elezione del nuovo presidente brasiliano, e pare che, nonostante l’arresto, si attesti intorno al 30% dei consensi.
Joao Gebran Neto, giudice della Corte d’appello responsabile dell’inchiesta sull’ex capo di Stato, ha annullato un ordine di rilascio del leader della sinistra che era giunto poche ore prima, segnando l’ennesimo colpo di scena di una vicenda che di certo non può dirsi conclusa.

Salvatore Vergone

Matteo Salvini sfida l’Europa

Sul palco del tradizionale raduno leghista di Pontida, in cui hanno partecipato più di 70.000 persone, il neo Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha dichiarato che sull’immigrazione non si fiderà più dell’Unione Europea ed ha confermato che i porti italiani resteranno chiusi.

Salvini inoltre ha annunciato che alle prossime elezioni europee (maggio 2019) vorrà creare una coalizione di populisti in tutta Europa e che incontrerà i prossimi leader per formare una lega europea. A Pontida era presente anche il Presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, di Forza Italia. Assenti, per la prima volta, Bossi e Maroni che ormai sembrano rappresentare il passato del partito leghista.

 

Valerio Del Signore

IN AMERICA SONO PIU’ AVANTI DI NOI

Questo è il primo pensiero che balza alla mente dell’europeo medio non appena ci si riferisce alla “terra delle opportunità”: giuridicamente parlando però, quest’affermazione spesso non risulta essere congruente alla realtà dei fatti.

Omettendo volontariamente ogni aspetto non puramente giuridico infatti, si scoprono non poche eccentriche normative: dal divieto di servire torte di mele senza formaggio in Wisconsin al divieto di fare il solletico alle donne in Virginia, dal divieto di mordere le gambe altrui in Rhode Island al divieto di cantare nella vasca da bagno in Pennsylvania.
Alcune leggi tuttavia non si limitano ad essere alquanto singolari ma incidono significativamente sui diritti umani: il senato del Texas
ha approvato una proposta di legge che consente ai ginecologi di tacere eventuali malformazioni e anomalie genetiche del feto, per evitare che la donna incinta ricorra all’aborto. Tale disegno di legge infatti impedirebbe ai genitori di citare in giudizio il servizio sanitario nel caso in cui il bambino fosse nato con disabilità taciute dai medici nel corso della gravidanza.

Nell’attesa che il Congresso degli Stati Uniti approvi tale nuova normativa, non si arresta la macchina legislativa nordamericana: è notorio infatti che, in molti stati della repubblica federale, vige la pena di morte effettuata tramite un’iniezione letale.

Dopo quanto accaduto in Oklahoma (in cui l’esecuzione è stata arrestata per un malore del condannato, il quale è deceduto 20 minuti dopo l’iniezione tra atroci sofferenze), Tennessee e Wyoming hanno reagito proponendo l’introduzione di due metodi d’esecuzione capitale tanto antiquati quanto crudeli.

Il governatore del Tennessee ha firmato una legge statale che rende possibile il ritorno alla sedia elettrica, se il metodo dell’iniezione letale non dovesse essere più praticabile; l’assemblea statale del Wyoming invece valuta la possibilità di tornare al plotone di esecuzione, a fronte dei gravi dubbi che circondano le sostanze usate nell’iniezione killer e la loro provenienza.

Si resta perciò in attesa di ulteriori novità che portino ad una definizione tali procedimenti legislativi, con l’augurio che non risultino necessarie nuove e più feroci normative.

 

Fabrizio Alberto Morabito

Nel nome di Lula

Lula, all’anagrafe Luis Inacio Lula da Silva, è stato per due mandati (dal primo gennaio 2003 al 2011) presidente della Brasile e ha ricoperto, da ultimo, la carica di Ministro della Casa Civil del Brasile. Continua a leggere “Nel nome di Lula”

Mai dire Polonia

Tre anni di reclusione per chi parla di “campi polacchi” nel riferirsi ai lager nazisti. E scoppia la polemica internazionale.

È stata definitivamente approvata con il voto del Senato polacco (57 voti favorevoli e 23 contrari) la legge voluta dal governo nazional-conservatore che vieta non solo ogni definizione campi della morte nazisti come “campi della morte polacchi”, ma proibisce anche di parlare di qualsiasi caso di complicità di singoli polacchi o di gruppi di polacchi con l´esecuzione dell´Olocausto. Per i trasgressori prevista una pena fino a 3 anni di reclusione. Continua a leggere “Mai dire Polonia”

La nuova normativa italiana su tutela ed accoglienza dei minori non accompagnati: il divieto di respingimento

Il testo di riferimento normativo per la tutela ed accoglienza dei minori non accompagnati è il T.U. immigrazione (D.Lgs. 25 luglio 1998, n.286) .

La normativa introduce, prima di tutto (art. 3), un divieto assoluto di respingimento alla frontiera, e subordina l’adozione del provvedimento di respingimento a una valutazione circa il rischio di persecuzione, con l’aggiunta di un nuovo comma 1-bis, che lo vieta in termini assoluti nei confronti dei minori stranieri non accompagnati. La riforma non esclude invece il provvedimento di espulsione, attualmente consentito allorché risulti necessario per motivi di ordine pubblico e di sicurezza dello Stato (art, 13 c.1 del T.U.), ma inserisce un ulteriore motivo di valutazione (la condizione che il provvedimento stesso non comporti un rischio di danni gravi per il minore), definendo altresì un termine (30 giorni) per l’adozione del provvedimento da parte del Tribunale per i minorenni. Nei casi in cui la legge dispone il divieto di respingimento o di espulsione, è rilasciato da parte del questore il permesso di soggiorno per minore età (valido fino al compimento della maggiore età) o per motivi familiari. La condizione di vulnerabilità del minore viene così ampiamente riconosciuta e rispettata sin dalle primissime fasi (l’arrivo) a differenza di altri contesti che prevedono il respingimento alla frontiera. Stati come l’Austria, il Belgio, la Germania, l’Olanda, la Svezia, solo per citare qualche esempio di legislazioni nazionali, infatti, negano l’ingresso a tutti coloro che, a prescindere dall’età, non rispettano i criteri previsti per l’entrata e la permanenza legale sul territorio.

I limiti e le condizioni al respingimento e all’espulsione richiamano il tema, controverso e fortemente dibattuto, dell’identificazione del minore in quanto tale e quindi delle modalità e procedure funzionali all’accertamento dell’età anagrafica dello stesso. E’ la stessa Commissione a rilevare la mancanza di standard comuni di intervento e la variabilità dei metodi e delle procedure da uno Stato membro all’altro (“avviene che vengano effettuati accertamenti dell’età non necessari e che vengano talvolta applicati metodi invasivi; i tutori vengono spesso nominati solo dopo che le procedure di accertamento dell’età sono già state svolte, e le contestazioni relative all’età a volte portano alla detenzione del minore”). Si pensi per esempio che in Belgio vengono attuati tre esami medici (dentizione, polso, terminali mediali e clavicole e in caso di discordanza si utilizza l’esame più favorevole al minore) mentre in Irlanda e nel Regno Unito non sono previste indagini cliniche, ma solo valutazioni di altro tipo, come per esempio interviste o evidenze documentali (EMN, Synthesis Report: May 2015). La nuova normativa italiana si caratterizza pertanto per essersi dotata di una procedura unica di identificazione (che deve concludersi in dieci giorni), valida a livello nazionale ed idonea ad uniformare le attuali divergenze di prassi territoriali, realizzata attraverso un colloquio con il minore da parte di personale qualificato e sotto la direzione dei sevizi dell’ente locale (alla presenza del mediatore culturale e del tutore ove già nominato). Essa presenta cionondimeno, allo stato attuale, alcuni aspetti non chiari, sotto il profilo procedurale, che auspicabilmente potranno essere chiariti. Nel momento in cui il minore entra in contatto o è segnalato alle autorità di polizia o giudiziaria, ai servizi sociali o ad altri rappresentanti dell’ente locale, il personale qualificato della struttura di prima accoglienza dovrà svolgere con il minore un apposito colloquio, con l’ausilio possibilmente di organizzazioni, enti o associazioni di comprovata esperienza nella tutela dei minori. Un apposito D.P.C.M. dovrà regolare la procedura del colloquio, nel quale comunque sarà assicurata la presenza di un mediatore culturale. Priorità deve essere data alla richiesta di un documento anagrafico (anche con l’eventuale coinvolgimento delle autorità diplomatico-consolari, ove non sia stata espressa dallo stesso minore l’intenzione di richiedere protezione internazionale ovvero emergano preoccupazioni in tal senso). Qualora “permangano dubbi fondati in merito all’età dichiarata”, si potrà fare ricorso ad esami sociosanitari, con il consenso del minore e seguendo un protocollo che sia il meno invasivo possibile e con la presunzione della minore età nel caso in cui gli accertamenti non siano sufficienti ad eliminare i dubbi. Particolarmente apprezzabile la previsione che tale esame deve svolgersi con approccio multidisciplinare, essendo l’accertamento procedimento complesso che deve tenere conto di molte variabili (quali l’appartenenza etnica o lo stato di salute complessivo). Contro il provvedimento di attribuzione dell’età è ammesso reclamo (da decidersi da parte del giudice entro dieci giorni) e in attesa della decisione ogni procedimento amministrativo e penale conseguente all’identificazione come maggiorenne è sospeso.

Dott. Alessandro Pagliuca

Sistema di protezione per richiedenti asilo e minori non accompagnati

Nel 2002 per la prima volta vengono disciplinate per legge le modalità e le procedure di accertamento dell’età e di identificazione, garantendone l’uniformità a livello nazionale. Prima dell’approvazione del DDL non esisteva infatti un provvedimento di attribuzione dell’età, che, d’ora in poi, sarà invece notificato sia al minore che al tutore provvisorio, assicurando così anche la possibilità di ricorso. Viene garantita inoltre maggiore assistenza, prevedendo presenza di mediatori culturali durante tutta la procedura.

Viene regolato il sistema di accoglienza integrato tra strutture di prima accoglienza dedicate esclusivamente ai minori, all’interno delle quali i minori possono risiedere non più di 30 giorni, e sistema di protezione per richiedenti asilo e minori non accompagnati (SPRAR), con strutture diffuse su tutto il territorio nazionale, che la legge estende ai minori stranieri non accompagnati. Viene poi attivata una banca dati nazionale dove confluisce la “cartella sociale” del minore, che lo accompagnerà durante il suo percorso).

Viene prevista per tutti la necessità di svolgere indagini familiari da parte delle Autorità competenti nel superiore interesse del minore e vengono disciplinate le modalità di comunicazione degli esiti delle indagini sia al minore che al tutore. La competenza sul rimpatrio assistito passa inoltre da un organo amministrativo, la Direzione Generale dell’immigrazione e delle Politiche di Integrazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, al Tribunale per i minorenni, organo costituzionalmente dedicato alla determinazione dell’interesse del minore.

Spariscono i permessi di soggiorno utilizzati per consuetudine o mai utilizzati, come ad esempio il permesso di soggiorno per affidamento, attesa affidamento, integrazione del minore, e si fa invece più semplicemente riferimento ai soli permessi di soggiorno per minore età e per motivi familiari, qualora il minore non accompagnato sia sottoposto a tutela o sia in affidamento. Il minore potrà richiedere direttamente il permesso di soggiorno alla questura competente, anche in assenza della nomina del tutore.

Entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge, ogni Tribunale per i minorenni dovrà istituire un elenco di “tutori volontari” disponibili ad assumere la tutela anche dei minori stranieri non accompagnati per assicurare a ogni minore una figura adulta di riferimento adeguatamente formata. La legge promuove poi lo sviluppo dell’affido familiare come strada prioritaria di accoglienza rispetto alle strutture.

Sono previste maggiori tutele per il diritto all’istruzione e alla salute, con misure che superano gli impedimenti burocratici che negli anni non hanno consentito ai minori non accompagnati di esercitare in pieno questi diritti, come ad esempio la possibilità di procedere all’iscrizione al servizio sanitario nazionale, anche prima della nomina del tutore e l’attivazione di specifiche convenzioni per l’apprendistato, nonché la possibilità di acquisire i titoli conclusivi dei corsi di studio, anche quando, al compimento della maggiore età, non si possieda un permesso di soggiorno. Viene prevista infine la possibilità, esercitata ad oggi sulla base di un vecchio Regio Decreto, di supportare il neomaggiorenne fino ai 21 anni di età qualora necessiti di un percorso più lungo di integrazione in Italia.

Per la prima volta sono sanciti anche per i minori stranieri non accompagnati il “diritto all’ascolto” nei procedimenti amministrativi e giudiziari che li riguardano, , e il diritto all’assistenza legale, avvalendosi, in base alla normativa vigente, del gratuito patrocinio a spese dello Stato. È prevista inoltre la possibilità per le associazioni di tutela di ricorrere in sede di giurisdizione amministrativa per annullare atti della Pubblica Amministrazione che si ritengano lesivi dei diritti dei minori non accompagnati e di intervenire nei giudizi che li riguardano.

Una particolare attenzione viene infine dedicata dalla legge ai minori vittime di tratta, mentre sul fronte della cooperazione internazionale l’Italia si impegna a favorire tra i Paesi un approccio integrato per la tutela e la protezione dei minori, nel loro superiore interesse.

 

Dott. Alessandro Pagliuca

I diritti dimenticati nella produzione di vestiti.

Compri qualcosa in un negozio, paghi, lo indossi. Fin qui tutto bene.

Da qualche giorno, invece, comprare un vestito potrebbe comportare qualche sorpresa. Sono stati ritrovati in alcuni abiti di un noto marchio Spagnolo, acquistati a Istanbul, dei biglietti a dir poco particolari.

I messaggi erano chiari e preoccupanti : richieste disperate di aiuto. “Ho fatto questo prodotto che comprerete, ma non sono stato pagato”.

Gli autori sono gli operai turchi ai quali molti marchi oggi affidano la produzione di abiti. La fabbrica, secondo alcune testimonianze e notizie riportate da inchieste, avrebbe chiuso improvvisamente lasciando i dipendenti senza alcuna fonte di sostentamento e con stipendi arretrati mai pagati.

Da questo episodio sono state molte le testate giornalistiche ad occuparsi della faccenda. Ad andare dritto al cuore della questione e’ stato un servizio delle Iene andato in onda su italia 1. Il servizio, partendo dai bigliettini ritrovati nelle tasche dei vestiti, ha raggiunto l’ India. Qui lo scenario e’ a dir poco spaventoso: luoghi fatiscenti, crolli, morti sul lavoro,  lavoro minorile, gravi incidenti ed ore di lavoro oltre ogni immaginabile limite. Un mercato malato quello che emerge dalle ultime notizie.  Un mercato che svende magliette e vite. Troppi i diritti violati, troppa l’ indifferenza. E’ necessario un intervento urgente in materia.

Ilaria Di Blasio

L’indipendenza nel 2017

Gli eventi della Catalogna di queste settimane hanno origini più risalenti nel tempo. Già nel 2014 vi era stata una prima consultazione per l’indipendenza dell’attuale comunità autonoma della Catalogna, ma si perse in un bicchiere d’acqua e non se ne fece nulla. Il passo da gigante venne effettuato il 9 giugno 2017 dal Presidente della Generalitat De Catalunya Carles Puigdemont che proclamò un referendum per il primo ottobre 2017 recitante: “Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di repubblica?”.

Le motivazioni sono il secolare scontro sulle differenze di lingua e identità culturale derivanti direttamente dal Medioevo e i più moderni scontri su questioni economiche come la crisi del 2008 e le eccessive tasse pagate dalla regione Catalana a Madrid, senza le quali la Comunità Autonoma sarebbe più ricca dato anche i molti e nuovi sbocchi commerciali per le imprese catalane.

Il 6 settembre, a seguito di una seduta convocata con una procedura d’emergenza, il parlamento catalano ha votato la legge istitutiva del referendum con 72 voti favorevoli, 11 astenuti e nessun voto contrario, anche perché tutte le forze politiche all’opposizione del governo Puigdemont avevano abbandonato l’aula, preferendo non votare un provvedimento che ritenevano apertamente fuori legge.

Il 7 settembre il Tribunale Costituzionale ha sospeso il referendum e le norme correlate ad esso. Il Tribunale Costituzionale ha accolto il ricorso d’urgenza richiesto dal governo di Madrid presieduto da Mariano Rajoy che richiedeva l’incostituzionalità della legge che prevedeva il referendum. Allo stesso tempo la Procura Generale ha denunciato il Presidente Puigdemont e tutti i membri dell’Ufficio di Presidenza del Parlamento della Catalogna per i reati di disobbedienza e prevaricazione.

Dopo settimane tumultuose in cui le forze di polizia statali hanno sequestrato nove milioni, circa, di schede elettorali già pronte per il referendum, indagini su vari membri del governo catalano ai vertici degli uffici direttivi e alcuni arresti, il primo ottobre è arrivato e, in un giorno che ha rappresentato il culmine degli scontri dei giorni precedenti, si è votato. I risultati affermano che alle urne si è recato il 43,03% degli aventi diritto con una vittoria più che schiacciante per il SI (92,02%) contro il NO (7,99%).

Le reazioni sono state immediate e hanno preso immediatamente la parola, per primo, il Primo Ministro del governo spagnolo affermando come le procedure elettorali fossero state eseguite fuori da qualunque schema legislativo, così come anche affermato dallo stesso Tribunale Costituzionale che l’aveva ritenuto lesivo dell’unità territoriale dello stato spagnolo. In secondo luogo ha preso la parola lo stesso sovrano Felipe VI il quale ha richiamato all’unità il proprio paese, parole simile sono provenute dai rappresentati praticamente di tutti gli stati Europei.

Il 27 ottobre il Parlamento Catalano ha votato con 70 voti favorevoli, 10 voti contrari e 2 astenuti la nascita del nuovo stato “indipendente, sovrano e democratico” della Catalogna. Alla votazione parlamentare, come anche alla votazione sulla legge referendaria, non hanno preso parte i rappresentanti di PP, PSC e Ciutadans, ovvero i partiti all’opposizione.

Dato che il Governo spagnolo aveva già preso provvedimenti duri, quali l’applicazione dell’art. 155 della Costituzione (il quale prevede che se una Comunità Autonoma non rispetti un obbligo previsto dalla Costituzione o dalla legge, o si comporti in modo da attentare alla sicurezza della Spagna, il Governo, previa richiesta alla Presidenza della Comunità Autonoma o con l’approvazione della maggioranza del Senato, può prendere i provvedimenti necessari per l’adempimento forzato dei suddetti obblighi o per la protezione dei suddetti interessi), la dichiarazione d’indipendenza, non ha fatto altro che rafforzare l’indizione di nuove elezioni il 21 dicembre per la nomina di nuovi rappresentanti della Comunità Catalana.

Da poche ore si sa che la Spagna ha emanato un mandato di arresto Europeo nei confronti delle personalità più importanti del Parlamento Catalano, compreso, ovviamente, il Presidente Puigdemont, il quale da qualche giorno ha cercato riparo e una difesa legale in Belgio.

Per il 21 dicembre le elezioni sono state fissate e, così come il referendum si è svolto in un atmosfera di grande tensione, suppongo che anche queste elezioni si terranno in un ambiente ostile, se non proprio di guerriglia urbana; mentre nel frattempo si deve ancora capire se il Presidente del fu Parlamento Catalano ritornerà nel suo nuovo paese da Presidente di una nuova nazione e di come si terranno i rapporti con la Spagna e con le altre nazioni Europee.

Il futuro spagnolo sembra immerso in una grande ombra.

 

Alberto Lanzetti

“CONTAMINAZIONE SPERIMENTALE” DI COMMON LAW IN ITALIA: IL TRUST.

A voler dare una nozione sintetica, ma chiara di cosa sia il trust, lo si può definire come quel negozio (costituito per atto inter vivos o per testamento) di origine anglosassone e di tipo fiduciario (trust, appunto) tramite il quale un disponente (o settlor) affida uno o più dei propri beni ad un gestore (o trustee) con l’obbligo in capo a quest’ultimo di gestirli in favore di una terza persona, detta beneficiario. Come accennato, tale figura negoziale era del tutto estranea al nostro ordinamento prima della ratifica della Convenzione de L’Aja del 1° Luglio 1985 (ratificata in Italia nel 1989 ed entrata in vigore soltanto nel 1992) essendo, invece, tipica dei Paesi di Common Law.
Tra i Paesi che hanno riconosciuto il trust come istituto giuridico vi sono quelli “trust”, che si sono dotati di una apposita legislazione per regolamentarlo e quelli “non-trust” (come l’Italia), che si sono limitati a riconoscerlo, ma senza predisporre apposita regolamentazione.
Poiché l’affidamento dei beni da parte del settlor al trustee comporta una segregazione, benché limitata ai soli beni conferiti, rispetto al rimanente patrimonio del settlor, la sua diffusione in Italia ha incontrato non pochi ostacoli, in quanto lo si ritenne inizialmente uno strumento tramite il quale si poteva facilmente minare la tutela posta in favore dei creditori del disponente.
Generalmente in Italia si suole distinguere il trust in “interno” ed “esterno”, alludendo con il primo aggettivo a quel tipo di negozio che abbia ad oggetto beni immobili o mobili registrati che si trovino nel nostro Paese e con il secondo aggettivo a quello che abbia, invece, ad oggetto beni che si trovino al di fuori dell’Italia, possibilmente in Paesi “trust”.
Fino alla riforma attuata con d.l. 273/2005 in Italia il trust interno non era ammesso, in quanto non vi era una normativa ad hoc che potesse disciplinarlo; con l’introduzione, ad opera della citata riforma, dell’art. 2645ter c.c. dedicato al “vincolo di destinazione”, parte della dottrina e della giurisprudenza, ravvisando dei punti di contatto tra le due figure, hanno iniziato ad ammettere nel nostro ordinamento anche il trust interno.
E’ da sottolineare, comunque, come in realtà le due figure giuridiche testé citate divergano sotto innumerevoli aspetti, soprattutto per quel che concerne la gestione del negozio e lo scopo: mentre il vincolo di destinazione viene costituito ai fini della realizzazione di interessi meritevoli di tutela riferibili a persone con disabilità, a pubbliche amministrazioni, o ad altri enti o persone fisiche, nel trust, invece, lo scopo meritevole di tutela così come viene inteso dall’art. 2645ter c.c. può del tutto mancare. Naturalmente anche il trust può avere una finalità morale (charitable trust), ma essa
rappresenta un’eccezione, giacché solitamente questo istituto viene utilizzato nel Paesi anglosassoni a fini economici, di tutela del patrimonio familiare nei confronti dei creditori o pensionistici (business trust, income trust, pension trust).
Si segnala, infine, la figura del trust “autodichiarato”, ovvero l’ipotesi in cui la figura del settlor, del trustee e del beneficiario coincidono in un unico soggetto: in Italia la giurisprudenza maggioritaria nega la validità di tale tipologia, considerando la segregazione patrimoniale che ne consegue come un escamotage per sottrarre garanzie ai creditori.

Avv. Sofia Forciniti