Processo penale: novità sulla telematizzazione

Dall’inizio del prossimo anno partirà la telematizzazione del processo penale.

Dall’inizio del prossimo anno partirà la telematizzazione del processo penale. L’avviso di deposito della sentenza dovrà avvenire infatti obbligatoriamente in forma digitale.

il Ministero della Giustizia ha comunicato in una nota che, con l’installazione ultimata su tutti i server distrettuali dei moduli aggiornati del Registro Generale Web, “sarà possibile rispettare la disposizione secondo cui dal 1° gennaio prossimo l’avviso di deposito della sentenza dal Tribunale alla Procura generale debba avvenire obbligatoriamente via web“.

Ciò comporterà come vantaggio una forte diminuzione dei tempi di passaggio tra i due uffici, evitando inoltre il consumo di carta, la compilazione manuale dei registri ed il trasferimento fisico dei fascicoli.

Questo servizio telematico, “a lungo richiesto soprattutto dai dipendenti che operano nelle cancellerie e nelle segreterie giudiziarie, è stato reso possibile grazie all’installazione sui server distrettuali di nuovo moduli del Sistema Informativo della Cognizione Penale“, continua la nota.

Più specificamente è previsto che il Tribunale potrà inviare tramite il Registro della Cognizione Penale l’avviso di deposito della sentenza alla Procura Generale, allegandovi obbligatoriamente la sentenza scansionata.

“Si tratta di una necessaria rivoluzione telematica che produrrà chiari vantaggi per tutti: amministrazione della giustizia, operatori e soprattutto cittadini“, garantiscono dal Ministero.

Per la Procura Generale i benefici saranno “ancora più consistenti: utilizzando i nuovi moduli, infatti, i magistrati potranno gestire, accedendo alla loro consolle, il calcolo della scadenza dei termini per l’impugnazione“.

Dott. Mirko Buonasperanza

IL NUOVO REATO DI INDEBITO UTILIZZO E FALSIFICAZIONE DI CARTE DI CREDITO.

Il d.lgs.  n. 21/ 2018 (entrato in vigore il 06 aprile del 2018) ha modificato il codice penale introducendo nuove figure criminose tra le quali il nuovo art. 493 ter c.p., rubricato “Indebito utilizzo e falsificazione di carte di credito e di pagamento”.

Il d.lgs.  n. 21/ 2018 (entrato in vigore il 06 aprile del 2018) ha modificato il codice penale introducendo nuove figure criminose tra le quali il nuovo art. 493 ter c.p., rubricato “Indebito utilizzo e falsificazione di carte di credito e di pagamento“.

La norma prevede che “chiunque, al fine di trarne profitto per sé o per altri, indebitamente utilizza, non essendone titolare, carte di credito o di pagamento, ovvero qualsiasi altro documento analogo che abiliti al prelievo di denaro contante o all’acquisto di beni o alla prestazione di servizi, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da 310 euro a 1550 euro. Alla stessa pena soggiace chi, al fine di trarne profitto per sé o per altri, falsifica o altera carte di credito o di pagamento o qualsiasi altro documento analogo che abiliti al prelievo di denaro contante o all’acquisto di beni o alla prestazione di servizi, ovvero possiede, cede o acquisisce tali carte o documenti di provenienza illecita o comunque falsificati o alterati, nonché ordini di pagamento prodotti con essi“.

Viene poi introdotta una fattispecie di confisca speciale delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato nonché del profitto o del prodotto, sempre che non appartengano a persona estranea al reato. Inoltre è possibile disporre la confisca per equivalente di beni, somme di denaro o altre utilità rientranti nella disponibilità del reo per un valore corrispondente al profitto o al prodotto del reato.

La fattispecie di reato in esame rientra tra i reati comuni finalizzati a tutelare il mercato finanziario ed in particolare la fede pubblica. Per questo motivo il bene giuridico tutelato, la fede pubblica appunto, è inteso come la fiducia riposta dalla collettività in un determinato simbolo, atto giuridico o oggetto su cui si ripone il massimo affidamento per ipotizzare la certezza, sicurezza e rapidità dei traffici giuridici.

Circa l’elemento soggettivo, per integrare il delitto è richiesto il dolo specifico (al pari dei delitti di falso) il quale non si può identificare nella mera coscienza e volontà della falsificazione ma richiede anche la consapevolezza di arrecare ad altri un danno.

La disposizione, prevedendo come pena la reclusione da uno a cinque anni, consente l’arresto facoltativo in flagranza di reato.

Da ultimo, il nuovo reato, richiama espressamente la precedente norma che regolarizzava le ipotesi di utilizzo illecito degli strumenti di pagamento di cui all’art. 55 del d.lgs. 231/2007 non comportando quindi una forma di abolitio criminis ma un caso di successione di leggi.

Dott. Mirko Buonasperanza

 

L’IMPATTO DELLA ROBOTICA SUL DIRITTO PENALE

l’imputabilità dei robot

La robotica è quell’area della scienza volta alla costruzione di macchine sempre più sofisticate in grado di “sentire”, “pensare” ed “agire”. La comparsa di questi prodigiosi robot intelligenti, ha destato da parte degli studiosi non pochi quesiti dottrinali e giurisprudenziali circa la loro capacità d’agire ed una loro eventuale imputabilità in sede giuridica.

Oggi gli agenti artificiali “agiscono” proprio come gli esseri viventi: sono interattivi (rispondono agli stimoli dell’ambiente con un mutamento dello stato interno), autonomi (sono in grado di cambiare questo stato indipendentemente da uno stimolo esterno) e adattativi (sono capaci di accrescere o migliorare il modo in cui questo stato interno muta). Premesso ciò, il problema sorge se ci si sofferma sulla imprevedibilità delle loro azioni, che comporta una serie di ricadute sul tema della responsabilità giuridica per reati o danni di qualsivoglia genere.

Per quanto riguarda l’impatto della robotica sul diritto penale, la capacità d’agire delle macchine non rappresenta diretta conseguenza della loro imputabilità giuridica: per quanto evoluta sia la tecnologia, difatti, non si può ancora riconoscere nel robot una “coscienza” ed una intenzionalità d’azione, elementi che rimangono propri dell’uomo; ne consegue che la sussistenza della responsabilità penale dell’agente, scaturita da una condotta, potrà essere riconosciuta esclusivamente in capo ad un essere vivente.

Tuttavia i problemi non si limitano alla mera imputabilità. Nel campo militare, la ricerca e lo sviluppo di sistemi robotici è stata sempre più massiccia con il passare del tempo; si pensi all’inizio della guerra in Iraq (nel 2003) quando le truppe statunitensi non disponevano di alcun tipo di robot: nel 2004 i soldati artificiali (come droni o Terminators C-3PO) erano 150, per raggiungere l’anno successivo le 2400 unità. L’utilizzo di armate robot solleva quesiti cruciali inerenti al rispetto delle norme di diritto internazionale umanitario, tanto più che vi è una estrema difficoltà tecnica nel programmare le macchine in modo tale da rispettare i principi di discriminazione e di immunità propri del diritto bellico, distinguendo il nemico dall’alleato. Inoltre, l’impiego di queste macchine incide sulle clausole del c.d. “ius in bello” destando dubbi circa la definizione di bellum iuistum (guerra legittima) per le armi robotiche letali poste in gioco. La paura poi che i c.d. “robot killer” progettati per uso militare possano essere usati da gruppi terroristici per uccidere a comando, ha spinto 116 leader dell’industria informatica di 24 paesi ( tra cui  Elon Musk della Tesla e Mustafa Suleyman di Google) a chiederne formalmente alle Nazioni Unite la messa al bando, e dunque a proporre l’inserimento di queste macchine nell’elenco delle armi letali proibite dalla convenzione ONU del 1983 (insieme alle armi chimiche e alle armi laser accecanti).  L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha promosso discussioni formali su tali armi, che includono oltre a droni, anche mitragliatrici automatizzate.

Tuttavia in questo quadro estremamente problematico, formato da un vuoto normativo e da delicati equilibri politici, appare urgente e necessaria una nuova Convenzione dell’ONU che vada a disciplinare e regolare l’impiego dei soldati robot, non solo dal punto di vista del diritto bellico e penale, ma anche dal punto di vista del diritto dei contratti e della responsabilità civile extra-contrattuale, dove si dovrebbero introdurre nuove forme di assicurazione e autenticazione dei robot, oltre che forme di responsabilità limitata per eventuali danni.

Chiara Bellini

EREDITA’ DIGITALE: ECCO COSA SUCCEDE QUANDO UN UTENTE MUORE

indicazioni accurate da parte dei social network nel caso in cui un utente passi a miglior vita

L’art. 587 comma 1 del codice civile definisce il testamento come un “atto revocabile con il quale , per il tempo in cui avrà cessato di vivere, taluno dispone di tutte le proprie sostanze o di parte di esse”. L’ordinamento permette dunque di trasmettere il patrimonio formato dall’insieme dei rapporti giuridici inerenti al morto (proprietà di beni, diritti reali su cose altrui, garanzie reali, crediti e debiti, contratti), disciplinando compiutamente la materia in riferimento agli affari di vita “reale”.

Ciò non basta più. L’avanzare della tecnologia ha comportato il trasferimento su piattaforma virtuale di gran parte dei nostri rapporti relazionali e finanziari, suscitando non pochi interrogativi giurisprudenziali inerenti al controllo e alla regolazione della rete Internet. In una prospettiva così problematica, la formazione di una vita “interattiva” parallela a quella reale, fa sorgere il quesito seguente: come si gestisce l’eredità digitale? Sempre più dati personali, ricordi, ed in generale tutto ciò che riguarda la nostra vita, resta conservato esclusivamente in formato computerizzato.

I più famosi social network hanno previsto la possibilità di lasciare un testamento digitale per esprimere le proprie volontà a tale riguardo.

Facebook in primis permette all’utente di nominare un contatto erede, cioè la persona che dopo la sua morte potrà gestirne il profilo; per indicarlo, basta loggarsi sul social ed inserire il nome nelle impostazioni generali nella sezione “gestisci account”. Vi è poi la possibilità di creare un profilo “commemorativo”. 

Anche Google prevede una possibilità analoga, potendo permettere fino a dieci persone di gestire l’account del morto tramite l’apposita procedura guidata online. Prevede poi in alternativa la cancellazione totale dell’account divenuto inattivo.

Per quanto riguarda Twitter e Linkedin, la possibilità di lasciare un testamento non è contemplata, ma i due social permettono ai familiari di poter agire sull’account del defunto presentando, attraverso apposita procedura, il certificato di morte e la documentazione necessaria.

Per tutto quello che riguarda la parte digitale della nostra vita inoltre, BoxTomorrow consente la creazione di un testamento digitale: attraverso la creazione di una sorta di “scatola” virtuale, è possibile inserire foto, documenti, e tutto ciò che desideriamo lasciare di noi stessi, compreso un file con le credenziali di accesso a tutti i servizi digitali. Alla nostra morte, gli eredi “digitali” potranno accedere alla scatola e recuperarne il contenuto.

I problemi urgenti che occorre risolvere in tale contesto, sono due. Il primo è dato dalla c.d. “digital Alzheimer disease”, ovvero la perdita della memoria recente, causata dalla obsolescenza digitale: la conservazione del dato interattivo nel tempo non è assolutamente garantita, e si parla in tal senso di data degradation; si dovrebbe dunque creare un contesto all’interno del quale la conservazione dei dati digitali sia più semplice, efficace e sicura, con lo studio di nuove forme per la protezione dei diritti d’autore e della proprietà intellettuale. Il secondo problema è dato dal ruolo del diritto alla privacy in tutto ciò. Il Garante per la privacy ha elaborato la prima guida all’applicazione del Regolamento UE 2016/679, che acquisterà piena efficacia nel nostro ordinamento nel maggio 2018. Ulteriori trasformazioni in corso vedono protagonisti i dati personali nell’ambito di una loro regolamentazione innovativa e di una loro adeguata protezione al passo con i tempi.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Chiara Bellini