LA PARTICOLARE TENUITA’ NEI REATI TRIBUTARI

In materia di reati Iva si applica la non punibilità per particolare tenuità del fatto solo se l’omissione è vicinissima alla soglia di punibilità.

Massima:

In materia di reati Iva si applica la non punibilità per particolare tenuità del fatto solo se l’omissione è vicinissima alla soglia di punibilità.

La Terza Sezione Penale della Cassazione, con la sentenza  numero 14595 del 30.03.2018, statuisce che, ai fini della configurazione del reato di cui all’art. 10 ter[1] del D.lgs. n. 74/2000, è necessario e sufficiente che l’IVA non versata sia quella “dovuta in base alla dichiarazione annuale“. Il debito erariale rilevante ai fini dell’illecito penale di omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto è solo quello oggetto della presente dichiarazione e non quello risultante dai registri delle fatture emesse, dalle fatture o dalla contabilità di impresa nonché dal bilancio.

Difatti, la presentazione della dichiarazione “costituisce un presupposto necessario ai fini della consumazione del reato, tant’è che l’autore del reato deve necessariamente rappresentarsi che l’oggetto della condotta omissiva è esattamente […] il debito dichiarato, non quello risultante” in altro modo (cfr. Cass. Pen., S.U., n. 37424 del 28.03.2013).

Di conseguenza, poiché il reato art. 10 ter cit., “presuppone che il debito IVA risulti dalla dichiarazione del contribuente, esso non è integrato qualora nella stessa dichiarazione sia esposto un credito tributario” (cfr. Cass. Pen., Sez. III, n. 38487 del 21.04.2016).

La Corte sottolinea poi, in tema di omissione del versamento IVA, il principio secondo cui la causa di non punibilità della “particolare tenuità del fatto” ex art. 131 bis c.p., sarebbe applicabile solo qualora l’omissione fosse di ammontare vicinissimo alla soglia di punibilità (250.000 euro) poiché solo in questo caso “il grado di offensività che dà luogo a reato è già stato valutato dal legislatore nella determinazione della soglia di rilevanza penale” (cfr. Cass. Pen., Sez. III, n. 13218 del 20.11.2015).

In conclusione occorre, per far rientrare l’offesa nei parametri della particolare tenuità del fatto, che il danno sia esiguo ossia scarso, trascurabile, quasi insignificante. La discrepanza di più di 4.000 euro rispetto alla soglia di punibilità, come nel caso de quo, non è stata giudicata dalla Corte esigua ed ha assorbito il giudizio circa l’altra condizione per poter qualificare il fatto come particolarmente tenue, ossia la non abitualità della condotta del reo.

Dott. Mirko Buonasperanza

[1] Art. 10-ter  Omesso versamento di IVA 

E’ punito con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa, entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo d’imposta successivo, l’imposta sul valore aggiunto dovuta in base alla dichiarazione annuale, per un ammontare superiore a euro duecentocinquantamila per ciascun periodo d’imposta.

 

Abolitio criminis e revoca della sentenza: quale destino per la confisca?

Se la norma incriminatrice viene abrogata il giudice deve dichiarare che il fatto non è previsto dalla legge come reato adottando provvedimenti conseguenti inclusa la revoca della confisca.

La terza sezione penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 8421 del 21 febbraio 2018, ha trattato il caso di un soggetto condannato nel 2014 per omesso versamento IVA ex art. 10 ter del Dlgs. 74 del 2000[1] il quale aveva proposto incidente di esecuzione ex artt. 666[2] e 673[3] c.p.p., domandando la revoca della sentenza motivata della parziale abolitio criminis derivante dall’innalzamento delle soglie di punibilità operato dal Dlgs. 158 del 2015 rubricato “Revisione del sistema sanzionatorio, in attuazione dell’articolo 8, comma 1, della legge 11 marzo 2014, n. 23”.

 

Il Giudice dell’esecuzione decideva per la revoca della sentenza poiché il fatto non era più previsto dalla legge come reato; ciò determinava quindi anche la cessazione dell’esecuzione della pena e degli effetti penali, fra i quali le spese processuali e di sequestro.

 

Il Giudice però, col medesimo provvedimento, escludeva l’applicabilità dell’art. 673 c.p.p. a quella parte della sentenza che aveva disposto la confisca per equivalente ai sensi dell’art. 322 ter[4] c.p.: tale misura, secondo il Giudice, era già stata eseguita e vi era già stata “l’acquisizione del bene a titolo originario in favore del patrimonio dello Stato”.

La Cassazione contrariamente annullava l’ordinanza disponendo la restituzione di quanto confiscato argomentando quanto segue: l’art. 2 co. 2 c.p. statuisce che, qualora vi sia stata condanna ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali; l’art. 210 co. 1 c.p. prevede che l’estinzione del reato impedisce l’applicazione delle misure di sicurezza e ne fa cessare l’esecuzione; l’art. 673 c.p.p. prevede che, se la norma incriminatrice viene abrogata, il giudice deve dichiarare che il fatto non è previsto dalla legge come reato adottando provvedimenti conseguenti ossia la revoca di tutte le statuizioni accessorie che presuppongono la condanna (anch’essa revocata) come ad esempio l’eventuale confisca dei beni a suo tempo sequestrati.

Ciò che importa è in ogni caso che si è in presenza di una misura obbligatoria che consegue ad una sentenza, sia la confisca diretta o per equivalente. Qualora la sentenza di condanna venisse revocata, la confisca seguirebbe di diritto la medesima sorte.

 

Non costituirebbe elemento ostativo alla revoca nemmeno la sua esecuzione essendo in ogni caso ordinabile la restituzione dei beni illegittimamente acquisiti a seguito del venir meno del titolo fondante la confisca (la condanna) frutto della abrogazione del reato.

 

Dott. Mirko Buonasperanza

[1] Art. 10 ter Dlgs 74/2000: “È   punito con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa, entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo d’imposta successivo, l’imposta sul valore aggiunto dovuta in base alla dichiarazione annuale, per un ammontare superiore a euro duecentocinquantamila per ciascun periodo d’imposta”.

[2] Art. 666 c.p.p.: “1. Il giudice dell’esecuzione procede a richiesta del pubblico ministero, dell’interessato o del difensore.

  1. Se la richiesta appare manifestamente infondata per difetto delle condizioni di legge ovvero costituisce mera riproposizione di una richiesta già rigettata, basata sui medesimi elementi, il giudice o il presidente del collegio, sentito il pubblico ministero, la dichiara inammissibile con decreto motivato, che è notificato entro cinque giorni all’interessato. Contro il decreto può essere proposto ricorso per cassazione.
  2. Salvo quanto previsto dal comma 2, il giudice o il presidente del collegio, designato il difensore di ufficio all’interessato che ne sia privo, fissa la data dell’udienza in camera di consiglio e ne fa dare avviso alle parti e ai difensori. L’avviso è comunicato o notificato almeno dieci giorni prima della data predetta. Fino a cinque giorni prima dell’udienza possono essere depositate memorie in cancelleria.
  3. L’udienza si svolge con la partecipazione necessaria del difensore e del pubblico ministero. L’interessato che ne fa richiesta è sentito personalmente; tuttavia, se è detenuto o internato in luogo posto fuori della circoscrizione del giudice, è sentito prima del giorno dell’udienza dal magistrato di sorveglianza del luogo, salvo che il giudice ritenga di disporre la traduzione.
  4. Il giudice può chiedere alle autorità competenti tutti i documenti e le informazioni di cui abbia bisogno; se occorre assumere prove, procede in udienza nel rispetto del contraddittorio.
  5. Il giudice decide con ordinanza. Questa è comunicata o notificata senza ritardo alle parti e ai difensori, che possono proporre ricorso per cassazione. Si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni sulle impugnazioni e quelle sul procedimento in camera di consiglio davanti alla corte di cassazione.
  6. Il ricorso non sospende l’esecuzione dell’ordinanza, a meno che il giudice che l’ha emessa disponga diversamente.
  7. Se l’interessato è infermo di mente, l’avviso previsto dal comma 3 è notificato anche al tutore o al curatore; se l’interessato ne è privo, il giudice o il presidente del collegio nomina un curatore provvisorio. Al tutore e al curatore competono gli stessi diritti dell’interessato.
  8. Il verbale di udienza è redatto soltanto in forma riassuntiva a norma dell’articolo 140 comma 2”.

[3] Art. 673 c.p.p.: “1. Nel caso di abrogazione o di dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma incriminatrice, il giudice dell’esecuzione revoca la sentenza di condanna o il decreto penale dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato e adotta i provvedimenti conseguenti.

  1. Allo stesso modo provvede quando è stata emessa sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere per estinzione del reato o per mancanza di imputabilità”.

[4]Art. 322 ter c.p.: “Nel caso di condanna, o di applicazione della pena su richiesta delle parti a norma dell’articolo 444 del codice di procedura penale, per uno dei delitti previsti dagli articoli da 314 a 320, anche se commessi dai soggetti indicati nell’articolo 322-bis, primo comma, è sempre ordinata la confisca dei beni che ne costituiscono il profitto o il prezzo, salvo che appartengano a persona estranea al reato, ovvero, quando essa non è possibile, la confisca di beni, di cui il reo ha la disponibilità, per un valore corrispondente a tale prezzo o profitto.

Nel caso di condanna, o di applicazione della pena a norma dell’articolo 444 del codice di procedura penale, per il delitto previsto dall’articolo 321, anche se commesso ai sensi dell’articolo 322-bis, secondo comma, è sempre ordinata la confisca dei beni che costituiscono il profitto salvo che appartengano a persone estranea al reato, ovvero, quando essa non è possibile, la confisca di beni, di cui il reo ha la disponibilità, per un valore corrispondente a quello di detto profitto e, comunque, non inferiore a quello del denaro o delle altre utilità date o promesse al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio o agli altri soggetti indicati nell’articolo 322-bis, secondo comma.

Nei casi di cui ai commi primo e secondo, il giudice, con sentenza di condanna, determina le somme di denaro o individua i beni assoggettati a confisca in quanto costituenti il profitto o il prezzo del reato ovvero in quanto corrispondente al profitto o al prezzo del reato”.

I sacchetti della discordia

L’ arrivo del nuovo anno ha portato già qualche novità e nei reparti ortofrutticoli si sente vento di cambiamento.

Infatti, dal 1 Gennaio 2018, per il confezionamento dei prodotti alimentari nei supermercati, devono necessariamente essere utilizzati sacchetti biodegradabili, in sostituzione di quelli di plastica da sempre utilizzati nei reparti ortofrutticoli.
La nuova legge, però, vieta di metterli a disposizione gratuitamente. Il costo dei nuovi sacchetti può variare di pochi centesimi. Il prezzo, tuttavia, deve essere esposto e l’ utilizzo di sacchetti non biodegradabili potrebbe far incorrere in sanzione.
C’ è già chi parla di tassa occulta e chi, invece, cerca stratagemmi, talvolta goffi e bizzarri, per evitare di pagare i tanto contestati sacchetti biodegradabili.

Si tratta di civiltà o di tassa occulta?
Ilaria Di Blasio

Il potere tributario: dall’illuminismo francese al welfare state.

Nel moderno stato sociale l’esercizio del potere tributario assolve ad una funzione fondamentale. Tale funzione, tuttavia,  merita di essere analizzata sotto due differenti punti di vista. In primo luogo, infatti, la funzione primaria sembra proprio quella di ricavare un flusso stabile di  entrate tali da essere messe al servizio dei bisogni della collettività.  Sotto un altro punto di vista, invece, la funzione del potere tributario si immagina volta alla ripartizione del carico fiscale tra tutti i consociati.
 Il percorso tributario nella storia ha vissuto varie vicissitudini passando da mero strumento di dominio delle classi dominanti rispetto alla massa dei governati a elemento fondamentale do funzionamento della comunità.  Il costituzionalismo inglese, dal canto suo, viveva il potere tributario come volto alla promozione della sfera della proprietà individuale. Spostandosi da tale prospettiva, l’ illuminismo francese utilizzava il potere tributario quale ponte di collegamento tra gli interessi collettivi e quelli individuali. Con l’idealismo tedesco si consolido’ l’ idea di un potere tributario in grado di affermare la prevalenza dello Stato sul cittadino.
Ben lontani da queste prospettive, ma forti di tali esperienze, è nato il Welfare state. Quest’ ultimo tende ad affermarsi come un progetto di vita collettiva che pone il benessere e l’uguaglianza sostanziale al centro del sistema tributario.
Un viaggio nella storia che ci porta ad affermare l’importanza del patto sociale quale base per lo stato sociale.
Ilaria Di Blasio

APPLE, STARBUCKS E GLI ALTRI GIGANTI DEL WEB: EVASORI FISCALI O VITTIME DELL’INGERENZA DELLA COMMISSIONE EUROPEA NELLA FISCALITÀ DEI SINGOLI STATI MEMBRI?

Si è finalmente conclusa (in tragedia) la “bagarre” che ha tenuto con il fiato sospeso multinazionali del calibro di Apple, Uber e Google.
Per rinfrescare la memoria offuscata da anni ed anni di udienze, rinvii, tribunali e processi mediatici, sintetizziamo così la vicenda, che, mutatis mutandis, è comune a tutti i “giganti del web”: le multinazionali di cui sopra, tutte con sede principale negli Stati Uniti, optano per la delocalizzazione del proprio business costituendo sedi amministrative distaccate in tutto il mondo ed adeguando la propria fiscalità alle normative dei Paesi ospitanti. Nel caso di specie, a finire sul banco degli imputati sono stati i governi di Irlanda e Lussemburgo, rei di avere sancito accordi di fiscalità agevolata con dette multinazionali.
In tal modo, ad esempio, Apple è riuscita ad ottenere in Irlanda una pressione fiscale limitata allo 0,005%. Naturalmente detto accordo ha spinto l’azienda a fatturare (o, almeno, far figurare) la maggior parte dei profitti ottenuti dalla controllata europea proprio in Irlanda. Orbene, tale condotta ha suscitato le ire dei politici del vecchio continente, di tal che la procura di Milano ha indagato (e condannato) la Apple irlandese per omessa denuncia dei redditi e frode fiscale, mentre la Commissione Europea le ha inflitto una condanna per ben 13 miliardi di Euro per abuso di aiuti di stato non dovuti e, in conseguenza di ciò, distorsione del libero mercato.
Nello specifico, la fattispecie di omessa presentazione della dichiarazione si realizza, oltre che nell’ipotesi in cui il contribuente ometta di presentare la propria denuncia dei redditi, anche nelle ipotesi in cui la presentazione della dichiarazione è espressamente considerata omessa o nulla, e precisamente:
– Dichiarazione dei redditi presentata con ritardo superiore a 90 giorni
– Dichiarazione dei redditi redatta su stampati non conformi ai modelli ministeriali
– Dichiarazione dei redditi non sottoscritta.
Per quanto concerne, invece, il divieto di aiuti di Stato, esso è sancito dall’art. 107 TFUE, il quale considera tali non solo gli aiuti veri e propri, ma anche ogni misura che:
– attribuisca un qualsivoglia vantaggio economico al beneficiario, falsando o minacciando di falsare in tal modo la concorrenza tra gli Stati membri;
– sia riferibile allo Stato o a risorse statali;
– sia applicabile, in modo selettivo, a favore di talune imprese o produzioni.
La nozione europea ha portata oggettiva, basandosi sul vantaggio economico recato al beneficiario dell’aiuto e sugli effetti negativi, anche potenziali, sulla libera concorrenza.
Ora, premesso che Apple e tutte le altre hanno già patteggiato e pagheranno una multa a titolo di risarcimento/tasse arretrate (comunque di gran lunga inferiore al reale importo che avrebbero dovuto pagare sul fatturato se non avessero goduto delle agevolazioni fiscali), restano mille perplessità in merito ad un sistema, quello europeo, che fa acqua da tutte le parti e che, di fatto, limita l’autonomia fiscale in Paesi che, intelligentemente, attraggono investimenti abbassando la pressione fiscale e vivono un periodo di “boom” economico non indifferente (Irlanda, Slovacchia, Lussemburgo, etc.), mentre Paesi come l’Italia studiano solamente nuovi strumenti di massacro fiscale.

 

Avv. Sofia Forciniti

Rottamo non una, ma ben due volte

Poco si parla di cartelle esattoriali. La materia è ostica e poco avvincente (non me ne voglia chi si occupa di questo nel mestiere forense), tuttavia è un tema molto discusso “in parole povere”. Tutti siamo abituati a sentire le chiacchiere da bar sulla mole di imposte dovute da ciascuno allo Stato o lamentarsi del costo della benzina che è di nuovo salito e che paghiamo ancora le accise per la guerra in Abissinia o il disastro del Vajont. Ma ciò che importa adesso è cercare di capire quali siano i provvedimenti più importanti ultimamente del nostro legislatore in fatto di tributi.

Con il d.l 193/2016 il Governo ha approvato il cosiddetto “provvedimento di rottamazione delle cartelle esattoriali”. Questo documento permetteva a tutti i contribuenti, i quali non avessero potuto vantare una situazione illibata nei confronti dell’Agenzia delle Entrate di rottamare tutti i loro debiti a titolo di tributi, imposte (compresa l’Iva), contributi previdenziali e assistenziali e multe stradali, maturati tra il 1 gennaio 2000 e il 31 dicembre 2016. In pratica con “rottamazione” si intendeva la semplice confessione dei propri debiti e la possibilità di poter riparare tardivamente con il pagamento della somma dovuta in cinque rate e, soprattutto, senza ulteriori sanzioni. Unica aggiunta oltre la somma di base rimangono, comunque: gli interessi da ritardata iscrizione a ruolo; le somme maturate a titolo di aggio, da calcolare però solo sul capitale e sugli interessi; le spese per le procedure esecutive ed, infine, le spese di notifica della cartella medesima. Le rate venivano spalmate tra 2017 e 2018 ed era sufficiente compilare un modulo messo a disposizione dall’Agenzia delle Entrate e che andava rimandato al mittente compilato attraverso l’apposita sezione del sito web dell’amministrazione, oppure anche attraverso un CAF.

Dopo questo imponente provvedimento, recentemente, è stato approvato il Decreto Fiscale, che anticiperebbe la legge di bilancio, la quale anche è in dirittura di arrivo e che andrà presentata subito dopo all’Unione Europea. Nel Decreto appena citato, oltre il rifinanziamento di spedizioni militari e il rifinanziamento del prestito ponte ad Alitalia (che, giusto per correttezza di informazione, ha previsto l’aggiunta di 300 milioni di Euro, ai già concessi 600 milioni del 2 maggio e lo slittamento del termine per la restituzione della somma a settembre 2018 data l’impossibilità a rispettare l’originario termine di novembre 2017) si è prevista una “rottamazione bis”. Il provvedimento introduce una misura volta a riammettere alla rottamazione, senza ulteriori addebiti, i contribuenti che per errori, disguidi o mancanza di liquidità non avevano potuto effettuare i versamenti. Ai debitori non in regola al 31 dicembre 2016, termine ultimo per richiedere la rottamazione secondo il primo decreto legge, è stato concesso un ulteriore termine per poter dichiarare i propri debiti non ancora pagati e poter adempiere ai propri doveri di contribuzione senza ulteriori sanzioni pecuniarie. Entro il 31 dicembre 2017 va presentata la domanda ed entro il 31 maggio 2018 andrà compiuto il pagamento se non si vuole incorrere nella pronuncia di improcedibilità ed essere assoggettati alle normali conseguenze di accertamento tributarie, così come previste dal d.P.R 600/1973 e 633/1972.

Insomma, con una manovra poco chiacchierata il nostro legislatore è riuscito a concedere agli italiani, forse, un po’ sbadati, una importante dilazione per la presentazione delle proprie dichiarazioni dei redditi. Certamente questa permette uno snellimento dell’attività della pubblica amministrazione, la quale non sarà troppo occupata a compiere una mole immensa di controlli, ma di certo, la manovra politica e legislativa sa tanto di condono. A questo punto, ritengo che abbia ragione il magistrato dott. Pier Camillo Davigo, Presidente di sezione presso la Corte di Cassazione ed anche Presidente della Commissione Tributaria provinciale di Milano, il quale ha affermato che finché si fanno provvedimenti come quello di rottamazione delle cartelle non si combatte effettivamente la piaga sociale dell’evasione, dato che chiunque, anche tardivamente, può assolvere ai propri doveri senza incorrere in eccessivi oneri.

 

Alberto Lanzetti

MALATO, TORNA SULLA BOCCA DI TUTTI

Proprio in un periodo in cui l’università è nuovamente in fermento, a causa dei suoi recenti attriti con la giustizia, torna di moda un professionista del settore.

Infatti, è di pochissimi giorni or sono la notizia che fa ritornare agli onori della cronaca il Prof. Luca Sgarbi, docente associato di diritto del lavoro presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino. Il professore infatti era seminfermo di mente quando, nell’estate del 2016, pretese favori di carattere sessuale da una studentessa, in cambio di un buon voto alla tesi di laurea. A stabilirne la seminfermità mentale è stata una perizia psichiatrica redatta da uno specialista di Genova, su incarico del GUP Stefano Vitelli.

Il docente è sotto processo per tentata concussione e detenzione di materiale pedopornografico: l’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Gianfranco Colace, era partita nel momento in cui una studentessa di 22 anni, iscritta a Giurisprudenza, aveva denunciato il professore per averla ricattata. La ragazza si è rivolta al garante degli studenti dell’Ateneo, poi il rettore ha fatto partire la segnalazione alla Procura il 19 luglio 2016.

I legali del docente, Simona Grabbi e Mauro Ronco, sottolineano che: “la chiusura delle indagini evidenzia come il fatto è rimasto del tutto isolato, nonostante altre studentesse siano state sentite dai magistrati. Fin dall’inizio il professore ha spiegato agli inquirenti come alla base della vicenda ci sia stato un equivoco circa i rapporti con la studentessa.

Luca Sgarbi, quarantasettenne avvocato bolognese, era giunto a Torino nel 2001, vincendo un concorso da ricercatore, con un curriculum di tutto rispetto: in passato ha collaborato con numerose riviste ed è stato commissario in molti concorsi.

La Procura di Torino auspica che altri eventuali simili episodi, allo stato sconosciuti, siano resi noti agli inquirenti: le mura del Campus Luigi Einaudi tremano dai tempi del caso Musy, in cui fu il Professor Monateri a finire su tutti i giornali, il più recente caso Sgarbi sconvolge nuovamente l’Ateneo piemontese (anche se il docente è stato dichiarato seminfermo di mente).

Non ci resta dunque che attendere e sperare affinché l’impervia questione che coinvolge il Professor Sgarbi e l’ancor più recente scandalo concorsuale fiorentino, che pare coinvolgere anche docenti torinesi, si concludano per il meglio.

Fabrizio Alberto Morabito

Novità sui pagamenti con bancomat e carte di credito: l’Italia recepisce le norme UE.

Il 14 settembre appena passato il Consiglio dei Ministri ha approvato in via preliminare un decreto in attuazione della legge di delegazione europea 2015 sul tema delle commissioni bancarie.

Il provvedimento che recepisce in Italia la direttiva Ue Psd-2 (la seconda “payment services directive” su servizi di pagamento e commissioni interbancarie sulle operazioni con carta di pagamento), prevede “l’armonizzazione dei pagamenti al dettaglio, assicura procedure di autorizzazione e vigilanza ai fornitori di pagamento e agli utenti“, ampliando inoltre “i diritti degli utenti dei servizi di pagamento che beneficeranno di un regime di responsabilità ridotta in caso di pagamenti non autorizzati: la franchigia a carico degli utenti passerà da 150 a 50 euro“.

Il provvedimento fissa inoltre un tetto alle commissioni interbancarie applicate sui pagamenti basati su carte. Il Governo specifica che, per i pagamenti tramite carta di debito e prepagata la commissione interbancaria per ogni operazione di pagamento non potrà essere superiore allo 0,2% del valore dell’operazione stessa, mentre per le operazioni tramite carta di credito la commissione interbancaria non potrà essere superiore allo 0,3% del valore dell’operazione.

A ciò si aggiunge che, per ciò che attiene alle commissioni interbancarie per le sole “operazioni nazionali” tramite carte di pagamento, i prestatori di servizi di pagamento saranno tenuti ad applicare commissioni di importo ridotto per i pagamenti fino a 5 euro rispetto a quelle applicate alle operazioni di importo pari o superiore, “così da promuovere l’utilizzo delle carte anche per questi pagamenti“.

Per quanto riguarda le sole “operazioni nazionali” tramite carta di debito, fino al dicembre 2020, i prestatori di servizi potranno applicare “una commissione interbancaria non superiore all’equivalente dello 0,2% calcolato tuttavia sul valore medio annuo di tutte le operazioni nazionali tramite carta di debito all’interno di ciascuno schema di carte di pagamento“.

Al fine poi di ampliare i diritti degli utenti dei servizi di pagamento che non solo “beneficeranno di un regime di responsabilità ridotta in caso di pagamenti non autorizzati, riducendo la franchigia massima a carico degli utenti da 150 a 50 euro“, si aggiunge anche il fine di promuovere l’utilizzo di strumenti di pagamento elettronici, attuato mediante “il divieto di applicare un sovrapprezzo per l’utilizzo di un determinato strumento di pagamento (cd. divieto di surcharge)“.

Resta forse una pecca anche dopo questo provvedimento ossia che l’obbligo per negozi, attività commerciali e studi professionali di accettare pagamenti con carte di credito e bancomat, al momento è ancora privo di sanzioni. Si è ancora in attesa, infatti, del decreto che dovrà disciplinare le sanzioni previste in caso di violazione dell’obbligo di accettare pagamenti digitali, utilizzando il Pos, introdotto con la legge di stabilità 2016, che ancora stenta ad essere approvato. Restiamo quindi in attesa di novità sul punto.

Dott. Mirko Buonasperanza

Il fondo patrimoniale: perché costituirlo per la propria famiglia? Quali i benefici?

Il fondo patrimoniale è un istituto che consente di utilizzare i beni facenti parte del patrimonio per i bisogni veri e propri della famiglia.

Si parla della formazione di un vincolo di destinazione e d’uso per i beni rientranti nel fondo, permane però, sia chiaro, la titolarità dei beni stessi in capo ai rispettivi proprietari, nel caso di specie i coniugi.

Ricorrendo a tale istituto si deve tener presente che i coniugi non potranno disporre dei beni per interessi diversi da quelli familiari.

È necessario per garantire la conoscibilità del fondo renderlo pubblico mediante la costituzione dello stesso innanzi ad un notaio o con nota al margine già nell’atto di matrimonio, in tal modo i terzi hanno piena conoscenza della sussistenza di tale vincolo sui beni della famiglia rientranti nel patrimonio.

La trascrizione presso la conservatoria del registro è da farsi solo qualora vengano ricompresi nel fondo costituito anche beni immobili di proprietà dei coniugi.

Il principale vantaggio che si trae dall’istituto in esame è quello che non è possibile sottoporre ad esecuzione forzata i beni rientranti in questo fondo patrimoniale, dato che  per il creditore si presume la piena e diretta conoscenza dell’atto costituente il fondo e quindi può esperire azione revocatoria, soltanto qualora riesca a dimostrare che si è fatto ricorso al fondo solo per pregiudicare la propria posizione, eventualmente portando la prova certa che il credito è sorto anteriormente e che quindi costituisce il fondo stesso un raggiro doloso, volto a pregiudicare la possibile soddisfazione del prorpio credito. L’azione revocatoria può però essere proposta entro un dato limite temporale: cinque anni dalla redazione dell’atto costitutivo del fondo.

Se la revocatoria è vinta dal creditore, i coniugi possono essere passibili di eventuali sanzioni penali.

Ulteriore vantaggio è anche quello che persino i debiti fiscali, qualora siano sorti per soddisfare i bisogni della famiglia, si devono fermare innanzi ai beni parte del fondo.

Chiediamoci ora: come si amministra il fondo patrimoniale?

Sicuramente gli unici amministratori di questo fondo costituito a tutela del patrimonio familiare sono i due coniugi, i quali potranno agire compiendo atti di ordinaria e straordinaria amministrazione.

Si comprende già che per gli atti di straordinaria amministrazione occorre l’accordo     congiunto di entrambi i coniugi e, laddove uno dei due non sia consenziente nel compimento di una determinata attività, l’altro coniuge può richiedere l’autorizzazione del giudice per porre in essere  quell’atto, dimostrando però che sia veramente utile per gli interessi della famiglia stessa.

Il fondo rimane in essere fino ad un consensuale scioglimento, o si estingue comunque con la cessazione degli effetti civili del matrimonio, salvo ci siano figli minori. In tale ultima ipotesi, sarà il giudice a sancire in che modo dovrà disporsi dei beni fino al compimento della maggiore età dei minori.

Quali sono i costi?

La costituzione di un fondo patrimoniale ha costi che si aggirano intorno ai 1200€, compresi gli eventuali onorari notarili.

Dott.ssa Angiola Giovanna Modano

Novità sul recupero del credito da parte del Fisco

Dopo l’addio ad Equitalia, disposto dal d. l.  193 del 2016 (convertito nella l. 225 del 2016) recante “Disposizioni urgenti in materia fiscale e per il finanziamento di esigenze indifferibili“, entra in azione il nuovo ente del fisco ossia l’Agenzia delle Entrate-Riscossione.

Nonostante l’ufficiale abolizione di Equitalia il suo sostituto sembra già essere ancor più aggressivo nelle procedure di recupero del credito, in quanto, a differenza del predecessore, dal primo luglio avrà maggiori poteri di indagine che si concretizzeranno dell’accesso alle banche dati degli enti creditori.

Il creditore che desidera soddisfare la propria pretesa inadempiuta procedendo al pignoramento presso terzi (ad esempio la banca), deve attivare una procedura che si conclude con un’autorizzazione del Tribunale. Se il creditore è il Fisco, invece, la situazione è diversa in quanto questo può avvalersi della procedura prevista dall’art. 72-bis del Dpr n. 602/73, che con le nuove modifiche diviene ancor più incisiva.

Dal prossimo mese il pignoramento del conto corrente in presenza di debiti fiscali o cartelle esattoriali, diventerà più facile e veloce. L’Agenzia delle Entrate, infatti, avrà a sua disposizione l’accesso alla banca dati dell’Anagrafe Tributaria (potendo così aggredire direttamente il conto corrente), nonché a quella dell’INPS (con possibilità di conoscere i dati relativi al rapporto di lavoro), per poter eventualmente procedere al pignoramento di stipendio, pensione o indennità in modo diretto e senza passare per il giudice.

La disciplina del pignoramento dei crediti verso terzi per il Fisco, prevede la possibilità di ordinare al terzo di pagare il credito direttamente al concessionario, fino a che questi non sia soddisfatto. Ciò crea una forte accelerazione dei tempi di riscossione poiché l’ente, dopo la notifica della raccomandata con cui si richiede il pagamento e bypassando l’autorizzazione del giudice, potrà pignorare direttamente le somme e rigirarle al Fisco.

In sostanza, dopo la notifica della cartella di pagamento, atto esecutivo al pari del precetto, non sarà richiesta la necessaria citazione in giudizio del debitore e la successiva udienza ma l’Agenzia delle Entrate-Riscossione potrà procedere direttamente, trascorsi 60 giorni dalla notifica e in caso di inadempimento, inviando alla banca l’atto di pignoramento. Per impedire ciò, sempre nel termine di 60 giorni il contribuente potrà presentare un’istanza di dilazione e, solo dopo che la sua richiesta sia stata accolta e pagata la prima rata, potrà ottenere lo sblocco del conto. Il contribuente potrà comunque eccepire la mancanza della comunicazione dell’avviso ex art. 50 del D.P.R. 602/73 (la notifica di un avviso contenente l’intimazione  ad adempiere all’obbligo del pagamento risultante dal ruolo che l’Agenzia delle Entrate deve emettere trascorso un anno dalla notificazione della cartella di pagamento senza che sia intervenuta l’espropriazione) oppure il mancato rispetto dei termini di attivazione della procedura (ossia se tra la notificazione della cartella e l’attivazione del pignoramento presso terzi siano trascorsi meno di 60 giorni).

L’art. 514 c.p.c. stabilisce un elenco di cose mobili assolutamente impignorabili che si aggiungono a quelle previste da speciali disposizioni di legge. Si tratta di beni familiari di prima necessità oppure aventi un particolare valore sacro o affettivo. Oltre la prima casa, l’elenco  dei beni non aggredibili comprende le cose sacre e quelle che servono all’esercizio del culto, l’anello nuziale, gli strumenti, gli oggetti e i libri indispensabili per l’esercizio della professione, dell’arte o del mestiere del debitore, le decorazioni al valore, le lettere, i registri e in generale gli scritti di famiglia, nonché i manoscritti, salvo che formino parte di una collezione, le armi e gli oggetti che il debitore ha l’obbligo di conservare per l’adempimento di un pubblico servizio. Vi sono poi quei beni ritenuti indispensabili al debitore e alle persone della sua famiglia con lui conviventi: i vestiti, la biancheria, i letti, i tavoli per la consumazione dei pasti con le relative sedie, gli armadi guardaroba, i cassettoni, il frigorifero gli elettrodomestici da cucina. Sono tuttavia esclusi i mobili, meno i letti, di rilevante valore economico anche per accertato pregio artistico o di antiquariato. La l. n. 221 del 2015, invece, ha aggiunto all’elenco di impignorabilità anche gli animali di affezione o da compagnia nonché quelli impiegati ai fini terapeutici o di assistenza.

Ancora, l’art. 545 c.p.c. prevede che non possano essere pignorati i crediti alimentari, tranne che per cause di alimenti, le polizze vita e i crediti aventi per oggetto sussidi di grazia o di sostentamento a persone comprese nell’elenco dei poveri, oppure sussidi dovuti per maternità, malattie o funerali da casse di assicurazione, enti di assistenza o istituti di beneficenza.

 

Dott. Mirko Buonasperanza