L’aggravante della destrezza nel reato di furto: gli orientamenti della Cassazione e la necessaria rimessione alle Sezioni Unite.

La vicenda in oggetto trae spunto dal caso di un imputato condannato per furto con l’aggravante dell’aver occultato in una borsa nera un computer portatile dal bancone di un bar.

La questione giuridica da risolvere sarebbe quella attinente al significato di <<fatto commesso con destrezza>> indicato al numero 4 dell’art. 625 cp, ossia una delle aggravanti speciali del furto.

La Corte di Cassazione, sezione IV, con la sentenza n. 7696/2017 ha rimesso alle Sezioni Unite la questione da dirimere, ossia se l’aggravante si riferisce all’abilità del soggetto agente nel distogliere l’attenzione della persona offesa dal controllo o dal possesso della cosa o sia sufficiente il fatto di approfittare di una condizione occasionalmente favorevole, o di una frazione di tempo in cui la persona offesa abbia momentaneamente sospeso la vigilanza sul bene posseduto.

Nel tempo la Suprema Corte ha tenuto orientamenti diversi. Di seguito saranno illustrati quelli ripercorsi dalla sentenza in commento:

– Con sentenza n. 20549/2015, sezione V, la Corte ha escluso, affinché si configuri l’aggravante in esame, una “particolare abilità dell’agente essendo sufficiente pertanto che lo stesso approfitti di una situazione contingentemente favorevole, che può tradursi in una distrazione della persona offesa”.

– La sentenza n. 46977/2015, sezione IV, conferma la precedente statuizione nella parte in cui afferma che “non sussiste l’aggravante della destrezza nell’ipotesi di furto commesso dall’agente, approfittando della situazione di assenza di vigilanza sulla “res” da parte del possessore”. Secondo questo orientamento “l’aggravante si consuma quando l’agente sfrutti quel momento di distrazione della persona offesa, momento questo non determinato dal soggetto agente” (così la sentenza n. 14992/2009, sezione IV).

– Il medesimo orientamento è stato adottato con pronuncia n. 11079/2009, sezione V, con il quale viene precisato che “non ricorre la circostanza aggravante della destrezza laddove la persona offesa si trovi in altro luogo, benché prossimo, rispetto a quello in cui il reato si è consumato ovvero si sia allontanato, in quanto la condotta non presenta particolare profili di abilità nell’eludere il controllo, bensì dalla semplice temerarietà di cogliere un’opportunità in assenza di detto controllo il che è estraneo alla fattispecie dell”aggravante della destrezza”.

Di diverso avviso è invece la sentenza n. 9374/2015, sezione II, che individua l’aggravante de quo nella “abilità, astuzia e rapidità funzionale a superare l’attenzione della vittima”.

La qualificazione del reato di furto come aggravato piuttosto che come furto semplice comporta importanti conseguenze sul piano procedurale, prima tra tutti la differente procedibilità (il furto semplice è procedibile a querela della persona offesa mentre il furto aggravato d’ufficio), e in secondo luogo l’applicazione del beneficio dell’esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto ex art. 131 bis cp (per il furto semplice e non per quello aggravato, il quale, prevede un regime sanzionatorio da uno a sei anni di reclusione e quindi supera di un anno il limite della fruibilità del predetto beneficio).

La questione rimessa alle Sezioni Unite è quindi di delicata importanza sia sul piano sostanziale che su quello procedurale e potrebbe portare al superamento di una applicazione giurisprudenziale discontinua in ordine alla punibilità delle due diverse condotte del reato di furto.

Dott. Mirko Buonasperanza

Il Credo controllato

Il disegno di legge “Disposizioni volte a contrastare i precetti religiosi e ideologici incompatibili con i principi costituzionali, l’ordinamento giuridico, la pubblica sicurezza e il benessere sociale della collettività” è arrivato in Senato ed è in attesa di essere presentato all’apposita commissione per l’esame.

Il progetto, figlio dell’iniziativa della Regione Veneto, è dibattuto da qualche anno, anche grazie ai molteplici interventi del gruppo parlamentare della Lega in Parlamento e del vice Presidente del Senato Calderoli, il quale ha sempre fatto proprio l’argomento.

Il progetto è complesso: prevede disposizioni su più profili, dai luoghi di culto, alle modalità di svolgimento dei sermoni, fino al divieto del velo in luoghi pubblici.

Le parole iniziali del progetto sono fortemente evocative in quanto fanno direttamente riferimento al problema dell’integrazione e al fatto che questa non vi sarà mai se, prima, non ci sia l’accettazione della separazione della sfera laica da quella religiosa, ma anche di altri principi, come quello del rispetto della donna, dell’istituto della famiglia e del matrimonio, dei minori e dei non credenti.

Il progetto interviene anche sui requisiti degli statuti delle singole confessioni religiose attraverso la fissazione di determinate regole che queste devono rispettare. Si impone l’uso della lingua italiana per eventi pubblici religiosi ed anche il registro per l’iscrizione dei ministri del culto.

Tutti i locali utilizzati dalle confessioni, se si scoprisse che venissero utilizzati per incitare alla violenza, alla commissioni di reati, alla xenofobia o al razzismo, sarebbero interdetti all’utilizzo per un periodo non inferiori a tre mesi e in caso di recidiva verrebbe revocata la concessione all’uso degli stessi in via definitiva.

Novità sarebbero introdotte anche sul piano sostanziale. Nuovo sarebbe, infatti, l’art. 414 c.p., rubricato “Reato di apologia della sharia”. Verrebbe punito con la reclusione da 3 a 5 anni “chiunque agisce in contrasto con il principio della tolleranza sostenendo la supremazia del complesso di norme religiose, giuridiche e sociali direttamente fondate sulla dottrina coranica…”.

Infine, come già affermato in apertura, viene anche vietato l’utilizzo del velo in luoghi pubblici, quando tale capo d’abbigliamento possa mascherare completamente l’identità della persona. La pena si aggrava e non solo con un’ammenda, bensì con la reclusione pari ad 1 anno e 30.000 euro di ammenda, per tutti coloro che obbligano all’utilizzo del velo in tutte le occasioni in cui questo sia vietato.

Viene sancito, altresì, che nei primi dieci anni dall’acquisto della cittadinanza, in caso di condanna passata in giudicato dello straniero (o del cittadino europeo) per il reato di apologia della sharia, la cittadinanza è revocata e il condannato viene espulso con effetto immediato.

In questo modo si pongono stretti limiti alla libertà della religione islamica, soprattutto, e si ritiene di poter controllare meglio un’attività religiosa non ancora del tutto chiara per l’Occidente, con i suoi messaggi di pace e misericordia da un lato e l’incitamento alla violenza dall’altro.

La strada per la legge è ancora lunga, ma questi sono i primi provvedimenti veri e propri, dall’ingesso della Costituzione, in tema di controllo e sorveglianza religiosa da parte dello Stato italiano.

 

Alberto Lanzetti

La sospensione del processo per messa alla prova nel rito penale degli adulti.

L’istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova è stato introdotto nel nostro ordinamento dalla legge n. 67 del 28 aprile 2014, mediante la quale sono stati inseriti nel codice penale gli artt. 168-bis, 168-ter e 168-quater. La c.d. “probation”costituisce sia una causa di estinzione del reato (in virtù degli effetti derivanti dall’esito positivo della prova), sia un nuovo rito speciale con effetti deflattivi. L’elemento peculiare dell’istituto in esame, tuttavia, consiste nel fatto che, nel richiedere la misura, l’interessato svolge un ruolo di fondamentale importanza, poiché deve sottoscrivere ed onorare una serie di impegni.
Il percorso che l’imputato intraprende viene plasmato sulla situazione concreta creatasi affinché si riescano a contemperare sia le istanze di risocializzazione del reo sia gli interessi della persona offesa.
Il procedimento di messa alla prova inizia con la proposizione di una richiesta esperibile dagli imputati per i reati puniti con la sola pena pecuniaria o con la pena edittale detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, sola, congiunta o alternativa alla pena pecuniaria.
La sospensione del procedimento con messa alla prova, tuttavia, non può essere concessa per più di una volta ed è esclusa nei casi in cui l’imputato sia stato dichiarato dal giudice delinquente abituale o per tendenza.
Dal punto di vista formale, la richiesta può essere proposta fino a che non siano formulate le conclusioni o fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, nel giudizio direttissimo e nel procedimento di citazione diretta a giudizio.
Gli artt. 464-bis e 464-ter c.p.p., inoltre, prevedono che alla richiesta di sospensione del procedimento venga allegato un programma di trattamento elaborato dall’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna (U.E.P.E.) competente ed è indiscutibile che l’istituto della messa alla prova ruoti intorno a questo ufficio ma ciononostante al giudice restano ampi margini di discrezionalità, sia nella fase di ammissione, sia nella fase di valutazione dell’esito della prova in quanto egli potrà valutare, sentite le parti e la persona offesa, la sussistenza di due presupposti concorrenti:
a) l’idoneità del programma di trattamento ad assicurare il reinserimento sociale dell’imputato;
b) la prognosi di non recidiva.
Per la formulazione del giudizio prognostico positivo sulla rieducazione del soggetto interessato, il giudice non potrà prescindere dal tipo di reato commesso, dalle modalità di attuazione dello stesso e dai motivi a delinquere, al fine di valutare se il fatto contestato debba considerarsi un episodio occasionale ovvero rivelatore di un sistema di vita, che faccia escludere un giudizio positivo sull’evoluzione della personalità dell’imputato verso modelli socialmente adeguati.
La legge, tuttavia, non vincola il giudice ad un mero recepimento della relazione conclusiva dell’U.E.P.E., sicché, pur a fronte di una relazione non completamente positiva, il giudice potrà comunque valutare che l’esito della prova sia stato positivo, ritenendo, ad esempio, che alcuni inadempimenti siano dipesi da circostanze estranee all’imputato o non addebitabili ad un difetto di diligenza dello stesso.
Il giudice, inoltre, ha anche il potere di modificare il programma di trattamento elaborato dall’U.E.P.E. sia all’atto della decisione sulla concessione della misura, sia in un momento successivo, programma che prevede come attività obbligatorie: – l’esecuzione del lavoro di pubblica utilità; – l’attuazione di condotte riparative volte ad eliminare le conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato; – il risarcimento del danno cagionato e, ove possibile, l’attività di mediazione con la vittima del reato. La legge prevede anche tre casi tassativi di revoca anticipata della misura, con contestuale ripresa del processo: la prima ipotesi attiene al «caso di grave o reiterata trasgressione al programma di trattamento o alle prescrizioni imposte»; la seconda ipotesi di revoca attiene al «rifiuto alla prestazione del lavoro di pubblica utilità», presupposto indefettibile nel regime di messa alla prova mentre la terza e ultima ipotesi di revoca riguarda la commissione, durante il periodo di prova, di un nuovo reato, essendo in tal caso smentita dai fatti la prognosi di non recidiva.
Infine, decorso il periodo di sospensione del procedimento, senza che l’ordinanza di sospensione sia stata anticipatamente revocata, il giudice valuta in udienza l’esito della prova ed emetterà una sentenza dichiarativa di estinzione del reato in caso di esito positivo della prova (ossia una sentenza di non luogo a procedere o di non doversi procedere, a seconda della fase in cui si colloca) oppure emanerà un’ordinanza dispositiva della ripresa del processo, in caso di esito negativo.

Dott. Mirko Buonasperanza

9 CONSIGLI PER L’INTERROGATORIO PERFETTO

“Non serve un ottimo interrogatorio per capire cosa gira nella testa di qualcuno. I segnali sono sempre gli stessi, basta saperli cogliere”. Parola di Larae Quy, ex agente Fbi, per 23 anni agente di controspionaggio nell’Fbi, oggi divulgatrice di tecniche e consigli su come “leggere” chi ci sta di fronte, controllare le emozioni, avere successo negli affari e nella vita. Ecco i suoi consigli per capire chi abbiamo di fronte:

1. Classificate i comportamenti che notate negli altri

Ogni persona ha una propria peculiarità e adotta un determinato comportamento. C’è chi si schiarisce la voce, chi guarda il pavimento mentre parla, chi incrocia le braccia, chi si gratta la testa, chi muove il collo, chi strizza gli occhi, chi batte i piedi. Generalmente non si presta troppa attenzione a questi atteggiamenti o, se lo si fa, non si osserva in che occasione insorgono. All’origine di queste azioni potrebbero esserci ragione diverse: si potrebbe trattare di manierismi, oppure potrebbero essere segnali di rabbia, nervosismo, bugia. Passare in rassegna i comportamenti degli altri vi aiuterà a riconoscerli.

2. Badate alle incongruenze

Prestate attenzione a eventuali incongruenze tra il comportamento normalmente riscontrato in una persona e sue azioni fuori dal comune. Per esempio: Avete notato che un vostro importante fornitore ha l’abitudine di schiarirsi la gola ripetutamente quando è nervoso. Lo fa quando prova ad apportare modifiche al vostro accordo commerciale. E se dietro ci fosse anche dell’altro? Se notate un atteggiamento simile potrete approfondire la situazione facendo più domande di quante non ne avreste fatto in una situazione normale.

3. Prestate attenzione all’insieme dei gesti

Nessun gesto o una parola presi singolarmente significano necessariamente qualcosa, ma quando le stranezze comportamentali diventano più d’una prendete nota. Ad esempio, il fornitore non solo continua a schiarirsi la gola, ma oscilla anche con la testa e picchetta con la gamba. Fate attenzione.

4. Comparate le azioni

Avete notato che qualcuno agisce in modo un po’ diverso rispetto al normale. Spostate il focus sugli altri membri del gruppo per vedere se e in che modo la persona interagisce con loro. Cambia espressione? Cambiano postura e il linguaggio del corpo?

5. Guardatevi allo specchio
I neuroni a specchio sono monitor incorporati nel nostro cervello che riflettono lo stato d’animo altrui, ci connettono agli altri affinché possiamo capirne i comportamenti. Un sorriso, ad esempio, attiva i muscoli del sorriso nei nostri volti, mentre un cipiglio ci porta a corrugare la fronte.
Quando vediamo qualcuno che ci piace, sopracciglia e muscoli facciali si rilassano, la testa si inclina e il sangue gonfia le labbra. Se alla vostra vista il partner non contraccambia quel che voi sentite, potrebbe essere l’invio di un messaggio chiaro: non gli piacete oppure non è contento per qualcosa che avete fatto.

6. Identificate chi ha la “voce potente”
La persona più influente non è sempre quella seduta a capo tavola. Chi è sicuro di sé ha un tono di voce marcato. In una sala riunioni attorno a un tavolo è probabile che la persona più sicura sia anche quella più influente: postura espansiva, voce forte, grande sorriso. (Attenzione a non confondere voce grossa con voce potente).
Se stai per proporre un’idea a un gruppo di persone, in primis presta attenzione al leader del team, che potrebbe anche avere una personalità debole e per questo non essere la persona giusta cui rivolgersi. Anche se all’apparenza può non sembrare così, lui o lei dipendono in larga misura dagli altri nel prendere decisioni, ed è facilmente influenzato dal loro giudizio. Perciò identificate nel gruppo la “voce potente” e le vostre possibilità di successo aumenteranno notevolmente.

7. Osservate l’andatura
Spesso, le persone che hanno un’andatura strascicata, mancano di fluidità nei movimenti o tengono la testa abbassata non hanno fiducia in se stessi. Se notate questi tratti in un membro del vostro team, potreste fare uno sforzo in più per lodarlo o apprezzarne il lavoro, in modo da aiutarlo ad avere più fiducia in se stesso. Oppure, nel corso di una riunione, potreste rivolgergli delle domande affinché tiri fuori le proprie idee.

8. Identificate i verbi di azione
Quand’ero agente dell’FBI, ho scoperto che le parole sono il mezzo migliore attraverso cui entrare nella testa di un’altra persona. Le parole riflettono i pensieri, perciò in una frase è bene identificare le più significative.
Ad esempio, se il capo dice che è “deciso a comprare il marchio X”, la parola portante è “deciso”. Molto probabilmente indica che: il vostro capo 1) non è impulsivo, 2) ha valutato diverse opzioni, 3) riflette sulle cose.
Le parole che indicano azioni offrono intuizioni sul modo in cui una persona pensa.

9. Cercate alcuni indizi di personalità
Ognuno di noi ha una personalità unica, ma ci sono linee-guida che possono aiutarvi a leggere chi avete di fronte.
Questa persona manifesta un comportamento introverso o estroverso?
In che modo gestisce rischio e incertezza?
Cosa alimenta il suo ego?
Come si comporta quando è sotto stress?
E quando è rilassato?

 

Fabrizio Alberto Morabito

Registrazioni e filmati di conversazioni nel reato di violenza sessuale: la Cassazione conferma la loro utilizzabilità.

Le registrazioni audiovisive effettuate da uno dei partecipanti al colloquio, o da persona autorizzata ad assistervi, costituiscono prova documentale valida e particolarmente attendibile.

A stabilirlo è la Corte di Cassazione con la sentenza n. 5241 del 2017 che definisce il processo ad un brigadiere dei carabinieri, imputato per aver indotto una prostituta ad avere rapporti sessuali e, abusando della sua inferiorità psichica, per aver indotto indebitamente una donna ad avere con lui, in altre due circostanze, rapporti sessuali.

Nel rigettare l’impugnazione la Corte evidenzia come gli elementi indicati dalle precedenti sentenze di merito siano gravi, univoci e convergenti nell’indicare il ricorrente autore dei fatti, e di altri fatti anche più gravi ancora in accertamento, descritti nell’imputazione.

Nello specifico è necessario concentrarsi sull’uso delle registrazioni video e sonore nei casi di violenza sessuale. Infatti, nella fattispecie in esame, l’imputato aveva anche filmato integralmente gli incontri sessuali con le donne e dalla visione del filmato e dal contenuto del colloquio erano emersi in maniera inoppugnabile i gravi indizi dei reati contestatigli.

Nonostante le registrazioni siano, nel caso di specie, effettuate dall’indagato, per la Cassazione, queste sarebbero potute essere realizzate anche dalla stessa vittima di violenze.

Le registrazioni audio-video tra presenti (o anche di una conversazione telefonica) effettuata da uno dei partecipi al colloquio, o da persona autorizzata ad assistervi, costituiscono prova documentale valida e particolarmente attendibile, perché cristallizzano in via definitiva ed oggettiva un fatto storico, ossia il colloquio tra presenti (e tutto l’incontro, se con video) o la telefonata.

In aggiunta a questo, la persona che registra (o, come nel caso trattato dalla sentenza, che viene filmata dallo stesso autore del reato) è pienamente legittimata a rendere testimonianza, e, di conseguenza, la documentazione del colloquio non lascia spazio ad alcuna contestazione sul contenuto dello stesso, anche se la registrazione fosse avvenuta su consiglio o su incarico della Polizia Giudiziaria.

Nel caso di violenza sessuale, le video registrazioni risultano particolarmente valide, per la ricostruzione oggettiva delle violenze. Infatti l’uso di smartphone (che hanno sempre incorporati registratori vocali e video), e di applicazioni per la registrazione di chiamate e suoni, consentono una documentazione inconfutabile del contenuto di colloqui e/o di telefonate, tra il violentatore e la vittima.

Inoltre, aggiunge la Corte, le registrazioni di conversazioni tra presenti, compiute di propria iniziativa da uno degli interlocutori, non necessitano dell’autorizzazione del giudice per le indagini preliminari ex art. 267 c.p.p. in quanto non rientrano nel concetto di intercettazione in senso tecnico ma sono da individuare nell’ambito di una particolare forma di documentazione non sottoposta ai limiti ed alle formalità delle intercettazioni.

Ciò che viene statuito nella sentenza penale deve valere anche per il processo civile poiché le videoregistrazioni rappresentano prove documentali rientranti nell’ambito di cui all’art. 2712 c.c. (riproduzioni meccaniche).

Va, in conclusione, comunque sottolineato che la registrazione per essere validamente utilizzabile deve essere effettuata da uno dei protagonisti della conversazione: non è possibile pertanto equiparare la registrazione effettuata, sia pure occultamente, da uno dei protagonisti della conversazione, all’ingerenza esterna sulla vita privata costituita dall’intercettazione svolta per opera di un terzo.

Mirko Buonasperanza

Attività di proselitismo finalizzata al martirio: la Cassazione esclude il reato di terrorismo.

La sentenza della Cassazione n. 48001/2016, sul reato ex art. 270bis del codice penale, boccia le decisioni assunte in primo e secondo grado che avevano statuito la condanna per il reato di associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico. Dirimente per giudici di legittimità il fatto che, ai fini della sussistenza della fattispecie di cui all’art. 270bis c.p., occorre provare la creazione di una struttura criminale idonea a mettere in opera gli atti terroristici, “non essendo sufficiente una mera attività di proselitismo ed indottrinamento, finalizzata ad inculcare una visione positiva del martirio per la causa islamica e ad acquisire generica disponibilità ad unirsi ai combattenti in suo nome”.

Per quanto attiene ai fatti, nell’aprile 2013 quattro persone di origine nordafricana venivano arrestate con l’accusa di avere costituito un’associazione con finalità di terrorismo operante nella città di Andria. Dalle intercettazioni emergeva che gli stessi svolgevano un’attività di proselitismo volta a rendere altri cittadini di fede islamica disponibili al martirio esaltando la ricerca della morte insieme al maggior numero possibile di infedeli. Gli indagati quindi adibivano un call center e la moschea di Andria a luoghi in cui svolgere la loro opera di indottrinamento utilizzando i computer per connettersi con siti di area jihadista e scaricare filmati su attentati, preparazione di armi ed esplosivi, informazioni sulla modalità con cui raggiungere luoghi di combattimento e su come trasmettere in rete messaggi criptati. Gli imputati erano anche in possesso di documenti falsi che consentivano la permanenza illegale di immigrati clandestini in Italia e facevano riferimento all’esistenza di una “cellula” collegata ad ambienti estremistici.

Il GUP del Tribunale di Bari, ed in seguito la Corte d’Appello competente, con rito abbreviato condannava tutti gli imputati per il reato di associazione terroristica irrogando pene tra i 3 e i 5 anni.

In sede di ricorso la Cassazione ripercorre i contorni della fattispecie di associazione terroristica evidenziando che quello previsto dall’art. 270 bis c.p. è un reato di pericolo presunto, configurabile in presenza di organizzazioni che si propongono “il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo”. Tale espressione va letta insieme al disposto dell’art. 270sexies c.p., che definisce “condotte con finalità di terrorismo” tutte quelle azioni che:

– da un punto di vista oggettivo, sono idonee – per natura o contesto – ad arrecare grave danno ad uno Stato o ad un’organizzazione internazionale;

– da un punto di vista soggettivo, perseguono in via alternativa lo scopo di: a) intimidire la popolazione, b) costringere i poteri pubblici o un’organizzazione a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto, c) destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale.

Secondo la sua giurisprudenza costante, la Corte afferma inoltre che, per ritenere integrato il delitto in esame, non è sufficiente provare una “generica tensione del gruppo verso la finalità terroristica, dovendosi invece dimostrare la effettiva capacità della struttura criminale di mettere in opera il programma criminoso”.

 In ordine al fatto concreto la Corte distingue tra “addestramento” e “indottrinamento” di presunti aspiranti terroristi: mentre l’addestramento può costituire attività sufficiente a dare materialità alla finalità di terrorismo, l’indottrinamento da solo rappresenta soltanto una “precondizione” per la costituzione di un’associazione effettivamente funzionale al compimento di atti terroristici.

Nella pronuncia impugnata mancano “indicazioni veramente significative di una effettiva capacità del sodalizio di realizzare atti anche astrattamente definibili come terroristici in base al dettato dell’art. 270sexies c.p”, perciò la Corte esclude che la condotta degli imputati realizzi gli estremi del reato di cui all’art. 270bis c.p., lasciando però impregiudicata la possibilità che i loro comportamenti possano essere valutati ai fini della applicazione di una misura di prevenzione ex d.lgs. 159/2011 (c.d. Codice Antimafia).

In conclusione, sia la dottrina prevalente sia la stessa giurisprudenza della Suprema Corte indicano che la “finalità di terrorismo” non possa esaurirsi nella semplice condivisione di un’ideologia violenta o eversiva, ma debba richiede l’ulteriore svolgimento di concrete attività evitando così di dilatare i confini del reato di associazione terroristica fino a ricomprendere situazioni di contiguità o di “semplice” solidarietà rispetto al fondamentalismo islamista, che non possiedono concreto potere lesivo di beni giuridicamente tutelati.

Mirko Buonasperanza

EVASORE ASSOLTO

Diego Lorenzon ha 53 anni. Lavora da sempre nell’impresa di famiglia, la Poolmeccanica di San Michele al Tagliamento (Venezia), intere generazioni spese nel campo delle costruzioni di notevoli dimensioni, come il Mose, il raddoppio del Canale di Panama e il più grande telescopio al mondo, in Cile. È stato anche vicepresidente degli Industriali di Venezia.

Nel 2008, l’inizio della crisi, una discesa apparentemente infinita. Ha impegnato tutto ciò che aveva. Ha perfino incassato in anticipo le polizze pensionistiche e venduto le ultime collezioni private che gli restavano. Siccome i soldi non bastavano, ha chiesto aiuto ad amici e parenti, perché sette delle nove banche con cui intratteneva rapporti commerciali lo hanno abbandonato. Al fianco gli sono rimaste solo una piccola Bcc e Ifis. Ma alla fine ce l’ha fatta e i libri in Tribunale non li ha portati, mentre l’azienda ha iniziato a riprendersi e oggi realizza numerose altre infrastrutture in giro per il mondo.

In quel Tribunale ci è però finito ugualmente, da imputato di omesso versamento di ritenute certificate. 262 mila euro del 2011: preferì pagare gli stipendi dei 50 dipendenti e onorare gli impegni con i fornitori, posticipando i versamenti al Fisco. Finire alla sbarra era per lui l’onta peggiore, dopo tanto impegno e sofferenza, condivisa coi fratelli Paola e Gianfranco.

Nonostante condizioni di salute precarie, a causa di una grave patologia, ha deciso di presentarsi in aula. Al giudice, che aveva già disposto il rinvio dell’udienza per approfondimenti in materia fiscale, ha chiesto di poter parlare temendo di non poter presenziare a futuri dibattimenti. Dieci minuti tutti d’un fiato, nel silenzio più assoluto. Ha spiegato di aver sempre pagato tutto, ma un giorno, d’improvviso, i fidi erano stati azzerati e i 420 mila euro di crediti da enti pubblici non si riuscivano ad incassare. «Le banche ci hanno chiesto di rientrare, dovevamo acquistare la materia prima in contanti. Che cosa dovevamo fare in queste condizioni disperate? Ho chiesto al Fisco di rateizzare perché dovevo pagare gli operai e i fornitori. Mi chiedevo se stessi andando nella direzione giusta, adesso le banche stanno chiudendo, noi no. Ho liquidato in dieci anni 6,8 milioni di euro di tasse e oggi il 30% di sanzioni, oltre agli interessi per i ritardati pagamenti: penso di essere stato sufficientemente punito per questa mia strategia».

Il giudice del Tribunale di Pordenone, Rodolfo Piccin, è tornato sui propri passi: ha revocato il rinvio e ha concesso tre minuti all’accusa – «cosa si può chiedere di più a questa persona?», ha detto la rappresentante della Procura, chiedendo l’assoluzione perché il fatto non sussiste – e pochi di più alla difesa. Senza nemmeno ritirarsi in Camera di Consiglio, ha emesso la sentenza: nessun dolo. Assoluzione su due piedi perché il fatto non costituisce reato. Applausi a scena aperta e pagina da libro cuore.

«Forse era per questa soddisfazione che abbiamo fatto gli sforzi immani degli ultimi anni», ha commentato Diego uscendo, fiero, dall’aula. Parole simili a quelle scelte dalla sorella Paola per salutare la decisione del giudice: «Per noi questo epilogo era fondamentale perché rappresenta la nostra filosofia di vita e quella di un’azienda dove le persone sono al centro, come ci ha insegnato nostro padre. In questi anni, i collaboratori ci hanno sempre sostenuto e sono rimasti con noi, nonostante le difficoltà. Il concetto di famiglia si usa spesso e anche impropriamente quando si parla di aziende, ma questo è quello che siamo».

GIUDICE DI PACE: NO ALLA TENUITA’ DEL FATTO

Con la sentenza 45996/2016 la quinta sezione della Suprema Corte ha superato il precedente orientamento (cfr. pronuncia 40699/2016) si era ritenuta possibile l’applicabilità dell’articolo 131-bis del codice penale alle materie di competenza del giudice di pace in virtù del d.lgs. n. 274/2000.

Svolgimento del processo

Il tribunale di Cassino confermava la decisione assunta dal giudice di pace di Sora relativamente alla condanna dell’imputato per il reato di lesioni personali e minacci. L’imputato, tramite il proprio difensore, proponeva ricorso in Cassazione e tra i motivi di gravame era contestata la mancata applicabilità dell’articolo 131-bis c.p.

La decisione

Gli Ermellini attraverso una serie di pronunce, nello specifico la numero 31920/2015, la numero 38876/2015 e la numero 25491/15, ribadivano la giurisprudenza che più volte menzionava l’applicabilità della norma innanzi al tribunale monocratico. I giudici di piazza Cavour evidenziavano come l’articolo 131-bis c.p. è caratterizzato da uno specifico tetto edittale (la pena non deve superare nel massimo i cinque anni) mentre il corpo normativo 274/2000 non conosce alcuna limitazione della pena, sottolineando poi le divergenze tra il citato corpo normativo e la norma stessa, ovverosia, per il primo i presupposti della fattispecie consistono nell’esiguità del danno o del pericolo, grado di colpevolezza o occasionalità, mentre nel secondo elementi imprescindibili per la sua applicabilità consistono nella presenza di presupposti di natura aggettivi, nonché di natura soggettivi.

Inoltre la pronuncia della Suprema Corte è avallata anche dalla differenza che nei due istituti si trova della persona offesa. Dalla lettura dell’articolo 34 del d.lgs. 274/2000 il legislatore riconosce alla persona vittima di reato la facoltà inibitoria ricollegabile alla natura conciliativa del giudice di pace; di contro l’articolo 131-bis non prevede, salvo la previsione del Proscioglimento prima del dibattimento, disciplinato ai sensi dell’articolo 469 del codice di rito, nessun dovere procedurale conseguente al contrasto tra le parti; difatti, come affermato dalle Sezioni Unite, con sentenza 43264/2015, tratto caratterizzante del giudice di pace è proprio la finalità conciliativa, che rappresenta elemento distintivo di tale giurisdizione così come viene enunciato nell’articolo 2, comma II del D. Lgs 247/2000 e confermato anche dalla Corte Costituzionale con ordinanza numero 349/2004. Sempre la Consulta, con ordinanza 415/2004 riconosce al procedimento in sede di giudice di pace il carattere celere e semplificato che mette in evidenza l’aspetto conciliativo di detta autorità.

Per completezza di esposizione, occorre evidenziare come a sostegno delle proprie ragioni gli Ermellini non tralasciano l’importanza dell’articolo 16 del c.p., alla luce del quale la norma 34 del citato corpo normativo risulta essere norma speciale in virtù della quale vi è una prevalenza sul diritto sostanziale con conseguente inapplicabilità del disposto dell’articolo 131-bis c.p. alle materie la cui giurisdizione appartiene al giudice di pace.

 

 

 

Fonte: http://www.studiocataldi.it

#conTecnoToga #vincilacausa

Tutta l’attività forense, direttamente o indirettamente, passa attraverso la rete informatica, su iniziativa del Consiglio Nazionale Forense quindi, gli avvocati hanno oggi un nuovo interessante strumento per trovare il sostituto d’udienza nel caso in cui siano impossibilitati a presenziare: il suo nome è TecnoToga.

Si tratta, nel dettaglio, di un’innovativa applicazione che il CNF ha promosso e realizzato tramite il suo Laboratorio Giovani LAB@G (in particolare il gruppo di lavoro Nuove tecnologie e nuove opportunità per gli avvocati #TECNOLAB) e tramite la FIIF (Fondazione Italiana per l’Innovazione Forense).

Nella versione base di TecnoToga, oltre alla funzione di supporto alla ricerca di un sostituto d’udienza, con la creazione di una vera e propria community di avvocati, sono offerti numerosi altri servizi. Ad esempio, in essa vengono scambiate notizie su bandi di concorso, eventi formativi e master e informazioni sugli uffici giudiziari, sulle tendenze di giudici, sulle file in cancelleria; è inserita un’agenda del professionista e possono reperirsi link per la modulistica.

Su YouTube è presente un tutorial che spiega come registrarsi e utilizzare l’applicazione.

Chiaramente, per poter divenire effettivamente funzionale, TecnoToga dovrà prima popolarsi: l’obiettivo dichiarato dal CNF di “promuovere e sviluppare una community dell’avvocatura collaborativa e aperta, che mutua alcune esperienze dell’economia circolare e della condivisione” non può prescindere, infatti, dalla diffusione dell’app tra gli avvocati.

TecnoToga dunque si promette di trasferire, direttamente sul tuo smartphone, l’innovazione informatica nel settore legale.

 

Fabrizio Alberto Morabito