Contestazione di fatti costitutivi non allegati

Focalizzando allora l’attenzione sulla conseguenza della non contestazione in sede processuale, occorre richiamare l’orientamento di giurisprudenza di legittimità secondo cui “nel vigente ordinamento processuale, i fatti allegati da una delle parti vanno considerati “pacifici” – e quindi possono essere posti a fondamento della decisione – quando siano stati esplicitamente ammessi dalla controparte oppure quando questa pur non avendoli espressamente contestati abbia tuttavia assunto una posizione difensiva assolutamente incompatibile con la loro negazione, così implicitamente ammettendone l’esistenza.”1

Proseguendo, la giurisprudenza di questa Corte ha affermato che nel processo del lavoro, le parti concorrono ad individuare la materia del contendere, affinché la mancata contestazione del fatto costitutivo del diritto ha come conseguenza l’inutilità di fornire la prova sul fatto stesso, poiché incontroverso. La mancata contestazione da parte del convenuto avrà le conseguenza suesposte qualora i fatti costitutivi individuati nella domanda attorea siano tutti esplicitati in modo esaustivo in ricorso dovendosi ammettere la lineare circolarità tra oneri di allegazione e onere di contestazione (nonché oneri probatori). La circolarità è validata dal combinato disposto dell’art. 414 c.p.c., nn. 4 e 5 e dall’art. 416 c.p.c., comma 3. Da ciò deriva l’impossibilità di contestare o richiedere prova su fatti non allegati nonché su circostanze che non siano stati esplicitate in modo espresso e specifico nel ricorso introduttivo del giudizio.2

Da ciò si deduce la totale esclusione della non contestazione nel caso in cui la domanda attorea ed i fatti costitutivi non siano esaustivamente esplicitati.

Nicola Galea

1
Cassazione civile, sez. lav., 09/05/2013, n. 10975


2
Cass. S.u. n. 11353/2004 e da ultimo Cass. n. 1878/2012 secondo cui: “nel processo del lavoro il thema decidendum deve essere informato al rispetto del rigido schema della c.d. necessaria circolarità di cui al combinato disposto degli artt.414 n.4 e 5, 416 comma 3, c.p.c., la cui dinamica è circoscritta tra gli oneri di allegazione, oneri di contestazione ed oneri di prova. Ne consegue, pertanto, l’impossibilità di contestare o richiedere prova – oltre i termini preclusivi stabiliti dal codice di rito – su fatti non allegati nonché su circostanze che, pur configurandosi come presupposti o elementi condizionanti il diritto azionato, non siano stati esplicitati in modo espresso e specifico nel ricorso introduttivo del giudizio”

Così anche Cassazione civile, sez. lav., 09/02/2012 n. 1878 : “Di fronte a questo principio, cui il Collegio intende dare continuità, il giudice di appello avrebbe dovuto indicare quali fossero i dati fattuali indicati dagli attori in punto di avvenuto collocamento in quiescenza per anzianità di servizio che parte convenuta aveva l’onere di contestare con il grado di specificità imposto dall’art. 416 c.p.c., comma 3. Invece, il giudice si è limitato ad indicare che i ricorrenti sostenevano di avere lavorato l’amianto e di essere per tale motivo inabili al lavoro, di modo che erano stati posti in prepensionamento (tesi questa dagli stessi ribadita con l’appello incidentale, v. le conclusioni riportate nell’intestazione della sentenza impugnata), e a dare atto che tale circostanza era stata contestata dalla Compagnia portuale e non era stata provata dagli attori. Non ha, invece, indicato quali fossero i “fatti” esposti ai sensi dell’art. 414 c.p.c., concernenti la diversa ratio decidendi adottata, su cui era basata la richiesta di attribuzione della seconda indennità, che la convenuta aveva onere di contestare ai sensi dell’art. 416 c.p.c., comma 3.”


Contestazione specifica a fronte di allegazione generica?

Abbiamo affermato che la “non contestazione” si concretizza in un comportamento processuale che rileva esclusivamente sul piano della prova dei fatti. A fronte della non contestazione il fatto non necessita di prova.1
La non contestazione, però, non vincola il giudice nel senso di escludere il suo potere di vagliare la compatibilità del fatto non contestato con il quadro probatorio. Naturalmente la non contestazione ha effetto solo se l’allegazione avversaria è specifica ma non quando è generica; in caso contrario non vi sarebbe coerenza logica con l’art. 115 c.p.c. che prevede una contestazione specifica, sottintendendo che anche l’allegazione lo debba essere. La giurisprudenza di legittimità
2 e non3 si è attestata confermando il principio generale di equivalenza probatoria tra allegazione e contestazione. Cassazione 10860/2011, ponendosi in linea di continuità con le SS.UU. del 2002, affronta il tema delle caratteristiche che deve avere il fatto allegato dall’attore. Secondo la S.C., qualora l’attore abbia genericamente allegato fatti costitutivi del diritto che siano individuati dalla legge, il convenuto avrà l’onere di contestarli specificamente, e non in modo generico, proprio per evitare che essi siano valutati incontestati dal giudice. A fronte di una specifica allegazione, come è pacifico, parte convenuta dovrà fornire una specifica contestazione. A fronte di una generica allegazione di fatti costitutivi non individuati dalla legge, l’attore correrebbe il rischio di veder rigettata la sua domanda ed inoltre, qualora non venisse rigettata, la contestazione del convenuto potrebbe limitarsi ai fatti allegati dall’attore. Quanto esposto, ha come presupposto il fatto che la circolarità tra onere di allegazione e onere di contestazione funge da assicurazione per il contraddittorio.

Nicola Galea

1

Così Cassazione n.22837/2010: “L’esigenza di provarlo insorge se sia contestato: se cioè il convenuto neghi che la donna si sarebbe determinata all’interruzione volontaria della gravidanza, o che avrebbe potuto farlo se lo avesse deciso. Se tanto non sia avvenuto, l’esigenza probatoria non sorge, non essendovi bisogno di provare il fatto non contestato”.

2Cassazione civile, sez. III, 18/05/2011 n. 10860: “Il potere di contestazione, concorrendo con quello di allegazione nell’individuazione del thema decidendum e probandum, soggiace agli stessi limiti preclusivi di quest’ultimo, costituiti dall’udienza di trattazione, di cui agli artt. 183 e 420, per il processo del lavoro. […] i fatti costitutivi del diritto siano individuati dalla legge, il convenuto avrà l’onere di contestarli specificamente, e non genericamente con una clausola di stile, per evitare che gli stessi siano ritenuti incontestati; solo in presenza di tale condizione l’attore dovrà provarli, atteso che la circolarità tra oneri di allegazione e oneri di contestazione assolve in pieno e senza discrasie la propria funzione di assicurare il contraddittorio, ai fini della conoscibilità dei fatti costitutivi del diritto azionato rispetto al convenuto, solo quando questi non siano già previsti dalla legge; mentre, comporterebbe distorsioni in presenza di fatti costitutivi conoscibili, perchè legislativamente previsti.”

Se fosse sufficiente una contestazione generica e di stile affinché l’attore sia tenuto a provare tutti i fatti costitutivi della domanda, dovremmo concludere che, in questo caso, non opererebbe l’onere di contestazione tempestiva. Onere che si fonda su tutto il sistema processuale. A tal fine rilevano: il carattere dispositivo del processo, che comporta una struttura dialettica a catena; il sistema di preclusioni, che comporta per entrambe le parti l’onere di collaborare, fin dalle prime battute processuali, a circoscrivere la materia controversa; i principi di lealtà e probità posti a carico delle parti; il generale principio di economia che deve informare il processo, avuto riguardo al novellato art. 111 Cost. (Cass. 13 giugno 2005, n. 12636). Inoltre, l’attore che non volesse correre il concreto rischio del rigetto della domanda allegherebbe la sussistenza di tutti i requisiti e articolerebbe sugli stessi le relative prove, con conseguente incidenza sulla rapida definizione del giudizio, indipendentemente da una effettiva contestazione della controparte.

3 Tribunale Santa Maria Capua Vetere, 24 Aprile 2012: “Il paziente che agisce in giudizio facendo valere la responsabilità contrattuale del medico e/o della struttura sanitaria è tenuto ad allegare non un qualsiasi inadempimento, ma quell’inadempimento specifico che costituisce causa (o concausa) efficiente del danno.”

L’onere di allegazione da parte del paziente dev’essere specifico anche alla luce dell’operatività nel nostro ordinamento del principio di non contestazione codificato dall’art. 115 c.p.c.”

Così anche Tribunale Catanzaro, 29 Marzo 2012:La domanda proposta dal danneggiato per ottenere il ristoro delle spese mediche sopportate in conseguenza di un sinistro, là dove il richiedente versi in atti una congerie eterogenea di documenti di spesa, presuppone che l’attore alleghi (e provi) il motivo per cui siffatte spese siano state sopportate e soprattutto indichi l’ammontare complessivo degli esborsi resisi necessari in conseguenza del sinistro stesso. In difetto la domanda va respinta per difetto assoluto di allegazione, che evidentemente non può essere ovviato dall’esame, da parte del giudicante, del materiale prodotto, nel tentativo di identificare la funzione della spesa sostenuta a la sua connessione con l’incidente subito. Sta infatti all’attore, ai sensi dell’art. 163 c.p.c., specificare la domanda formulata ed indicarne le ragioni giustificative, a garanzia del diritto di difesa di controparte ed al fine di porre il giudice nelle condizioni di valutare correttamente se ed in quale misura la pretesa agitata sia fondata.”
“L’omessa allegazione dei fatti posti a supporto della domanda fa venir meno il possibile oggetto di una contestazione da parte del convenuto.”


La contestazione generica

Ulteriore questione meritevole di attenzione attiene alla specificità della contestazione; inizialmente si affermò una linea dottrinale e giurisprudenziale che negava alla contestazione generica corrispondesse a non contestazione, mancando del requisito della inequivocabilità1.La lente della giurisprudenza abbandonò tale linea e si focalizzò sul requisito della specificità. Si vuole ricordare, in primo luogo, la lettera dell’art. 115 c.p.c: “il giudice deve porre a fondamento della decisione i fatti «non specificatamente contestati» dalla parte costituita.” La sola analisi letterale conduce a ritenere specifica una contestazione che sia circoscritta ai singoli dati di fatto esposti dalla controparte; una contestazione, cioè, circostanziata, precisa, puntuale, pertinente, univoca. Secondo parte maggioritaria della dottrina, il carattere della specificità della contestazione dovrebbe essere inteso nel senso che la contestazione “non potrà mai limitarsi ad affermare puramente e semplicemente che il fatto non è vero, ma dovrà dettagliare tale negazione”2

La giurisprudenza di legittimità3 si è assestata su tale posizione: la Suprema Corte ha sempre ritenuto insufficiente la negazione pura e semplice del fatto allegato dall’avversario al fine di integrare il requisito della specificità della contestazione.

Giurisprudenza di merito ha, inoltre, chiarito quali caratteristiche debba possedere la contestazione per considerarsi specifica: “Una contestazione per essere specifica deve contrastare il fatto avverso con un altro fatto diverso o logicamente incompatibile oppure con una difesa che appare seria per la puntualità dei riferimenti richiamati”4. Il giudice afferma che il principio della necessaria contestazione specifica dei fatti addotti dalla controparte, come rileva la dottrina, è “di importanza essenziale per non rendere impossibile o comunque eccessivamente difficile l’onere probatorio delle parti ed in specie dell’attore, per evitare il compimento di attività inutili e quindi realizzare esigenze di semplificazione e di economia processuale”5

Nicola Galea

1Cosi, Cass.2.5 2007, n.10098, Cass., 3.5.2007,n.10182.,. DE SANTIS, Riv. dir. proc., 2008, p. 559: nel processo del lavoro, la contestazione meramente generica e formale, da parte del convenuto, dei fatti allegati dall’attore, non equivale a non contestazione, mancando del requisito della inequivocabilità. Nel processo del lavoro la contestazione meramente generica e formale, da parte del convenuto, dei fatti allegati dall’attore, costituisce argomento di prova

2

M. FORNACIARI, Il contraddittorio a seguito di un rilievo ufficioso e la non contestazione, in Rass. Forense, 2011, fasc. ¾ p. 527 p. 27

3 Cassazione civile, sez. lav., 12/02/2016, n. 2832: l’articolo 416 c.p.c. impone al convenuto di prendere posizione in maniera precisa e non limitata a una generica contestazione circa i fatti posti dall’attore a fondamento della propria domanda, anche prima della modifica dell’articolo 115 c.p.c. Ne consegue che quei fatti devono darsi per ammessi, senza necessità di prova, quando il convenuto nella memoria difensiva si limiti ad affermare di avere corrisposto alla lavoratrice tutto quanto le era dovuto per la qualità e la quantità del lavoro prestato e a nulla rilevando ai fini di rendere specifica la contestazione la produzione tardiva delle buste paga.

Cass. civ., sez. III, 13-03-2012, n. 3974: nel rito del lavoro, a norma dell’art. 416, comma 3, c.p.c., il convenuto, nella memoria di costituzione in primo grado, «deve prendere posizione, in maniera precisa e non limitata a una generica contestazione, circa i fatti affermati dall’attore a fondamento della domanda»; pertanto, qualora nel ricorso introduttivo di una controversia agraria sia dedotto che il rapporto ebbe inizio in un certo periodo, agli effetti dell’art. 2 della legge n. 203 del 1982, è onere del convenuto assumere posizione sull’inizio del rapporto, indicando una data differente e offrendo le prove del caso.

Cass. sez. lav. 16-02-2010, n. 3604: in sede di giudizio in materia di lavoro, la parte cui sia stato mosso un addebito riferito a fatti circostanziati non può limitarsi ad una contestazione generica, ma deve rispondere a sua volta in maniera specifica, contrapponendo specifici elementi diversi tali da escludere l’esistenza di quegli posti a base dell’addebito, secondo quanto disposto dall’art. 416 c.p.c., per cui ogni parte “deve prendere posizione, in materia specifica e non limitata ad una generica contestazione”, circa i fatti affermati dalla parte avversaria. Questo obbligo non è a carico soltanto del convenuto, ma anche dell’attore.

4 Tribunale, Catanzaro, sez. II civile, ordinanza 29/09/2009

5 Proto Pisani, La nuova disciplina del processo civile, Napoli, 1991, 158 ss.

Accessione e comunione ordinaria: la parola alle Sezioni Unite.

Con sentenza 3873/2018, le SS.UU. della Suprema Corte si sono pronunciate in ordine all’operatività dell’accessione all’ipotesi di costruzione realizzata da alcuno dei comproprietari su suolo di proprietà comune.
Il percorso argomentativo tracciato dagli Ermellini prende avvio dalla disamina dell’art. 934 c.c., espressione del principio romanistico superficies solo cedit il cui fondamento è tradizionalmente rinvenuto, nella salvaguardia dell’interesse generale, al più razionale sfruttamento economico del suolo.

Precisata la qualificabilità dell’istituto de quo, in termini di unione stabile di una res con un’altra, ove l’acquisto della proprietà avviene ipso iure al momento dell’incorporazione stante la vis actrativa del diritto di proprietà della cosa principale su quella accessoria, le SS.UU. hanno ritenuto discostarsi dall’orientamento interpretativo prevalente, secondo cui, l’opera realizzata su suolo comune da alcuno dei comproprietari, in sfregio alla disposizione ex art. 1002 c.c., apparterrebbe al solo costruttore.

Ad avvalorare simile conclusione, l’impossibilità, per la disciplina della comunione, di derogare all’istituto dell’accessione attesa l’inconfigurabilità di un rapporto di genere tra i due istituti: invero, con la disciplina dettata in tema di comunione il legislatore ha inteso regolamentare unicamente i rapporti tra i comproprietari nell’uso e godimento della cosa comune. Di converso, la regola ex art. 934 c.c., troverebbe applicazione anche nell’ipotesi prospettata, tale da determinare l’acquisto, in proporzione delle rispettive quote, da parte di tutti i comproprietari, della costruzione realizzata da alcuno di essi, salva la sussistenza di un titolo contrario all’accessione (quale il diritto di superficie).
Quanto ai rapporti interni tra i comproprietari, è dato leggere l’applicabilità della disciplina in tema di cosa comune e innovazione: pertanto, nell’ipotesi di difetto di preventiva autorizzazione ovvero sofferto pregiudizio nel godimento della cosa comune da parte di alcuno dei comproprietari, questi sarebbe legittimato a esercitare le azioni possessorie nei confronti del costruttore nonché a chiedere la demolizione della costruzione distinguendosi a seconda che l’opera venga realizzata dal costruttore contro il divieto ovvero con il consenso degli altri comproprietari.

Mentre, nel primo caso, il comproprietario non costruttore sarebbe legittimato a chiedere il ripristino dello status quo ante, in quanto titolare di uno ius tollendi, diversamente, nel secondo, a tutela della buona fede e dell’affidamento del costruttore, ex art. 936 c.c., si precisa che il consenso alla costruzione può essere reso in qualsiasi forma in quanto non riguarda l’acquisto della proprietà sull’opera bensì diritti e doveri sulla stessa.

dott.ssa Iolanda Sannuti

 

Cassazione 7 settembre 2018, n. 20888: un’occasione per ribadire le regole d’interpretazione del contratto alla luce della teoria della “causa concreta”.

I recenti approdi ermeneutici concernenti la nozione di causa del contratto quale insieme degli interessi individuali che ciascun contraente intende perseguire, oltre all’adesione ad una visione soggettivistica del rapporto contrattuale, hanno rivitalizzato il dibattito giurisprudenziale intorno alle regole di interpretazione di cui agli articolo 1362 e seguenti del Codice Civile.

L’esercizio dell’autonomia contrattuale sancita dall’articolo 1322 c.c., in virtù della quale è prevista la possibilità di concludere contratti diversi da quelli tipici, fatto salvo il rispetto del limite di meritevolezza degli interessi perseguiti, ha subito una significativa espansione in conseguenza dell’affermazione della teoria della “causa concreta”.

Tale dato, secondo quanto recentemente ribadito dai Giudici di legittimità, ha reso ancor più stringente e necessario il rispetto dell’articolo 1363 c.c. in sede di interpretazione del contratto, qualora quest’ultimo presenti caratteristiche tali da dover essere ricondotto alla categoria del contratto atipico o misto.

Sulla base di tale norma, infatti, “le clausole del contratto si interpretano le une per mezzo delle altre, attribuendo a ciascuna il senso che risulta dal complesso dell’atto” e, secondo la lettura degli Ermellini, ciò imporrebbe di considerare le singole clausole del contratto in maniera concertata e non atomistica.

Il principio di diritto, già consolidato nella giurisprudenza di legittimità, è stato recentemente ribadito in una ordinanza della Sezione I della Corte di Cassazione, concernente l’interpretazione del contenuto di un contratto di leasing immobiliare stipulato tra due società, vertente in particolare l’esame di una espressione con la quale si condizionava l’efficacia del contratto al venir ad esistenza dell’immobile in questione.

Nel caso de quo, la Suprema Corte ribaltava la decisione del Giudice di merito, sulla base del fatto che quest’ultimo avrebbe limitato la propria analisi al mero senso letterale di una frase contenuta nella premessa del contratto, senza considerare l’intero contesto negoziale nel quale l’accordo era stato concluso.

È stato così ribadito il seguente principio: “Nell’interpretazione dei contratti, gli strumenti dell’interpretazione letterale e della individuazione del senso che emerge dal complesso dell’atto sono legati da un rapporto di necessità ed interdipendenza assumendo funzione fondamentale nell’ermeneutica negoziale, onde non è consentito di isolare frammenti letterali della clausola del testo, ma è necessario considerare il negozio nella sua complessità, raffrontare e coordinare tra loro parole e frasi, al fine di ricondurle ad armonica unità e concordanza, in particolare in presenza di un collegamento negoziale, essendo allora necessario ricostruire la concreta funzione economica dell’intera operazione negoziale”.

Gianlorenzo Franceschini

Procedimento di Mediazione: cos’è?

Il 21 marzo 2011 è entrata in vigore la riforma che introduce anche in Italia il sistema della Mediazione Civile, che si affianca alla riforma del Processo Civile e al Programma di Digitalizzazione della Giustizia con cui s’intende intervenire nella fase di lavorazione delle cause; l’obiettivo principale della riforma è la riduzione del flusso in ingresso di nuove cause nel sistema Giustizia, offrendo al cittadino uno strumento più semplice e veloce per risolvere le controversie con tempi molto brevi (oggi non oltre 3 mesi) e costi molto contenuti e certi.

La mediazione è l’attività professionale svolta da un terzo imparziale e finalizzata ad assistere due o più soggetti sia nella ricerca di un accordo amichevole per la composizione di una controversia, sia nella formulazione di una proposta per la risoluzione della stessa.

In pratica, la mediazione civile è tutto questo: due o più parti, assistite dai rispettivi avvocati (l’assistenza di un legale è obbligatoria quando la mediazione è condizione di procedibilità in giudizio e consigliata negli altri casi), si incontrano presso un Organismo di Mediazione accreditato dal Ministero della Giustizia per cercare un accordo attraverso il fondamentale intervento del Mediatore Professionista, che si è accuratamente formato e preparato per aiutare le parti a incontrarsi e a trovare una soluzione conveniente per entrambe.

La mediazione costituisce la migliore e unica alternativa alle lunghe e costosissime cause in Tribunale, dove spesso, dopo anni di udienze, tutti si sentono sconfitti e nessuno vincitore.

LA MEDIAZIONE OBBLIGATORIA

Oggi la mediazione è condizione di procedibilità (ovvero deve essere obbligatoriamente tentata prima di poter andare in giudizio) nei casi di una controversia in materia di:

  • diritti reali (proprietà, usufrutto, usucapione compravendite immobiliari ecc.);

  • divisione e successioni ereditarie; mediazione civile

  • patti di famiglia; mediazione civile

  • locazione e comodato; mediazione civile

  • affitto di aziende mediazione civile

  • risarcimento danni da responsabilità medica e sanitaria;

  • diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità;

  • contratti assicurativi, bancari e finanziari; mediazione civile

  • condominio). mediazione civile

Esperire un tentativo di conciliazione è inoltre obbligatorio quando la mediazione è demandata da un giudice oppure quando è prevista da clausole contrattuali o statutarie (clausole compromissorie).

LA MEDIAZIONE SU CLAUSOLA CONTRATTUALE O STATUTARIA

Se il contratto fra le parti o lo statuto societario prevedono una clausola compromissoria di mediazione, con la quale le parti si impegnano, nel caso di controversie, a esperire un tentativo di mediazione prima di ricorrere ad azioni legali, tale tentativo dovrà obbligatoriamente essere esperito dalle parti a pena di improcedibilità nel successivo giudizio.

LA MEDIAZIONE DEMANDATA DAL GIUDICE

Gli stessi giudici possono, durante il giudizio ordinario in Tribunale, inviare con ordinanza le parti presso un organismo di mediazione ogni volta che ravvisino l’utilità di avviare un procedimento di mediazione fra le parti. Anche in questo caso la mediazione è condizione di procedibilità per il giudizio.

LA MEDIAZIONE VOLONTARIA

Per tutte le controversie relative a diritti disponibili è comunque possibile esperire un procedimento di mediazione volontario, che in caso di successo porterà comunque un notevole risparmio di tempo e di denaro alle parti.

Le opportunità legate al ricorso della mediazione volontaria (tempi rapidi e costi certi e ridotti) hanno portato negli ultimi anni a una notevole crescita del ricorso a questo istituto.

IL MEDIATORE

Il mediatore è un professionista con requisiti di onorabilità, competenza, terzietà e imparzialità che, individualmente o collegialmente, svolge la mediazione rimanendo privo, in ogni caso, del potere di rendere giudizi o decisioni vincolanti per i destinatari del servizio medesimo.

Il suo compito è quello di aiutare le parti in lite a trovare una soluzione soddisfacente per entrambe al contenzioso, portandole al raggiungimento di un accordo condiviso ed evitando quindi il ricorso al giudice; il verbale di conciliazione che riporta tale accordo, omologato dal Presidente del Tribunale di competenza, costituisce titolo esecutivo per le parti.

I mediatori, generici o specializzati in diritto internazionale o del consumo, possono operare esclusivamente presso gli Organismi di mediazione e solo dopo aver frequentato un percorso formativo ad hoc tenuto da formatori accreditati, inseriti nell’elenco dei soggetti ed enti abilitati a tenere corsi di formazione per i mediatori istituito presso il Ministero della Giustizia.

civile

GLI ORGANISMI DI MEDIAZIONE

Gli organismi di mediazione sono enti pubblici o privati abilitati a svolgere il procedimento di mediazione e iscritti nell’apposito registro degli organismi di mediazione tenuto dal Ministero della Giustizia, dopo aver dato particolari garanzie di serietà ed efficienza.

Il registro è istituito e tenuto presso il Dipartimento per gli affari di giustizia del Ministero e ne è responsabile il direttore generale della giustizia civile ovvero un suo delegato avente qualifica dirigenziale, che esercita poteri di vigilanza e controllo; i criteri e le modalità di iscrizione nel registro degli organismi di mediazione e nell’elenco degli enti di formazione sono fissati con D.M n. 180 del 18 ottobre 2010, pubblicato sulla G.U. n. 258 del 4 novembre 2010, che attua quanto previsto dal D.Lgs. n. 28 del 4 marzo 2010.

Gli enti abilitati a svolgere la mediazione possono essere pubblici o privati (società, associazioni), ovvero organi o articolazioni interne degli enti medesimi (camere di conciliazione istituite dalle Camere di commercio, organismi non autonomi di società); prima di concedere l’accreditamento a un ente privato il responsabile del registro deve vagliare anche i requisiti di onorabilità di tutti i soci (o associati), degli amministratori e dei rappresentanti degli organismi.

Ogni organismo deve dotarsi di un regolamento e di un codice etico , comunicati al Ministero, che garantiscano i requisiti di terzietà, imparzialità e riservatezza di chi svolge il procedimento di mediazione; anche le indennità che le parti dovranno pagare per il procedimento devono rientrare nelle tabelle fissate dal Ministero ed essere comunicate al responsabile del registro.

Dott. Alessandro Pagliuca

APPLE, STARBUCKS E GLI ALTRI GIGANTI DEL WEB: EVASORI FISCALI O VITTIME DELL’INGERENZA DELLA COMMISSIONE EUROPEA NELLA FISCALITÀ DEI SINGOLI STATI MEMBRI?

Si è finalmente conclusa (in tragedia) la “bagarre” che ha tenuto con il fiato sospeso multinazionali del calibro di Apple, Uber e Google.
Per rinfrescare la memoria offuscata da anni ed anni di udienze, rinvii, tribunali e processi mediatici, sintetizziamo così la vicenda, che, mutatis mutandis, è comune a tutti i “giganti del web”: le multinazionali di cui sopra, tutte con sede principale negli Stati Uniti, optano per la delocalizzazione del proprio business costituendo sedi amministrative distaccate in tutto il mondo ed adeguando la propria fiscalità alle normative dei Paesi ospitanti. Nel caso di specie, a finire sul banco degli imputati sono stati i governi di Irlanda e Lussemburgo, rei di avere sancito accordi di fiscalità agevolata con dette multinazionali.
In tal modo, ad esempio, Apple è riuscita ad ottenere in Irlanda una pressione fiscale limitata allo 0,005%. Naturalmente detto accordo ha spinto l’azienda a fatturare (o, almeno, far figurare) la maggior parte dei profitti ottenuti dalla controllata europea proprio in Irlanda. Orbene, tale condotta ha suscitato le ire dei politici del vecchio continente, di tal che la procura di Milano ha indagato (e condannato) la Apple irlandese per omessa denuncia dei redditi e frode fiscale, mentre la Commissione Europea le ha inflitto una condanna per ben 13 miliardi di Euro per abuso di aiuti di stato non dovuti e, in conseguenza di ciò, distorsione del libero mercato.
Nello specifico, la fattispecie di omessa presentazione della dichiarazione si realizza, oltre che nell’ipotesi in cui il contribuente ometta di presentare la propria denuncia dei redditi, anche nelle ipotesi in cui la presentazione della dichiarazione è espressamente considerata omessa o nulla, e precisamente:
– Dichiarazione dei redditi presentata con ritardo superiore a 90 giorni
– Dichiarazione dei redditi redatta su stampati non conformi ai modelli ministeriali
– Dichiarazione dei redditi non sottoscritta.
Per quanto concerne, invece, il divieto di aiuti di Stato, esso è sancito dall’art. 107 TFUE, il quale considera tali non solo gli aiuti veri e propri, ma anche ogni misura che:
– attribuisca un qualsivoglia vantaggio economico al beneficiario, falsando o minacciando di falsare in tal modo la concorrenza tra gli Stati membri;
– sia riferibile allo Stato o a risorse statali;
– sia applicabile, in modo selettivo, a favore di talune imprese o produzioni.
La nozione europea ha portata oggettiva, basandosi sul vantaggio economico recato al beneficiario dell’aiuto e sugli effetti negativi, anche potenziali, sulla libera concorrenza.
Ora, premesso che Apple e tutte le altre hanno già patteggiato e pagheranno una multa a titolo di risarcimento/tasse arretrate (comunque di gran lunga inferiore al reale importo che avrebbero dovuto pagare sul fatturato se non avessero goduto delle agevolazioni fiscali), restano mille perplessità in merito ad un sistema, quello europeo, che fa acqua da tutte le parti e che, di fatto, limita l’autonomia fiscale in Paesi che, intelligentemente, attraggono investimenti abbassando la pressione fiscale e vivono un periodo di “boom” economico non indifferente (Irlanda, Slovacchia, Lussemburgo, etc.), mentre Paesi come l’Italia studiano solamente nuovi strumenti di massacro fiscale.

 

Avv. Sofia Forciniti

La ricusazione del giudice civile per inimicizia.

la “grave inimicizia” ex art. 51 num. 3 cpc. si esemplifica “in comportamenti tenuti dal magistrato al di fuori dell’attività professionale ed estranei al processo”.

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 18395 del 26 luglio 2017, si sono pronunciate in merito ai presupposti necessari per ottenere la ricusazione del giudice civile ex art. 52 cpc., a norma del quale “Nei casi in cui è fatto obbligo al giudice di astenersi, ciascuna delle parti può proporne la ricusazione mediante ricorso contenente i motivi specifici e i mezzi di prova. […]“, statuendo che nel ricorso “devono essere indicati circostanze e fatti concreti, precisi e autonomi rispetto alla realtà processuale, che rivelino l’esistenza di ragioni di rancore o di avversione da parte del Giudice”.

 

Viene quindi confermato dalla Corte il più recente orientamento che, dal 2014, onera la parte che si ritiene lesa di dimostrare che la “grave inimicizia” ex art. 51 num. 3 cpc. si esemplifica “in comportamenti tenuti dal magistrato al di fuori dell’attività professionale ed estranei al processo”. Per contro, nel caso de quo affrontato dalla Cassazione, il ricorrente lamentava decisioni processuali del tutto errate, arbitrarie ed anomale, spiegabili solo con una grave inimicizia del Giudice nei suoi confronti.

 

Tuttavia la Corte, stante la tassatività dei motivi ex all’art. 51 cpc., sancisce che non vi è la possibilità di interpretazione estensiva che possa anche “accadimenti esclusivamente processuali” tra i fatti rilevanti per la ricusazione. È inoltre irrilevante per la Corte, ai fini del giudizio sulla ricusazione, la pendenza di una causa per la responsabilità civile del magistrato, poiché esso sarebbe un giudizio nei confronti dello Stato e non nei confronti del magistrato stesso.

 

Per questo motivo non è configurato nemmeno il requisito della “causa pendente” (sempre ex art. 51, num. 3, cpc.) il quale renderebbe obbligatoria, per il giudice, l’astensione e, in caso di inattività in questo senso, la ricusazione.

 

Non venendo quindi provata la sussistenza dei su menzionati requisiti del codice, le Sezioni Unite hanno rigettato il ricorso.

 

 

Dott. Mirko Buonasperanza

Novità nella riformata legge fallimentare.

L’11 ottobre scorso il Senato ha approvato il testo della nuova legge fallimentare (“pensionando” il R.D. n. 267 del 1942) delegando inoltre il Governo a disciplinare le nuove norme sulla crisi di impresa e sull’insolvenza (variando quindi la legge n. 3 del 2012).

L’11 ottobre scorso il Senato ha approvato il testo della nuova legge fallimentare (“pensionando” il R.D. n. 267 del 1942) delegando inoltre il Governo a disciplinare le nuove norme sulla crisi di impresa e sull’insolvenza (variando quindi la legge n. 3 del 2012).

 

Per quanto concerne le novità:

 

  1. La riforma abbandona l’espressione “fallimento” sostituendola con “liquidazione giudiziale“, incarnandovi un concordato con la completa liberazione dei debiti entro 3 anni dall’apertura della procedura.

 

  1. Viene introdotta una fase stragiudiziale preventiva, affidata ad un organismo pubblico a livello provinciale e gestito dalle camere di commercio, col fine di dare sostegno all’impresa e ad anticipare l’emersione della crisi, giungendo ad una composizione assistita della stessa attraverso l’analisi delle cause del malessere economico e finanziario.

 

  1. Viene creato un giudice specializzato competente nelle procedure concorsuali che saranno ripartite tra un numero ridotto di tribunali, selezionati in base a parametri oggettivi e di adeguatezza lasciando le procedure di dimensioni maggiori alla cognizione dei tribunali delle imprese.

 

  1. È reso più snello l’istituto del concordato preventivo, restringendo il campo all’ipotesi del cd. “concordato in continuità”, quando cioè l’impresa versa in situazioni di crisi non irreversibile e la proposta può garantire la continuità aziendale con il mantenimento di livelli occupazionali adeguati e assicurando nel tempo una maggiore soddisfazione dei creditori.

 

  1. La riforma favorisce un processo decisionale più rapido impedendo allo stesso tempo il possibile veto dei creditori di minoranza, prevedendo che il debitore, con l’omologazione del Tribunale, possa ora chiedere che gli “effetti dell’accordo di ristrutturazione vengano estesi anche alla minoranza di creditori che non hanno aderito all’accordo stesso, purché al medesimo abbiano però aderito i titolari di crediti finanziari, pari almeno al 75% dell’ammontare complessivo“.

 

  1. Nasce il sistema Common, un marketplace unico a livello nazionale per far sì che i beni in vendita nelle procedure concorsuali ed esecutive, siano resi negoziabili non solo a fronte di denaro corrente ma anche con titoli appositi.

 

  1. È introdotta inoltre la possibilità di una procedura unitaria per la trattazione dell’insolvenza dei gruppi di imprese, individuando un unico tribunale. Per le imprese facenti parte di un gruppo sarà quindi consentito proporre un unico ricorso, sia per l’omologazione degli accordi di ristrutturazione dei debiti dell’intero gruppo, sia per l’ammissione delle diverse imprese al concordato preventivo.

 

  1. Verranno introdotte misure tali da rendere più facile l’accesso al credito, attraverso forme di garanzia che non comportano la perdita del possesso del bene in modo da assicurare un sostegno soprattutto alle imprese medio-piccole. Tra queste misure vi è la possibilità, per l’azienda, di poter continuare ad utilizzare “l’asset per il processo produttivo” o in alternativa disporne “trasferendo la prelazione sul corrispettivo ricavato e altresì concedere la garanzia su beni non ancora attuali ma futuri e determinabili”.

 

  1. La nuova legge estende il controllo giudiziale ex art. 2409 cc. anche alle società a responsabilità limitata che dovranno dotarsi di un organo di controllo.

 

  1. Da ultimo, è stata inserita una norma salva-famiglie, ossia una tutela per chi acquista immobili da costruire: gli atti di trasferimento dovranno essere conclusi, a pena di nullità, per atto pubblico o scrittura privata autenticata, che assicuri quindi il controllo di legittimità da parte del notaio, evitando la sistematica violazione da parte dei costruttori di fornire, al momento della conclusione del contratto anche preliminare, l’assicurazione e la fideiussione a garanzia di colui che acquista.

 

 

Dott. Mirko Buonasperanza

Nonna Peppina

Giuseppa Fattori, per gli amici Peppina, ha 95 anni e vive a Fiastra da circa 73 anni.

Peppina è arrivata a Fiastra per amore e qui è rimasta per una vita intera fino al sisma che lo scorso anno ha colpito il centro Italia. Non ha lasciato la sua terra neanche in quel momento e ha voluto tenere le radici lì dove aveva deciso di piantarle 73 anni prima all’età di 22 anni e novella sposa. Da quel momento di cose ne sono cambiate, ma il suo spirito manifesta l’energia di una giovane donna. Peppina, infatti, pur di non lasciare Fiastra, ha continuato a vivere in una casetta di legno costruita dai suoi familiari in un terreno edificabile di sua proprietà. Qualcosa, però, non fila liscio. La casetta, infatti, sembra essere abusiva e Peppina è costretta a lasciare in lacrime quella che era diventata la sua nuova casa.

Il primo Ottobre, stando quanto riportato dai presenti, è scaduta la proroga di 15 giorni prima del sequestro della struttura secondo quanto disposto dalla Procura di Macerata. Il Sequestro, d’altro canto, sembra essere congelato in attesa della decisione del Tribunale del Riesame. Una decisione sofferta che ha messo a dura prova quella che tutti potremmo definire la nonnina nazionale.

Sono state tante le manifestazioni di affetto e solidarietà provenienti da tv, giornali e social. Insomma, Peppina è un vero e proprio tornado e non si arrende. Abile in cucina e forte di un amore profondo per la propria terra afferma: “Mi porteranno via da casa mia solo in manette. O da morta”. Non sono mancati i commenti delle figlie della nonnina di Fiastra. “Lo stato Italiano è morto!”. Queste le dure parole di una delle figlie di Peppina, le quali hanno per fino scritto una lettera a Papa Francesco. I social sono ormai dalla parte di Nonna Peppina. Quale sarà la decisione del Tribunale?

Ilaria Di Blasio