DETENUTI “SOSPESI”

Da anni la più autorevole dottrina professa la necessità del superamento del sistema penitenziario così come attualmente configurato, congelato nella centralità del carcere quale principale – se non unico – metodo di attuazione dei principi costituzionali relativi alla sanzione penale, espressi nell’articolo 27 della Costituzione.

Sistema che si è più volte rivelato essere fallimentare, non soltanto dal punto di vista etico, poiché, per come attuato, compromette plurimi diritti fondamentali che dovrebbero restare estranei alla restrizione carceraria, ma anche dal punto di vista dei risultati conseguiti, sia in termini di rieducazione dell’internato, di conciliazione con la persona offesa e di prevenzione di nuovi crimini.

In questo senso, è sufficiente ricordare i recenti studi sulla materia che evidenziano la significativa differenza di recidive tra i condannati che scontano l’intera pena negli istituti penitenziari rispetto a coloro che invece beneficiano di uno dei molteplici percorsi di pena alternativi, percorsi che, di fatto, non sempre sono pienamente valorizzati e utilizzati nelle loro effettive potenzialità all’interno delle aule di giustizia.

Più di una volta le condizioni delle carceri nazionali sono state oggetto di condanne da parte della Corte Edu, tanto imporre un obbligatorio ripensamento delle modalità di esecuzione della pena negli istituti penitenziari.

E’ nota la Sentenza Torreggiani, con la quale, la Corte, nel 2013, affrontando nello specifico il problema del “sovraffollamento carcerario”, ha sanzionato l’Italia per la violazione dell’articolo 3 della CEDU, rilavando, con parole che vale la pena richiamare, che tale articolo “pone a carico delle autorità un obbligo positivo che consiste nell’assicurare che ogni prigioniero sia detenuto in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana, che le modalità di esecuzione della misura non sottopongano l’interessato ad uno stato di sconforto né ad una prova d’intensità che ecceda l’inevitabile livello di sofferenza inerente alla detenzione e che, tenuto conto delle esigenze pratiche della reclusione, la salute e il benessere del detenuto siano assicurati adeguatamente”.

Nonostante nel periodo immediatamente successivo a tale sentenza sia stato possibile registrare, non soltanto a livello dottrinale, ma anche a livello legislativo, sia nazionale che sovranazionale, una maggiore presa di coscienza della problematiche tratteggiate, la piena soluzione delle stesse sembra ancora essere lontana.

Un importante passo in avanti è quello segnato dalla recente legge n. 103/2017, con la quale è stata concessa la delega al Governo per la riforma dell’ordinamento penitenziario, in un ottica di superamento di alcune delle criticità sopra evidenziate.

Il nuovo esecutivo dovrà quindi da subito misurarsi con il tema della tutela dei diritti fondamentali.

Gianlorenzo Franceschini

Il processo penale minorile e le fonti internazionali

All’inizio del secolo scorso risale l’approvazione di una prima “Convenzione sulla tutela del minore” nell’ambito di una conferenza di diritto privato tenutasi all’Aja nel 1902. Ad essa seguì nel 1913 la “Conferenza Internazionale per la protezione dell’infanzia” di Bruxelles che promosse la cooperazione internazionale in questo ambito. Qualche anno più tardi, nel 1919, invece, fu l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) che contribuì concretamente allo sviluppo del diritto minorile in ambito internazionale, chiedendo a tutti gli Stati l’impegno a “perseguire una politica interna tendente ad assicurare l’abolizione effettiva del lavoro infantile e ad aumentare progressivamente l’età minima per l’assunzione all’impiego o al lavoro ad un livello che permetta agli adolescenti di raggiungere il più completo sviluppo fisico e mentale” .

Nel 1923 venne quindi adottata dalla Union Internationale de Protection de l’Enfance la “Carta dei diritti del bambino”, recepita dalla “Dichiarazione di Ginevra” nel 1924, che rappresenta il documento fondativo di tutti i successivi atti aventi ad oggetto la difesa dei diritti dei fanciulli . In tale documento per la prima volta si afferma il diritto del fanciullo ad una normale crescita psicofisica e spirituale e a ricevere una educazione idonea a garantirgli un futuro .

Gli eventi connessi allo scoppio del secondo conflitto mondiale esasperarono i già gravi problemi della condizione minorile e fornirono, anche da questa specifica angolazione, la ulteriore spinta al ripensamento dei valori comuni della civiltà giuridica e alla affermazione della dignità della persona umana. Tale sforzo portò nel 1948 all’approvazione della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU che rappresenta il primo effettivo atto attraverso il quale i diritti umani divennero oggetto di tutela internazionale. Da un punto di vista più generale la Dichiarazione ha riaffermato alcuni importanti principi, quali la centralità della famiglia, la speciale assistenza di cui hanno bisogno madre e bambino, il diritto dei genitori a scegliere una adeguata istruzione per i figli minori. Pur non contenendo delle previsioni estensivamente dedicate ai minori, la Dichiarazione stabilì comunque alcuni principi che necessariamente si attagliavano alle tematiche minorili e che costituiranno la base per le successive dichiarazioni, carte e convenzioni intervenute su tali materie. Tra tali principi può richiamarsi l’articolo 1 che ha sancito l’uguaglianza e la libertà degli esseri umani, intesi nella ampia ed indistinta accezione di individui e pertanto a prescindere dalla loro età; gli articoli dal 2 al 9 che hanno affermato diritti e divieti in ordine alla salvaguardia della persona e alla sue libertà; l’articolo 26, incentrato sull’affermazione del diritto all’istruzione come strumento per il pieno sviluppo della personalità umana. Altre disposizioni della Dichiarazione hanno consentito di incidere sul piano più strettamente processuale lì dove, ponendosi particolare attenzione alla persona sottoposta a procedimento penale, si vietano la tortura, i trattamenti e le punizioni crudeli, inumane o degradanti e si riconosce il diritto di ricorrere ai competenti tribunali nazionali contro atti che violano le libertà fondamentali degli individui riconosciuti dalla stessa Dichiarazione.

I due atti internazionali di cui si è detto sopra, la Dichiarazione di Ginevra del 1924 e la Dichiarazione Universale del 1948, pur non comportando sul piano strettamente giuridico l’attribuzione di veri e propri diritti soggettivi, hanno senza dubbio consentito la piena presa di coscienza, a livello del diritto e della politica internazionali, della necessità di affermare l’area dei diritti fondamentali riconoscibili agli individui e pertanto di adottare ogni soluzione idonea ad eliminare gli ostacoli normativi e di fatto frapposti al loro effettivo esercizio.

Un rilievo non trascurabile va riconosciuto, a livello europeo, alla “Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali” , approvata a Roma nel 1950, ed al protocollo addizionale di Parigi del 1952 che hanno recepito ed elaborato i principi sanciti dalla Dichiarazione Universale. Esse, nonostante la mancanza di specifici richiami alla materia minorile, sono divenute (in particolare la prima) parametro di riferimento e di indirizzo in sede di elaborazione giurisprudenziale e legislativa nel nostro paese.

I principi contenuti nella “Dichiarazione di Ginevra” del 1924 e nella “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo”, sono stati poi confermati nel preambolo della “Dichiarazione dei diritti del fanciullo”, approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU a New York nel novembre 1959 che diverrà il vero e proprio corpo di principi di riferimento per tutti gli ordinamenti delle democrazie liberali. Due sono i presupposti fondamentali che stanno alla base di questo documento, enunciati già nel preambolo: “La fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana”, e la convinzione che “il fanciullo, a causa della sua immaturità fisica ed intellettuale, ha bisogno di una particolare protezione, di cure speciali, compresa una adeguata protezione giuridica, sia prima che dopo la nascita” (27). L’aspetto di assoluta novità e rilevanza della “Dichiarazione dei diritti del fanciullo” rispetto alle altre Convenzioni e Dichiarazioni di cui si è detto, è costituito dalla affermazione, per la prima volta, di “un diritto non più sui minori, ma per i minori” (28). Allo stesso modo il documento mette in rilievo, con notevole carica innovativa, come “il superiore interesse del minore” ed il godimento dei diritti e delle libertà in esso sanciti rappresentino un vantaggio per la società nel suo insieme e non soltanto per i diretti destinatari delle sue previsioni. Tra le previsioni senz’altro più importanti della Dichiarazione vi è il riconoscimento del “diritto ad un’educazione che, almeno a livello elementare, deve essere gratuita e obbligatoria”.

Emerge pertanto come già a partire dalla fine degli anni ’50 si sia progressivamente fatta strada l’esigenza di guardare ai minori sia come i titolari delle posizioni giuridiche soggettive generalmente attribuite a tutti i cittadini (a prescindere dall’età), sia come i destinatari di ulteriori ed autonomi diritti inerenti in modo specifico alla loro propria qualità. Si realizza pertanto la progressiva ed irreversibile acquisizione che la tutela delle “peculiarità minorili” costituisce un interesse superiore e che la possibilità da parte dei più giovani di vivere secondo le regole della convivenza civile dipende dalla capacità degli Stati di assicurare loro adeguate condizioni di vita.

Queste acquisizioni saranno poi riprese e rafforzate con l’adozione del “Patto internazionale sui diritti civile e politici approvato dall’assemblea generale dell’ONU il 16 dicembre 1966, nel quale sono stati affermati per la prima volta una pluralità di principi basilari poi introdotti dalle successive normative in materia minorile (29). Tale documento fa propri, a sua volta, una serie di principi già espressi nella “Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle liberta fondamentali”, trasponendoli sul piano specifico del processo penale. A titolo di esempio, in tema di libertà personale, dopo aver affermato che «qualsiasi individuo privato della propria libertà deve essere trattato con umanità e con il rispetto della dignità inerente alla persona», specifica che «gli imputati minorenni devono essere separati dagli adulti e il loro caso deve essere giudicato il più rapidamente possibile» (art 10 comma 2) che, in sede di esecuzione della pena «i rei minorenni devono essere separati dagli adulti e deve essere loro accordato un trattamento adatto alla loro età ed al loro stato giuridico» (art. 10 comma 3), che le norme procedurali ove applicate ai minorenni debbano «tener conto della loro età e dell’interesse a promuovere la loro riabilitazione» (art. 14 comma 4).

Nonostante l’acquisita consapevolezza di cui si è detto, occorrerà attendere ancora diversi anni per giungere alla definizione sul piano internazionale delle “Regole Minime per l’Amministrazione della Giustizia minorile” approvate dal VI Congresso delle Nazioni Unite svoltosi a Pechino nel 1985 ed adottate con risoluzione dell’Assemblea Generale 40/33 del 29.11.1985. Tali regole costituiscono, a livello internazionale, la prima compiuta enunciazione di principi concernenti il diritto e la procedura penale minorile e hanno rappresentato il modello di riferimento a cui si sono ispirati i più recenti codici minorili adottati dagli Stati, ivi compreso il Codice di Procedura Penale Minorile adottato dall’Italia con il D.P.R. 448 del 1988.

BREVI CENNI SUL NUOVO CODICE ANTIMAFIA

Con il Ddl n. 2134-S, approvato il 27 settembre 2017, il Parlamento modifica il sistema delle misure di prevenzione contenuto nel codice antimafia (d.lgs. 159/2011)

Con il Ddl n. 2134-S, approvato il 27 settembre 2017, recante “Modifiche al codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, al codice penale e alle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale e altre disposizioni. Delega al Governo per la tutela del lavoro nelle aziende sequestrate e confiscate” il Parlamento modifica il sistema delle misure di prevenzione contenuto nel codice antimafia (d.lgs. 159/2011).

A. Il primo elemento degno di nota consiste nell’ampliamento dei destinatari delle misure di prevenzione personali e patrimoniali. All’art. 1 la novella aggiunge ai soggetti già esistenti:
1) i soggetti indiziati del reato di assistenza agli associati ex art. 418 c.p.;
2) le persone che abbiano posto in essere atti esecutivi diretti a sovvertire l’ordinamento dello Stato, con la commissione di uno dei reati indicati nell’art. 4 del codice antimafia (tra cui anche i reati di terrorismo);
3) i soggetti indiziati del delitto di “truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche” ex art. 640-bis c.p.;
4) gli indiziati di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati contro la pubblica amministrazione come peculato, peculato mediante profitto dell’errore altrui, malversazione a danno dello Stato, indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, concussione, corruzione per l’esercizio della funzione, corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione in atti giudiziari, induzione indebita a dare o promettere utilità, corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio, istigazione alla corruzione;
5) i soggetti indiziati di stalking ex art. 612-bis c.p..
Il testo definitivo della riforma accoglie gli emendamenti del Senato, per i quali l’applicazione del sistema della prevenzione in materia di reati contro la P.A. viene “limitata” ai casi in cui questi siano commessi in forma associativa ex art. 416 c.p., e non individuale.

B. La riforma modifica anche il procedimento di applicazione delle misure di prevenzione personali in vari modi:
1) la titolarità della proposta di misure di prevenzione personale è attribuita, oltre che già al procuratore della Repubblica presso il tribunale capoluogo del distretto, anche al procuratore della Repubblica del tribunale del circondario;
2) è previsto un coordinamento del procuratore della Repubblica presso il tribunale nel cui circondario dimora la persona con il procuratore della Repubblica presso il tribunale del capoluogo di distretto;
3) è prevista l’istituzione di cancellerie delle sezioni o collegi speciali per le misure di prevenzione del tribunale distrettuale presso cui dovrà essere depositata la proposta di misura di prevenzione antimafia;
4) il divieto di soggiorno potrà essere applicato anche in relazione a una o più regioni e non più province;
5) è modificato il procedimento di applicazione delle misure di prevenzione, precisando che il termine di trenta giorni entro il quale il Tribunale deve provvedere con decreto motivato decorre dal deposito della proposta e che l’avviso di fissazione della data dell’udienza contenga una concisa esposizione dei contenuti della proposta.
6) è aggiunta la possibilità di rinvio dell’udienza in caso di legittimo impedimento, non solo dell’interessato, ma anche del difensore;

C. La riforma, all’art. 3, modifica la disciplina delle impugnazioni delle misure di prevenzione personali permettendo la proposizione del ricorso in Appello e in Cassazione anche al difensore dell’interessato.
D. Circa la decorrenza e la cessazione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, la riforma prevede che “l’esecuzione della misura resti sospesa durante il tempo in cui l’interessato è sottoposto a custodia cautelare o a detenzione per espiazione di pena e che, qualora quest’ultima si sia protratta per almeno due anni, il giudice debba, anche d’ufficio, verificare la persistenza della pericolosità sociale del soggetto, così da revocare la misura in caso di accertamento negativo o, in caso contrario, emettere decreto con cui ordinarne l’esecuzione”.

E. Vi è poi una modifica circa la proposizione delle misure di prevenzione patrimoniali: il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo può proporre la misura patrimoniale e, nel caso di applicazione rivolta ai cd. pericolosi generici o alle persone indiziate di cui alle nuove lett. i-bis e i-ter dell’art. 4, le funzioni e le competenze del procuratore distrettuale sono attribuite anche al procuratore della Repubblica del tribunale nel cui circondario dimora la persona in coordinamento con il procuratore distrettuale. Migliora anche il coordinamento delle autorità competenti sul territorio: si incarica infatti il procuratore distrettuale (di concerto col questore e col direttore della DIA) di assicurarsi che l’applicazione delle misure patrimoniali non intralci altre indagini in corso.

F. per ciò che riguarda invece il sequestro, è ora previsto che, oltre al sequestro dei beni ritenuti di origine illecita, il tribunale possa disporre anche l’amministrazione giudiziaria di aziende nonché di beni strumentali all’esercizio delle relative attività economiche ex art. 34 e la nuova misura del controllo giudiziario dell’azienda ex art. 34-bis. La riforma prevede, inoltre, che il sequestro di partecipazioni sociali totalitarie si estenda di diritto a tutti i beni aziendali, che il Tribunale è peraltro chiamato a indicare in modo specifico. In ogni caso l’esecuzione del sequestro viene ora affidata in via esclusiva alla polizia giudiziaria.

G. All’art. 24 è modificata la confisca di prevenzione, prevedendo la impossibilità per il proposto di giustificare la legittima provenienza dei beni adducendo che il denaro utilizzato per acquistarli sia provento o reimpiego di evasione fiscale.
Riguardo invece la confisca per equivalente ex art. 25, è eliminato ogni riferimento alla finalità di dispersione e occultamento dei beni quale presupposto necessario per ricorrere alla confisca di valore. L’istituto è ora applicabile nel caso in cui, “dopo la presentazione della proposta”, “non risulti possibile procedere al sequestro dei beni, perché il proposto non ne ha la disponibilità, diretta o indiretta, anche ove trasferiti legittimamente in qualunque epoca a terzi in buona fede”. È autorizzata comunque la confisca per equivalente anche quando, in seguito alla morte del proposto, il procedimento sia proseguito nei confronti degli eredi o degli aventi causa o sia iniziato nei confronti dei successori a titolo universale o particolare.

H. Per ciò che attiene le impugnazioni delle misure di prevenzione patrimoniali è prevista l’impugnabilità anche del decreto che dispone o nega il sequestro e del provvedimento di rigetto della richiesta di confisca, anche nel caso in cui non sia stato ancora disposto il sequestro. È poi previsto che, nelle more del giudizio di Cassazione, si possa sospendere la decisione della Corte d’Appello di disporre, in riforma del decreto di confisca emesso dal tribunale, la revoca del sequestro.

I. L’art. 23 della riforma prevede la modifica dell’art. 71 del codice antimafia, il quale, dispone un’aggravante (aumento della pena da un terzo alla metà) per un catalogo di delitti, commessi da chi è sottoposto in via definitiva a una misura di prevenzione personale durante il periodo di applicazione e fino ai tre anni successivi all’esecuzione della misura, che è ampliato, aggiungendo il reato di scambio elettorale politico-mafioso, quello di assistenza agli associati e una serie di delitti contro la pubblica amministrazione, coincidenti con quelli ex art. 4 del codice antimafia.

L. Cambia anche il codice penale: l’art. 30 della riforma aumenta la pena prevista per il reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche passando “da 1 a 6 anni” a “da 2 a 7 anni”.

M. Quanto invece alla legge sulla responsabilità amministrativa da reato degli enti ex d.lgs. 231 del 2001, la riforma introduce sanzioni pecuniarie e interdittive in relazione alla commissione dei delitti di procurato ingresso illecito e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina rubricato all’art. 12 del d.lgs. 286 del 1998 (cd. Testo Unico sull’ immigrazione).

N. Cambia anche l’art. 7-bis dell’ordinamento giudiziario, il quale istituisce, presso il tribunale del capoluogo del distretto e presso la corte di Appello, sezioni o collegi specializzati nella trattazione in via esclusiva dei procedimenti di prevenzione, “nell’intento di assicurarne un più celere svolgimento da parte dei magistrati dotati di una peculiare competenza nella materia”.

La riforma si chiude infine con le disposizioni di attuazione e transitorie ex artt. 35-38, preceduti da una disposizione contenente una delega al Governo per “la tutela del lavoro nell’ambito delle imprese sequestrate e confiscate”, per poter adottare “misure per l’emersione del lavoro irregolare e per il contrasto del caporalato e di salvaguardare l’accesso all’integrazione salariale e agli altri ammortizzatori sociali”.

Dott. Mirko Buonasperanza

Riflessione sulla massima pena

Soffriva di diabete, insufficienza renale, problemi cardiaci, un cancro polmonare ed una metastasi al fegato.

Feliciano Mallardo, condannato in primo grado a 24 anni per estorsione aggravata e associazione camorristica, è morto in queste condizioni al 41-bis, nel maggio del 2015, nella cella detentiva dell’ospedale San Salvatore a l’Aquila.

La mogli e i figli avevano fatto richiesta di poterlo vedere di persona e non dietro un vetro protettivo, quando le sue condizioni avevano cominciato ad aggravarsi, ma nel periodo necessario per ottenere il nulla osta il detenuto non ce l’ha fatta.

Non è la storia solo di Mallardo, ma di molti altri carcerati che, trovandosi in tale regime di carcere duro per i crimini commessi, possono incontrare i propri famigliari una volta al mese e per non più di un’ora, non possono ricevere libri o giornali e rimangono chiusi in cella di isolamento per ventidue ore al giorno.

Secondo alcune associazioni di riferimento si tratterebbe di un trattamento disumano, che non serve per limitare la capacità di contatto tra il detenuto e il mondo esterno, ma che avrebbe solo natura vessatoria.

Per capire come e quando è nato questo regime di incarcerazione bisogna tornare al 1992, periodo di stragi mafiose, alle quali lo Stato volle dimostrare il suo pugno di ferro contro chi si macchiava di tanta ferocia.

Quando il 19 luglio 1992 esplode la bomba di via D’Amelio a Palermo, uccidendo il giudice Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta, il cosiddetto “carcere duro” in Italia ancora non esiste. Solo il giorno dopo la strage, l’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli decide di firmare i primi provvedimenti di 41-bis. Lo Stato vuole mostrare la sua reazione di forza alla mafia e al Paese; così, nel cuore della notte, 55 detenuti vengono prelevati dal penitenziario palermitano dell’Ucciardone e deportati a bordo di aerei militari verso l’isola di Pianosa. Da lì in avanti è stato tutto un ingigantimento di numeri, fino ad arrivare ad un totale odierno di 729 detenuti circa che si trovano sotto questo regime.

La decisione del ministro Martelli poggiava su un comma varato dopo l’altra sanguinosa bomba del 1992, quella che il 23 maggio aveva colpito il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca, e tre componenti della scorta. La norma – voluta dallo stesso Falcone e alla quale non era stata data attuazione anche per via della sua estrema rigidità – fu quindi “sbloccata” dalla strage di via D’Amelio. Da allora, il ministro di giustizia può sospendere, in caso di “gravi motivi di sicurezza pubblica,” le normali garanzie dei detenuti. L’obiettivo formale è impedire il passaggio di ordini o altre comunicazioni tra i criminali in carcere e le organizzazioni d’appartenenza sul territorio.

La misura del carcere duro nasce come una branca della carcerazione anti-terrorismo abolita, poi, nel 1986, prorogata di volta in volta fino al 2002 e confermata definitivamente con la legge 279/2002 che la introduce definitivamente nel nostro sistema penitenziario.

Il ricorso del detenuto contro il regime 41-bis è sottoposto al vaglio esclusivo del Tribunale di sorveglianza di Roma che, peraltro, molto raramente accoglie i reclami. Secondo alcuni osservatori, è a questo livello che il meccanismo del carcere duro presenta maggiori criticità, soprattutto quando si tratta di contestare i decreti di proroga del ministro della Giustizia.

Nel tempo si è discusso molto di queste proroghe operate dai Ministri della Giustizia: il caso Provenzano ha fatto storia e ultimamente, in modo tra le altre cose del tutto travisato, c’è stato anche il caso Riina.

La discussione è sempre una: se la proroga di un regime di carcerazione, proprio in ragione della sua rigidità, dev’essere operato direttamente dal Ministro della Giustizia, quale Ministro si prenderebbe la briga di togliere tale regime a personaggi che nella loro vita si sono macchiati di stragi, omicidi, spaccio di droga a livelli internazionali e quant’altro? Anche se le condizioni cliniche di questi pazienti magari lo permetterebbero, perché per Bernardo Provenzano il medico che lo visitò nella camera ospedaliera di massima sicurezza dell’ospedale San Paolo di Milano affermò che il soggetto non era più autosufficiente per compiere nemmeno i più elementari gesti della vita quotidiana, figurarsi gestire un impero come quello mafioso, nessuno si è mai permesso di togliere tale regime a certi individui e non certo per rimetterli in libertà, ma anche solo per permettergli di stare con altri detenuti all’interno del carcere.

Ecco, allora, che sarebbe auspicabile che la decisione di sottoporre un detenuto al carcere duro fosse in capo al sistema giurisdizionale e non a quello politico-amministrativo. Anche per non inquinare il principio democratico della separazione dei poteri.

 

 Alberto Lanzetti

 

L’art. 41 bis dell’Ordinamento penitenziario: cenni esplicativi.

Nelle settimane scorse la Cassazione ha emesso una sentenza molto discussa sulle condizioni di detenzione di Totò Riina, arrestato nel 1993 e condannato come vertice di Cosa Nostra a più ergastoli da scontare sotto il regime cd. di “41 bis” previsto per chi commette (anche) reati di mafia.

Il regime carcerario 41 bis è stato introdotto nel 1975 nell’ordinamento penitenziario italiano e, ai tempi, riguardava le emergenze interne alle carceri, come le rivolte o altri comportamenti ritenuti particolarmente gravi. Dal 1992 è applicato anche ai boss mafiosi:

a seguito della strage di via D’Amelio a Palermo il cosiddetto “carcere duro”, che ancora non esisteva in Italia, venne comminato dall’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli per la prima volta con lo scopo di mostrare la  reazione di forza  dello stato contro la mafia; così, nel cuore della notte, 55 detenuti (dei 532 complessivi che saranno trasferiti al regime speciale nei giorni successivi) vengono prelevati dal penitenziario palermitano dell’Ucciardone e deportati a bordo di aerei militari verso l’isola di Pianosa, con l’obiettivo formale di impedire il passaggio di ordini o altre comunicazioni tra i criminali in carcere e le organizzazioni d’appartenenza sul territorio. Nato dunque come iniziativa temporanea, è stato di volta in volta prorogato fino al 2002, anno in cui è entrato di fatto nell’ordinamento penitenziario. Dal 2009 il Ministro della Giustizia può applicarlo per quattro anni e rinnovarlo ogni due.

Un detenuto sottoposto a regime 41 bis è incarcerato in una cella singola e non ha alcun accesso agli spazi comuni del penitenziario. L’unica ora d’aria quotidiana avviene anch’essa in totale isolamento. Il detenuto non può, di fatto, possedere alcun oggetto personale salvo particolari disposizioni e dopo un processo di approvazione lungo e macchinoso. È sorvegliato 24 ore su 24 da un corpo di polizia penitenziaria speciale e i contatti con le guardie carcerarie sono ridotti al minimo.  Per quanto riguarda i colloqui con famigliari e avvocati, essi sono estremamente limitati, così come le telefonate o qualsiasi altro contatto con l’esterno. Ogni forma di privacy è del tutto negata. Non sono invece negate le cure mediche in carcere o in ospedale per i casi più gravi.

All’inizio del 2016 i detenuti sottoposti a questo regime speciale erano 729 su circa 55.000 unità (di questi sette sono donne). Il 20% rientra nella categoria dei terroristi politici mentre i restanti sono persone condannate per gravi reati legati all’associazione mafiosa. Attualmente sono 22 le carceri italiane che possono ospitare detenuti sottoposti a questo particolare regime e sono dislocate su tutto il territorio nazionale.

 

Dal novembre 2015 Riina è ricoverato presso la clinica universitaria di Parma, la città nel cui carcere sta scontando la pena. Prima era stato all’Asinara, in Sardegna, poi ad Ascoli Piceno, Opera e infine, dal 2013 a Parma. Le sue condizioni di salute gli impongono di rimanere sempre sdraiato; per i pasti viene aiutato a sedersi sul letto; in tutto soltanto una ventina di persone, tra poliziotti, medici e infermieri, è autorizzato a entrare nella sua stanza che è molto nascosta e piccola: cinque metri per cinque con una finestra.

Ha il permesso di assistere a tutte le udienze del processo sulla presunta “trattativa Stato-mafia”: ogni volta viene scortato in ambulanza in una stanza speciale del carcere di Parma, dove è attivo un collegamento video con il tribunale di Palermo. Il 41 bis di Riina è stato per un certo periodo più morbido: nel 2001, quando era ad Ascoli Piceno, gli fu permesso di vedere alcuni detenuti selezionati durante l’ora d’aria, il che gli permise durante il periodo di carcerazione a Opera (MI) di minacciare di morte il pm Nino Di Matteo nel 2013.

Riina non è l’unico boss di Cosa Nostra ad avere problemi di salute in regime di 41 bis. Il caso più noto riguarda Bernardo Provenzano il quale assunse il ruolo di capo di Cosa Nostra dal 1995 fino al suo arresto, l’11 aprile 2006, dopo 43 anni di latitanza. Venne sottoposto da subito al regime carcerario 41 bis e durante la sua detenzione le sue condizioni di salute si aggravarono. Nel 2011 gli venne diagnosticato un cancro alla vescica e l’anno successivo tentò il suicidio per soffocamento. Proprio alla fine del 2012 Provenzano aveva un aspetto irriconoscibile, non riusciva a formulare frasi di senso compiuto e presentava contusioni e ferite. Nel 2014, con l’aggravarsi del suo stato clinico, venne revocato temporaneamente il 41 bis, salvo poi essere reintrodotto l’anno successivo per garantirne le cure in una struttura specializzata. Provenzano morì il 13 luglio 2016 a 83 anni, nella camera ospedaliera di massima sicurezza dell’ospedale San Paolo di Milano dove era ricoverato, recluso, ma curato.

 

Dopo l’introduzione del carcere duro, e fino all’ottobre del 1993, gli attentati di Cosa Nostra diventano sempre più cruenti. Per la prima volta la mafia siciliana attacca lo Stato e colpisce cittadini inermi “in continente,” con le bombe di Milano, Firenze e Roma che causano dieci morti e quasi 100 feriti. In questo clima, nel febbraio del 1993, i familiari dei prigionieri al carcere duro scrivono al presidente della Repubblica Scalfaro una lettera, dai toni piuttosto aggressivi, contro le condizioni detentive del 41 bis. Nel novembre del 1993 il ministro della giustizia Giovanni Conso, succeduto a Martelli, non rinnova inspiegabilmente il regime speciale per 334 reclusi, la qual cosa (insieme al misterioso “papello” con le richieste di Cosa Nostra alle istituzioni) è sufficiente per inserire il tema del 41-bis al centro della presunta trattativa tra Stato e Cosa Nostra.

L’opposizione dei boss al carcere duro si è protratta nel tempo ma nessuna delle contestazioni, tuttavia, ha favorito l’alleggerimento del regime che anzi, nel dicembre 2002, è stato stabilizzato in modo definitivo nel sistema penitenziario.

Ciò che va sottolineato è che, all’interno dei limiti costituzionali del rispetto della dignità umana e dei diritti fondamentali, è necessaria una forte intransigenza dello Stato sul tema del carcere duro. È necessario, per l’incolumità pubblica e per la sicurezza delle istituzioni democratiche, che alcuni detenuti non debbano né possano entrare in contatto con l’esterno ma, come nel caso di Riina e Provenzano, non si deve cadere nell’errore di confondere la dignità, che mai deve essere messa in discussione, con l’attenuamento delle misure carcerarie. È certamente possibile, se non auspicabile, che una condanna all’ergastolo (o a più ergastoli) seppur inflitta ad un soggetto che, allo stato dei fatti, versa in uno stato di salute estremamente critico, sia espiabile all’interno di una struttura sanitaria carceraria o, al massimo, in un’ala protetta di un ospedale, al fine di contemperare il principio di umanità sotteso a tutte le pene con quello della sicurezza pubblica. Sbagliano quindi, a parere di chi scrive, coloro che teorizzano la rimozione del 41 bis a causa di una sua ipotetica contrarietà ai principi richiamati dalla Corte europea dei diritti umani. Se mai ci fossero stati abusi di sorta, la magistratura deve intervenire sanzionando e facendo giustizia nel caso concreto; ma è impensabile rimuovere l’istituto dal panorama degli strumenti di lotta alla mafia essendo questo, fin ora, uno dei migliori e più efficaci per fronteggiare questo fenomeno endemico che è la criminalità organizzata.

 

Dott. Mirko Buonasperanza