«Caro presidente» «Caro Salvatore».

Quella che vorrei raccontarvi è una storia. Una storia che lega un magistrato ad un carcerato. Questa è la storia di “Fine pena: ora”, scritto da Elvio Fassone, il protagonista. Un “rapporto” fatto di corrispondenze durato ventisei anni. Tra chi è stato gettato dietro le sbarre e chi ha statuito.

La prima frase non fu banale: “se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso sarebbe stato lui nella gabbia. se io nascevo dove è nato suo figlio, forse ora farei l’avvocato”. Forse è questo ciò che circola nella testa di chi si trova in gattabuia. Una vita nata storta, una scelta, più scelte sbagliate. Ma Salvatore non è solo questo. Un Giudice gli ha spalancato le porte dell’inferno, ma Salvatore ha voluto raccontare come si vive tra le fiamme.

Si stabilisce così un rapporto con quell’assassino spietato ma intelligente e in qualche modo dotato di un senso dell’onore. La condanna all’ergastolo è inevitabile e accettata con fatalismo da Salvatore.

Fassone è cosparso di dubbi. Come posso rivolgermi? “Ma come oso dire ‘caro’ a una persona che ho murato nel carcere? Con che spirito leggerà queste parole..”

Salvatore racconta, si apre. Come di quella volta al mare, il primo bagno dopo ventitre anni. Come l’abbandono di una donna possa ferire più di un ergastolo. Elvio è padre, è consigliere, è la chiave per uscire da quella cella, metaforicamente.

Dopo ventisei anni Salvatore cede. Verrà salvato da un agente. La lettera inviata è ricca di umanità, di solitudine non giustificabile.

Chissà , forse Fassone non era contrario all’ergastolo quando lo doveva comminare e lo è diventato quando non lo poteva più comminare o forse il suo disagio di fronte al “fine pena mai” è frutto di una lunga riflessione e di un percorso di studio. Non lo sappiamo ma certo è che assieme all’ergastolano, l’autore ha compiuto anch’egli un cammino: per questo riesce così efficacemente ad accompagnarci per mano nella alternanza tra emozioni e pensieri, aiutandoci a sgretolare, piano piano, tante finte certezze, quelle certezze che siamo abituati ad ascoltare dai più, nelle tante discussioni che toccano temi vitali.

Il libro è una denuncia nei confronti della mostruosità delle carceri. Dell’abbandono, dell’abisso in cui si trova un detenuto. Di un carteggio ventennale tra due “amanti” inspiegabili. Di un libro che va letto.

RIEDUCAZIONE O MERA PUNIZIONE? PAROLA ALLA GIURISPRUDENZA

Le pene (…) devono tendere alla rieducazione del condannato” in questo modo la nostra costituzione sancisce il principio del finalismo rieducativo della pena, il cui fine è reintegrare il soggetto all’interno della società cercando di eliminare il pericolo di reiterazione del reato.

Questo intento va però a scontrarsi con la reale situazione delle nostre carceri, spesso sovraffollate e talvolta non dotate di un equo sistema di apprezzamento del buon comportamento. La finalità del carcere, infatti, non dovrebbe rimanere confinata ad una detenzione a scopo punitivo, a denuncia di un comportamento antisociale. Al contrario, grazie a strumenti pedagogici tendenti alla responsabilizzazione e alla consapevolezza delle proprie azioni, si deve tendere alla completa rieducazione del soggetto in questione. A tal fine bisogna ricordare che il legislatore ha disposto un sistema sanzionatorio differenziato, in modo tale che il giudice possa, nel raggio della sua discrezionalità, recuperare socialmente il reo.

La recente giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione specifica i presupposti, per la concessione delle misure premiali, orientati a finalità rieducative:

Sentenza n. 31739 del 01/07/2010. Assumono rilievo, ai fini del giudizio di revoca del beneficio della semilibertà, le condotte che, per natura, modalitàdi commissione ed oggetto, siano tali da arrecare grave “vulnus” al rapporto fiduciario chedeve esistere tra il condannato semilibero e gli organi del trattamento dovendosi valutarese il complessivo comportamento del condannato riveli l’inidoneità al trattamento e quindil’esito negativo dell’esperimento. (Nella specie, erano state valorizzate, a fondamento dellarevoca, le reiterate frequentazioni di soggetti coinvolti in un vasto traffico di stupefacenti,che documentavano l’uso strumentale delle prescrizioni dei benefici premiali).

 Sentenza n. 16441 del 10/02/2010. La detenzione domiciliare non è soggetta a revocaautomatica per il solo fatto che il soggetto ammesso al beneficio venga successivamentesottoposto ad una misura cautelare, dovendo invece verificarsi in concreto se gli elementi indicatinell’ordinanza di custodia cautelare siano o meno sintomatici del fallimento dell’esperimentorieducativo ovvero di un concreto pericolo di commissione di altri reati.

 Sentenza n. 41914 del 29/09/2009. La semilibertà, in quanto misura alternativa alla detenzioneche consente al detenuto di trascorrere parte del giorno all’esterno, sia pure in attività lavorativee socializzanti, non può essere deliberata se non all’esito di previe e positive esperienze diconcessione di altre misure alternative meno impegnative, nel medesimo contesto territoriale difruizione della semilibertà medesima

– Sentenza n. 30525 del 30/06/2010. La valutazione dell’esito negativo dell’affidamento in provaal servizio sociale si differenzia dalla revoca dell’affidamento in prova previsto dall’art. 47dell’ordinamento penitenziario, che può intervenire nel corso della prova determinandone lacessazione, perché, se ai fini della revoca il tribunale è chiamato a valutare la gravità di singoli,specifici episodi per verificare se essi siano incompatibili con la prosecuzione della prova, quandosi tratti di stabilirne l’esito occorre procedere ad una valutazione globale dell’intero periodo perdecidere se siao no avvenuto il recupero sociale del condannato

Come è quindi dimostrabile, l’orientamento giurisprudenziale tende in modo uniforme alla rieducazione del condannato e, solo dopo un’attenta analisi dei comportamenti e dell’evoluzione di questi ultimi nella persona del reo, si pronuncia per un preventivo reinserimento nella società.

Chiara Listo

DROGATI DI GIUSTIZIA

Tossici e spacciatori di tutte le età: ormai è assodato da tempo che la vendita di sostanze stupefacenti, nello specifico di marijuana, in Italia è illegale; qualcosa di legale nel Nostro Paese però c’è ossia la coltivazione (limitata) e l’uso personale.

Il dubbio ora sorge spontaneo: quanto si può coltivare? E chi stabilisce che la quantità adibita all’uso personale non sia eccessiva?
La legge, da questo punto di vista non ci aiuta molto: la Corte Costituzionale, il 12 febbraio 2014, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della normativa sugli stupefacenti in vigore dal 2006 al marzo 2013 ripristinando dunque la così detta legge Iervolino – Vassalli rimasta in vigore fino al 27 febbraio 2006.
Tale legge era entrata in vigore nel 1990 (poi emendata nel 1993) e distingueva droghe leggere e droghe pensanti: più severa per i reati che coinvolgono droghe pesanti (eroina, cocaina, ecc. per cui la pena minima è di 8 anni di reclusione) e più lieve per i reati che coinvolgono droghe leggere (hashish, marijuana) dato che la pena minima è di 2 anni di reclusione; per quanto riguarda l’uso personale persiste l’irrilevanza penale (cioè non è reato).

Per cercare di fare chiarezza, in qualche modo ci soccorre la Corte di Cassazione: la sesta sezione penale infatti, il 21 gennaio 2016, ha depositato in cancelleria una sentenza che annulla la condanna emanata nel 2013 verso una coppia di giovani che avevano coltivato in casa loro due piante di canapa indiana e detenevano un essiccatore per trattare le foglie.
Tale sentenza della Suprema Corte stabilisce quanto non sia effettivamente importante il numero di piante di marijuana che s’intende coltivare sul proprio balcone di casa poiché la finalità di “uso personale” sarà poi eventualmente accertata dall’autorità giudiziaria se e quando di tali piante sarà interessata la forza pubblica.
La stessa sentenza tuttavia resta ciò che è ossia una sentenza: essa infatti, per quanto provenga dalla Corte di Cassazione, che ha funzione di nomofilachia (cioè ha il compito di vigilare sull’esatta ed uniforme interpretazione della legge), non ha alcun valore legale perché non esiste, in Italia, il precedente vincolante (una sentenza quindi, pur essendo molto importante, non può vincolare nessun soggetto oltre alle parti a cui tale sentenza è rivolta).

In sintesi si diffida qualsiasi lettore dal presentarsi nel più vicino Commissariato di Polizia della zona con due belle pianticelle di marijuana urlando: “Me l’ha detto la Cassazione! Le posso coltivare!”.

Fabrizio Alberto Morabito

POTARE PER CRESCERE

Il bisogno di depenalizzare è tornato a farsi sentire, non certamente più forte che mai, dato che questi interventi nell’ambito penalistico italiano sono frequenti anche se compiuti con interventi che possono destare alle volte più stupore, alle volte meno. Il 2016 è iniziato, tuttavia, con una riforma “non da poco” in materia. I decreti legislativi 7 e 8 del 15/1/2016 hanno cambiato le carte in tavola in molti ambiti.

Non si può non iniziare ricordando gli interessi contrastanti tra i quali è schiacciato il Bel Paese in materia di depenalizzazione: da un lato la necessità sentita dal nostro legislatore di punire con una sanzione penale tutto ciò che si vuole colpire con durezza (come se una sanzione civile od amministrativa ben calibrata non bastasse) e ciò è riscontrabile dal fatto che in tutte le leggi, o provvedimenti equivalenti, si possono rintracciare le cosiddette “disposizioni penali”. Dallo stesso lato, inoltre, si può notare anche la pressione dell’Europa sull’Italia per quanto riguarda la penalizzazione di molte fattispecie di nuova nascita, le quali con le tempistiche tipiche della nostra macchina legislativa vengono recepite troppo lentamente; dall’altro lato il bisogno sentito periodicamente dai vari governi che si susseguono nello sfoltire la materia penale per cercare di alleggerire i lavori dei vari Giudici di Pace, Tribunali e Corti d’Assise.

Ma quali sono le novità di questi ultimi due decreti legislativi?

Prima di tutto viene prevista l’abrogazione di una serie di reati: falsità in scrittura privata, falsità in foglio firmato in bianco, ingiuria, sottrazione di cose comuni ed appropriazione di cose smarrite, del tesoro o di cose avute per errore o caso fortuito, in più i reati depenalizzati sono 40 e non vi voglio tediare scrivendoveli uno per uno: emergono, però, tra i più curiosi la guida senza patente e la coltivazione di stupefacenti per fini terapeutici. Inoltre tutte le violazioni che erano punite con una multa o con un’ammenda ora vengono puniti con una sanzione amministrativa crescente in base al crescere della vecchia multa o ammenda.

Ma cosa vuol dire “depenalizzare”?

Non è nient’altro che un passaggio di violazioni da un codice all’altro, in questo modo si raggiunge l’obiettivo iniziale del legislatore, ovvero passare una parte del lavoro che era del giudice penale agli altri giudici, nella sostanza civili ed amministrativi.

Con riferimento ai reati trasformati in illeciti amministrativi l’autorità amministrativa si impegna a notificare gli estremi della violazione all’interessato e in più sarà ammissibile il pagamento in misura ridotta (metà della sanzione) entro 90 giorni dall’inizio del procedimento.

Per quanto riguarda i reati trasformati in illeciti civili la punizione viene a dipendere dal fatto che la vittima chieda l’esecuzione di un processo civile, perché senza querela il reato non è procedibile, ergo, il soggetto non sarà punibile.

Il Ministero della Giustizia si impegna a spiegare quali saranno le modalità di liquidazione delle eventuali sanzioni civili ed amministrative.

Per concludere il discorso ci tengo ad affermare che questi decreti hanno colpito quei reati di minore applicazione, che sono stati addirittura abrogati, o quelli che comunque il legislatore riteneva eccessivi prevedere nel codice penale e meritavano di essere depenalizzati. Le sanzioni civili ed amministrative così ideate non si possono comunque definire “leggere” o addirittura “inesistenti”, tutt’altro. Spero in questo modo di avervi avvertiti. Insomma, non credete ai social nei quali nei giorni scorsi si gridava, letteralmente, ad una fantomatica impunità.

 

Alberto Lanzetti

IL PROCESSO E’ ESSO STESSO UNA PENA

Errare humanum est dice il famoso detto latino, tuttavia il proverbio non riesce a suonare come una giustificazione valida per coloro che sono stati vittime di un errore giudiziario. Se nei procedimenti civili ci sono in ballo somme di denaro più o meno grandi (e tutti sappiamo quanto sia forte il dio danaro) nei procedimenti penali non c’è in ballo solo la ricchezza, ma forse qualcosa di ben più importante: la libertà personale. Forse è questo uno degli aspetti più importanti e contorti della magistratura: la difficoltà del giudicare, tanto che lo stesso processo penale, definito dramma umano per l’imputato, da qualcuno è stato definito come dramma anche del magistrato il quale si trova a decidere della libertà o meno di un individuo.

Il magistrato, comunque, prima di pubblico ufficiale rimane pur sempre uomo e proprio per questa sua caratteristica la perfezione non fa parte di egli.

Cosa succede, quindi, se costui sbaglia?

Possiamo immaginare una metafora: l’umanità dell’errore, non certo scusabile, ma nemmeno eliminabile, che aleggia come un avvoltoio sul caso giudiziario di turno. Cosa deve patire l’individuo che per caso si trovasse in questa situazione? Sottoposto al giudizio pubblico di un collegio di magistrati, giudicato dalla collettività, vessato nella pena, distrutto moralmente per la propria sorte e quella dei propri cari e tuttavia sapere dentro di sé di essere innocenti, ma al contempo capire di non potersi più nascondere ed evitare la macchina giudiziaria che come una palla demolitrice si abbatte sulla propria esistenza. Sono un cumulo di sensazioni ed emozioni che non penso siano facili da gestire.

Tuttavia, i casi sono molti e anche gli errori possono essere molteplici nella loro gravità: si può andare dal caso recente avvenuto nel Palazzo di Giustizia di Milano dove il giudice Maria Pia Bianchi, sbagliandosi, ha pronunciato sentenza di condanna per guida in stato di ebbrezza ed altri reati connessi non nei confronti dell’imputato, bensì del pubblico ministero Angelo Renna, il quale, svolgendo la sua normale attività, stava sostenendo l’accusa in giudizio. Qui l’errore era troppo grossolano per non essere notato e il tutto si è riparato con una Camera di Consiglio straordinaria per riparare l’errore e qualche battuta nei confronti del PM in questione, il quale peraltro non ha la macchina e si sposta usando la bicicletta e i mezzi pubblici; difficile immaginarselo alla guida di una vettura in condizioni psicofisiche alterate da sostanze alcoliche.

Certo gli errori possono essere, però, anche molto gravi: qui spunta, inevitabilmente, il caso Tortora che negli anni addietro tanto ha fatto parlare.

In questo caso Enzo Tortora, conduttore televisivo e giornalista, aveva avuto la malaugurata sorte di fare capolino nelle dichiarazioni di “pentiti” mafiosi che facevano parte dell’organizzazione guidata da Raffaele Cutolo (la Nuova Camorra Organizzata). Tortora venne accusato da più persone di far parte dell’associazione a delinquere e in più di essersi macchiato di altri reati gravi tra cui spaccio di sostanze stupefacenti.

In questo caso il tutto non è finito con un sorriso e un’udienza per riparare il danno, come nel caso precedente. Tortora venne svegliato alle 4 del mattino ed arrestato Venerdì 17 Giugno 1983 dai carabinieri di Roma e da lì iniziò un calvario che ebbe fine solo dopo parecchio tempo. In questo caso l’imputato venne sottoposto ad uno stress fisico ed emotivo non da poco: organi inquirenti che frugavano ovunque nella sua vita privata alla ricerca di indizi, che non esistevano, di partecipazione a quell’associazione mafiosa, (ex)colleghi giornalisti che accusavano Tortora stesso di comportamenti “strani” e qualcuno che perfino arrivò a dire di averlo visto spacciare sostanze stupefacenti negli studi televisivi.

Il caso si chiuse 7 mesi dopo con la scarcerazione dell’individuo data la sentenza di assoluzione pronunciata dalla Corte d’Appello di Napoli.

Tuttavia il caso non potè che avere ripercussioni sulla materia in questione, tanto che anche la legge si modificò: si arrivò al referendum sulla responsabilità civile dei magistrati e il Parlamento varò nell’88 la cosiddetta “Legge Vassalli” sul  risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati.

E oggi? Qual è il trattamento per i soggetti che ingiustamente hanno dovuto patire una pena limitativa della libertà personale?

Chi è stato sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere ed è stato poi, all’esito del procedimento penale, prosciolto con sentenza di assoluzione diventata irrevocabile, ha diritto a ricevere un equo risarcimento del danno subito. Stesso risarcimento spetta a chi ha patito ingiustamente carcerazione per effetto di un ordine di esecuzione erroneo e a chi ha subito custodia cautelare in carcere sulla base di un provvedimento emesso o mantenuto in mancanza delle condizioni richieste dalla legge, sia in caso di successiva assoluzione che di condanna.

Inoltre, chi è stato licenziato dal posto di lavoro che occupava prima della custodia cautelare e per tale causa, ha diritto di essere reintegrato nel posto di lavoro se viene pronunciata in suo favore sentenza di assoluzione, di proscioglimento o di non luogo a procedere ovvero viene disposta l’archiviazione.

 Il ricorso va proposto (a pena di inammissibilità) entro due anni dal giorno in cui la sentenza di assoluzione o condanna è diventata definitiva alla corte d’appello nel cui distretto è stata pronunciata la sentenza.

Insomma, uscire da questo circolo vizioso è possibile, soprattutto da quando anche la legge ha riconosciuto che l’errore giudiziario è possibile, ma difficilmente ci si riesce senza qualche ferita più o meno profonda.

                                                                             Alberto Lanzetti