UN BACIO DA 10 ANNI DI GALERA

Un bacio: Dante lo sognava da Beatrice, Petrarca da Laura e Leopardi da Silvia.

Un bacio rubato (anche se solo sulla guancia) può costare caro ed il tutto non si limita al rischio di ricevere uno schiaffone in faccia ma al rischio effettivo di una condanna penale addirittura per violenza sessuale.

La Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione con la sentenza 13940 del 2016 ha infatti confermato la condanna di un uomo che aveva banalmente baciato sulla guancia una donna di cui si era invaghito.

Il ricorrente era stato considerato dalla Corte d’Appello di Roma colpevole, ex artt. 56 e 609 bis del Codice Penale, di aver costretto una donna a subire “atti sessuali” (consistenti in un bacio sulla guancia) e di averci “provato” una seconda volta nonostante il rifiuto della malcapitata.

Per i giudici di legittimità entrambi gli episodi sono da qualificarsi come “tentativi” e quindi rientrano in un’ipotesi di conseguente diminuzione della pena (in misura non eccedente i due terzi).

Inoltre i motivi sollevati dall’imputato dinnanzi ai giudici di Cassazione sono stati considerati troppo generici dagli Ermellini che, pertanto, non hanno potuto far altro che condividere quanto stabilito in sede di merito.

Non sembra infatti che l’apparato motivazionale della Corte d’Appello possa risultare illogico e contraddittorio: quello che va considerato, infatti, non è solo l’episodio in sé, ma le condotte globalmente ascritte dall’imputato, che, con i suoi atteggiamenti, si è spinto al punto da essere condannato anche per stalking.

I giudici hanno infatti rilevato lo stato d’ansia e d’agitazione della parte lesa, in conseguenza delle condotte dell’imputato, che era riuscito a darle un bacio sulla guancia prima che la stessa si divincolasse, provandoci una seconda volta nonostante le evidenti rimostranze della vittima.

La Corte territoriale in definitiva ha condiviso con il primo giudice la valutazione di piena attendibilità della parte offesa: giova, infatti, ricordare che, in mancanza di testimoni della violenza, il giudice può stabilire la colpevolezza del presunto colpevole solo sulle dichiarazioni della vittima, che vanno valutate scrupolosamente insieme all’attendibilità della stessa.


Fabrizio Alberto Morabito

Telefono o scherzetto?

Siamo ancora in tema di Halloween e non poteva mancare un pezzo giuridico dedicato alla paura.

Sfido chiunque abbia un telefono fisso a non aver mai ricevuto nella propria vita “telefonica” una chiamata da uno sconosciuto, rispondere con il classico “pronto” e non ricevere alcuna risposta, ma sentire il lugubre e tetro respiro di qualcuno dall’altro lato della cornetta. La maggior parte delle volte il tutto si lascia alle spalle con un’imprecazione nei confronti del simpaticone di turno e non ci si pensa più.

Altre volte capita che queste telefonate siano ripetute nel tempo e magari le si riceve quasi con costanza ogni settimana o mese che sia e qui la situazione cambia: non stiamo parlando più di scherzi innocenti. Certe telefonate possono, infatti, spaventare e incutere timore dato che il primo pensiero che potrebbe venire in mente è che qualcuno ci stia spiando, che sappia gli orari in cui noi siamo in casa o cose spaventose del genere.

Tuttavia la giurisprudenza cerca di correre in soccorso delle povere vittime di quello che sembrava un banale scherzo.

Nel caso di specie si trattava di una donna, la quale per mesi ha subito le chiamate, senza risposta vocale, di un uomo che la perseguitava in tutto e per tutto, arrivando a farle suonare il telefono di casa anche nel cuore della notte.

Nel momento in cui la signora è riuscita ad individuare il suo aguzzino lo ha denunciato e la giustizia ha fatto il suo corso.

La sent. della Cassazione n.45547/2016 (del 28 Ottobre) ha affermato che le telefonate ripetute, effettuate dallo stesso soggetto possono ben integrare il delitto di stalking, e in ogni caso il reato di molestie ex art.660 c.p..

Nel caso pratico di cui si è parlato prima non è stato riconosciuto il più grave reato di stalking, proprio perché le telefonate non sono state considerate eccessivamente numerose nel tempo e, quindi, non idonee a creare quello stato di ansia e dolore fisico e psicofisico della vittima; ecco allora il non luogo a procedere per insussistenza del fatto.

Tuttavia, anche se le telefonate non sono state considerate eccessivamente frequenti, sono state considerate, questa volta sì, eccessive numericamente e fanno trapelare un tentativo di molestia (reato punito dal nostro codice penale all’art. 660 c.p.).

Si torna, insomma, alle solite. Quello che nasce come uno scherzo, sempre più spesso finisce poi di fronte ai giudici. Non voglio minimizzare le condotte colpevoli di chi si è macchiato di reati come lo stalking, ma avvertire che dopo Halloween le telefonate per spaventare gli amici potrebbero creare un problema.

 

 

Alberto Lanzetti

Barbaro comanda anche da morto

«Attendiamo un’annotazione di servizio dei carabinieri per decidere il da farsi. Certo è strano che ancora si debba assistere a iniziative di questo genere sul territorio calabrese, dopo i ripetuti richiami che sono stati fatti». Il procuratore capo della Dda, Federico Cafiero de Raho, non si sbottona. Ma la sua Procura sta monitorando con attenzione il braccio di ferro fra il parroco di Platì, don Giuseppe Svanera e il questore Raffele Grassi sui funerali di Giuseppe Barbaro, affiliato all’omonimo clan, morto nel carcere di Vibo.

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Giuseppe Barbaro, detto Bambolotto, 54 anni, è riuscito a fare più rumore da morto che da vivo. Uomo della ’ndrangheta, affiliato al locale di Volpiano, condannato a 5 anni con sentenza definitiva nel maxi processo Minotauro, è deceduto giovedì nel carcere di Vibo Valentia. Il questore ha vietato per Barbaro le esequie pubbliche per motivi di sicurezza, ordinando che il funerale fosse celebrato all’alba, direttamente al cimitero, ma il religioso non ha gradito.

Il punto è che don Giuseppe Svanera, parroco bresciano in missione nella chiesa della Madonna del Loreto in Calabria, ha presentato un ricorso al ministro dell’Interno, Angelino Alfano: «Non posso tollerare – dice a telefono – una cosi pesante intromissione del Questore. Che – per inciso – può vietare il corteo, ma non il funerale in chiesa». Su quanto rilevi il fatto che Barbaro fosse riconosciuto ’ndranghetista in tre gradi di giudizio è presto detto: «Sono convintissimo che ogni persona, indipendentemente dal gruppo a cui appartenga, abbia diritto a una degna sepoltura secondo la fede che professa. Barbaro era cattolico, battezzato e sposato. Poi, non era stato neanche condannato per crimini precisi, ma per associazione mafiosa».

Giuseppe Barbaro era un mafioso, arrivato in Piemonte il 30 settembre, rientrato a Vibo il 17 ottobre. Tre giorni dopo è morto. Giuseppe Barbaro era uno dei personaggi di spicco del locale di Volpiano, nel torinese. Di Barbaro, il pentito Rocco Varacalli scatta tutt’altra fotografia: «Mi aveva chiesto di fare un’estorsione a una ditta che si occupava di un cantiere tra Settimo e Volpiano. Se non mi avessero pagato, avrei dovuto incendiare i mezzi oppure…». Oppure? chiede il pm. «Oppure sparargli alle gambe al titolare». Secondo i pentiti, era un santista, che coordinava lo spaccio di droga e le estorsioni nel Torinese. Affetto da diverse patologie croniche, aveva presentato tramite i suoi legali, un’istanza di scarcerazione, rigettata sulla base del responso dei periti, secondo i quali Barbaro poteva essere curato in carcere.

Nicola Galea

Assessore a tutti i costi

La pratica del porn revenge è di matrice anglosassone. Il fenomeno nato tra U.S.A. e Inghilterra consiste nel pubblicare online video hard raffiguranti il proprio partner in attività di autoerotismo o durante rapporti sessuali. Lo scopo di questi video è la semplice e pura minaccia di discredito che si vuole lanciare, tendenzialmente, nei confronti del proprio ex compagno/a per compiere contro di lui/lei ancora un ultimo dispetto, se così si può chiamare.

La pratica è approdata anche nel nostro paese e i fini sono sempre gli stessi: deridere e ferire il proprio ex partner; derisioni compiute senza pensare, oltretutto, alle conseguenze sulla psiche e sul fisico della persona sbeffeggiata ai quattro venti.

Alle volte la forma della “vendetta porno” assume contorni leggermente differenti: sempre più in voga è, infatti, l’utilizzo di Skype, il noto programma per compiere videochiamate in rete. Sempre più persone si trovano su queste chat create appositamente per condividere del sesso online.

I rischi non sono pochi e, ormai spesso, capita di sentire di persone ricattate da compagni sessuali poco intenzionati a condividere momenti di piacere tecnologici e più interessati ad ottenere vantaggi ed utilità attraverso la minaccia della divulgazione dei video, a dir poco, personali.

Succede anche che alcuni possano essere minacciati non solo per far sì che paghino una somma di denaro, ma che vengano minacciati a lasciare la loro carica di assessore in Comune. Questa è la vicenda di un assessore del Comune di Potenza, il quale si è trovato incastrato nella scomoda storia di un video hard che gli è stato minacciato di pubblicare se non avesse lasciato il proprio incarico nell’amministrazione comunale.

Il fatto narra di due abili complici: da un lato un noto editore della città di Potenza interessato alla carica comunale e dall’altro un’attrice appositamente retribuita dal primo per ghermire e porre in una situazione scomoda l’assessore davanti alla webcam del computer.

Il pubblico funzionario, però non si è scoraggiato e ha denunciato i due.

La sentenza non è stata leggera: “tentativo di estorsione” recita la sentenza definitiva della Cassazione (Cass. sent. n.44408/2016) e pena degli arresti domiciliari inflitta ai due complici.

Secondo la Corte il requisito dell’idoneità degli atti, necessario per il tentativo, è rispettato dato che la minaccia della pubblicazione era più che sufficiente per far sì che l’assessore si dimettesse.

Infine, è ravvisabile il reato di tentativo di estorsione e non quello meno grave di violenza privata, proprio perché il colpevole per ottenere un ingiusto profitto ha fatto uso di violenza o minacce affinchè il soggetto passivo facesse qualcosa che gli infliggesse un danno economico e qui il danno economico sono certamente i compensi e le indennità che il soggetto avrebbe perso se si fosse dimesso.

Mi viene da dare due semplici consigli: all’imputato proporrei come via più semplice e meno rischiosa per diventare assessore quella della candidatura e per la vittima di fare molta (!!!) attenzione la prossima volta a mostrare sè stesso in certe situazioni davanti ad una telecamera.

Ma penso che, ormai, questi signori abbiano imparato la lezione.

 

 

Alberto Lanzetti

IL CONFESSIONALE DI UNA CHIESA NON E’ UN LUOGO PUBBLICO!

Prosciolti i due lussuriosi peccatori del Duomo di Cesena: il ragazzo e la ragazza accusati di atti osceni in luogo pubblico perché “rinvenuti a consumare un atto sessuale all’interno di un confessionale della chiesa”. I due imputati si sono dichiarati molto soddisfatti per il proscioglimento. In primo grado erano stati condannati a tre mesi di carcere, con sospensione della pena, ma il loro difensore era subito ricorso in appello.

Durante il processo era pure stato chiesto l’esperimento giudiziale (cioè che l’atto incriminato fosse ripetuto – evidentemente per finta – per verificare se la platea era stata turbata o meno). Secondo il difensore infatti la funzione non era stata impedita né turbata, in più il confessionale non era un luogo pubblico. L‘avvocato Alessandro Sintucci del foro di Cesena,legale dei due giovani, racconta i particolari della sua strategia: “E’ il 1° giugno 2008 e, a Cesena, c’è la notte bianca – ricostruisce il legale – una coppia di trentenni fa mattina e decide di infilarsi dentro al confessionale del Duomo per concludere in bellezza. Lui è in piedi nudo e lei si occupa delle sue parti intime, quando una donna, sentendo dei gemiti, chiama i Carabinieri che fanno la sensazionale scoperta”.

“Capisco che la vicenda ha certamente offeso la chiesa”, spiega Sintucci, precisando che i suoi assistiti hanno fatto “veramente una sciocchezza, ma la questione giuridicamente era interessante, dal punto di vista tecnico”.Tra i testi venne chiamato anche don Adamo Carloni che avrebbe riferito che quando le ultime panche del Duomo avevano iniziato a rumoreggiare, la funzione era già finita.

Certo, il prete pensava di trovarsi di fronte a una setta e si è anche rivolto al vescovo.

I ragazzi hanno fatto celebrare una messa di riparazione mentre il confessionale è stato “ribattezzato, per scacciare il peccato”. Ma, come sostenuto dall’avvocato, non si tratta di un luogo pubblico, ma per “sua natura chiuso e non visibile, dunque in qualche modo privato”.

I fatti sono di quelli che non si dimenticano ma sono passati otto anni, otto anni che rendono completamente superflue le ragioni delle parti poiché in realtà si tratta di un mero caso di prescrizione.

Secondo il primo comma dell’articolo 157 del Codice Penale: “La prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto e a quattro anni se si tratta di contravvenzione, ancorché puniti con la sola pena pecuniaria”.

Ciò sta a significare che, alla scadenza dei 3 anni (massima pena edittale prevista per il reato di atti osceni), il reato cade in prescrizione privando di qualsivoglia significato ogni tentativo difensivo dei due Cesenati e prosciogliendoli definitivamente.

                                                                                                        Fabrizio Alberto Morabito

IL BICCHIERE DELLA STAFFA NON TI METTE AI FERRI

Il Decreto Legislativo numero 28 del 16 marzo 2015 ha introdotto il nuovo articolo 131bis del codice penale, esso esclude la punibilità per particolare tenuità del fatto.

Ciò significa che nei reati per cui è prevista la pena detentiva non superiore a cinque anni, o la pena pecuniaria, la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, l’offesa è di particolare tenuità.

Il legislatore, così facendo, ha voluto fornire al giudice penale una via d’uscita legale in presenza di situazioni che, anche se formalmente reati, in realtà risultano irrilevanti ai fini penali; , per chiarire si potrebbe pensare al povero indigente che ruba un panino dal valore di un euro per poter mangiare (o per sfamare i propri figli).
Il legislatore inoltre specifica che tale articolo 131bis non si applica: nel caso in cui il reo sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza o abbia commesso più reati della stessa indole, anche se ciascun fatto, isolatamente considerato, fosse stato di particolare tenuità; nel caso in cui si tratti di reati che abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali e reiterate e nel caso in cui il reo abbia agito per motivi futili o abietti, con crudeltà, verso un soggetto incapace di difendersi oppure quando dal fatto illecito sono derivate la morte o lesioni gravissime ad una persona.

La Corte di Cassazione non si è fatta attendere nell’interpretare tale articolo 131bis: lo scorso 6 aprile infatti è stata depositata nella cancelleria delle Sezioni Unite Penali la sentenza numero 13682 con cui gli ermellini hanno ritenuto compatibile tale recentissimo istituto con il reato di rifiuto di sottoporsi all’accertamento alcoolimetrico, previsto dall’articolo 186, comma 7, del codice della strada.

Nel caso di specie, datato addirittura 2011, un giovane cosentino era stato fermato dai Carabinieri calabresi per guida in stato di ebbrezza: il reo, dal rapporto delle forze dell’ordine, mostrò i sintomi di un grave stato di alterazione alcoolica e rifiutò di sottoporsi all’alcoltest. Ciò gli è costato (dopo la condanna sia in primo grado che in appello) il rigetto del ricorso da parte della Suprema Corte per l’effettiva mancanza di tenuità del fatto. La Corte ha comunque provveduto ad interpretare la norma nella direzione sopracitata.

In sostanza la nuova disposizione penale enunciata nell’articolo 131bis consente a molti microreati di restare impuniti non senza spese processuali ovviamente perché l’effettiva tenuità del fatto dovrà essere valutata dal giudice.

Per scongiurare le manette quindi si continua a diffidare dal mettersi al volante dopo aver bevuto un bicchiere di troppo.

                                                                                                        Fabrizio Alberto Morabito

«Caro presidente» «Caro Salvatore».

Quella che vorrei raccontarvi è una storia. Una storia che lega un magistrato ad un carcerato. Questa è la storia di “Fine pena: ora”, scritto da Elvio Fassone, il protagonista. Un “rapporto” fatto di corrispondenze durato ventisei anni. Tra chi è stato gettato dietro le sbarre e chi ha statuito.

La prima frase non fu banale: “se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso sarebbe stato lui nella gabbia. se io nascevo dove è nato suo figlio, forse ora farei l’avvocato”. Forse è questo ciò che circola nella testa di chi si trova in gattabuia. Una vita nata storta, una scelta, più scelte sbagliate. Ma Salvatore non è solo questo. Un Giudice gli ha spalancato le porte dell’inferno, ma Salvatore ha voluto raccontare come si vive tra le fiamme.

Si stabilisce così un rapporto con quell’assassino spietato ma intelligente e in qualche modo dotato di un senso dell’onore. La condanna all’ergastolo è inevitabile e accettata con fatalismo da Salvatore.

Fassone è cosparso di dubbi. Come posso rivolgermi? “Ma come oso dire ‘caro’ a una persona che ho murato nel carcere? Con che spirito leggerà queste parole..”

Salvatore racconta, si apre. Come di quella volta al mare, il primo bagno dopo ventitre anni. Come l’abbandono di una donna possa ferire più di un ergastolo. Elvio è padre, è consigliere, è la chiave per uscire da quella cella, metaforicamente.

Dopo ventisei anni Salvatore cede. Verrà salvato da un agente. La lettera inviata è ricca di umanità, di solitudine non giustificabile.

Chissà , forse Fassone non era contrario all’ergastolo quando lo doveva comminare e lo è diventato quando non lo poteva più comminare o forse il suo disagio di fronte al “fine pena mai” è frutto di una lunga riflessione e di un percorso di studio. Non lo sappiamo ma certo è che assieme all’ergastolano, l’autore ha compiuto anch’egli un cammino: per questo riesce così efficacemente ad accompagnarci per mano nella alternanza tra emozioni e pensieri, aiutandoci a sgretolare, piano piano, tante finte certezze, quelle certezze che siamo abituati ad ascoltare dai più, nelle tante discussioni che toccano temi vitali.

Il libro è una denuncia nei confronti della mostruosità delle carceri. Dell’abbandono, dell’abisso in cui si trova un detenuto. Di un carteggio ventennale tra due “amanti” inspiegabili. Di un libro che va letto.

RIEDUCAZIONE O MERA PUNIZIONE? PAROLA ALLA GIURISPRUDENZA

Le pene (…) devono tendere alla rieducazione del condannato” in questo modo la nostra costituzione sancisce il principio del finalismo rieducativo della pena, il cui fine è reintegrare il soggetto all’interno della società cercando di eliminare il pericolo di reiterazione del reato.

Questo intento va però a scontrarsi con la reale situazione delle nostre carceri, spesso sovraffollate e talvolta non dotate di un equo sistema di apprezzamento del buon comportamento. La finalità del carcere, infatti, non dovrebbe rimanere confinata ad una detenzione a scopo punitivo, a denuncia di un comportamento antisociale. Al contrario, grazie a strumenti pedagogici tendenti alla responsabilizzazione e alla consapevolezza delle proprie azioni, si deve tendere alla completa rieducazione del soggetto in questione. A tal fine bisogna ricordare che il legislatore ha disposto un sistema sanzionatorio differenziato, in modo tale che il giudice possa, nel raggio della sua discrezionalità, recuperare socialmente il reo.

La recente giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione specifica i presupposti, per la concessione delle misure premiali, orientati a finalità rieducative:

Sentenza n. 31739 del 01/07/2010. Assumono rilievo, ai fini del giudizio di revoca del beneficio della semilibertà, le condotte che, per natura, modalitàdi commissione ed oggetto, siano tali da arrecare grave “vulnus” al rapporto fiduciario chedeve esistere tra il condannato semilibero e gli organi del trattamento dovendosi valutarese il complessivo comportamento del condannato riveli l’inidoneità al trattamento e quindil’esito negativo dell’esperimento. (Nella specie, erano state valorizzate, a fondamento dellarevoca, le reiterate frequentazioni di soggetti coinvolti in un vasto traffico di stupefacenti,che documentavano l’uso strumentale delle prescrizioni dei benefici premiali).

 Sentenza n. 16441 del 10/02/2010. La detenzione domiciliare non è soggetta a revocaautomatica per il solo fatto che il soggetto ammesso al beneficio venga successivamentesottoposto ad una misura cautelare, dovendo invece verificarsi in concreto se gli elementi indicatinell’ordinanza di custodia cautelare siano o meno sintomatici del fallimento dell’esperimentorieducativo ovvero di un concreto pericolo di commissione di altri reati.

 Sentenza n. 41914 del 29/09/2009. La semilibertà, in quanto misura alternativa alla detenzioneche consente al detenuto di trascorrere parte del giorno all’esterno, sia pure in attività lavorativee socializzanti, non può essere deliberata se non all’esito di previe e positive esperienze diconcessione di altre misure alternative meno impegnative, nel medesimo contesto territoriale difruizione della semilibertà medesima

– Sentenza n. 30525 del 30/06/2010. La valutazione dell’esito negativo dell’affidamento in provaal servizio sociale si differenzia dalla revoca dell’affidamento in prova previsto dall’art. 47dell’ordinamento penitenziario, che può intervenire nel corso della prova determinandone lacessazione, perché, se ai fini della revoca il tribunale è chiamato a valutare la gravità di singoli,specifici episodi per verificare se essi siano incompatibili con la prosecuzione della prova, quandosi tratti di stabilirne l’esito occorre procedere ad una valutazione globale dell’intero periodo perdecidere se siao no avvenuto il recupero sociale del condannato

Come è quindi dimostrabile, l’orientamento giurisprudenziale tende in modo uniforme alla rieducazione del condannato e, solo dopo un’attenta analisi dei comportamenti e dell’evoluzione di questi ultimi nella persona del reo, si pronuncia per un preventivo reinserimento nella società.

Chiara Listo

DROGATI DI GIUSTIZIA

Tossici e spacciatori di tutte le età: ormai è assodato da tempo che la vendita di sostanze stupefacenti, nello specifico di marijuana, in Italia è illegale; qualcosa di legale nel Nostro Paese però c’è ossia la coltivazione (limitata) e l’uso personale.

Il dubbio ora sorge spontaneo: quanto si può coltivare? E chi stabilisce che la quantità adibita all’uso personale non sia eccessiva?
La legge, da questo punto di vista non ci aiuta molto: la Corte Costituzionale, il 12 febbraio 2014, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della normativa sugli stupefacenti in vigore dal 2006 al marzo 2013 ripristinando dunque la così detta legge Iervolino – Vassalli rimasta in vigore fino al 27 febbraio 2006.
Tale legge era entrata in vigore nel 1990 (poi emendata nel 1993) e distingueva droghe leggere e droghe pensanti: più severa per i reati che coinvolgono droghe pesanti (eroina, cocaina, ecc. per cui la pena minima è di 8 anni di reclusione) e più lieve per i reati che coinvolgono droghe leggere (hashish, marijuana) dato che la pena minima è di 2 anni di reclusione; per quanto riguarda l’uso personale persiste l’irrilevanza penale (cioè non è reato).

Per cercare di fare chiarezza, in qualche modo ci soccorre la Corte di Cassazione: la sesta sezione penale infatti, il 21 gennaio 2016, ha depositato in cancelleria una sentenza che annulla la condanna emanata nel 2013 verso una coppia di giovani che avevano coltivato in casa loro due piante di canapa indiana e detenevano un essiccatore per trattare le foglie.
Tale sentenza della Suprema Corte stabilisce quanto non sia effettivamente importante il numero di piante di marijuana che s’intende coltivare sul proprio balcone di casa poiché la finalità di “uso personale” sarà poi eventualmente accertata dall’autorità giudiziaria se e quando di tali piante sarà interessata la forza pubblica.
La stessa sentenza tuttavia resta ciò che è ossia una sentenza: essa infatti, per quanto provenga dalla Corte di Cassazione, che ha funzione di nomofilachia (cioè ha il compito di vigilare sull’esatta ed uniforme interpretazione della legge), non ha alcun valore legale perché non esiste, in Italia, il precedente vincolante (una sentenza quindi, pur essendo molto importante, non può vincolare nessun soggetto oltre alle parti a cui tale sentenza è rivolta).

In sintesi si diffida qualsiasi lettore dal presentarsi nel più vicino Commissariato di Polizia della zona con due belle pianticelle di marijuana urlando: “Me l’ha detto la Cassazione! Le posso coltivare!”.

Fabrizio Alberto Morabito

POTARE PER CRESCERE

Il bisogno di depenalizzare è tornato a farsi sentire, non certamente più forte che mai, dato che questi interventi nell’ambito penalistico italiano sono frequenti anche se compiuti con interventi che possono destare alle volte più stupore, alle volte meno. Il 2016 è iniziato, tuttavia, con una riforma “non da poco” in materia. I decreti legislativi 7 e 8 del 15/1/2016 hanno cambiato le carte in tavola in molti ambiti.

Non si può non iniziare ricordando gli interessi contrastanti tra i quali è schiacciato il Bel Paese in materia di depenalizzazione: da un lato la necessità sentita dal nostro legislatore di punire con una sanzione penale tutto ciò che si vuole colpire con durezza (come se una sanzione civile od amministrativa ben calibrata non bastasse) e ciò è riscontrabile dal fatto che in tutte le leggi, o provvedimenti equivalenti, si possono rintracciare le cosiddette “disposizioni penali”. Dallo stesso lato, inoltre, si può notare anche la pressione dell’Europa sull’Italia per quanto riguarda la penalizzazione di molte fattispecie di nuova nascita, le quali con le tempistiche tipiche della nostra macchina legislativa vengono recepite troppo lentamente; dall’altro lato il bisogno sentito periodicamente dai vari governi che si susseguono nello sfoltire la materia penale per cercare di alleggerire i lavori dei vari Giudici di Pace, Tribunali e Corti d’Assise.

Ma quali sono le novità di questi ultimi due decreti legislativi?

Prima di tutto viene prevista l’abrogazione di una serie di reati: falsità in scrittura privata, falsità in foglio firmato in bianco, ingiuria, sottrazione di cose comuni ed appropriazione di cose smarrite, del tesoro o di cose avute per errore o caso fortuito, in più i reati depenalizzati sono 40 e non vi voglio tediare scrivendoveli uno per uno: emergono, però, tra i più curiosi la guida senza patente e la coltivazione di stupefacenti per fini terapeutici. Inoltre tutte le violazioni che erano punite con una multa o con un’ammenda ora vengono puniti con una sanzione amministrativa crescente in base al crescere della vecchia multa o ammenda.

Ma cosa vuol dire “depenalizzare”?

Non è nient’altro che un passaggio di violazioni da un codice all’altro, in questo modo si raggiunge l’obiettivo iniziale del legislatore, ovvero passare una parte del lavoro che era del giudice penale agli altri giudici, nella sostanza civili ed amministrativi.

Con riferimento ai reati trasformati in illeciti amministrativi l’autorità amministrativa si impegna a notificare gli estremi della violazione all’interessato e in più sarà ammissibile il pagamento in misura ridotta (metà della sanzione) entro 90 giorni dall’inizio del procedimento.

Per quanto riguarda i reati trasformati in illeciti civili la punizione viene a dipendere dal fatto che la vittima chieda l’esecuzione di un processo civile, perché senza querela il reato non è procedibile, ergo, il soggetto non sarà punibile.

Il Ministero della Giustizia si impegna a spiegare quali saranno le modalità di liquidazione delle eventuali sanzioni civili ed amministrative.

Per concludere il discorso ci tengo ad affermare che questi decreti hanno colpito quei reati di minore applicazione, che sono stati addirittura abrogati, o quelli che comunque il legislatore riteneva eccessivi prevedere nel codice penale e meritavano di essere depenalizzati. Le sanzioni civili ed amministrative così ideate non si possono comunque definire “leggere” o addirittura “inesistenti”, tutt’altro. Spero in questo modo di avervi avvertiti. Insomma, non credete ai social nei quali nei giorni scorsi si gridava, letteralmente, ad una fantomatica impunità.

 

Alberto Lanzetti