Cassazione: reato di affidamento illegittimo del figlio anche se non vie è alcun compenso.

Affinché si configuri il reato non è richiesto che chi affida il bambino a terzi riceva un compenso, quanto piuttosto che chi lo riceve sia disposto a pagare per soddisfare il proprio desiderio di genitorialità.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2173 del 2019, ha respinto il ricorso di una madre condannata per il reato di affidamento illegittimo del proprio figlio ceduto a una coppia senza ricevere alcun compenso (corrisposto invece al ginecologo).

La Corte precisa che, affinché si configuri il reato di cui all’art. 71 della legge n. 184 del 1983, non è richiesto che chi affida il bambino a terzi in via definitiva o stabile riceva un compenso, quanto piuttosto che chi lo riceve sia disposto a pagare per soddisfare il proprio desiderio di genitorialità. La ratio della norma infatti è di tutelare l’interesse del bambino ad un affidamento legittimo all’interno di una regolare procedura di adozione.

La Cassazione condivide le valutazioni del giudice di primo grado (confermate anche dalla Corte d’Appello) sulla responsabilità dell’imputata per aver preso parte all’accordo con il ginecologo che le aveva promesso l’affidamento di un nascituro dietro il riconoscimento di 20.500 euro con l’intesa di modificare successivamente lo stato di nascita dello stesso.

Il giorno del parto l’accordo si concretizzava con la consegna del neonato all’imputata (ed al marito di lei, coimputato nel processo) e con il pagamento della somma di 20.500 al ginecologo. Non veniva compiuta però l’alterazione dello stato di nascita a causa di un contrattempo che impediva al medico di falsificare le carte inviate dall’ ospedale al Comune. La partoriente veniva quindi ritenuta colpevole, a titolo di concorso nel delitto previsto dall’art. 71 della legge n. 184 del 1983, “per essersi prestata consapevolmente alla consegna del proprio figlio alla coppia“.

La madre naturale ricorreva quindi in Cassazione, ritenendo che la sua condotta non integrasse il reato de quo: l’affido infatti era avvenuto al di fuori di un procedimento di adozione (piuttosto un affidamento di fatto) e senza il riconoscimento di un corrispettivo in denaro (versato dalla coppia solo al ginecologo). In assenza di un profitto in denaro, secondo la ricorrente, mancherebbe “l’ulteriore elemento della cessione del minore verso un corrispettivo economico che sarebbe necessario per integrare il delitto in esame“.

L’imputata contestava inoltre quanto affermato dalla Corte d’Appello, secondo la quale la stessa avrebbe partecipato consapevolmente alla consegna del figlio dietro corrispettivo: tale conclusione sarebbe il frutto di una lettura errata delle risultanze probatorie, visto che la stessa non solo non conosceva la coppia a cui il nascituro sarebbe stato affidato, ma non era a conoscenza neppure del fatto che questa avrebbe dovuto versare la somma concordata al proprio ginecologo.

La Cassazione però, con la sentenza in oggetto, rigetta il ricorso della giovane donna in quanto “si ritiene infondata la questione di diritto dedotta in relazione alla fattispecie di reato prevista dall’art 71 legge n. 184/1983. Il predetto delitto non richiede affatto che l’affidamento illegale del minore sia avvenuto nell’ambito di una procedura formale di adozione, né è richiesto per colui che affida il minore la previsione di un compenso economico come corrispettivo della consegna del minore stesso, essendo tale compenso previsto solo come condizione di punibilità per colui che “riceve” il minore in illecito affidamento“.

Al fine della integrazione del reato è richiesto, quindi, non che il compenso venga ricevuto da chi dà in affido il bambino, ma che venga corrisposto da chi riceve il nascituro in affido in via stabile. La ratio dell’art. 71 della legge n. 184 del 1983 è uniforme nella giurisprudenza di legittimità: chi affida illegittimamente il minore viola sempre l’interesse dello stesso ad un affidamento nel rispetto di tutte le condizioni poste a sua tutela (stabilità della coppia affidataria, maturità e capacità educativa della stessa, ecc.); chi lo riceve è punito, invece, solo se ha pagato, evidentemente perché non si è ritenuto meritevole di pena colui che lo riceve per appagare un desiderio naturale di genitorialità, senza ricorso a strumenti corruttivi.

Dott. Mirko Buonasperanza

BLOCCO STRADALE: IL REATO REDIVIVO

Il decreto sicurezza ha reso nuovamente reato il blocco stradale.

Il Decreto Legge n. 113 del 2018 (cd. decreto sicurezza), convertito in legge a fine anno, è un provvedimento che introduce molte novità in diverse materie. Tra le tante novità, vi è una modifica al D.lgs. 22 gennaio 1948, n. 66 che si occupa delle “Norme per assicurare la libera circolazione sulle strade ferrate ed ordinarie e la libera navigazione” e che reintroduce il reato di blocco stradale.

Il decreto sicurezza, variando l’art. 1 del predetto d.lgs., ha reso nuovamente reato il blocco stradale (oltre al già previsto blocco di strada ferrata) fatta eccezione per quello su una strada ordinaria attuato mediante ostruzione con il proprio corpo.

La fattispecie era stata depenalizzata dal D.lgs. n. 507 del 1999; prima dell’intervento del decreto sicurezza, la pena detentiva era solo nei confronti dei blocchi di ferrovie o relativamente alla navigazione.

Commetteva reato chiunque, “al fine di impedire od ostacolare la libera circolazione, deponeva o abbandonava congegni o altri oggetti di qualsiasi specie in una strada ferrata, nonché coloro che facevano lo stesso in una zona portuale o nelle acque di fiumi, canali o laghi al fine di ostacolare la libera navigazione o comunque realizzando ostruzione o ingombro”.

A seguito dell’intervento del decreto sicurezza, invece, la reclusione da uno a sei anni è la pena che rischia chi, “al fine di impedire od ostacolare la libera circolazione, colloca o abbandona congegni o altri oggetti di qualsiasi specie in una strada ordinaria o ferrata o comunque ostruisce o ingombra una strada ordinaria o ferrata“.

La pena è raddoppiata, da 2 a 12 anni, se il fatto è “commesso da più persone, anche non riunite, ovvero se è commesso usando violenza o minaccia alle persone o violenza sulle cose”.

Lo stesso decreto sicurezza, tuttavia, ha previsto che facciano eccezione i casi previsti dall’art. 1 bis (aggiunto al D.lgs. 66 del 1948): sono puniti con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 1.000 a 4.000 euro coloro che “impediscono la libera circolazione su strada ordinaria, ostruendo la stessa con il proprio corpo”. La medesima sanzione si applica ai promotori e agli organizzatori.

Dott. Mirko Buonasperanza

Ddl Anticorruzione: primo via libera dalla Camera

Primo via libera per il “Ddl Anticorruzione” che passa alla Camera con 288 voti a favore, 143 contrari e 12 astenuti.

Primo via libera per il “Ddl Anticorruzione” che passa alla Camera con 288 voti a favore, 143 contrari e 12 astenuti.

Il testo, che passerà ora all’esame del Senato, prevede i seguenti contenuti:

  1. Ddl Spazzacorrotti

Il cosiddetto disegno di legge “spazza corrotti” mira a contrastare i reati contro la pubblica amministrazione e quelli inerenti la trasparenza di partiti e movimenti politici ma contiene anche la riforma della prescrizione.

Le misure adottate dalla Camera vanno dal rafforzamento delle pene accessorie previste per i reati contro la p.a. ai meccanismi di trasparenza per finanziamenti a partiti, fondazioni e associazioni politiche.

  1. Daspo per i corrotti

Vengono inasprite le pene accessorie nei reati contro la p.a. introducendo, in caso di condanna per alcuni reati, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici ovvero il c.d. “Daspo“, misura ispirata al divieto di ingresso allo stadio per i tifosi violenti.

La modifica all’art. 317 bis c.p., stabilisce anche la sanzione accessoria dell‘incapacità in perpetuo di contrattare con la pubblica amministrazione, salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio.

Nel caso la pena inflitta sia la reclusione per un tempo non superiore a due anni o qualora dovesse ricorrere la circostanza attenuante prevista dall’articolo 323 bis co.1, c.p. (fatti di particolare tenuità), l’interdizione e il divieto temporanei avranno durata non inferiore a cinque anni né superiore a sette anni.

Saranno inoltre ridotte le sanzioni (durata non inferiore a un anno né superiore a cinque) anche nei confronti di chi si sia “efficacemente adoperato per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, per assicurare le prove dei reati per l’individuazione degli altri responsabili ovvero per il sequestro delle somme o altre utilità trasferite”.

La riabilitazione sarà possibile decorso un termine non inferiore a sette anni dalla espiazione. La pena accessoria perpetua sarà dichiarata estinta qualora il condannato abbia “dato prove effettive e costanti di buona condotta”.

  1. Pentiti in casi di corruzione

Viene introdotta la figura del “pentito” attraverso una norma ad hoc nel codice penale (art. 323 ter) in cui viene cristallizzata la causa di non punibilità in caso di autodenuncia del reo. “Non è punibile colui che, prima dell’iscrizione a suo carico della notizia di reato nel registro degli indagati e, in ogni caso, entro sei mesi dalla commissione del fatto, lo denuncia volontariamente e fornisce indicazioni utili per assicurare la prova del reato e per individuare gli altri responsabili”.

La non punibilità del pubblico ufficiale, dell’incaricato di un pubblico servizio o del trafficante di influenze illecite è subordinata alla “messa a disposizione dell’utilità percepita o, in caso di impossibilità, di una somma di denaro di valore equivalente ovvero all’indicazione di elementi utili a individuarne il beneficiario effettivo, entro il medesimo termine di cui sopra”.

  1. Prescrizione

Dal primo gennaio 2020 viene sospeso il corso della prescrizione della data di pronuncia della sentenza di primo grado (sia di condanna che di assoluzione).

Il primo comma dell’art. 158 c.p. verrà riformulato nel seguente modo: “Il termine della prescrizione decorre, per il reato consumato, dal giorno della consumazione; per il reato tentato, dal giorno in cui è cessata l’attività del colpevole; per il reato permanente o continuato, dal giorno in cui è cessata la permanenza o la continuazione“.

Il secondo comma dell’art. 159 c.p., prevedrà invece che: “Il corso della prescrizione rimane altresì sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado o del decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell’irrevocabilità del decreto di condanna“.

  1. Nuovo reato di peculato

La modifica approvata incide sull’art. 323 c.p. (Abuso d’ufficio), ridefinendo il peculato e ammorbidendo le pene.

Il nuovo comma introdotto in sede di emendamento prevede che: “la pena non può essere inferiore a due anni se il fatto del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio consiste nella appropriazione mediante distrazione di somme di denaro o di altra cosa mobile altrui delle quali ha il possesso o comunque l’autonoma disponibilità per ragione del suo ufficio o servizio, nell’ambito di un procedimento disciplinato da legge o regolamento che appartenga alla sua competenza“.

  1. Agente sotto copertura

Viene estensa anche al contrasto di alcuni reati contro la p.a., tra cui la corruzione, la possibilità di avvalersi delle operazioni di polizia sotto copertura.

Si esclude, di conseguenza, la punibilità degli ufficiali di P.G. che, al solo fine di acquisire elementi di prova, tengano condotte che costituirebbero reato.

  1. Maggiore trasparenza e controlli per i partiti politici

Partiti e movimenti politici avranno l’obbligo di rendicontazione di contributi e prestazioni ricevute il cui valore superi i 500 euro. Basterà invece rilasciare una ricevuta in caso di contributi occasionalmente corrisposti nel corso di manifestazioni ed eventi politici pubblici, di importo inferiore a 500 euro.

Sarà vietato, invece, ricevere contributi, prestazioni gratuite o altre forme di sostegno a carattere patrimoniale, in qualsiasi modo erogati, da parte di persone fisiche o enti che vogliano rimanere anonimi, dichiarandosi contrari alla pubblicità dei relativi dati.

Vietato, anche, ricevere contributi provenienti da governi o enti pubblici di Stati esteri, da persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero e da persone fisiche maggiorenni non iscritte nelle liste elettorali o private del diritto di voto.

  1. Candidati politici

In occasione delle competizioni elettorali di qualunque genere i partiti e i movimenti politici avranno l’obbligo di pubblicare nel proprio sito internet istituzionale il curriculum vitae dei loro candidati e il relativo certificato penale rilasciato dal casellario giudiziario non oltre venti giorni prima della data fissata per la consultazione elettorale.

Dott. Mirko Buonasperanza

Processo penale: novità sulla telematizzazione

Dall’inizio del prossimo anno partirà la telematizzazione del processo penale.

Dall’inizio del prossimo anno partirà la telematizzazione del processo penale. L’avviso di deposito della sentenza dovrà avvenire infatti obbligatoriamente in forma digitale.

il Ministero della Giustizia ha comunicato in una nota che, con l’installazione ultimata su tutti i server distrettuali dei moduli aggiornati del Registro Generale Web, “sarà possibile rispettare la disposizione secondo cui dal 1° gennaio prossimo l’avviso di deposito della sentenza dal Tribunale alla Procura generale debba avvenire obbligatoriamente via web“.

Ciò comporterà come vantaggio una forte diminuzione dei tempi di passaggio tra i due uffici, evitando inoltre il consumo di carta, la compilazione manuale dei registri ed il trasferimento fisico dei fascicoli.

Questo servizio telematico, “a lungo richiesto soprattutto dai dipendenti che operano nelle cancellerie e nelle segreterie giudiziarie, è stato reso possibile grazie all’installazione sui server distrettuali di nuovo moduli del Sistema Informativo della Cognizione Penale“, continua la nota.

Più specificamente è previsto che il Tribunale potrà inviare tramite il Registro della Cognizione Penale l’avviso di deposito della sentenza alla Procura Generale, allegandovi obbligatoriamente la sentenza scansionata.

“Si tratta di una necessaria rivoluzione telematica che produrrà chiari vantaggi per tutti: amministrazione della giustizia, operatori e soprattutto cittadini“, garantiscono dal Ministero.

Per la Procura Generale i benefici saranno “ancora più consistenti: utilizzando i nuovi moduli, infatti, i magistrati potranno gestire, accedendo alla loro consolle, il calcolo della scadenza dei termini per l’impugnazione“.

Dott. Mirko Buonasperanza

Autorizzato l’accesso ai dati telefonici personali anche nei reati non gravi

La Corte di giustizia Ue ha precisando che è indispensabile che un accesso non determini una grave limitazione della vita privata dell’interessato.

La Corte di giustizia dell’Unione Europea ha recentemente statuito che gli organi di polizia giudiziaria possono accedere ai dati personali gestiti dai fornitori di servizi di telefonia anche in caso di reati non gravi.

La sentenza C-207/16, del 2 ottobre 2018, fa rilevare che l’ingerenza nei diritti che ne consegue non è infatti tale da dover imporre una limitazione dell’accesso a tali dati, nell’ambito della prevenzione, della ricerca, dell’accertamento e del perseguimento dei reati, alla lotta contro la sola criminalità grave.

Ad ogni modo, presupposto fondamentale per rendere l’accesso legittimo anche per i reati non gravi, sarebbe che l’accesso medesimo non deve determinare un’ingerenza grave nella vita privata dell’interessato.

Nella fattispecie concreta esaminata dalla Corte i dati, oggetto delle indagini poste in essere dalle autorità di polizia spagnole, permettevano di mettere in relazione alcune carte SIM (attivate con un cellulare rubato) con l’identità del titolare di tali carte, in un dato arco temporale.

Non era invece possibile, senza una verifica incrociata, conoscere data, ora, durata, luogo o destinatari delle comunicazioni effettuate. Questi dati, quindi, non permettevano di trarre delle conclusioni precise sulla vita privata dei soggetti interessati e il loro esame non poteva essere considerato come una grave violazione dei diritti fondamentali.

Per la Corte di Lussemburgo, tenuto conto delle esigenze di accertamento e repressione dei reati, quella operazione non costituiva un atto contrastante con l’articolo 15, par. 1, della direttiva 2002/58/CE relativa alla vita privata e alle comunicazioni elettroniche.

Dott. Mirko Buonasperanza

APPROVATI I DECRETI ATTUATIVI ALLA RIFORMA ORLANDO

Il Consiglio dei Ministri ha approvato i decreti attuativi della Riforma Orlando.

Il Consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva, il 27 settembre scorso, cinque decreti attuativi della cosiddetta Riforma Orlando del 2017 i quali introducono importanti novità in cinque materie dell’ordinamento penale.

  • Ordinamento penitenziario

In questo campo vengono riformate l’assistenza sanitaria col fine di garantire prestazioni tempestive e appropriate e vengono semplificati i procedimenti per le decisioni di competenza del magistrato e del Tribunale di Sorveglianza nell’ottica di una complessiva accelerazione. Specifiche disposizioni sono poi poste a presidio del principio all’imparzialità dell’amministrazione al fine di combattere le discriminazioni all’interno delle strutture, in particolar modo quelle di genere e basate sull’orientamento sessuale dei detenuti.

  • Vita detentiva e lavoro penitenziario

Obiettivo principale è quello di incrementare le attività di lavoro retribuito (all’interno e all’esterno delle carceri) e di incentivare il volontariato e il reinserimento sociale dei reclusi.

Altre norme cercano di migliorare la vita carceraria, prevedendo la responsabilizzazione dei detenuti e la massima conformità della vita all’interno delle strutture penitenziarie alle norme nazionali ed internazionali.

  • Casellario giudiziale

Il casellario giudiziale è stato adeguato alle più recenti modifiche in materia di diritto penale, diritto processuale penale e privacy (specie il Regolamento europeo approvato ad aprile 2018) nell’ottica di rendere il procedimento più semplice e gli adempimenti amministrativi più rapidi.

  • Intercettazioni

Il quarto decreto si occupa, invece, delle spese per le operazioni di intercettazione. In particolare, anche per velocizzare le operazioni di pagamento, la competenza ad emettere il decreto di liquidazione delle predette spese viene affidata al magistrato dell’ufficio del pubblico ministero che ha eseguito o richiesto l’autorizzazione a disporre le intercettazioni.

  • Condannati minorenni

Da ultimo l’attuazione della riforma penale predispone una nuova disciplina in materia di esecuzione delle pene nei confronti dei condannati minorenni e dei giovani adulti (ovvero i minori di 25 anni).

Tenuto conto del particolare percorso educativo e di reinserimento sociale necessario per tali soggetti, il provvedimento riforma le misure penali di comunità puntando ancora di più sull’individualizzazione del trattamento penitenziario.

La detenzione viene quindi disposta solo come extrema ratio ossia quando le esigenze di sicurezza e quelle sanzionatorie non riescono ad essere ben conciliate con le istanze pedagogiche.

Dott. Mirko Buonasperanza

Il Consiglio dei ministri approva il Decreto Sicurezza

Oggi il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità il cosiddetto decreto legge Salvini, un provvedimento che accorpa due precedenti bozze di decreti, su sicurezza e immigrazione.

Oggi il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità il cosiddetto decreto legge Salvini, un provvedimento che accorpa due precedenti bozze di decreti, su sicurezza e immigrazione, a cui da settimane lavora il ministro dell’Interno.

Negli ultimi giorni il testo era stato oggetto di ripensamenti dovuti a dubbi di costituzionalità anche se oggi, durante la conferenza stampa di presentazione, il Presidente Conte ha affermato che: “In un quadro di assoluta garanzia dei diritti delle persone e dei Trattati, andiamo a operare una revisione per una disciplina più efficace” cercando di rassicurare chi esprimeva preoccupazione che le misure approntate dal Governo fossero lesive dei diritti dei migranti.

L’obiettivo fissato dall’esecutivo, attraverso una riorganizzazione normativa, è quello di adeguare l’intero sistema di riconoscimento della protezione internazionale agli standard europei eliminando quelli che sono stati dichiarati come “disallineamenti significativi” rispetto agli altri Paesi dell’Unione.

Gli aspetti che destavano maggior criticità sono lo stop ai permessi di soggiorno per motivi umanitari sostituiti con permessi per meriti civili o cure mediche, il raddoppio da 3 a 6 mesi dei tempi di trattenimento nei Centri per i rimpatri nonché l’aumento dei reati per cui si revoca lo status di rifugiato e i progetti di integrazione sociali riservati a titolari di protezione e minori non accompagnati.

Si otterrebbe così una attenuazione dei diritti che potrebbe contrastare con le tutele previste dalla Costituzione e dalla Corte Costituzionale, che più volte ha ribadito che i diritti riguardano tutti.

Nel decreto sono presenti anche nuove misure contro le occupazioni abusive di immobili: viene previsto infatti un inasprimento delle sanzioni nei confronti di coloro che promuovano o organizzino l’invasione di terreni ed edifici. Le pene e le sanzioni pecuniarie verranno raddoppiate arrivando fino a 4 anni di reclusione e una multa da 206 ai 2.064 euro a carico dei promotori e di coloro che abbiano compiuto il fatto armati. Verrà anche ampliata la possibilità di utilizzo dello strumento delle intercettazioni telefoniche a carico degli indagati per reati di questo tipo.

Dott. Mirko Buonasperanza

Verità “Sulla mia pelle”

Da quando il film “Sulla mia pelle” è stato presentato a Venezia, la cronaca nazionale e le riviste di settore hanno speso encomi per la magistrale interpretazione del protagonista Alessandro Borghi e per la regia di Alessio Cremonini. Per spirito d’informazione, sempre tali riviste si sono sentite in dovere, legittimo, di fornire una rappresentazione (quantomeno sommaria) dei fatti accaduti quella sera. Noi, come rivista che intende analizzare gli aspetti più puramente di diritto e attinenti alla realtà dei fatti, così come rappresentata dagli atti processuali, non possiamo basarci sulla cronaca dei rotocalchi ed ancor più non possiamo, e non dobbiamo, indirizzare il lettore ad un’unica lettura della realtà conforme al nostro pensiero personale. Il fine di questo articolo è fornire al lettore gli elementi necessari per distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato secondo la propria visione della giustizia, tenendo sempre presente i principi di diritto positivi e naturali. Con queste doverose premesse, si procederà ad una comparazione dei fatti di quella notte così come raccontati nella pellicola, con quelli fornitici dagli atti processuali.

I FATTI

Roma, 15 ottobre 2009, un ragazzo 32enne che corrisponde al nome di Stefano Cucchi viene fermato, colto nell’atto di cedere ad un altro soggetto una serie di confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Successivamente viene condotto in caserma. Durante la perquisizione vengono rinvenuti addosso al ragazzo 21 grammi di hashish, tre dosi di cocaina, una pasticca di sostanza inerte e una di un medicinale.
Il ragazzo, che al momento dei fatti pesava 43 kg per 1,62 cm di altezza viene sottoposto a regime di custodia cautelare.
Il giorno seguente Stefano viene processato per direttissima e accusato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. L’imputato, secondo quanto emerge da una registrazione dell’udienza, si dichiara innocente per il capo d’accusa di “spaccio” e si dichiara colpevole per l’addebito di “detenzione”, specificandone l’uso personale. Già durante l’udienza appaiono evidenti delle ecchimosi sul viso e difficoltà nel parlare.

Tuttavia il giudice dispone il rinvio a giudizio, fissando l’udienza per il 13 novembre 2009, stabilendo inoltre la perdurata della permanenza di Cucchi nel carcere di Regina Coeli, carcere che, a differenza di Re Bibbia, viene utilizzato per le misure cautelari.
A seguito del trasporto nella struttura carceraria, le condizioni fisiche iniziano a peggiorare e durante una visita all’ospedale Fatebenefratelli vengono  messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (inclusa una frattura della mascella), all’addome (inclusa un’emorragia alla vescica) e al torace (incluse due fratture alla colonna vertebrale).
Le condizioni di Stefano si aggravarono in maniera molto celere, peggioramento che obbliga il trasporto alla struttura medico-carceraria Sandro Pertini il 17 ottobre.
Stefano Cucchi muore il 22 ottobre 2009, al momento del decesso il ragazzo pesa 27 kg.

L’obiettivo del regista è quello di focalizzare l’attenzione dello spettatore sull’ultima settimana di vita del Cucchi, ultima settimana che corrisponde alla sua incarcerazione, la scena saliente attorno alla quale ruota lo svolgimento del film si rinviene quando, immediatamente dopo l’arresto e la perquisizione a casa dei genitori, il Cucchi viene condotto in una stanza all’interno della caserma. Ciò che avviene all’interno di questa stanza è volontariamente omesso dal regista, il quale si limita ad un fermo immagine di un paio di secondi con l’intento di indurre lo spettatore a pensare che sia successo qualcosa all’interno, tuttavia la totale assenza di audio non mira ad indirizzare colui che guarda ad un’unica conclusione. Conclusione che si trae però nel fotogramma successivo in cui un primo piano al volto dell’attore Alessandro Borghi fa emergere la presenza di evidenti lividi sul viso e nelle scene successive si noterà come essi non siano gli unici, essendo inoltre presenti lividi nella zona addominale e lombare. Da lì in avanti, viene seguito tappa per tappa il movimento dell’imputato attraverso le varie strutture, sia mediche che carcerarie fino al fatale esito.

Il film si propone come un documentario e non come una rappresentazione soggettiva di quanto avvenuto in quei giorni, lo stesso regista e gli sceneggiatori hanno spulciato più di 10.000 pagine di verbali per rendere il più possibile reale ed attinente alla realtà il lungometraggio. Il protagonista, Alessandro Borghi, in una dichiarazione rilasciata a Netflix, piattaforma multimediale sulla quale il film è stato distribuito, ha apertamente dichiarato che l’intento del film è quello di far si che ognuno “riesca a farsi un’idea con i mezzi e gli strumenti che sono stati messi a disposizione”. Il racconto del reale non costringe nessuno a prendere una posizione, perché non vi sono due teorie opposte, non vi è un racconto in prima persona da parte della vittima o da parte delle guardie. Il film è una ricostruzione di eventi così come emersi dagli atti processuali, atti che in uno stato di diritto quantomeno dovrebbero rappresentare la cosa più vicina alla realtà dei fatti.

ghbmhnjLE INDAGINI E LA RESPONSABILITA

Ad oggi, a quasi nove anni dalla scomparsa di Stefano Cucchi, il processo per far luce sulle reali cause della morte di Stefano, non è ancora arrivato a conclusione. L’iter legale ha visto emergere dapprima una responsabilità delle guardie carcerarie, accusate di omicidio preterintenzionale e successivamente quella di omicidio colposo, falso ideologico, abuso d’ufficio e abbandono di incapace ai medici dell’ospedale Sandro Pertini. Il primo processo si concluse nel 2015 con il parziale annullamento della sentenza di appello, che aveva visto l’assoluzione dell’equipe medica, assolvendo per ogni capo di accusa gli agenti di polizia penitenziaria. Venne successivamente aperte una seconda inchiesta per fare ulteriore chiarezza sui reali interpreti intervenuti la note tra il 15 e il 16 ottobre, l’inchiesta portò all’iscrizione nel registro degli indagati di militari all’epoca presenti all’interno della caserma con l’accusa di favoreggiamento e falsa testimonianza. Il 10 luglio 2017 i cinque militari sono stati rinviati a giudizio per omicidio preterintenzionale, calunnia e falso in atto pubblico.

Aldilà di ogni commento in merito alla vicenda, la cosa più importante che bisogna andare ad analizzare in queste situazioni qua è come, nonostante l’art. 27 comma 2 e 3 della Costituzione reciti che “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” la condizione mediatica di colui che per la prima volta attraversa le porte del carcere è irrimediabilmente irreversibile. Nell’opinione pubblica e soprattutto all’interno delle strutture carcerarie, il pregiudizio nei confronti delle persone in attesa di giudizio è pari a quello delle persone che stanno scontando la pena, senza alcuna distinzione tra le due figure, ma ponendoli entrambi sullo stesso piano, senza aspettare che la giustizia faccia il suo corso e si pronunci sulla colpevolezza o meno di una persona. Un altro aspetto che molto spesso non viene adeguatamente considerato è quello della funzione rieducativa della pena. Il nostro sistema carcerario non mira ad infliggere una pena detentiva fine a sé stessa al detenuto ma a rieducarlo con una serie di interventi in tal guisa volti al suo reinserimento nella società al termine del periodo di detenzione. L’Italia da questo punto di vista, anche per colpa di numerosi problemi all’interno degli istituti rieducativi, si attesta come uno dei paesi in cui vi è il più alto indice di omicidi e morti per suicidio nelle proprie strutture, sia per i marchiani problemi interni di convivenza sia per la mancanza di un a prospettiva di futuro per le persone che hanno terminato il loro percorso rieducativo, basti pensare che il 67 % delle persone che esce dalle strutture dello Stato, nell’arco di 36 mesi ci ritorna. (Fonte Amnesty International)

La condizione di necessità di un essere umano deve andare aldilà del pregiudizio e dal passato che uno porta con sé, purtroppo un ragionamento del genere è quantomeno raro, probabilmente non solo in Italia, ma anche in altri luoghi. Colui che, a seguito del fallimento delle misure alternative proposte dalla società (cliniche, case di cura, SERT), si ritrovi ancora vittima della tossicodipendenza, per sopravvivere ahimè ha dinnanzi una sola strada, quello dello spaccio.

Il compito di una struttura statale è quello di garantire sicurezza, di garantire l’applicazione trasparente delle regole di condotta, di garantire che una persona entri viva e nella peggiore delle ipotesi esca tale, senza aver paura che una persona, versante in evidente stato di difficoltà, trovi la morte là dove dovrebbe esserci la certezza che non può succedere nulla, nel posto più di tutti adibito alla sicurezza della persona e della società. In uno stato di diritto l’unico figura eletta a giudicare i crimini delle persone è il giudice, ed è l ’unico al quale spetta il potere di infliggere pene e sanzioni, ma nemmeno ad egli spetta lo Ius vitae ac necis sulla persona, nessuno può giudicare se una persona è meritevole o meno di vivere, se essa possa essere considerata una risorsa o un peso per la comunità. Il cameratismo, l’abuso di potere, l’omertà tra colleghi, la menzogna, l’insabbiamento di notizie e la manipolazione della verità sono dei crimini imperdonabili, specie se compiuti da una pubblica autorità. I processi faranno luce su queste terribili accuse e porteranno la giustizia e la verità alla famiglia Cucchi e ai cittadini italiani.

 

Riccardo Salvadori

INTERDITTIVE ANTIMAFIA E APPALTI: RISARCIMENTO ALLE DITTE COLPITE?

L’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, con la sentenza n. 3 del 6 aprile 2018, ha chiarito  quali siano gli effetti della informativa interdittiva antimafia di cui agli artt. 84, co. 3 e 91, co. 6, del d.lgs. 159/2011 (cd. Codice Antimafia).

L’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, con la sentenza n. 3 del 6 aprile 2018, ha chiarito  quali siano gli effetti della informativa interdittiva antimafia di cui agli artt. 84, co. 3 e 91, co. 6, del d.lgs. 159/2011 (cd. Codice Antimafia).

 La questione all’esame dell’Adunanza riguardava la possibilità di erogare da parte di una pubblica amministrazione somme di danaro, a titolo di risarcimento del danno, in favore di un soggetto che sia stato attinto – prima della definizione del giudizio risarcitorio – da un’informativa interdittiva antimafia, conosciuta solo successivamente alla formazione del giudicato e taciuta dal soggetto stesso. Il vaglio del Consiglio di Stato in questo caso verteva, quindi, sugli effetti generali delle informative interdittive antimafia e sull’ostatività degli stessi alla erogazione di denaro a titolo di risarcimento del danno.

In secondo luogo, il Consiglio era chiamato a giudicare su un altro quesito (consequenziale al primo), riguardante,  nel caso concreto, il diritto di credito accertato con sentenza passata in giudicato (e non scalfita neppure da revocazione su ricorso della p.a.). la Sezione remittente  in altre parole si poneva il dubbio se la tutela degli effetti del giudicato potesse rendere doveroso il pagamento delle somme accertate giudizialmente.

Nella sentenza in esame  in Giudice amministrativo d’appello ricorda come “l’interdittiva antimafia è provvedimento amministrativo al quale deve essere riconosciuta natura cautelare e preventiva, in un’ottica di bilanciamento tra la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica e la libertà di iniziativa economica riconosciuta dall’art. 41 Cost.” il quale fa sì che un imprenditore possa meritare di essere “titolare di rapporti contrattuali con le predette amministrazioni, ovvero destinatario di titoli abilitativi da queste rilasciati, come individuati dalla legge, ovvero ancora (come ricorre nel caso di specie) essere destinatario di contributi, finanziamenti o mutui agevolati ed altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate”.

Il giudizio di eventuale mancanza di meritevolezza fa derivare una particolare incapacità giuridica “prevista dalla legge a garanzia di valori costituzionalmente garantiti e conseguente all’adozione di un provvedimento adottato all’esito di un procedimento normativamente tipizzato e nei confronti del quale vi è previsione delle indispensabili garanzie di tutela giurisdizionale del soggetto di esso destinatario”. Tale incapacità giuridica è parziale in quanto limitata ai rapporti giuridici con la Pubblica Amministrazione e temporanea poiché può venir meno per il tramite di un successivo provvedimento dell’autorità amministrativa competente  ovvero il Prefetto.

La circostanza che la somma di denaro di cui è titolare la società colpita dal provvedimento amministrativo sia di natura risarcitoria non elide la mancanza di capacità della stessa: l’incapacità di ottenere erogazione di somme di denaro rende non rilevante la circostanza che si tratti di una erogazione a titolo risarcitorio anche qualora il credito fosse stato accertato con sentenza passata in giudicato. L’informativa interdittiva antimafia, infatti, non ha effetto di far venire meno il debito della P.a. ma soltanto la capacità del soggetto colpito dal provvedimento di incassare il credito; capacità che potrà ritornare piena una volta venuto meno il provvedimento stesso.

Il giudicato di conseguenza non viene leso poiché “l’obbligazione risarcitoria della Pubblica Amministrazione, definitivamente accertata in sede giudiziaria, resta intatta ed indiscutibile; né può ipotizzarsi alcuna incisione del provvedimento amministrativo (e dei suoi effetti) sul giudicato”.

Concludendo, l’Adunanza fissa i seguenti principi di diritto:

1) “il provvedimento di cd. interdittiva antimafia determina una particolare forma di incapacità ex lege, parziale (in quanto limitata a specifici rapporti giuridici con la Pubblica Amministrazione) e tendenzialmente temporanea, con la conseguenza che al soggetto – persona fisica o giuridica – è precluso avere con la pubblica amministrazione rapporti riconducibili a quanto disposto dall’art. 67 d. lgs. 6 settembre 2011 n. 159”.

2) “l’art. 67, co. 1, lett. g) del d. lgs. 6 settembre 2011 n. 159, nella parte in cui prevede il divieto di ottenere, da parte del soggetto colpito dall’interdittiva antimafia, contributi, finanziamenti e mutui agevolati ed altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati da parte dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunità Europee, per lo svolgimento di attività imprenditoriali, ricomprende anche l’impossibilità di percepire somme dovute a titolo di risarcimento del danno patito in connessione all’attività di impresa”.

Dott. Mirko Buonasperanza

Il grande romanzo della c.d. regola Taricco narrato dalla Corte Costituzionale

Dopo aver già in precedenza parlato della c.d. “Regola Taricco”, riportiamo in versione integrale il comunicato stampa del 31/05/2018 della Corte Costituzionale che ripercorre le principali tappe della vicenda.

Dopo aver già in precedenza parlato della c.d. “Regola Taricco”(qui l’articolo del 15/04/2018), riportiamo in versione integrale il comunicato stampa del 31/05/2018 della Corte Costituzionale che ripercorre le principali tappe della vicenda.

FRODI UE E PRESCRIZIONE: LA “REGOLA TARICCO” E’ INCOMPATIBILE CON IL PRINCIPIO DI DETERMINATEZZA DELLA NORMA PENALE
UNA VICENDA EMBLEMATICA DI DIALOGO TRA CORTI
“La vicenda Taricco è un significativo esempio di “dialogo tra Corti”, dialogo che spesso si auspica, ma con qualche dubbio che possa effettivamente svolgersi. Sul caso Taricco però, attraverso i provvedimenti della Corte di giustizia dell’Unione europea e della Corte costituzionale italiana, si è svolto effettivamente un dialogo e l’esito è stato proficuo. Come emerge dalla motivazione della sentenza della Consulta, depositata oggi in cancelleria con il numero 115 (relatore il presidente Giorgio Lattanzi).
La prima sentenza Taricco
La sentenza 8 settembre 2015 della Grande sezione della Corte di giustizia Ue resa nella causa Taricco aveva stabilito che il giudice italiano dovesse disapplicare gli articoli 160, terzo comma, e 161, secondo comma, del Codice penale, omettendo di dichiarare prescritti i reati di frode in danno dell’Unione europea e procedendo nel giudizio penale, in due casi: innanzitutto, secondo una regola che è stata tratta dall’articolo 325, paragrafo 1, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), quando queste disposizioni, determinando la prescrizione, impediscono di
infliggere sanzioni effettive e dissuasive in un numero considerevole di gravi casi di
frode che ledono gli interessi finanziari dell’Unione; in secondo luogo, in base a una
regola desunta dall’articolo 325, paragrafo 2, TFUE (cosiddetto principio di
assimilazione), quando il termine di prescrizione, per effetto delle norme indicate,
risulta più breve di quello fissato dalla legge nazionale per casi analoghi di frode in
danno dello Stato membro.
Le Corti italiane
La Corte di cassazione e la Corte d’appello di Milano però hanno ritenuto che
le regole enunciate dalla sentenza Taricco fossero in contrasto con alcuni principi
supremi dell’ordine costituzionale italiano, e in particolare con gli articoli 3, 11, 24,
25, secondo comma, 27, terzo comma, e 101, secondo comma, della Costituzione
e, rimettendo alla Corte costituzionale gli atti di due processi che stavano trattando,
hanno sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’articolo 2 della legge 2
agosto 2008, n. 130, sulla ratifica ed esecuzione del Trattato di Lisbona, nella parte
in cui, imponendo di applicare l’articolo 325 TFUE, come interpretato dalla
sentenza Taricco, comporta che in taluni casi vengano disapplicati gli articoli 160,
terzo comma, e 161, secondo comma, del Codice penale nei confronti di reati in
materia di imposta sul valore aggiunto (IVA) che costituiscono frode in danno degli
interessi finanziari dell’Unione.
La Corte di cassazione, dopo aver ricordato che nell’ordinamento italiano
l’istituto della prescrizione appartiene alla legalità penale sostanziale, ha sottolineato
la violazione dell’articolo 25, secondo comma, della Costituzione per i profili della
riserva di legge in materia penale, posto che il regime della prescrizione cesserebbe
di essere legale, della determinatezza, a causa della genericità dei concetti di «grave
frode» e di «numero considerevole di casi», intorno ai quali ruota la “regola Taricco”,
e del divieto di retroattività, considerato che i fatti addebitati agli imputati sono
anteriori all’8 settembre 2015, data di pubblicazione della sentenza Taricco.
Inoltre, sarebbe leso l’articolo 101, secondo comma, della Costituzione, perché
verrebbe demandata al giudice un’attività implicante una «valutazione di natura
politico-criminale», che spetterebbe invece al legislatore.
La Consulta rinvia alla Corte Ue
La Corte costituzionale, a sua volta, con l’ordinanza n. 24 del 2017, anziché
decidere le questioni che le erano state rimesse, ha disposto un rinvio pregiudiziale
alla Corte di giustizia per l’interpretazione relativa al significato da attribuire
all’articolo 325 TFUE e alla sentenza Taricco.
Secondo la Corte costituzionale, l’eventuale applicazione della “regola Taricco”
nel nostro ordinamento violerebbe gli articoli 25, secondo comma, e 101, secondo
comma, della Costituzione e non potrebbe perciò essere consentita neppure alla luce
del primato del diritto dell’Unione. Tuttavia è sembrato alla Corte che la stessa
sentenza Taricco tendesse ad escludere questa applicazione ogni qual volta risultasse
in conflitto con l’identità costituzionale dello Stato membro, implicando una
violazione del principio di legalità penale.
Di ciò è stata chiesta conferma alla Corte di giustizia.
La nuova pronuncia della Corte Ue
La Grande sezione della Corte di giustizia, con sentenza 5 dicembre 2017, in
causa C-42/17, M.A. S. e M. B., comprendendo il dubbio prospettato dalla Corte
costituzionale ha riconosciuto che l’obbligo per il giudice nazionale di disapplicare,
sulla base della “regola Taricco”, la normativa interna in materia di prescrizione,
viene meno quando ciò comporta una violazione del principio di legalità dei reati e
delle pene, a causa dell’insufficiente determinatezza della legge applicabile o
dell’applicazione retroattiva di una normativa che prevede un regime di punibilità
più severo di quello vigente al momento della commissione del reato.
La nuova pronuncia della Corte di giustizia opera su due piani connessi.
In primo luogo chiarisce che, in virtù del divieto di retroattività in malam partem
della legge penale, la “regola Taricco” non può essere applicata ai fatti commessi
anteriormente alla data di pubblicazione della sentenza che l’ha dichiarata, ovvero
anteriormente all’8 settembre 2015. Si tratta di un divieto che discende
immediatamente dal diritto dell’Unione e non richiede alcuna ulteriore verifica da
parte delle autorità giudiziarie nazionali.
In secondo luogo demanda a queste ultime il compito di saggiare la compatibilità
della “regola Taricco” con il principio di determinatezza in materia penale, che è sia
principio supremo dell’ordine costituzionale italiano sia cardine del diritto
dell’Unione, in base all’articolo 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione
europea (CDFUE).
Parola finale alla Consulta: la “regola Taricco” contrasta col
principio di determinatezza in materia penale
Alla luce del chiarimento interpretativo offerto dalla sentenza M.A.S., la Corte
costituzionale ha ritenuto che tutte le questioni sollevate dai giudici rimettenti
fossero non fondate, perché la “regola Taricco” doveva ritenersi inapplicabile nei
rispettivi giudizi.
In entrambi i giudizi infatti si procedeva per fatti avvenuti prima dell’8
settembre 2015, sicché l’applicabilità degli artt. 160, terzo comma, e 161, secondo
comma, del Codice penale e la conseguente prescrizione dei reati oggetto dei
procedimenti a quibus erano riconosciute dalla stessa sentenza M.A.S., che aveva
escluso gli effetti della “regola Taricco” rispetto ai reati commessi prima di quella
data.
Comunque, secondo la Corte costituzionale, indipendentemente dalla
collocazione dei fatti, prima o dopo l’8 settembre 2015, i giudici rimettenti non
avrebbero potuto applicare la “regola Taricco”, perché in contrasto con il principio
di determinatezza in materia penale, consacrato dall’articolo 25, secondo comma,
della Costituzione.
Infatti, un istituto come la prescrizione, che incide sulla punibilità della persona
riconnettendo al decorso del tempo l’effetto di impedire l’applicazione della pena,
nell’ordinamento giuridico italiano rientra nell’alveo costituzionale del principio di
legalità penale sostanziale enunciato dall’articolo 25, secondo comma, della
Costituzione con formula di particolare ampiezza, ed è parso evidente il deficit di
determinatezza che caratterizza sia l’articolo 325, paragrafi 1 e 2, TFUE (per la parte
da cui si evince la “regola Taricco”) sia la “regola Taricco” in sé.
Quest’ultima, per la porzione che discende dal paragrafo 1 dell’art. 325 TFUE,
è stata ritenuta irrimediabilmente indeterminata nella definizione del «numero
considerevole di casi» in presenza dei quali può operare, perché il giudice penale non
dispone di alcun criterio applicativo della legge che gli consenta di trarre da questo
enunciato una regola sufficientemente definita. Né a tale giudice può essere
attribuito il compito di perseguire un obiettivo di politica criminale svincolandosi dal
governo della legge al quale è invece soggetto (articolo 101, secondo comma,
Costituzione).
Ancor prima è stato ritenuto indeterminato l’articolo 325 TFUE, perché il suo
testo non permette alla persona di prospettarsi la vigenza della “regola Taricco”, e
una scelta relativa alla punibilità deve essere autonomamente ricavabile dal testo
legislativo al quale i consociati hanno accesso. «Fermo restando – ha aggiunto la
Corte costituzionale – che compete alla sola Corte di giustizia interpretare con
uniformità il diritto dell’Unione, e specificare se esso abbia effetto diretto, è anche
indiscutibile che, come ha riconosciuto la sentenza M.A.S., un esito interpretativo
non conforme al principio di determinatezza in campo penale non possa avere
cittadinanza nel nostro ordinamento».
Un rilievo analogo è stato svolto anche per la porzione della “regola Taricco”
tratta dal paragrafo 2 dell’articolo 325 TFUE.
In questo caso, infatti, se anche il principio di assimilazione non desse luogo
sostanzialmente a un procedimento analogico in malam partem, e potesse permettere
al giudice penale di compiere un’attività priva di inaccettabili margini di
indeterminatezza, ciò comunque non potrebbe avvenire sulla base del paragrafo 2
dell’articolo 325 TFUE, dal quale una persona non potrebbe desumere i contorni
della “regola Taricco”.
In altri termini, qualora si reputasse possibile da parte del giudice penale il
confronto tra frodi fiscali in danno dello Stato e frodi fiscali in danno dell’Unione, al
fine di impedire che le seconde abbiamo un trattamento meno severo delle prime
quanto al termine di prescrizione, ugualmente l’articolo 325, paragrafo 2, TFUE non
perderebbe il suo tratto non adeguatamente determinato per fungere da base legale
di tale operazione in materia penale, posto che i consociati non avrebbero potuto, né
oggi potrebbero sulla base del solo quadro normativo, raffigurarsi tale effetto.
Ciò posto, la Corte ha concluso che «l’inapplicabilità della “regola Taricco”,
secondo quanto riconosciuto dalla sentenza M.A.S., ha la propria fonte non solo nella
Costituzione repubblicana, ma nello stesso diritto dell’Unione» e che quindi non
sono fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate nel presupposto che
tale regola fosse invece applicabile.

Fonte: https://www.cortecostituzionale.it/comunicatiAttualita.do

Salvatore Vergone