Mai dire Polonia

Tre anni di reclusione per chi parla di “campi polacchi” nel riferirsi ai lager nazisti. E scoppia la polemica internazionale.

È stata definitivamente approvata con il voto del Senato polacco (57 voti favorevoli e 23 contrari) la legge voluta dal governo nazional-conservatore che vieta non solo ogni definizione campi della morte nazisti come “campi della morte polacchi”, ma proibisce anche di parlare di qualsiasi caso di complicità di singoli polacchi o di gruppi di polacchi con l´esecuzione dell´Olocausto. Per i trasgressori prevista una pena fino a 3 anni di reclusione. Continua a leggere “Mai dire Polonia”

L’IMPATTO DELLA ROBOTICA SUL DIRITTO PENALE

l’imputabilità dei robot

La robotica è quell’area della scienza volta alla costruzione di macchine sempre più sofisticate in grado di “sentire”, “pensare” ed “agire”. La comparsa di questi prodigiosi robot intelligenti, ha destato da parte degli studiosi non pochi quesiti dottrinali e giurisprudenziali circa la loro capacità d’agire ed una loro eventuale imputabilità in sede giuridica.

Oggi gli agenti artificiali “agiscono” proprio come gli esseri viventi: sono interattivi (rispondono agli stimoli dell’ambiente con un mutamento dello stato interno), autonomi (sono in grado di cambiare questo stato indipendentemente da uno stimolo esterno) e adattativi (sono capaci di accrescere o migliorare il modo in cui questo stato interno muta). Premesso ciò, il problema sorge se ci si sofferma sulla imprevedibilità delle loro azioni, che comporta una serie di ricadute sul tema della responsabilità giuridica per reati o danni di qualsivoglia genere.

Per quanto riguarda l’impatto della robotica sul diritto penale, la capacità d’agire delle macchine non rappresenta diretta conseguenza della loro imputabilità giuridica: per quanto evoluta sia la tecnologia, difatti, non si può ancora riconoscere nel robot una “coscienza” ed una intenzionalità d’azione, elementi che rimangono propri dell’uomo; ne consegue che la sussistenza della responsabilità penale dell’agente, scaturita da una condotta, potrà essere riconosciuta esclusivamente in capo ad un essere vivente.

Tuttavia i problemi non si limitano alla mera imputabilità. Nel campo militare, la ricerca e lo sviluppo di sistemi robotici è stata sempre più massiccia con il passare del tempo; si pensi all’inizio della guerra in Iraq (nel 2003) quando le truppe statunitensi non disponevano di alcun tipo di robot: nel 2004 i soldati artificiali (come droni o Terminators C-3PO) erano 150, per raggiungere l’anno successivo le 2400 unità. L’utilizzo di armate robot solleva quesiti cruciali inerenti al rispetto delle norme di diritto internazionale umanitario, tanto più che vi è una estrema difficoltà tecnica nel programmare le macchine in modo tale da rispettare i principi di discriminazione e di immunità propri del diritto bellico, distinguendo il nemico dall’alleato. Inoltre, l’impiego di queste macchine incide sulle clausole del c.d. “ius in bello” destando dubbi circa la definizione di bellum iuistum (guerra legittima) per le armi robotiche letali poste in gioco. La paura poi che i c.d. “robot killer” progettati per uso militare possano essere usati da gruppi terroristici per uccidere a comando, ha spinto 116 leader dell’industria informatica di 24 paesi ( tra cui  Elon Musk della Tesla e Mustafa Suleyman di Google) a chiederne formalmente alle Nazioni Unite la messa al bando, e dunque a proporre l’inserimento di queste macchine nell’elenco delle armi letali proibite dalla convenzione ONU del 1983 (insieme alle armi chimiche e alle armi laser accecanti).  L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha promosso discussioni formali su tali armi, che includono oltre a droni, anche mitragliatrici automatizzate.

Tuttavia in questo quadro estremamente problematico, formato da un vuoto normativo e da delicati equilibri politici, appare urgente e necessaria una nuova Convenzione dell’ONU che vada a disciplinare e regolare l’impiego dei soldati robot, non solo dal punto di vista del diritto bellico e penale, ma anche dal punto di vista del diritto dei contratti e della responsabilità civile extra-contrattuale, dove si dovrebbero introdurre nuove forme di assicurazione e autenticazione dei robot, oltre che forme di responsabilità limitata per eventuali danni.

Chiara Bellini

TITOLO ESECUTIVO EUROPEO: UNA OVERVIEW SU UNO STRUMENTO UTILE, MA CHE STENTA A DECOLLARE.

“I privati cittadini e le imprese devono poter esercitare i loro diritti in tutti gli Stati membri, a prescindere da quale sia la loro cittadinanza”.
Esordisce con questa frase l’allora vicepresidente della Commissione Europea Jacques Barrot nel descrivere l’utilità del regolamento sul titolo esecutivo europeo.
Sempre più imprese italiane (quelle che resistono e non demordono) decidono di esportare i propri prodotti e servizi verso i mercati esteri, in particolare nord-europei, per avere margini di guadagno maggiori. In uno scenario del genere, l’Europa si è adeguata al flusso commerciale intercorrente tra i suoi Stati membri, non solo rendendo più facili gli scambi di beni e servizi, ma anche fornendo strumenti di tutela del credito per gli operatori commerciali.
Lo strumento più peculiare è sicuramente il Titolo Esecutivo Europeo, ossia un certificato che accompagna una decisione giudiziaria, un atto pubblico o una transazione giudiziaria e che consente al documento cui si riferisce di circolare liberamente nell’Unione europea. In buona sostanza, si fa uso di tale strumento quando è necessario far eseguire, in uno Stato membro, una decisione giudiziaria pronunciata ovvero un atto pubblico redatto ovvero una transazione giudiziaria conclusa davanti al giudice o da questo approvata in un altro Stato membro, avente ad oggetto un credito non contestato.
E’ da sottolineare come tale credito possa essere stato accertato o dalle autorità giudiziarie nazionali dei singoli Stati membri, o tramite il procedimento (attivabile dal 2008) di ingiunzione di pagamento europea, che ha come vantaggio il fatto di essere automaticamente esecutiva.

Ad ogni modo, ottenuto il titolo esecutivo europeo, non è più necessaria la dichiarazione di esecutività nello Stato membro in cui si chiede l’esecuzione della decisione giudiziaria, dell’atto pubblico o della transazione giudiziaria.
Il titolo esecutivo europeo può essere ottenuto per una decisione giudiziaria pronunciata ovvero un atto pubblico redatto ovvero una transazione giudiziaria conclusa davanti al giudice o da questo approvata dopo il 21 gennaio 2005 (1º gennaio 2007 per la Bulgaria e la Romania), che abbia ad oggetto un credito pecuniario non contestato in materia civile o commerciale.
Il certificato di titolo esecutivo europeo è rilasciato su istanza del creditore ed il procedimento di rilascio varia a seconda che il certificato si riferisca ad una decisione
giudiziaria da emanare, ad una decisione giudiziaria già emanate, ad un atto pubblico, o ad una transazione giudiziaria.
In questo articolo soffermeremo la nostra attenzione sul titolo esecutivo europeo richiedibile da un creditore.
Quanto ai requisiti, il credito oggetto della controversia deve rispettare le seguenti prescrizioni:
– riguardare il pagamento di uno specifico importo di denaro esigibile;
– vertere su una materia civile o commerciale;
– il creditore deve garantire che la domanda giudiziale sia notificata al debitore
e contenga informazioni specifiche all’attenzione di quest’ultimo.
– vi sia idonea notificazione della domanda giudiziale e di eventuali citazioni a comparire in udienza.

L’istanza di rilascio del titolo esecutivo europeo va proposta all’autorità competente dello Stato membro d’origine. In linea di principio tale autorità è il giudice del merito.
Ai fini del rilascio del titolo esecutivo europeo, il giudice deve compilare apposite modello predisposto dalla Commissione contestualmente alla normative in oggetto e, dopo aver verificato il rispetto di tutti i requisiti richiesti, emanerà detto titolo.
Naturalmente degli strumenti di tutela, come la richiesta di sospensione dell’esecuzione o di rifiuto della stessa in determinati casi, sono concessi al debitore, ma tale strumento resta comunque una soluzione snella ed efficace per quanti vantano dei crediti nei confronti di soggetti operanti in altri Stati europei.

Avv. Sofia Forciniti

IL TESTAMENTO BIOLOGICO

Il 14 dicembre scorso il Senato della Repubblica ha approvato la legge sul testamento biologico, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 16 gennaio 2018. La neo-legge che detta “norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” entrerà in vigore il prossimo 31 gennaio. Da molti definita legge di civiltà, essa è stata da molti anni attesa dal nostro ordinamento, scosso, di frequente, da casi come Englaro e Welby che mostrano con chiarezza l’intimo confine esistente tra diritto, morale e medicina.

Tanti sono i contenuti della legge che si compone di appena 8 articoli. Intanto essa si pone a tutela della “vita, della salute, della dignità e dell’autodeterminazione della persona” e ribadisce il fondamentale diritto della persona a non subire trattamenti sanitari che non siano conseguenza del “proprio libero e informato consenso” collocandosi così in perfetta linea con i principi fondamentali che la nostra Costituzione sancisce a tutela della libertà personale e della salute (artt. 2, 13 e 32) oltre che dei principi previsti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Punto centrale del testamento biologico è segnato poi dalle “dichiarazioni anticipate di trattamento” (DAT) attraverso le quali “ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere” può autodeterminarsi circa le scelte diagnostiche o terapeutiche e ai singoli trattamenti sanitari da ricevere o meno in previsione di “un’eventuale futura incapacità”. È prevista poi la nomina di un “fiduciario” con la funzione di rappresentare il disponente nelle relazioni con il medico e la struttura sanitaria. Costui accetta tale nomina attraverso la sottoscrizione delle DAT o con atto ad esse allegato.

Il medico è tenuto al rispetto delle DAT e può disattenderle soltanto ove, d’accordo con il fiduciario, “esse appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente ovvero sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita”.

La legge prevede, poi, la specifica forma giuridica che tali dichiarazioni devono assumere per poter produrre effetti. In particolare è prevista la possibilità, se le condizioni fisiche del paziente lo consentono, di esprimerle attraverso “videoregistrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare”.

Infine, al comma 5, si dispone la “pianificazione condivisa delle cure” tra medico e paziente alla quale l’équipe sanitaria deve attenersi “qualora il paziente venga a trovarsi nella condizione di non poter esprimere il proprio consenso o in una condizione di incapacità”.

Gianni Capobianco

PRINCIPIO DI LEGALITA’ VS CRIMINI DI GUERRA: DA NORMIBERGA AL SUICIDIO DI SLOBODAN PRALJAK.

L’AJA – Ha ascoltato il verdetto emesso nei suoi confronti dal Tribunale Penale
Internazionale per l’Ex Jugoslavia e, dopo aver gridato agli astanti “non sono un
criminale!”, ha ingoiato un veleno. Ha scelto di morire così Slobodan Praljak,
stoicamente, emulando un gesto che in origine fu di Socrate.
Praljak era imputato per i crimini commessi contro la popolazione musulmana della
città di Mostar e per questo condannato a 20 anni di prigione.
Tralasciando l’opportunità o meno del gesto e delle relative modalità di esecuzione,
non si può non affrontare il problema della legittimità o meno della condanna in
oggetto, nonché di tutte le condanne inflitte da Tribunali ad hoc e dei Tribunali stessi.
Il problema si pone nel momento in cui si invoca l’applicazione del principio di legalità
ed in particolare il brocardo nullum crimen sine lege praevia, il quale impone di non
poter condannare nessuno per un crimine commesso prima dell’entrata in vigore della
legge che lo punisce, né da una istituzione non esistente al momento della commissione
del fatto.
Ed in effetti il vero “mostro” processuale generato da Norimberga ed in genere dai
Tribunali istituiti per condannare i criminali di guerra consiste nell’aver condannato gli
imputati per fatti commessi in esecuzione di leggi od ordini.
Questo articolo, naturalmente, non è un’apologia dei vari genocidi (da condannare
duramente ed incondizionatamente) ma si deve comunque riflettere sul fatto che i
responsabili siano stati condannati per aver applicato le leggi all’epoca vigenti!
Naturalmente si trattava di leggi abominevoli, ma pur sempre di leggi.
E’ proprio su questo handicap che si fondano i principali dibattiti: la difesa si appella
all’osservanza delle leggi vigenti e dell’ordinamento giuridico costituito del tempo;
l’accusa, invece, invoca una visione giusnaturalistica, in base alla quale individuare nei
crimini nazisti un peccato totale, sia contro lo spirito che contro la morale.
Un altro problema strettamente collegato al primo è quello della mancanza di un codice
penale internazionale, contenente norme sanzionatorie e figure di reato omogenee. Le
uniche norme direttamente applicabili e valide più o meno in modo omogeneo sono
quelle derivanti da convenzioni internazionali, ma sono evidentemente insufficienti.
Rispetto a Norimberga, il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia è stato
anche accusato di essere un tribunale interamente manovrato dagli Stati Uniti e,
dunque, di aver voluto colpire prevalentemente l’etnia serba.
Alla luce di tali considerazioni, è “giusta” la condanna di questi criminali? Si badi bene,
il significato da attribuire al termine “giusta” è quello etimologico derivante dal
latino. iustum, ius iuris, ossia “secondo diritto”.
L’escamotage utilizzato per superare le enormi lacune e discordanze testé evidenziate
è stato quello di prevedere che il tribunale debba applicare il diritto umanitario
internazionale, che, essendo parte del diritto consuetudinario, aggira il problema della non aderenza di tutti gli Stati alle specifiche convenzioni. Legittima o meno che sia la soluzione utilizzata, resta comunque l’imbarazzo di istituzioni internazionali che, nel lodevole proposito di condannare e punire pazzi criminali che hanno commesso indicibili atrocità, inciampano nella violazione di un principio posto alla base di qualsiasi sistema penale democratico.

Avv. Sofia Forciniti

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

In tutto il mondo si sta celebrando la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. La presidente della Laura Boldrini ha espresso la sua vicinanza alle donne vittime di violenza. Vittime di stupro, stalking e non solo si sono riunite e sono scese in piazza. Insieme a loro c’ erano anche madri di vittime uccise da uomini che avevano promesso amore. A scendere in piazza sono state anche molte attrici e donne della politica.

«Stop a questa mattanza. Basta Femminicidi.Non accontentarsi, non devono essere solo le donne a reagire», è l’appello della presidente della Camera. E ancora «contro la violenza noi abbiamo bisogno degli uomini, dei non violenti>>. Un urgenza di intervento e prevenzione che riguarda le donne, ma anche gli uomini perché non si può più restare a guardare.

D’ altra parte questa giornata internazionale contro la violenza sulle donne arriva dopo un anno complicato dal punto di vista dei dati. Ottantaquattro gli omicidi di donne nei primi nove mesi del 2017, tre solo negli ultimi giorni. Il 73% degli omicidi volontari avviene tra le mura di casa e nel 56% dei casi l’assassino è il partner o l’ex partner. Il numero che pesa di più e’ forse quello delle 3.000 violenze sessuali denunciate nei primi nove mesi del 2017.

Si scende in piazza unite con la speranza e la voglia di cambiare le cose.

 

Ilaria Di Blasio

La nuova normativa italiana su tutela ed accoglienza dei minori non accompagnati: il divieto di respingimento

Il testo di riferimento normativo per la tutela ed accoglienza dei minori non accompagnati è il T.U. immigrazione (D.Lgs. 25 luglio 1998, n.286) .

La normativa introduce, prima di tutto (art. 3), un divieto assoluto di respingimento alla frontiera, e subordina l’adozione del provvedimento di respingimento a una valutazione circa il rischio di persecuzione, con l’aggiunta di un nuovo comma 1-bis, che lo vieta in termini assoluti nei confronti dei minori stranieri non accompagnati. La riforma non esclude invece il provvedimento di espulsione, attualmente consentito allorché risulti necessario per motivi di ordine pubblico e di sicurezza dello Stato (art, 13 c.1 del T.U.), ma inserisce un ulteriore motivo di valutazione (la condizione che il provvedimento stesso non comporti un rischio di danni gravi per il minore), definendo altresì un termine (30 giorni) per l’adozione del provvedimento da parte del Tribunale per i minorenni. Nei casi in cui la legge dispone il divieto di respingimento o di espulsione, è rilasciato da parte del questore il permesso di soggiorno per minore età (valido fino al compimento della maggiore età) o per motivi familiari. La condizione di vulnerabilità del minore viene così ampiamente riconosciuta e rispettata sin dalle primissime fasi (l’arrivo) a differenza di altri contesti che prevedono il respingimento alla frontiera. Stati come l’Austria, il Belgio, la Germania, l’Olanda, la Svezia, solo per citare qualche esempio di legislazioni nazionali, infatti, negano l’ingresso a tutti coloro che, a prescindere dall’età, non rispettano i criteri previsti per l’entrata e la permanenza legale sul territorio.

I limiti e le condizioni al respingimento e all’espulsione richiamano il tema, controverso e fortemente dibattuto, dell’identificazione del minore in quanto tale e quindi delle modalità e procedure funzionali all’accertamento dell’età anagrafica dello stesso. E’ la stessa Commissione a rilevare la mancanza di standard comuni di intervento e la variabilità dei metodi e delle procedure da uno Stato membro all’altro (“avviene che vengano effettuati accertamenti dell’età non necessari e che vengano talvolta applicati metodi invasivi; i tutori vengono spesso nominati solo dopo che le procedure di accertamento dell’età sono già state svolte, e le contestazioni relative all’età a volte portano alla detenzione del minore”). Si pensi per esempio che in Belgio vengono attuati tre esami medici (dentizione, polso, terminali mediali e clavicole e in caso di discordanza si utilizza l’esame più favorevole al minore) mentre in Irlanda e nel Regno Unito non sono previste indagini cliniche, ma solo valutazioni di altro tipo, come per esempio interviste o evidenze documentali (EMN, Synthesis Report: May 2015). La nuova normativa italiana si caratterizza pertanto per essersi dotata di una procedura unica di identificazione (che deve concludersi in dieci giorni), valida a livello nazionale ed idonea ad uniformare le attuali divergenze di prassi territoriali, realizzata attraverso un colloquio con il minore da parte di personale qualificato e sotto la direzione dei sevizi dell’ente locale (alla presenza del mediatore culturale e del tutore ove già nominato). Essa presenta cionondimeno, allo stato attuale, alcuni aspetti non chiari, sotto il profilo procedurale, che auspicabilmente potranno essere chiariti. Nel momento in cui il minore entra in contatto o è segnalato alle autorità di polizia o giudiziaria, ai servizi sociali o ad altri rappresentanti dell’ente locale, il personale qualificato della struttura di prima accoglienza dovrà svolgere con il minore un apposito colloquio, con l’ausilio possibilmente di organizzazioni, enti o associazioni di comprovata esperienza nella tutela dei minori. Un apposito D.P.C.M. dovrà regolare la procedura del colloquio, nel quale comunque sarà assicurata la presenza di un mediatore culturale. Priorità deve essere data alla richiesta di un documento anagrafico (anche con l’eventuale coinvolgimento delle autorità diplomatico-consolari, ove non sia stata espressa dallo stesso minore l’intenzione di richiedere protezione internazionale ovvero emergano preoccupazioni in tal senso). Qualora “permangano dubbi fondati in merito all’età dichiarata”, si potrà fare ricorso ad esami sociosanitari, con il consenso del minore e seguendo un protocollo che sia il meno invasivo possibile e con la presunzione della minore età nel caso in cui gli accertamenti non siano sufficienti ad eliminare i dubbi. Particolarmente apprezzabile la previsione che tale esame deve svolgersi con approccio multidisciplinare, essendo l’accertamento procedimento complesso che deve tenere conto di molte variabili (quali l’appartenenza etnica o lo stato di salute complessivo). Contro il provvedimento di attribuzione dell’età è ammesso reclamo (da decidersi da parte del giudice entro dieci giorni) e in attesa della decisione ogni procedimento amministrativo e penale conseguente all’identificazione come maggiorenne è sospeso.

Dott. Alessandro Pagliuca

Sistema di protezione per richiedenti asilo e minori non accompagnati

Nel 2002 per la prima volta vengono disciplinate per legge le modalità e le procedure di accertamento dell’età e di identificazione, garantendone l’uniformità a livello nazionale. Prima dell’approvazione del DDL non esisteva infatti un provvedimento di attribuzione dell’età, che, d’ora in poi, sarà invece notificato sia al minore che al tutore provvisorio, assicurando così anche la possibilità di ricorso. Viene garantita inoltre maggiore assistenza, prevedendo presenza di mediatori culturali durante tutta la procedura.

Viene regolato il sistema di accoglienza integrato tra strutture di prima accoglienza dedicate esclusivamente ai minori, all’interno delle quali i minori possono risiedere non più di 30 giorni, e sistema di protezione per richiedenti asilo e minori non accompagnati (SPRAR), con strutture diffuse su tutto il territorio nazionale, che la legge estende ai minori stranieri non accompagnati. Viene poi attivata una banca dati nazionale dove confluisce la “cartella sociale” del minore, che lo accompagnerà durante il suo percorso).

Viene prevista per tutti la necessità di svolgere indagini familiari da parte delle Autorità competenti nel superiore interesse del minore e vengono disciplinate le modalità di comunicazione degli esiti delle indagini sia al minore che al tutore. La competenza sul rimpatrio assistito passa inoltre da un organo amministrativo, la Direzione Generale dell’immigrazione e delle Politiche di Integrazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, al Tribunale per i minorenni, organo costituzionalmente dedicato alla determinazione dell’interesse del minore.

Spariscono i permessi di soggiorno utilizzati per consuetudine o mai utilizzati, come ad esempio il permesso di soggiorno per affidamento, attesa affidamento, integrazione del minore, e si fa invece più semplicemente riferimento ai soli permessi di soggiorno per minore età e per motivi familiari, qualora il minore non accompagnato sia sottoposto a tutela o sia in affidamento. Il minore potrà richiedere direttamente il permesso di soggiorno alla questura competente, anche in assenza della nomina del tutore.

Entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge, ogni Tribunale per i minorenni dovrà istituire un elenco di “tutori volontari” disponibili ad assumere la tutela anche dei minori stranieri non accompagnati per assicurare a ogni minore una figura adulta di riferimento adeguatamente formata. La legge promuove poi lo sviluppo dell’affido familiare come strada prioritaria di accoglienza rispetto alle strutture.

Sono previste maggiori tutele per il diritto all’istruzione e alla salute, con misure che superano gli impedimenti burocratici che negli anni non hanno consentito ai minori non accompagnati di esercitare in pieno questi diritti, come ad esempio la possibilità di procedere all’iscrizione al servizio sanitario nazionale, anche prima della nomina del tutore e l’attivazione di specifiche convenzioni per l’apprendistato, nonché la possibilità di acquisire i titoli conclusivi dei corsi di studio, anche quando, al compimento della maggiore età, non si possieda un permesso di soggiorno. Viene prevista infine la possibilità, esercitata ad oggi sulla base di un vecchio Regio Decreto, di supportare il neomaggiorenne fino ai 21 anni di età qualora necessiti di un percorso più lungo di integrazione in Italia.

Per la prima volta sono sanciti anche per i minori stranieri non accompagnati il “diritto all’ascolto” nei procedimenti amministrativi e giudiziari che li riguardano, , e il diritto all’assistenza legale, avvalendosi, in base alla normativa vigente, del gratuito patrocinio a spese dello Stato. È prevista inoltre la possibilità per le associazioni di tutela di ricorrere in sede di giurisdizione amministrativa per annullare atti della Pubblica Amministrazione che si ritengano lesivi dei diritti dei minori non accompagnati e di intervenire nei giudizi che li riguardano.

Una particolare attenzione viene infine dedicata dalla legge ai minori vittime di tratta, mentre sul fronte della cooperazione internazionale l’Italia si impegna a favorire tra i Paesi un approccio integrato per la tutela e la protezione dei minori, nel loro superiore interesse.

 

Dott. Alessandro Pagliuca

I diritti dimenticati nella produzione di vestiti.

Compri qualcosa in un negozio, paghi, lo indossi. Fin qui tutto bene.

Da qualche giorno, invece, comprare un vestito potrebbe comportare qualche sorpresa. Sono stati ritrovati in alcuni abiti di un noto marchio Spagnolo, acquistati a Istanbul, dei biglietti a dir poco particolari.

I messaggi erano chiari e preoccupanti : richieste disperate di aiuto. “Ho fatto questo prodotto che comprerete, ma non sono stato pagato”.

Gli autori sono gli operai turchi ai quali molti marchi oggi affidano la produzione di abiti. La fabbrica, secondo alcune testimonianze e notizie riportate da inchieste, avrebbe chiuso improvvisamente lasciando i dipendenti senza alcuna fonte di sostentamento e con stipendi arretrati mai pagati.

Da questo episodio sono state molte le testate giornalistiche ad occuparsi della faccenda. Ad andare dritto al cuore della questione e’ stato un servizio delle Iene andato in onda su italia 1. Il servizio, partendo dai bigliettini ritrovati nelle tasche dei vestiti, ha raggiunto l’ India. Qui lo scenario e’ a dir poco spaventoso: luoghi fatiscenti, crolli, morti sul lavoro,  lavoro minorile, gravi incidenti ed ore di lavoro oltre ogni immaginabile limite. Un mercato malato quello che emerge dalle ultime notizie.  Un mercato che svende magliette e vite. Troppi i diritti violati, troppa l’ indifferenza. E’ necessario un intervento urgente in materia.

Ilaria Di Blasio

Cenni sui minori stranieri ed il diritto all’istruzione dopo l’entrata in vigore della L. 94/2009

La legge n. 94/09 ha modificato l’art. 6, co. 2 del Testo Unico delle leggi sull’immigrazione d.lgs. n. 286/98 (T.U. 286/98), che disciplina i casi in cui il cittadino straniero extracomunitario deve esibire il permesso di soggiorno ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di suo interesse. La normativa previgente escludeva dall’onere di esibizione del permesso di soggiorno tutti i provvedimenti inerenti all’accesso a pubblici servizi. La legge 94/09 ha eliminato tale ampia eccezione, introducendo, con riferimento al diritto all’istruzione, una più limitata eccezione riguardante i “provvedimenti attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie”.
L’art. 6, co. 2 (come modificato dalla legge 94/09) stabilisce infatti che:
“Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo, per quelli inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie, i documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8, devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati.”

In seguito alla modifica introdotta dalla legge 94/09, sono stati da alcune parti sollevati dubbi in merito al diritto, per i minori stranieri privi di permesso di soggiorno e/o i cui genitori siano irregolarmente soggiornanti, ad accedere:
alla scuola dell’infanzia;
alla scuola secondaria superiore e alla formazione professionale dopo i 16 anni;
ai servizi e alle provvidenze finalizzati a promuovere il diritto all’istruzione e alla formazione (libri, mense, trasporto ecc.);
all’asilo nido.

L’art. 6, co. 2 (come modificato dalla legge 94/09), infatti, se correttamente interpretato, garantisce il diritto dei minori stranieri privi di permesso di soggiorno all’istruzione, alla formazione e all’accesso ai servizi socio-educativi anche rispetto agli ambiti sopra citati. Vediamo di seguito perché.

Come ribadito in modo costante dalla giurisprudenza costituzionale, tra più interpretazioni possibili di qualsiasi disposizione normativa è necessario che si privilegi sempre soltanto quella conforme alla Costituzione e agli obblighi internazionali e comunitari della Repubblica.
Ora, la Costituzione, l’ordinamento comunitario e le Convenzioni internazionali ratificate dall’Italia garantiscono il diritto all’istruzione a tutti i minori, senza discriminazioni fondate sulla cittadinanza o sulla regolarità del soggiorno, dunque anche ai minori stranieri privi di permesso di soggiorno. Tra le enunciazioni più importanti di tale principio, ci limitiamo a ricordare:
a) Costituzione, art. 34: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”;
b) Convenzione ONU sui diritti del fanciullo (ratificata e resa esecutiva con legge 176/91):
l’art. 28 afferma che: “Gli Stati Parti riconoscono il diritto del fanciullo all’educazione, ed in particolare, al fine di garantire l’esercizio di tale diritto gradualmente ed in base all’uguaglianza delle possibilità: a) rendono l’insegnamento primario obbligatorio e gratuito per tutti; b) incoraggiano l’organizzazione di varie forme di insegnamento secondario sia generale che professionale, che saranno aperte ed accessibili ad ogni fanciullo e adottano misure adeguate come la gratuità dell’insegnamento e l’offerta di una sovvenzione finanziaria in caso di necessità;[…]”;
 l’art. 2 stabilisce che i diritti sanciti dalla Convenzione devono essere garantiti a tutti i minori, senza discriminazioni, il che significa, come ha chiarito il Comitato ONU sui diritti del fanciullo, anche “indipendentemente dalla loro nazionalità, status d’immigrazione o apolidia”;
 l’art. 3 della Convenzione, infine, stabilisce che in tutte le decisioni riguardanti i minori, il superiore interesse del minore deve essere una considerazione preminente;
c) I Protocollo addizionale alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, art. 2: “Il diritto all’istruzione non può essere rifiutato a nessuno”;
d) Carta di Nizza, art. 14: “Ogni individuo ha diritto all’istruzione”.

Va inoltre ricordato che l’art. 2, co. 1 del T.U. 286/98 riconosce anche allo straniero irregolarmente soggiornante “i diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme di diritto interno, dalle convenzioni internazionali in vigore e dai princìpi di diritto internazionale generalmente riconosciuti”, tra i quali rientra sicuramente il diritto all’istruzione sancito dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali sopra citate.
Dunque, nei casi in cui siano possibili diverse interpretazioni dell’art. 6 co. 2 del T.U. 286/98 (come, ad es., con riferimento all’accesso all’asilo nido o alla scuola dell’infanzia), si dovrà adottare quella che risulti conforme ai principi costituzionali, comunitari e internazionali che garantiscono a tutti i minori il diritto all’istruzione, senza discriminazioni fondate sulla cittadinanza o sulla regolarità del soggiorno, dunque anche ai minori stranieri privi di permesso di soggiorno.

 

Dott. Alessandro Pagliuca