Autorizzato l’accesso ai dati telefonici personali anche nei reati non gravi

La Corte di giustizia Ue ha precisando che è indispensabile che un accesso non determini una grave limitazione della vita privata dell’interessato.

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La Corte di giustizia dell’Unione Europea ha recentemente statuito che gli organi di polizia giudiziaria possono accedere ai dati personali gestiti dai fornitori di servizi di telefonia anche in caso di reati non gravi.

La sentenza C-207/16, del 2 ottobre 2018, fa rilevare che l’ingerenza nei diritti che ne consegue non è infatti tale da dover imporre una limitazione dell’accesso a tali dati, nell’ambito della prevenzione, della ricerca, dell’accertamento e del perseguimento dei reati, alla lotta contro la sola criminalità grave.

Ad ogni modo, presupposto fondamentale per rendere l’accesso legittimo anche per i reati non gravi, sarebbe che l’accesso medesimo non deve determinare un’ingerenza grave nella vita privata dell’interessato.

Nella fattispecie concreta esaminata dalla Corte i dati, oggetto delle indagini poste in essere dalle autorità di polizia spagnole, permettevano di mettere in relazione alcune carte SIM (attivate con un cellulare rubato) con l’identità del titolare di tali carte, in un dato arco temporale.

Non era invece possibile, senza una verifica incrociata, conoscere data, ora, durata, luogo o destinatari delle comunicazioni effettuate. Questi dati, quindi, non permettevano di trarre delle conclusioni precise sulla vita privata dei soggetti interessati e il loro esame non poteva essere considerato come una grave violazione dei diritti fondamentali.

Per la Corte di Lussemburgo, tenuto conto delle esigenze di accertamento e repressione dei reati, quella operazione non costituiva un atto contrastante con l’articolo 15, par. 1, della direttiva 2002/58/CE relativa alla vita privata e alle comunicazioni elettroniche.

Dott. Mirko Buonasperanza

Il Consiglio dei ministri approva il Decreto Sicurezza

Oggi il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità il cosiddetto decreto legge Salvini, un provvedimento che accorpa due precedenti bozze di decreti, su sicurezza e immigrazione.

Oggi il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità il cosiddetto decreto legge Salvini, un provvedimento che accorpa due precedenti bozze di decreti, su sicurezza e immigrazione, a cui da settimane lavora il ministro dell’Interno.

Negli ultimi giorni il testo era stato oggetto di ripensamenti dovuti a dubbi di costituzionalità anche se oggi, durante la conferenza stampa di presentazione, il Presidente Conte ha affermato che: “In un quadro di assoluta garanzia dei diritti delle persone e dei Trattati, andiamo a operare una revisione per una disciplina più efficace” cercando di rassicurare chi esprimeva preoccupazione che le misure approntate dal Governo fossero lesive dei diritti dei migranti.

L’obiettivo fissato dall’esecutivo, attraverso una riorganizzazione normativa, è quello di adeguare l’intero sistema di riconoscimento della protezione internazionale agli standard europei eliminando quelli che sono stati dichiarati come “disallineamenti significativi” rispetto agli altri Paesi dell’Unione.

Gli aspetti che destavano maggior criticità sono lo stop ai permessi di soggiorno per motivi umanitari sostituiti con permessi per meriti civili o cure mediche, il raddoppio da 3 a 6 mesi dei tempi di trattenimento nei Centri per i rimpatri nonché l’aumento dei reati per cui si revoca lo status di rifugiato e i progetti di integrazione sociali riservati a titolari di protezione e minori non accompagnati.

Si otterrebbe così una attenuazione dei diritti che potrebbe contrastare con le tutele previste dalla Costituzione e dalla Corte Costituzionale, che più volte ha ribadito che i diritti riguardano tutti.

Nel decreto sono presenti anche nuove misure contro le occupazioni abusive di immobili: viene previsto infatti un inasprimento delle sanzioni nei confronti di coloro che promuovano o organizzino l’invasione di terreni ed edifici. Le pene e le sanzioni pecuniarie verranno raddoppiate arrivando fino a 4 anni di reclusione e una multa da 206 ai 2.064 euro a carico dei promotori e di coloro che abbiano compiuto il fatto armati. Verrà anche ampliata la possibilità di utilizzo dello strumento delle intercettazioni telefoniche a carico degli indagati per reati di questo tipo.

Dott. Mirko Buonasperanza

Globalizzazione e Made in Italy: il distretto biellese

Nell’età dell’oro della lana, la provincia piemontese metteva in mostra la sua opulenza, oggi che i redditi pro capite rimangono tra i più alti d’Italia solo per i patrimoni familiari accumulati fino agli anni novanta, gli ampi spazi vuoti e le abitazioni in vendita per poche decine di migliaia di euro restituiscono un’immagine da fin d’époque che è arrivata in sordina, senza boati e senza l’acclamazione della stampa come invece è stato per altre zone.

Fu proprio in questo territorio che per la prima volta si ebbe una regolamentazione delle produzioni laniere con degli Statuti fin dal 1245. Produzioni che si mantennero stabili e anzi crebbero, costringendo nel 1582 l’allora Duca di Savoia Carlo Emanuele a censire, per fini fiscali, tutti gli artefici, i mercanti e i loro dipendenti, in un documento di particolare interesse: il Consegnamento di Mosso. Dall’analisi delle dichiarazioni dei capifamiglia risulta evidente come l’intera comunità di Mosso fosse impegnata nelle lavorazioni laniere. Il comune aveva all’epoca una popolazione di circa 3500 abitanti. La trasformazione avvenne all’inizio dell’Ottocento, favorita dall’introduzione delle prime macchine tessili e in particolare dei filatoi automatici, detti mule, a opera di Pietro Sella (1784-1827), presto imitato dalla maggior parte dei principali imprenditori lanieri che in un primo tempo avevano inutilmente tentato di opporsi a tale innovazione. L’industria laniera nel Biellese si sviluppa, lungo tutto il Novecento, grazie anche al continuo miglioramento qualitativo, superando alternanti periodi di difficoltà e raddoppiando, nell’arco di mezzo secolo, la propria capacità produttiva. I telai passano infatti dai 3000 censiti nel 1900 ai 6700 del 1952, corrispondenti al 72,4% di quelli attivi in Piemonte ed al 30,4% di quelli esistenti in Italia.1

L’importanza di questa zona industriale per il nostro Paese e per l’Europa non si può ridurre ad un discorso meramente economico e di numeri. Di fondamentale rilevanza storica fu infatti il “Patto della Montagna”, siglato a Biella, nel 1944, da imprenditori, sindacati e partigiani. Il Patto si prefissava di mantenere attive le fabbriche tessili e migliorare le condizioni di lavoro, affermando parità retributiva a parità di lavoro anche durante il difficile momento dell’occupazione. Una conquista che diverrà nazionale ed europea solo negli anni Sessanta. Allora si cercava di uscire da una guerra devastante che aveva lasciato un continente, l’Europa, e il nostro Paese, in ginocchio. Quel patto, quasi un anno prima della fine del conflitto – quindi siglato ancora sotto l’occupazione nazifascista – diventava una sfida, assumeva un valore simbolico e poneva le basi per la ricostruzione.2
Negli anni 60 la città era divenuta la capitale mondiale della lana grazie a un know how antico: i primi statuti per regolare l’attività tessile risalgono alla metà del duecento e le prime tracce della lavorazione della lana addirittura all’età preromana. Oggi che quella stagione è agli sgoccioli, Biella vive una crisi d’identità, come se non riuscisse a farsi una ragione del tramonto della “città-fabbrica” e di quella monocultura industriale che l’ha contraddistinta in Italia, permettendole con 1.870 aziende e 50mila operai negli anni del boom economico, di dare un’opportunità a numerose famiglie, gran parte dei quali arrivati dal Veneto e dal sud Italia.3 L’idea pionieristica della città fabbrica è da attribuire ad una delle mente più brillanti dell’Italia del primo 900, l’ing. Adriano Olivetti, nativo di Ivrea che al di là dei risultati conseguiti come imprenditore riuscì a lasciare un’impronta significativa nel modo di fare fabbrica. La dicotomia che vedeva solamente l’idea capitalistica di fabbrica gli andava stretta, Adriano Olivetti riuscì a creare nel secondo dopoguerra italiano un’esperienza di fabbrica nuova ed unica al mondo in cui l’organizzazione del lavoro comprendeva un’idea di felicità collettiva che generava efficienza. Gli operai vivevano in condizioni migliori rispetto alle altre grandi fabbriche italiane: ricevevano salari più alti, vi erano asili e abitazioni vicino alla fabbrica che rispettavano la bellezza dell’ambiente, i dipendenti godevano di convenzioni. Anche all’interno della fabbrica l’ambiente era diverso: durante le pause i dipendenti potevano servirsi delle biblioteche, in quanto l’ingegnere credeva nelle capacità dei propri dipendenti e credeva anche che consentendo loro di migliorarsi, loro in primis ma anche la fabbrica ne avrebbe beneficiato; seguire dibattiti con ospiti direttamente invitati a tenere conferenze e interventi in azienda, e non c’era una divisione netta tra ingegneri e operai, in modo che conoscenze e competenze fossero alla portata di tutti.4

Oggigiorno, ci si pone davanti una situazione non rosea del Biellese, i numeri appaiono impietosii e le percentuali di disoccupazione e di chiusura delle fabbriche non consolano. Ci troviamo di fronte ad una crisi che sta minando profondamente il contesto socioeconomico e mettendo a rischio il futuro del territorio. Gli occupati dell’industria tessile oggi sono 11.300, con una flessione di oltre il 40% rispetto alla situazione ante crisi. La disoccupazione è al 9,5%, prima era fisiologica: tra il 3 e il 4%. Le imprese attive a fine 2007 nel tessile-abbigliamento erano 968; mentre oggi sono 761. Ma la situazione non si può certo imputare alla sola crisi economica ma anche alle scelte fatte da alcuni industriali in periodi in cui di recessione non si sentiva nemmeno parlare. Il declino, lento, è cominciato quindi ben prima della crisi globale. Nel 2000, quando accorpamenti e delocalizzazioni avevano già ridotto a un terzo il numero delle imprese, i lavoratori erano scesi a 28mila e si producevano 36 milioni di metri di tessuto. Nel 2008, ancora prima che la recessione piombasse come uno tsunami sull’industria biellese, erano scesi a 30 milioni. La crisi economica ha travolto un settore già in declino. Il ridimensionamento è stato brutale: nel 2015 ha superato il 10 per cento, mentre quella giovanile è arrivata al 27 per cento. 5

Figura sopra: Variazione dell’impiego nelle regioni italiane nel settore tessile e abbigliamento, 1971–2007; Fonte: ISTAT (2011).

 

 

 

La Rinascita

La passività del legislatore statale ed europeo, che ha affossato numerose aziende e famiglie non ha scoraggiato lo spirito del popolo. La reazione è stata la specializzazione in singole fasi di lavorazione, una per ogni azienda. L’idea che un’intera azienda affrontasse da sola i passaggi di lavatura, pettinatura, tintura non era più possibile in quanto le aziende non potevano più affrontare uno sforzo economico così grande. Carlo Piacenza, presidente dell’Unione Industriali di Biella ammette con rammarico che non è più possibile avere tutti i macchinari necessari, è così che nasce l’idea del lavoro di distretto: «Il distretto consente di rispondere a quella richiesta particolare tenendo un unico macchinario per tutte le aziende in modo da ammortizzare l’investimento e abbattere i costi». Si fa squadra insomma. «Il pericolo da scongiurare è quello che si perda un anello della filiera. E a questo serve il lavoro di distretto. Altrimenti le grandi aziende del territorio sono costrette a crearsi una filiera specifica per le loro esigenze rischiando però di perdere il treno delle produzioni di nicchia, che non reggerebbero mai un’economia dei grandi numeri».6

Allo stesso modo l’azienda tessile Reda 1865 ne è un chiaro esempio, fondata appunto nel 1865 a Valle Mosso dall’omonima famiglia e acquistata dalla famiglia Botto Poala nel 1919 che tutt’oggi ne conserva la proprietà e la gestione, ha combattuto la crisi investendo nella materia prima, allevando direttamente il bestiame. L’azienda infatti possiede numerose “farm” in Nuova Zelanda, terra d’eccellenza della lana merino, per un totale di trentamila pecore che offrono un milione e ottocentomila chili di pregiatissima lana, destinata non solo alla produzione interna ma anche alla vendita nelle aste. Grazie alle acquisizioni in Nuova Zelanda abbiamo l’intero controllo della filiera della lana: la coltivazione dei terreni, l’allevamento di 30 mila pecore merino, la tosatura, la lavatura della lana greggia ci consentono di conoscere tutti i processi e non solo la trasformazione della lana in tessuto, con filatura, tessitura e finissaggio realizzati a Biella. L’esperienza che abbiamo acquisito negli ultimi vent’anni ci consente di garantire quella qualità che ci richiedono i nostri clienti più esclusivi, parlo di Armani, Zegna, Ralph Lauren, Canali, Corneliani, Hugo Boss e Paul Smith. Inoltre, grazie a pastorizia e allevamento, i nostri terreni in Nuova Zelanda garantiscono un rendimento del 4 al 7%, meglio di azioni e Btp.  Così, Ercole Botto Poala, amministratore delegato dell’azienda, spiega i grandi vantaggi derivanti dalla scelta dell’acquisto delle “farm” e, riguardo all’export dice: «L’Italia che è il nostro secondo mercato non basta più, bisogna aumentare l’export e noi lo stiamo facendo da tempo. Per esempio rafforzandoci in Germania, che è già il nostro primo mercato visto che rappresenta il 25% del giro d’affari. Poi puntiamo su Cina e Giappone, dove siamo presenti anche con sedi commerciali a Shanghai e Tokyo».7  

Il motto di Reda è “Il cambiamento è inevitabile”, questa filosofia si è concretizzata in Rewoolution, linea sportiva lanciata dall’azienda nel 2009, momento difficile per il tessile biellese ma, precisa Francesco Botto Poala (direttore generale di Reda 1865), le cose migliori derivano sempre dalle sofferenze. Si tratta di una linea di abbigliamento sportivo, altamente tecnico, realizzato interamente in leggerissima lana merino biodegradabile in fibra naturale al 100%, una scommessa vincente per l’azienda e una vera rivoluzione nel mondo dello sportswear, molto apprezzata in Svizzera, Inghilterra, Austria e Germania e venduta sul colosso dell’e-commerce Yoox. L’azienda ha sempre investito molto in ricerca e sviluppo e ha fatto dell’ecosostenibilità la linea guida per la produzione tant’è che è l’unica azienda tessile al mondo ad essere certificata Emas, attestato rilasciato a quanti rispettano scrupolosamente rigorosi parametri di sicurezza dei lavoratori e qualità dei sistemi produttivi; l’inestricabile interazione tra passato e futuro, tradizione e innovazione fa del Lanificio Reda un’eccellenza del “Made in Italy”, la cui forza, secondo Ercole Botto Poala sta appunto nell’essere un network di persone appassionate e altamente specializzate”.

Un contributo molto importante alla città, sempre legato al tessile, è stato dato dal progetto “In Biella Factory Stores”, promosso dall’Associazione 015 che si è adoperata per la rivitalizzazione del centro storico attraverso l’apertura di punti vendita dei grandi marchi di abbigliamento del territorio. Molte aziende hanno aderito al progetto, sintomo di ripresa economica e volontà di riscatto. A novembre ha infatti inaugurato lo store “Masala”, di Rita Mancini, creatrice biellese di borse, t-shirt, gioielli e accessori vari realizzati con i filati dell’azienda di famiglia. 8

Il 3 dicembre c’è stata l’apertura del negozio di “Piacenza Cashmere” che ha aderito con grande impegno al Progetto 015, dice Vasily Piacenza «L’unione fa la forza anche gli imprenditori locali devono collaborare per la città. E’ il momento di ridare alla terra che ci ha resi famosi nel mondo». L’azienda infatti, fino a quel momento aveva sempre avuto lo spazio vendita all’interno della fabbrica di Pollone mentre ora le collezioni del brand, la maglieria e l’homewear sono ospitate in centro città.

L’apertura più recente è quella del “Lanificio Angelico”, marchio nato all’inizio degli anni 50 a Ronco Biellese per mano di Giuseppe Angelico e oggi portato avanti dai figli Massimo e Alberto che unendo tradizione e innovazione hanno ampliato la gamma produttiva dell’azienda facendolo diventare un marchio affermato a livello mondiale nel panorama dell’abbigliamento uomo. Così i due fratelli commentano l’apertura del punto vendita in centro città: Dopo aver esaminato il progetto, promosso dall’Associazione 015 Biella, abbiamo, con grande entusiasmo, deciso di aderire, in quanto accanto alla sostenibilità del business plan e delle iniziative di marketing, condividiamo lo spirito che anima i promotori. La nostra azienda è da sempre al fianco di progetti, che abbiano un’ampia condivisione, che rivitalizzino il Biellese e lo rendano visibile all’estero. Il progetto «In Biella Factory Stores» è in grado di dare nuova vita al centro di Biella, creando flussi turistici di cui potrà beneficiare l’intero territorio9

All’interno dello stabile dell’ex Lanificio Maurizio Sella, acquistato dall’omonimo imprenditore nel 1835 e rimasto in attività fino agli anni 50, è nato SellaLab, un polo di innovazione e accelerazione d’impresa con l’obiettivo di aiutare e far crescere i progetti di giovani talenti e supportare le aziende nel processo digitale, dove si gestiscono programmi di accelerazione dedicati a start-up fintech, digitali e laboratori sperimentali dedicati a tecnologie e internet of things.10

Il SellaLab fornisce anche numerosi corsi di formazione per manager e professionisti tra i quali il corso di strategia di social personal branding, di ad-words, e-commerce, web performance marketing. L’animo giovane e innovativo del polo è ben rappresentato da “#digitaldrink”, incontri formativi gratuiti dedicati al digitale, all’innovazione, alle nuove professioni dove il pubblico, gustando un aperitivo, ha la possibilità di ascoltare relatori di spicco, esperti del settore. Gli spazi coworking di SellaLab non sono presenti solo a Biella ma anche a Torino e Lecce, con l’obiettivo di espandere ancora la rete in altri territori, sempre con l’obiettivo di aiutare le imprese a crescere e collegare sempre più i talenti e le imprese. La location biellese ospita eccellenze territoriali tra startup digitali, agenzie media, professionisti digitali, designer, grafici e fotografi che collaborano in corsi di formazione, eventi e incontri di lavoro. SellaLab, grazie all’alto livello di qualità dei corsi e agli investimenti nel capitale umano, con particolare attenzione alla valorizzazione dei talenti nostrani, ha dato la possibilità a molti giovani biellesi di trovare occupazione ma anche di reinstaurare la fiducia nel mondo del lavoro e nel territorio, le cui risorse sono sempre state sottovalutate. Negli ultimi anni, infatti, il biellese, ha assunto una nuova fisionomia, non più legata solo al tessile ma anche al turismo e allo sport, grazie alla bellezza dei paesaggi montani che ospitano percorsi di trekking, free climbing, rafting, escursioni di sci-alpinismo e freeride, attrattiva di molti turisti soprattutto olandesi e tedeschi.

 

Riccardo Salvadori

Globalizzazione e Made in Italy: il settore tessile di Prato

Nell’economia pratese la produzione tessile ha sempre svolto un ruolo di primissimo piano fin dall’epoca medievale ma fu nell’Ottocento che Prato vide un impetuoso sviluppo industriale, tanto da essere definita “la Manchester della Toscana” dallo storico Emanuele Repetti. I suoi alti opifici infatti erano paragonabili a quelli descritti da Charles Dickens in Hard Times:

It was a town of machinery and tall chimneys, out of which interminable serpents of smoke trailed themselves for ever and ever, and never got uncoiled. It had a black canal in it, and a river that ran purple with ill-smelling dye, and vast piles of building full of windows where there was a rattling and a trembling all day long, and where the piston of the steam-engine worked monotonously up and down, like the head of an elephant in a state of melancholy madness1

L’industria tessile pratese ha conosciuto fino agli anni 90 una stabilità che l’ha portata ad affermarsi tra i distretti tessili più produttivi d’Europa. In quegli anni infatti ebbe inizio la grande immigrazione che ha portato nel giro di circa vent’anni una crescita smisurata della popolazione cinese fino a raggiungere, su una popolazione totale di 187mila persone, un peso della comunità cinese di 11.500 immigrati cinesi legali, ma secondo le stime la città ha altri 25mila immigrati clandestini, in maggioranza cinesi.
L’evoluzione e la conseguente crisi della manifattura tessile pratese sono da riscontrarsi, oltreché in un crollo dei consumi per beni non considerati di stretta necessità, quali i vestiti di alta fattura, anche al fatto di poter contare sulla manodopera clandestina e al mancato rispetto delle norme che regolano l’attività d’impresa. Regole stringenti alle quali le grandi fabbriche italiane sono vincolate. Le attività e i laboratori cinesi sono capillarmente sparsi per tutta la città e i distretti limitrofi e, usando un’iperbole, al loro interno sono gestite al livello dei lager nazisti.
2 Solitamente i capannoni dormitorio non consentono agli impiegati uscire in quanto gli estenuanti ritmi tenuti durante la giornata consentono a malapena il tempo per addormentarsi nella branda posta immediatamente di fianco al macchinario appena lasciato.

Ma come si è arrivati a questa esplosione del cheap-market cinese in così pochi anni? Perché inizialmente si è sottovalutato questo fenomeno?
Il processo che ha portato le fabbriche e i laboratori cinesi ad essere proprietari di buona parte delle aziende che lavorano il tessile nel pratese è raccontato dalla giornalista del Sole 24 ore, Silvia Peraccini, che nel suo libro “
Assedio Cinese” spiega come un piccolo fenomeno concentrato si sia trasformato ne «l’esempio più eclatante e più sconcertante di assedio al manifatturiero italiano con armi sleali», ed è la fabbrica più portentosa di moda “Made in Italy” fatta dai cinesi.
Nel distretto “parallelo”, cinese, di Prato non ci si infortuna (nel 2007 le denunce di cittadini cinesi sono state due); non ci si iscrive come lavoratori al sindacato (Cgil e Cisl non hanno neppure un associato orientale) né, come imprese, alle associazioni di categoria (un solo iscritto all’Unione Industriale, poche decine alle associazioni artigiane); si lavora alle dipendenze dei
laoban (i proprietari) solo per pochi mesi (appena il 7% dei contratti dura più di due anni) e si interrompe il rapporto sempre per dimissioni volontarie, anche quando l’azienda chiude i battenti, avvenimento quest’ultimo molto frequente: sei imprese su dieci muoiono nell’arco di un anno, facendo schizzare il tasso di turn over delle aziende cinesi al 60% (quello delle imprese italiane è del 15,7%).
Il giro d’affari che questa realtà produce si aggira sui 2 miliardi di euro annui, impiega diciassettemila persone , molte delle quali immigrati e fa girare 2700 aziende.
Quando si parla di Prato bisognerebbe distinguere come una sorta di
“Prato A” in cui il manifatturiero è ancora in mano a pochi resilienti italiani che da un ventennio sopravvivono al mercato del Cheap cinese puntando su ciò che ci ha contraddistinti con il nostro “Made in Italy”, la qualità; e una “Prato B”, landa desolata in cui lo scenario è dominato da enormi capannoni industriali al cui interno convogliano container carici di tessuti provenienti dalla Cina. A Prato l´import di tessuti dalla Cina è cresciuto del tremila per cento negli ultimi dieci anni e questo significa una sola cosa, che quell´altra città che produce tessuti italiani non ha tratto, sui grandi numeri, nessun vantaggio.

Apparentemente la soluzione si potrebbe configurare nel convincimento delle aziende cinesi nella produzione di tessuti di alta qualità e con la conseguente integrazione nelle unità produttive italiane dei lavoratori cinesi esperti. Purtroppo però alla luce della crisi che ha investito l’economia mondiale dal 2008, che si è abbattuta violentemente anche nel nostro Paese, le capacità di spesa si sono notevolmente ridotte e, inoltre, le leggi che regolano il commercio dai paesi extraeuropei non sono così stringenti come quelle per il mercato interno. Il WTO ha infatti deciso di aprire le porte al mercato cinese l’11 dicembre 2001 da allora la Cina guida ininterrottamente da almeno una decina di anni la classifica sull’export globale superando tutte le altre potenze facenti parte dell’organizzazione. Il ruolo che la Cina ha avuto sul mercato italiano e, in particolar modo, sul declino di particolari aree produttive e interi dipartimenti, nel resto del mondo ha portato ad una dura campagna di protezionismo economico che ha trovato il suo apice nella campagna presidenziale di Trump. Il presidente neo eletto si è infatti scagliato contro la politica monetaria cinese, rea di aver manipolato le quotazioni del Renminbi al fine di favorire le esportazioni verso gli USA, creando conseguente perdita di posti di lavoro e disoccupazione; argomenti molto cari al presidente Trump che, nei suoi comizi elettorali, non si è lesinato ad incolpare le politiche di Pechino come distruttive per il mercato interno americano e per gli americani stessi. Per scongiurare il rischio del pregiudizio che Donald Trump potrebbe portare all’economia internazionale, e, nell’ottica di un processo di globalizzazione mondiale, all’unità economica senza dazi, sono scese in campo le istituzioni che più incarnano la globalizzazione con un rapporto congiunto: Fmi, Organizzazione mondiale per il commercio (Wto) e Banca mondiale. Esse hanno riconosciuto che l’apertura agli scambi internazionali genera crisi occupazionali nei settori meno competitivi. Tocca però ai Governi farsene carico e non già erigendo muri tariffari, ma con politiche economiche e di sostegno adeguate. Secondo quanto riportato in questo rapporto infatti la globalizzazione avrebbe portato una maggiore produttività e una riduzione dei prezzi al consumo, i quali però non vengono colti dal cittadino medio e, al contrario, lo spingono sempre più alla sfiducia nei confronti delle istituzioni sovrastatali. Nel rapporto emerge inoltre che il mercato cinese ha creato danni ingenti nei settori in cui l’apporto manifatturiero è preponderante: “Le regioni a forte vocazione manifatturiera, più esposte alla concorrenza cinese, hanno subito «significativi cali di occupazione e salari, soprattutto tra i lavoratori poco qualificati». 3

Lo scopo di Fmi, Wto e Banca Mondiale è di spronare con questo report le politiche interne nazionali non tanto ad istituire dei sussidi di disoccupazioni per i lavoratori, vittime di questo fenomeno, ma a contrastarlo in maniera decisa, prevedendo delle politiche di riorganizzazione e flessibilità del lavoro che incentivino il reimpiego di lavoratori che spesso sono più anziani e che perciò fanno più fatica a ricollocarsi.

Il fenomeno italiano che ha visto la città di Prato protagonista non è sfuggito alla reporter del New York Times Rachel Donadio, la quale il 12 settembre 2010 ha pubblicato un articolo, finito in prima pagina, dove raccontava della sensazione di risentimento sempre più crescente nei cittadini italiani. Questo risentimento sarebbe dovuto non solo al fatto che i cittadini cinesi non fanno rimanere in Italia gli utili che conseguono con le loro attività (I cinesi di Prato mandano in Cina, secondo la Banca d’Italia, 1,5 milioni di dollari al giorno), ma anche perché sono riusciti a superare gli italiani in ciò che ci ha reso tristemente noti in tutto il mondo <tax evasion and brilliant ways of navigating Italy’s notoriously complex bureaucracy>

Risulta inoltre opportuno analizzare come si sia riusciti a creare un tale sistema produttivo nonostante la rigorosa burocrazia, le politiche protezioniste e il pericolo delle organizzazioni criminali, in uno dei paesi che può essere considerato tra i meno all’ avanguardia, sotto questo punto di vista, nell’ Europa meridionale.
La città di Prato è diventata un punto nevralgico e di interesse strategico, infatti ultimamente la convinzione, da parte degli organi ufficiali italiani, è che il governo cinese non abbia fatto abbastanza per arrestare il flusso di immigrati illegali e abbia attuato politiche di ostracismo al fine di siglare un accordo bilaterale per identificare e deportare i clandestini. Alcuni residenti hanno il sospetto che questo enorme flusso sia una strategia di Beijing per sfruttare il mercato italiano.

La possibilità per queste aziende e laboratori di produrre utili a discapito delle aziende italiane, insediatesi da generazioni in questa zona, è anche data dal fatto che la politica dei prezzi bassi attira compratori e retailer del mondo della moda da tutta Europa, i quali, complici le politiche di liberalizzazione e libera circolazione di merci e servizi per tutto il continente consentono a prodotti pericolosi di circolare senza che vengano effettuati controlli troppo stringenti sulla qualità della merce prodotta .4

Al fine di trovare un piano comune di contrasto all’incessante crisi che dal 2007 affligge l’economia mondiale, e in particolar modo quella italiana, si è cercato adottare diverse teorie importate da paesi che per primi hanno dato vita nel XIX alla seconda Rivoluzione industriale e per restare al passo coi tempi si sono dovute evolvere. Secondo le teorie di Bill Macbeth, direttore centro di eccellenza tessile (TCoE) di Huddersfield c’è la necessità di riunire le produzioni di piccoli lotti al fine di unire le forze per essere più competitivi nel mercato globale. Infatti secondo le teorie di Macbeth le due aree produttive sono paragonabili in quanto a Prato le aziende che hanno superato la crisi si sono dovute specializzare in produzioni di nicchia. Produzioni di nicchia che si traducono in ordini frammentati e piccoli lotti, ordini che per essere evasi comportano una notevole sforzo commerciale e un network articolato in modo tale che ogni singola impresa addetta ad un determinato passaggio produttivo lo compia in totale sintonia al fine di sopravvivere tutti e cercare di creare una situazione che convenga all’intero distretto e settore.5

La beffa del Made in Italy e la delocalizzazione


La merce prodotta riporta sempre la dicitura “Made in Italy” come fregio di qualità e alta maestria nel confezionamento, agli occhi di un tedesco o di uno scandinavo, che una camicia sia prodotta in uno scantinato buio del
Macrolotto di Prato o sia opera di sarto napoletano è la stessa cosa.
Un capo di abbigliamento, al fine di poter essere etichettato come “ Made in Italy” Secondo quanto regolamentato dall’art.16 della legge 166 del 2009, legge di conversione del Decreto legge 135/2009 deve essere progettato, fabbricato e confezionato in Italia.
La Legge Reguzzoni (
legge n.55 dell’8 aprile 2010) ha tentato di irrigidire i parametri per beneficiare della dicitura “Made in Italy”, consentendo l’applicazione del marchio anche su prodotti che abbiano eseguito almeno due delle fasi di lavorazione per ciascun settore nel territorio medesimo e se per le rimanenti fasi è verificabile la tracciabilità. Purtroppo però questo normativa interna è in contrasto con le direttive e i regolamenti comunitari, non trovando perciò concreta applicazione.

Infatti nella maggior parte dei paesi europei circola un’ingente quantità di prodotti, i quali omettono di riportare sull’etichetta interna il Paese di effettiva produzione del manufatto. La normativa generale prevede appunto che sull’etichetta debba essere riportata, oltre alla composizione del capo, solamente il Paese in cui è avvenuto il confezionamento del prodotto, ciò vuol dire che una qualsiasi azienda nel settore dell’abbigliamento, operativa nel mercato europeo, può benissimo produrre la maggior parte dei semilavorati di cui si avvale in Paesi il cui costo di produzione è notevolmente inferiore. Questo fenomeno di delocalizzazione prevede che rimangano sul territorio natio dell’azienda soltanto le fabbriche destinate ai residui passaggi che consentono di avvalersi della dicitura “Made in EU”.
La risposta italiana a ciò è stata, come sopra menzionato, la Legge Reguzzoni che ha cercato di limitare l’accesso al marchio “Made in Italy” alle aziende che completassero le tre fasi più importanti (progettazione, fabbricazione e confezionamento) sul territorio italiano.
Il fenomeno della delocalizzazione ha visto un picco negli anni ’90 e agli inizi del 2000, il fenomeno è andato tuttavia attenuandosi quando i consumatori hanno scoperto a proprie spese quanto potesse essere dannoso e improduttivo risparmiare sulla qualità. Ciò ha spinto alcune aziende verso il cosiddetto “
reshoring”, che non è altro che il rientro delle aziende sul suolo italiano. Infatti i motivi che potevano spingere alla delocalizzazione negli anni passati sono gli stessi che comportano la ri-localizzazione, perciò Paesi del Sud-Est Asiatico quali Cina, Bangladesh, Taiwan ecc. hanno aumentato i loro costi di produzione e hanno adottato politiche di tutela dei lavoratori all’interno delle fabbriche. Tutti questi accorgimenti politici e giuslavoristici hanno portato ad un innalzamento del costo del lavoro e ad una preoccupazione maggiore nel consumatore finale.

Un caso particolare relativo al fenomeno della delocalizzazione è quello americano che ha visto la sua economia particolarmente danneggiata dalle produzioni a basso costo asiatiche, tanto che sotto il governo Obama c’è stato un intervento federale che ha obbligato a esporre sugli edifici pubblici solo bandiere al 100% made in Usa, una produzione di nicchia che però era diventata al 100% di fabbricazione cinese. Da un punto di vista comunicativo questi imprenditori “rimpatriati” furono presentati come eroi nazionali.6

A differenza del modello prettamente sovranista e protettore dell’economia interna statunitense, in Europa, anche grazie alla cospicua cessione di poteri da parte degli stati ad organi sovrastatali, le politiche di protezione sono molto flebili e quasi sempre lacunose. Tra queste politiche adottate dall’Unione Europea che hanno, formalmente lo scopo di tutelare il mercato comunitario ma sostanzialmente creano un blocco alla sua espansione e al contempo consentono un’eccessiva flessibilità per i paesi che importano sul continente, c’è il cosiddetto regolamento REACH (dall’acronimo “Registration, Evaluation, Authorisation of Chemicals) n. 1907/2006 il quale concerne la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche circolanti su suolo europeo.
Questo regolamento
penalizza i produttori europei, ma di fatto non c’è vigilanza sui prodotti che arrivano da paesi terzi. In questa situazione complessiva di assenza di reciprocità, i cittadini europei sono quindi penalizzati tre volte: nei condizionamenti allo sviluppo economico determinati di fatto dal Reach, che incide sulla nostra competitività; nelle limitazioni all’export causate dalle regole molto restrittive di mercati di importanti paesi terzi come appunto la Cina; ultimo ma non per importanza, nell’insalubrità di prodotti di importazione, cui si aggiunge la scarsa affidabilità delle informazioni merceologiche riportate sulle etichette.” Sostengono gli studi di 2 laboratori di analisi tessile della zona di Prato: il “Buzzi” e il “Brachi7.
La sottoposizione dei prodotti alle rigide regole imposte dal REACH stabilisce l’idoneità del prodotto a circolare liberamente nel nostro continente ed essere approvato come prodotto autorizzato dalla Comunità Europea, ma non costituisce nessun vincolo per i prodotti provenienti da altri paesi extracomunitari che omettono o falsificano la presenza di determinate sostanze al loro interno.

In un’analisi condotta dalla Banca Mondiale nel 2012, il mercato Italiano è protagonista di un’ingente importazione di tessuti, lavorati per intero o parzialmente, da paesi in cui il costo di manodopera è molto più basso e che hanno affossato la recente economia del nostro Paese. Nel grafico sottostante si nota come sia aumentata l’importazione di tessuti da paesi esteri (Cina, Tunisia, Francia, Romania e Turchia) dal 1988 al 2011, sull’asse delle ascisse; sull’asse delle ordinate si trova la quantità di merce importata in (‘000 $).
Fonte: Banca Mondiale

Il Modello Interno Cinese e Lo Sfruttamento Minorile

La Cina venne inserita per la prima volta nei BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) nel 2001 dalla banca d’investimenti Goldman Sachs, la quale spiegava che i quattro Paesi avrebbero dominato l’economia mondiale nel prossimo mezzo secolo, fino a raggiungere nel 2050 il PIL dei Paesi membri del G6 (USA, Francia, Canada, Giappone, Italia, Germania).
Questa bolla speculativa ha portato una rapida ascesa di suddetti Paesi, i quali hanno visto le loro economie fortemente prese di mira da parte di investitori stranieri attratti da notevoli tassi d’interesse per i loro titoli di Stato. Tuttavia, così come è stata rapida l’ascesa, altrettanto veloce è stato il declino, dove in alcuni Paesi, quali la Russia e il Brasile, si è pagata una forte instabilità politica che ha visto più volte svalutazioni pesanti delle monete interne rispetto alla moneta comunitaria e al dollaro. L’unica economia che sembrava aver retto anche alle ripercussioni che la crisi economica del 2008 ha avuto sul mondo sembrava la Cina, la quale con riguardo alla politica interna ha sempre avuto delle dinamiche piuttosto oscure anche agli analisti di mercato più esperti. L’economia cinese è sempre stata avvolta da un velo di mistero e oscurità dovuto sia a evidenti difficoltà linguistiche nell’approccio, in quanto i cinesi non sono propensi ad imparare nuove lingue, sia in riferimento alla struttura tentacolare delle società cinesi, private e pubbliche. Per tanti, infatti, l’investire nel mercato cinese ha portato al cosiddetto “
Hotel California Effect”, termine da attribuire al titolo del paper di Holger Gorg,8 il quale illustra quanto sia attraente e, nei primi tempi, proficuo investire nel mercato cinese, ma, allo stesso tempo, nonostante sia manifesta la volontà di uscire dall’investimento essa risulta impossibile.
La Cina ha dovuto inoltre affrontare nel 2015 una bolla speculativa che ha portato alla radicale svalutazione dello yuan e al crollo del mercato interno. La Cina da sempre è vista come una frontiera tecnologica per quanto inerisce gli investimenti urbani ed edilizi, ma la maggior parte di essi risultano investimenti volti solo all’arricchimento di una determinata categoria di imprenditori senza un effettivo beneficio per la comunità. Queste grandi opere infatti vengono costruite in delle zone che non hanno bisogno di tali infrastrutture e molto spesso rimangono delle cattedrali nel deserto vuote e sintomatiche del degrado urbano e culturale della periferia cinese.

Al contrario di quanto si possa pensare, l’industria tessile cinese è una delle più antiche del mondo, sin dalle suo origini infatti, la conformazione territoriale e la fauna spontanea hanno potuto far sì che sul territorio si potessero creare allevamenti di bachi da seta (Bachicoltura). L’inizio della bachicoltura si può far risalire al 3000 a.C. grazie all’imperatrice Xi Ling Shi. L’industria tessile cinese nel corso dei secoli si è sempre attestata ad alti vertici, una volta per qualità, mentre in tempi più recenti per quantità. In Cina il settore dell’abbigliamento e del tessile-moda funzionano diversamente rispetto all’Italia e alla Francia che hanno una storia di alta moda alle spalle. La cultura italiana ci ha portato a considerare i capi d’abbigliamento e di calzatura come degli status quo che trascendono il loro semplice utilizzo. Il comportamento delle industrie italiane è quello di produrre capi d’abbigliamento e caratterizzarli con il loro marchio creando una disponibilità e una domanda esorbitante per i clienti. In Europa e nei Paesi di stampo anglosassone il comportamento è diverso, infatti i capi d’abbigliamento vengono principalmente comprati non in negozi o boutique, ma nei banchi del mercato e, i capi acquistati, raramente riportano “griffe” famose. L’investimento per un capo confezionato sartoriale o per abiti “di marca” è esclusivo di una clientela educata al ben vestire.
I cinesi invece hanno una produzione di abbigliamento che non è legata ad una marca in quanto la maggior parte dei capi difficilmente riporta etichette rigide come quelle imposte dall’Europa per la tutela dei consumatori. Il punto di criticità del modello cinese risiede nel fatto che la sua maggior produzione si rifà a merce contraffatta, venduta legalmente in grandi
multistore a più piani che riportano la maggior parte delle marche occidentali e che non sono soggette a nessun controllo sulla tutela del marchio o del brevetto (vengono inoltre venduti orologi svizzeri e componenti elettroniche). Questo enorme mercato del falso si ripercuote anche sulle economie occidentali e in particolare sulla nostra che vede nell’abbigliamento uno dei settori trainanti insieme a quello enogastronomico.
Il Mercato del falso in Italia infatti genera un fatturato di 6,5 miliardi di euro, di cui 2,2 soltanto nel settore dell’abbigliamento e accessoristica, secondo le stime di Confindustria questa enorme macchina del falso, che non sempre parte dalla Cina ma che vede da li partire le materie prime già parzialmente lavorate,
assorbirebbe 100 mila lavoratori regolari occupati a tempo pieno. Il prezzo che si paga in termini di salute e welfare è molto alto e di certo non vale il minor prezzo d’acquisto rispetto a un capo prodotto in Italia seguendo le normative UE in tema di controlli sulle sostanze chimiche utilizzate.

Posti di fronte ad una scelta puramente economica ogni persona tenderebbe a scegliere il prodotto col prezzo più basso, senza interrogarsi mai sul perché alcuni capi d’abbigliamento abbiano una differenza di prezzo così ampia, pur sembrando nella loro forma e composizione uguali. Tralasciando i fattori tecnici e di tecnologia dei materiali che vengono impiegati dalle aziende, quello che più ci preme analizzare è il modo in cui i vestiti vengono prodotti in paesi del SudEst Asiatico e in particolare la Cina. La struttura delle industrie tessili e dell’abbigliamento in molti Paesi in via di sviluppo e Paesi meno sviluppati è simile a quello della Cina, dalla quale è partito, come una sorta di recente “taylorismo”, un nuovo concetto di fabbrica figlia della globalizzazione. In determinati Paesi infatti al solo scopo di aumentare la produttività, ridurre i costi di fabbrica e aumentare la quantità prodotta, gli imprenditori, anche di brand importanti a livello globale, hanno deciso di sacrificare la tutela dei diritti umani e dei lavoratori al solo fine di estremizzare i guadagni. Il fenomeno dello schiavismo delle multinazionali è stato più volte denunciato da numerose ONG, le quali si sono battute in più di un’occasione per rivendicare i diritti dei lavoratori e dei minori. Nonostante ciò però rimane un crimine difficile da stanare, anche grazie all’insabbiamento delle notizie e delle denunce da parte delle istituzioni pubbliche che vedrebbero la crescita del PIL del loro Paese minacciata da un’ipotetica cessazione del rapporto con tali multinazionali. Infatti il rischio maggiore per un padrone colto in flagranza reato di sfruttamento del lavoro minorile, il rischio sarebbe una multa di 10.000 yuan (mille euro), cioè una piccola percentuale dei profitti di queste imprese. La revoca della licenza invece scatta solo se un bambino “diventa invalido o muore sul lavoro”. Le notizie di processi e multe di questo tipo scarseggiano. La battaglia contro lo sfruttamento del lavoro minorile non sembra una priorità per le forze dell’ordine. Nel 2005 infatti l’ex Presidente della Repubblica Popolare Cinese ed ex segretario generale del partito comunista cinese Hu Jintao, accolse a Pechino centinaia di top manager, industriali e banchieri stranieri venuti per il Global Forum di Fortune. Il discorso di Hu Jintao di fronte ai rappresentanti del capitalismo mondiale è stato interrotto da applausi a scena aperta. Il quotidiano ufficiale China Daily ha riassunto il suo comizio con un grande titolo in prima pagina: “You come, you profit, we all prosper“.9 Non si sa a chi si riferisca il giornale con “we all” ma pare certo che lavoratori minorenni costretti a lavorare dalle 7 alle 23 per sei giorni alla settimana, per una paga di 80 euro al mese, non siano dello stesso avviso.

 

Riccardo Salvadori

L’impatto della globalizzazione sul Made in Italy

Storia Della Mia Gente. La Rabbia E L’amore Della Mia Vita Da Industriale Di Provincia”

Il rumore di una tessitura ti fa socchiudere gli occhi e sorridere, come quando si corre mentre nevica. Il rumore della tessitura non si ferma mai, ed è il canto più antico della nostra città, e ai bambini pratesi fa da ninna nanna.”1

Da queste poche righe si intuisce la dimensione del romanzo “Storia della mia gente”, scritto da Edoardo Nesi, imprenditore tessile pratese costretto nel 2004 alla vendita del lanificio T.O Nesi & figli s.p.a. “Storia della mia Gente” racconta la drammatica crisi economico-finanziaria che ha colpito il nostro Paese a partire dal 2003, dalla prospettiva di chi, come imprenditore ma soprattutto come pratese, al tessile ha consacrato la propria vita, scandita dal rumore delle fabbriche.

Questa è la mia gente. La mia gente che in tutta la vita non ha fatto altro che lavorare.2

Nesi dà dunque voce all’imprenditoria pratese messa in ginocchio dall’apertura del mercato globale. Nel capitolo “Questa storia” l’autore dipinge un affresco del panorama pratese al proprio esordio nell’azienda di famiglia, costellato di decine e decine di aziende tessili, che producono sempre lo stesso prodotto senza bisogno di cambiarlo, senza dover investire in pubblicità, fiere, ricerca e sviluppo, dove le fatture vengono pagate senza ritardo, senza criticarne l’ammontare, dove non esistono rimanenze di magazzino ed è ignota, se non assurda, la presenza di un dirigente esterno. A questo ritratto, quasi idilliaco, Nesi aggiunge Ma la cosa davvero bella, la cosa assolutamente strepitosa era che non bisognava essere un genio per emergere, perché il sistema funzionava così bene che facevano soldi anche i testoni, purché si impegnassero; anche i tonti, purché dedicassero tutta la loro vita al lavoro. Emerge quindi, in questo passo, la fiducia smisurata nel sistema pratese e la ferma convinzione che l’ingranaggio non si sarebbe mai inceppato, che le fabbriche avrebbero potuto continuare in eterno a produrre allo stesso modo la stessa ricchezza e che anche l’operaio volenteroso potesse mettersi in proprio e diventare imprenditore di successo. Nesi sottolinea la mobilità inarrestabile della scala sociale che crea ricchezza distribuendola capillarmente; si è sempre calati in una dimensione corale, dove l’interesse dell’imprenditore coincide con l’interesse dell’operaio, dove un settore tessile in acque floride porta prosperità alla collettività intera.

Le nuove e crescenti esigenze di mercato hanno fatto del tessuto una mera fase all’interno del processo di produzione e commercializzazione del prodotto tessile, dove, con ruolo dominante, la figura del designer entra prepotentemente nel ciclo di produzione. Secondo Nesi proprio qui si può riscontrare un elemento decisivo del declino: gli imprenditori non sono stati in grado di fronteggiare il “ricatto” sui prezzi da parte dei designer, probabilmente forti dell’abitudine alla ricchezza solida e sicura che il tessile aveva sempre garantito, si sono dimostrati refrattari nel formulare nuove strategie per adeguarsi alle esigenze del mercato senza sacrificare la qualità del prodotto.

Il tema viene ripreso nel capitolo “I tessuti più belli del mondo”, che riguarda gli anni a cavallo del nuovo millennio, anni di rabbia e rassegnazione. Qui la critica alla globalizzazione e alle teorie del libero mercato assume toni aspri, in balia della spirale per la quale il prodotto, fabbricato come negli anni 80, deve necessariamente essere venduto al prezzo più basso per non perdere l’ordine, gli artigiani di Prato sono costretti a rimanere in una posizione di mercato marginale. Non guadagnando più nessuno si diffonde il pensiero per cui il tessile sia senza futuro e gli imprenditori finiscono per essere “prigionieri di una mentalità da ragionieri che avevano sempre sdegnato. Gli stipendi dei dipendenti, le spese generali di struttura, gli interessi passivi, l’affitto del capannone e tutte le tasse diventano insostenibili. Emerge anche il noto tema della pressione fiscale nel nostro Paese, secondo Nesi, infatti, l’introduzione dell’IRAP ha contribuito pesantemente al massacro delle piccole imprese. In questo tetro scenario si vedono le aziende italiane risucchiate dal mercato globale, dall’idea che il prezzo ideale di un prodotto lo decida il mercato stesso, dall’illusione della moda al prezzo più basso, dai giganti dell’abbigliamento, quotati in tutte le principali Borse internazionali. Nesi si dimostra molto amareggiato dal fatto che nel mercato globale il tessuto risulti così svilito e che nessuno si batta per difenderne l’eccellenza, lasciando che l’utile del confezionista sia la parte preponderante. “E’ così che si entra nella fase terminale della piccola imprenditoria tessile italiana, quando alla fisiologica concorrenza, alla sana lotta per il guadagno si sostituisce una furibonda battaglia per assicurarsi niente più che una sopravvivenza tiepida e sempre più stenta; quando gli imprenditori si sentono consolati dal solo fatto di poter continuare ogni giorno ad andare in fabbrica a fare il loro lavoro, di poter continuare a dirsi e farsi chiamare industriali quando invece non fanno che scimmiottare il loro recente passato.

La critica alle istituzioni agli economisti raggiunge il culmine nei capitoli “Sistema Italia” e “Smarriti”. Nesi denuncia dapprima le false speranze ingenerate nei confronti dei vantaggi derivanti dalla globalizzazione, a riguardo dei quali politici ed economisti predicevano la possibilità di acquistare prodotti tecnologici, elettrodomestici e beni di consumo primario “Made in China” a prezzi più che convenienti grazie all’abolizione di dazi, tariffe e contingenti; ipotizzavano il proliferarsi di boutique di grandi stilisti italiani e varie eccellenze del “Made in Italy” nelle metropoli cinesi, che tutto ciò avrebbe portato notevoli guadagni agli italiani, ai quali addirittura si consigliava di trasferire proprio in Cina le fabbriche per poter produrre ad un costo nettamente più basso e vendere là i prodotti, nel mercato del futuro. Purtroppo nella realtà dei fatti andò diversamente, i cinesi non corsero a compare il “Made in Italy” ma iniziarono a produrlo causando il tracollo del nostro sistema industriale manifatturiero con conseguenti fallimenti, licenziamenti, richieste di cassa integrazione. A questo punto gli economisti, consigliarono di immettersi nel mercato globale collocandosi nelle nicchie di specializzazione. Qui l’autore riprende il significato letterale di nicchia (incavo nello spessore di un muro, di solito in forma di semicilindro verticale terminato in alto con un quarto di sfera; un elemento decorativo, per lo più destinato ad accogliere una statua; si definisce nicchia anche un piccolo ripostiglio; nel gergo degli alpinisti si definisce nicchia una piccola rientranza in una parete di roccia, sufficiente al riparo di una sola persona; in riferimento all’economia indica uno spazio economico particolare e circoscritto) per demolire tale tesi, sostenendo che nella cosiddetta produzione di nicchia possano trovare ristoro una scarsa quantità di aziende, non tutta l’Italia e aggiunge che non a caso di Ferrari ce n’è una sola in tutto il mondo. Rimprovera politici ed economisti di aver esortato i piccoli industriali italiani a delocalizzare in Cina senza conoscerli minimamente, senza sapere che le loro aziende erano potute nascere e prosperare solo nell’humus prezioso in cui erano nate e prosperate: al riparo dall’occhio del fisco e delle leggi, in un mondo perfetto e chiuso, protetto dai muri e dai missili nucleari, dai dazi e dalle tariffe. Che si facevano chiamare industriali, ma industriali non erano e non erano mai stati. Erano artigiani, straordinari e fragilissimi artigiani, lontani pronipoti dei maestri di bottega medievali, e ciononostante rappresentavano l’ossatura di un sistema economico che incredibilmente si reggeva su di loro, e anche se era ben lungi dall’essere perfetto, funzionava, eccome se funzionava, e si basava su quelle che all’epoca erano le regole del libero mercato. Un sistema che aveva consentito all’Italia di risorgere dalle macerie della guerra, garantito diritti e stabilito doveri, sparso benessere e dato lavoro a milioni di persone, pagato pensioni e ricoveri in ospedale, case e automobili, televisori e vestiti, creato e realizzato sogni e alimentato illusioni”.3

Nesi prosegue censurando la leggerezza con la quale i politici italiani abbiano firmato l’accordo di Schengen, da sempre insensibili alle problematiche del settore manifatturiero del Paese e noncuranti delle conseguenze all’ingresso del paese in un libero mercato così disciplinato; condanna anche l’inerzia da parte della classe dirigente di fronte alla deriva che tante industrie italiane hanno preso, secondo l’autore si sarebbe dovuto lottare di fronte all’Unione Europea per attuare una politica che favorisse gli agenti economici più deboli e ci si sarebbe dovuti battere per la salvaguardia del “Made in Italy”, delle aziende e dei dipendenti.

Dopo questi due capitoli di denso livore il romanzo si conclude con il racconto di un corteo per le vie della città. Nel vedere gli striscioni dei manifestanti recanti scritte come “E un se ne può più”, “Anche noi siamo made in Italy” e nel sentirsi domandare da un vecchio amico di chi sia la colpa della disgrazia abbattutasi sulla loro città, Nesi viene colto da emozioni contrastanti e si abbandona ad alcune interessanti riflessioni. La rabbia lascia il posto al rammarico e alla nostalgia, tanto da ammettere che la colpa è in gran parte degli imprenditori stessi, convinti di poter perpetrare all’infinito il mestiere dei loro padri, percepito come un diritto acquisito e inattaccabile, continuando a offrire sul mercato lo stesso prodotto, identico da lustri, senza fare i conti con le esigenze del terzo millennio. Dietro la bandiera recante la scritta “Prato non deve chiudere” ci sono i visi di tanti uomini, operai e imprenditori, per nulla tristi e per nulla sconfitti che lottano per portare avanti quella bandiera, perché la loro città vada avanti, deve andare avanti. E dopo tanta rabbia, tristezza e frustrazione Nesi saluta il lettore con un messaggio di speranza Oggi però voglio continuare a camminare insieme alla mia gente. Non so bene dove stiamo andando, ma di certo non siamo fermi.”

Dopo la presentazione della crisi pratese dal punto di vista di Edoardo Nesi, illustriamo brevemente i dati del fenomeno pratese e i punti di forza e di debolezza del suddetto.

Il 2001 si è chiuso con 5,54 miliardi di euro di fatturato (-1,5% rispetto al 2000) e 3,39 miliardi di esportazioni (-0,4%). Il 2002 è stato un altro anno difficile che, secondo il Centro studi dell’Unione industriale pratese, ha fatto registrare un calo della produzione (vicino al 7%), del fatturato (del 5,4%, a 5,16 miliardi) e dell’export (8%). Inevitabile la flessione di redditività. I prodotti pratesi hanno perso quote sui mercati internazionali, penalizzati dalla debolezza della domanda tedesca, dal rafforzamento del dollaro e dall’invasione di offerta a basso costo proveniente dai paesi in via di sviluppo.4

Prato viene considerato il distretto tessile per antonomasia grazie alle relazioni tra le imprese, lo stretto legame con il contesto sociale, la forte specializzazione, la frammentazione e la ricomposizione del ciclo produttivo. Da sempre le aziende pratesi hanno mostrato grande abilità nell’interpretare i mutamenti del mercato dai quali hanno tratto nuove opportunità e hanno condotto il distretto alla diversificazione, concentrandosi sulla lavorazione di nuove fibre e favorendo la crescita di software house specializzate in soluzioni per il tessile. Un ulteriore fattore di forza riguarda il coinvolgimento di un gran numero di soggetti, pubblici e privati (UE, enti locali, associazioni di categoria, istituti di credito), nei progetti e negli interventi di politica industriale a favore dello sviluppo del distretto: nel campo dell’innovazione tecnologica, delle politiche promozionali, dei sistemi di qualità, del supporto alla collaborazione tra imprese nello sviluppo di attività innovative e nella commercializzazione, formazione, ecc.

Con l’avvento della globalizzazione il distretto è stato inserito in una dinamica competitiva con paesi produttori di merce a basso costo decisamente più appetibili per i mutati stili di vita della domanda con conseguente richiesta di fibre innovative. La frammentazione del tessuto produttivo in piccole imprese ha garantito flessibilità ma ha anche rallentato scelte strategiche come la delocalizzazione produttiva o i processi di innovazione commerciale, il distretto dunque ha sempre posto la propria attenzione sul prodotto a discapito della tecnologicizzazione.5

Interventi Legislativi A Tutela Del “Made In”

Non solo a Prato ma anche a Biella, Lecco, Como, Carpi, Chieri e tanti altri distretti tessili italiani, gli industriali hanno alzato la voce, riunendosi in comitati e proteste, perché lo Stato Italiano e l’Europa non lasciassero morire le aziende e riconoscessero all’eccellenza del Made In Italy l’adeguata tutela.

Il Regolamento CE 23 aprile 2008 n. 450/98 istituisce il Codice doganale comunitario che definisce l’ “origine delle merci”, non allo scopo di attribuire una “denominazione di vendita” ma di determinarne la tariffa doganale applicabile; l’ “origine non preferenziale delle merci” è regolata negli articoli 23 e 24 del Regolamento CEE n. 2913/92: l’art. 23.1 dispone che sono originarie di un paese le merci interamente ottenute in tale paese”, il 23.2 stabilisce che “per merci interamente ottenute in un paese s’intendono a) i prodotti minerali estratti in tale paese, b) i prodotti del regno vegetale ivi raccolti,c) gli animali vivi, ivi nati ed allevati, d) i prodotti che provengono da animali vivi, ivi allevati, e) i prodotti della caccia e della pesca ivi praticate, f) i prodotti della pesca marittima e gli altri prodotti estratti dal mare, al di fuori delle acque territoriali di un paese, da navi immatricolate o registrate in tale paese e battenti bandiera del medesimo, g) le merci ottenute a bordo di navi-officina utilizzando prodotti di cui alla lettera f),originari di tale paese, semprechè tali navi-officina siano immatricolate o registrate in detto paese e ne battano la bandiera, i prodotti estratti dal suolo o dal sottosuolo marino situato al di fuori delle acque territoriali, semprechè tale paese eserciti diritti esclusivi per lo sfruttamento di tale suolo o sottosuolo. Si tratta dunque di prodotti appartenenti alla cosiddetta “industria primaria”, non riconducibili a quelli dell’industria manifatturiera; si propende quindi ad interpretare il dettato normativo nel senso che l’elenco di merci contenuto nel paragrafo 2 esemplifichi casi di merci interamente ottenute in tale paese. L’art. 24 poi stabilisce che una merce alla cui produzione hanno contribuito due o più paesi è originaria del paese in cui è avvenuta l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale, economicamente giustificata ed effettuata in un’impresa attrezzata a tale scopo, che si sia conclusa con la fabbricazione di un prodotto nuovo od abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione.6

La Commissione è intervenuta per specificare cosa costituisca trasformazione sostanziale, in generale si ha quando ha l’effetto di classificare i prodotti ottenuti in una voce del Sistema Armonizzato diversa da quella relativa a ciascuna delle merci non originarie utilizzate, altre volte si realizza con una percentuale di valore aggiunto al termine della lavorazione, oppure può essere ottenuta da lavorazioni specifiche. La Commissione elenca le lavorazioni che possono essere ritenute utili all’acquisizione dell’origine preferenziale. La Corte di giustizia europea ha interpretato il concetto di trasformazione sostanziale secondo cui essa si realizza solo qualora il prodotto che ne risulta abbia composizione e proprietà specifiche che non possedeva prima di essere sottoposto a tale trasformazione o lavorazione”.

Con l’introduzione del Codice doganale comunitario si ha la disciplina dell’“acquisizione dell’origine della merce” in un unico articolo, il 36, che stabilisce che le merci interamente ottenute in un unico paese o territorio sono considerate originarie di tale paese o territorio e che le merci alla cui produzione hanno contribuito due o più paesi o territori sono considerate originarie del paese o territorio in cui hanno subito l’ultima trasformazione sostanziale. Sparisce quindi il dettato del precedente articolo 23.2 eliminando così ogni dubbio circa la identificazione dell’origine.

Riguardo alla normativa interna l’art. 4 comma 49 della legge 24 dicembre 2003 n.350 stabiliva che costituisce falsa indicazione la stampigliatura Made in Italy su prodotti o merci non originati dell’Italia ai sensi della normativa europea sull’origine”.7

Questo comma estende dunque l’ambito di applicazione dell’art. 517 c.p. alle attività di importazione, esportazione e commercializzazione dei prodotti recanti false o fallaci indicazioni di provenienza, la falsa indicazione si sostanzia nella stampigliatura “Made in Italy” su prodotti e merci non originari dall’Italia ai sensi della normativa europea sull’origine mentre l’indicazione fallace ricorre in caso di uso di segni, figure, o quant’altro possa indurre il consumatore a ritenere che il prodotto o la merce sia di origine italiana”, e ciò anche qualora” sia indicata l’origine e la provenienza estera dei prodotti o delle merci”. L’interpretazione del comma 49 dell’art. 4 della legge 350/2003 fu oggetto d’intervento della Corte di Cassazione in un caso riguardante un sequestro probatorio operato dall’Agenzia delle Dogane di Padova su prodotti provenienti dalla Romania che riportavano sulle confezioni la dicitura “Fro Via Torricelli 15/a Verona-Italy” senza alcun riferimento alla provenienza rumena. La presenza del termine Italy nell’indirizzo dell’impresa importatrice aveva indotto l’autorità procedente ad ipotizzare il reato di cui all’art. 517 c.p. e all’art. 4 comma 9 della legge 350/2003. La Corte di Cassazione ricostruisce così le fattispecie in questione: precisa innanzitutto che il concetto di “provenienza” di cui al 517 c.p. si riferisce alla provenienza da un determinato produttore e non da un determinato luogo di fabbricazione e sottolinea che la disciplina generale del marchio non esige che venga pure indicato il luogo di produzione del prodotto, ricorda inoltre che il marchio non garantisce la qualità del prodotto ma rappresenta solo il collegamento tra un determinato prodotto e l’impresa, sancendo la sola responsabilità del produttore nei confronti dell’acquirente. Sempre sulla base della disciplina del marchio non sussiste alcun obbligo in capo all’imprenditore di informare che egli non fabbrichi direttamente i prodotti. A giudizio della Suprema Corte allo stato attuale della legislazione solo in alcuni casi la legge ha attribuito rilevanza al luogo ed ha quindi imposto la specifica indicazione del luogo di origine delle merci e dei prodotti, e ciò lo ha fatto sempre in modo espresso ed in quei casi in cui i fattori climatici o ambientali possono avere una incidenza sulla qualità del prodotto.8
La sentenza riconosce quindi legittimo il ricorso alla delocalizzazione da parte delle imprese italiane.

Sicuramente il discorso cambia quando il marchio ha l’apposita funzione di indicare l’origine del prodotto da un determinato stato (marchio d’origine), a riguardo il codice della proprietà industriale stabilisce che “i soggetti che svolgono la funzione di garantire l’origine, la natura o la qualità di determinati prodotti o servizi, possono ottenere la registrazione per appositi marchi come marchi collettivi, ed hanno la facoltà di concedere l’uso dei marchi stessi a produttori o commercianti. Con riferimento al marchio d’origine il comma 6 dell’art. 4 del d.lgs. 350/2003 prevede l’istituzione di un marchio a tutela del “Made in Italy” distinguendo tra beni integralmente prodotti in Italia o beni non integralmente prodotti in Italia.

Vennero introdotte alcune novità dal d.l. 14 marzo 2005 n. 35 recante disposizioni urgenti nell’ambito del piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale, tra le più rilevanti l’onere, in capo all’acquirente, di accertare la “legittima provenienza” dei beni che intende acquistare, qualora sia possibile ritenere che siano state violate le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti, ed in materia di proprietà intellettuale (si ha violazione delle norme sull’origine in caso di mancato rispetto dei criteri di attribuzione contenuti nel Codice Doganale Europeo). Questo disegno di legge prevede inoltre l’istituzione del marchio “100 per cento Italia”, di proprietà dello stato italiano riservato a prodotti finiti per i quali l’ideazione, il disegno, la progettazione, la lavorazione e il confezionamento sono compiuti interamente sul territorio italiano utilizzando materia prime anche di importazione, nonché semilavorati grezzi (omissis) realizzati interamente in Italia.9

La disciplina prevede che l’imprenditore che volesse utilizzare tale marchio debba dimostrare il rispetto della normativa lavoristica, le norme in materia fiscale e contributiva e quelle in attuazione alla salvaguardia dell’ambiente; dovrà garantire che tutte le fasi della lavorazione si siano svolte in territorio nazionale e che i materiali utilizzati rispettino i canoni stabiliti per la salubrità e alla resistenza del prodotto. L’art. 1 comma 3 dispone che per lavorazione debba intendersi ogni attività del processo produttivo che porta alla realizzazione del prodotto finale”. All’articolo 7 di tale disegno di legge il legislatore stabilisce che il sistema di etichettatura deve evidenziare il paese d’origine del prodotto finito nonché dei prodotti intermedi e la loro realizzazione nel rispetto delle regole comunitarie e internazionali in materia di origine commerciale, di igiene e di sicurezza dei prodotti; al comma 2 prevede che il produttore o l’importatore debbano fornire informazioni specifiche circa la conformità alle norme internazionali vigenti in materia di lavoro, sulla certificazione di igiene e sicurezza dei prodotti e sull’esclusione dell’impiego di minori nella produzione, sul rispetto della normativa europea e degli accordi internazionali in materia ambientale.

Il d.l. 25 settembre 2009 n. 135 all’art. 16 comma 1 stabilisce che si intende realizzato interamente in Italia il prodotto o la merce, classificabile come Made In Italy, ai sensi della normativa vigente, e per il quale il disegno, la progettazione, la lavorazione ed il confezionamento sono compiuti esclusivamente sul territorio italiano”.10

Il sistema prevedeva quindi due diversi “Made in Italy” del quale possono recarne l’indicazione tanto i prodotti interamente fabbricati in Italia, quanto i prodotti che in Italia hanno subito l’’’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale e, quindi, anche i prodotti non interamente fabbricati in Italia. Ecco quindi la distinzione tra il marchio “100% Made in Italy” che possono utilizzare i prodotti totalmente fabbricati in Italia e il “Made in Italy” semplice, del quale possono beneficiare i prodotti che nel nostro territorio hanno subito l’ultima trasformazione. Nonostante gli sforzi del legislatore i c.d. “contadini del tessile” si riunirono in un movimento per far sì che venisse riconosciuto un made in “fatto in casa” e sulla scia di queste iniziative nacque la proposta di legge Reguzzoni, Versace, Calearo, Ciman (n. 2624 Camera dei Deputati, intitolata disposizioni concernenti la commercializzazione dei prodotti tessili, della pelletteria e calzaturieri) che divenne la legge 8 aprile 2010 n.55.11

Questa legge crea un tertium genus di Made in Italy, all’articolo 1 stabilisce il proprio ambito di applicazione circoscritto al settore tessile, a quello della pelletteria, a quello calzaturiero, a quello dei divani e a quello dei prodotti conciari. Il comma 3 di detta legge stabilisce che l’etichetta deve fornire informazioni chiare e specifiche sulla conformità dei processi di lavorazione alle norme vigenti in materia di lavoro (rispetto degli obblighi derivanti dalle convenzioni con l’OIL), sulla certificazione di igiene e sicurezza dei prodotti, sull’esclusione dell’impiego di minori nella produzione, sull’osservanza della normativa europea e sul rispetto degli accordi internazionali in materia ambientale. In base al comma 4 del suddetto articolo può essere applicata la dicitura “Made in Italy” solo su prodotti finiti che siano stati prevalentemente realizzati in Italia e specifica che almeno due delle fasi di lavorazione di questi prodotti devono essere avvenute in Italia e per le altre fasi deve essere verificabile la tracciabilità. Ai successivi commi vengono elencate le fasi di lavorazione per ogni settore merceologico interessato (ad esempio, per il tessile, comma 5: filatura, tessitura, nobilitazione e confezione, anche utilizzando fibre naturali, artificiali o sintetiche di importazione).

Questa legge si pone in conflitto con l’art. 36 del Nuovo Codice Doganale Comunitario che dispone le merci alla cui produzione hanno contribuito due o più paesi o territori sono considerate originarie del paese o territorio in cui hanno subito l’ultima trasformazione sostanziale”;12 la legge Reguzzoni infatti prescinde totalmente dal concetto di trasformazione sostanziale e il legislatore pare conscio di tale contrasto, premettendo appunto nel Dossier relativo al progetto di legge che La disposizione che consente l’uso dell’indicazione “Made in Italy” esclusivamente per i prodotti finiti le cui fasi di lavorazione abbiano avuto luogo prevalentemente nel territorio italiano appare in contrasto con l’art. 36 del codice doganale comunitario di cui al regolamento (CE) n. 450/2008. Questo contrasto comporta l’inapplicabilità della norma italiana.

Nel 2010 il Parlamento Europeo accolse favorevolmente l’introduzione dell’obbligo di indicazione del Paese di origine per taluni prodotti importati da Paesi Terzi, specificando che tale disciplina viene applicata esclusivamente ai prodotti industriali, e mettendo in luce i vantaggi derivanti dall’applicazione della stessa: vi sarebbe senz’altro una più estesa tutela del consumatore che avrebbe a disposizione un quadro informativo sul prodotto maggiormente dettagliato, inoltre si favorirebbe la competitività delle piccole e medie imprese concentrate sulla qualità del prodotto ottenuto con metodi artigianali, ultima ma non meno importante considerazione, il marchio d’origine costituirebbe uno strumento efficace contro la contraffazione e la concorrenza sleale. Tale proposta non riuscì ad ottenere l’approvazione del Consiglio Europeo, le ragioni alla base del ritiro di tale proposta risiedono nella constatazione che essa violi gli obblighi imposti all’Unione Europea dalla giurisprudenza OMC (prevedendo l’obbligo di indicazione di origine solo per i Paesi terzi poneva in disparità i prodotti intracomunitari e quelli extracomunitari, venendo quindi accusata di protezionismo)

Nel 2013 la Direzione Generale Imprese e Industria della Commissione ha presentato un pacchetto di norme volte a migliorare la sicurezza dei prodotti e a disciplinare la sorveglianza del mercato. La prima delle proposte ha introdotto una serie di regole volte a stabilire la piena tracciabilità dei prodotti stabilendo una presunzione generale di sicurezza per i prodotti conformi alla normativa settoriale di armonizzazione dell’Unione. Tale proposta è rivolta a tutti i prodotti manifatturieri, compresi quelli importati dai Paesi terzi. Qui l’obbligo di indicazione dell’origine si estende a tutti i prodotti industriali destinati ai consumatori e quindi sia a quelli nati in seno all’Unione Europea sia a quelli importati, vengono quindi sciolti i dubbi circa la compatibilità della proposta con gli obblighi assunti verso l’OMC. In data 15 aprile 2014 la proposta è stata approvata statuendo la sua entrata in vigore nel 2015.

 

Riccardo Salvadori

IN AMERICA SONO PIU’ AVANTI DI NOI

Questo è il primo pensiero che balza alla mente dell’europeo medio non appena ci si riferisce alla “terra delle opportunità”: giuridicamente parlando però, quest’affermazione spesso non risulta essere congruente alla realtà dei fatti.

Omettendo volontariamente ogni aspetto non puramente giuridico infatti, si scoprono non poche eccentriche normative: dal divieto di servire torte di mele senza formaggio in Wisconsin al divieto di fare il solletico alle donne in Virginia, dal divieto di mordere le gambe altrui in Rhode Island al divieto di cantare nella vasca da bagno in Pennsylvania.
Alcune leggi tuttavia non si limitano ad essere alquanto singolari ma incidono significativamente sui diritti umani: il senato del Texas
ha approvato una proposta di legge che consente ai ginecologi di tacere eventuali malformazioni e anomalie genetiche del feto, per evitare che la donna incinta ricorra all’aborto. Tale disegno di legge infatti impedirebbe ai genitori di citare in giudizio il servizio sanitario nel caso in cui il bambino fosse nato con disabilità taciute dai medici nel corso della gravidanza.

Nell’attesa che il Congresso degli Stati Uniti approvi tale nuova normativa, non si arresta la macchina legislativa nordamericana: è notorio infatti che, in molti stati della repubblica federale, vige la pena di morte effettuata tramite un’iniezione letale.

Dopo quanto accaduto in Oklahoma (in cui l’esecuzione è stata arrestata per un malore del condannato, il quale è deceduto 20 minuti dopo l’iniezione tra atroci sofferenze), Tennessee e Wyoming hanno reagito proponendo l’introduzione di due metodi d’esecuzione capitale tanto antiquati quanto crudeli.

Il governatore del Tennessee ha firmato una legge statale che rende possibile il ritorno alla sedia elettrica, se il metodo dell’iniezione letale non dovesse essere più praticabile; l’assemblea statale del Wyoming invece valuta la possibilità di tornare al plotone di esecuzione, a fronte dei gravi dubbi che circondano le sostanze usate nell’iniezione killer e la loro provenienza.

Si resta perciò in attesa di ulteriori novità che portino ad una definizione tali procedimenti legislativi, con l’augurio che non risultino necessarie nuove e più feroci normative.

 

Fabrizio Alberto Morabito

Nel nome di Lula

Lula, all’anagrafe Luis Inacio Lula da Silva, è stato per due mandati (dal primo gennaio 2003 al 2011) presidente della Brasile e ha ricoperto, da ultimo, la carica di Ministro della Casa Civil del Brasile. Continua a leggere “Nel nome di Lula”