Il concorso de’ na volta.

308 mila domande per 800 posti. È il concorso dei record.

In effetti l’occasione è davvero ghiotta: concorso pubblico per 800 posti a tempo indeterminato per il profilo professionale di Assistente giudiziario, che per l’italiano generico medio si traduce in: “Posto pubblico a tempo indeterminato senza laurea”. I concorsi de’ na volta.

Il bando del concorso viene emanato con decreto ministeriale il 18 novembre del 2016 (pubblicato in G.U. del 22 novembre 2016 – 4ª serie speciale n. 92) ed è davvero tutto, sin da subito, come una volta: altro che era digitale (l’innovativa procedura tutta telematica adottata è un’innovazione per i concorsi pubblici italiani), per la sola calendarizzazione delle prove si arriva a tre rinvii di fila. C’era proprio d’aspettarselo.

Per chi decide di imbarcarsi nelle maglie di un concorso pubblico, forse, però, non è tutto esattamente come una volta; le informazioni corrono veloci sulla fibra ottica. Freneticamente. Ahinoi non quelle del ministero ai candidati, no. Quelle hanno ancora le velocità di una volta. In fondo è un concorso nostalgico, all’antica, che si gode la vita nella calma che questa gli lascia. No. Le informazioni corrono veloci tra i candidati. Si moltiplicano i gruppi su Facebook ed altri social per scambiarsi informazioni, organizzare il viaggio, consolarsi, lottare uniti contro il monolitico e temuto “concorsone” o forse per sentirsi semplicemente meno soli.

I più volenterosi decidono comunque di affidarsi a siti specializzati che garantiscono un aiuto alla preparazione prima ancora che escano le “banche dati”. Altri frequentano appositi e costosi corsi, altri ancora si affidano ai vecchi libri di preparazione ai test per i concorsi.

Al momento della calendarizzazione delle prove d’esame siamo al 3 Aprile e su web si susseguono le voci di un possibile ulteriore rinvio a fronte della già avvenuta calendarizzazione, smentita che giunge, con la solita prontezza ministeriale, il 20 aprile 2017 con un decreto dirigenziale denominato “Conferma diario prove preselettive” contenente la conferma con rettifiche del diario delle prove preselettive. In allegato le 5000 domande preselettive che rappresentano la banca dati di riferimento per chi deve sostenere il concorso.

Il diario di esame contenuto nel decreto è suddiviso per gruppi alfabetici, a loro volta suddivisi in due turni (8.30 e 14.30) e smistati in 5 padiglioni (3 per i primi tre giorni di prova) presso la fiera di Roma e ripartiti in un fitto calendario che va dall’8 al 24 maggio sabati e domeniche escluse.

Per chi decide di partire ormai un’unica certezza: il concorsone is coming.

Salvatore Vergone
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Riforma delle partite Iva: quali novità?

Il 10 maggio 2017 è stato approvato dal Senato il Ddl sul lavoro autonomo, detto anche “Jobs Act delle partite Iva”.

Le prime importanti novità introdotte dalla legge riguardano un pacchetto di tutele per i lavoratori autonomi titolari di partita Iva per il caso di malattia o maternità.

Per quanto riguardala prima situazione, il Jobs Act delle partite Iva prevede una disciplina più favorevole per la categoria dei lavoratori autonomi, soprattutto per quelli che operano in un rapporto continuativo con un committente: per il lavoratore autonomo che svolga attività continuativa per un committente viene previsto che il rapporto di lavoro con lo stesso non si estingua in caso di malattia ma rimanga sospeso fino ad un massimo di 150 giorni. Viene previsto inoltre che il lavoratore costretto a sospendere la collaborazione per oltre 60 giorni, a causa della malattia, possa interrompere il versamento dei contributi e dei premi assicurativi fino ad un massimo di due anni con possibilità di successiva rateizzazione del dovuto.

In ordine alle tutele introdotte per le lavoratrici autonome neo-mamme, viene estesa la durata del congedo parentale da tre a sei mesi da usufruire nei primi tre anni di vita del bambino e con un tetto massimo di congedo pari a sei mesi complessivamente fruibile dai genitori. È poi introdotta la possibilità per la neo-mamma titolare di partita Iva di essere sostituita temporaneamente da colleghi con le medesime competenze e, soprattutto di ricevere l’indennità di maternità pur continuando a lavorare, non scattando dunque l’astensione obbligatoria. Infine, anche in caso di maternità opera la regola della mera sospensione e non dell’estinzione del rapporto di lavoro svolto in via continuativa nei confronti di un committente.

Sul fronte occupazione, il provvedimento introduce dal 1 luglio 2017 una nuova indennità di disoccupazione, la Dis Coll., riservata ai collaboratori coordinati e continuativi, anche a progetto, iscritti in via esclusiva alla relativa gestione separata e privi di partita Iva, nonché ai dottorandi di ricerca con borsa di studio.

In materia di spese e costi viene prevista per i lavoratori autonomia la piena deducibilità, nella soglia di 10 mila euro, delle spese di iscrizione a corsi di formazione o aggiornamento professionale (e delle spese connesse come viaggi e trasferte) nonché delle spese sostenute per la garanzia contro il mancato pagamento delle prestazioni di lavoro autonomo fornita da forme assicurative o di solidarietà.

La riforma in ogni caso non riguarda solo i titolari di partite Iva ma introduce maggiori tutele per tutti i lavoratori anche subordinati, attraverso la promozione dello smart work e del lavoro agile. Il primo è nuova modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, anche pubblico, finalizzato ad accrescere i livelli di competitività e garantire un miglior raccordo tra vita privata e lavorativa mentre il lavoro agile prevede che, in forza di un contratto scritto tra lavoratore e dipendente con la possibilità unilaterale di recedere, il lavoratore possa lavorare in parte presso i locali dell’azienda, in parte da casa o da altro luogo da lui scelto, ciò a condizione che vengano sempre garantiti e rispettati gli orari giornalieri e settimanali e che venga sempre garantito il cd. diritto alla disconnessione, ossia il tempo di riposo spettante al lavoratore.

La riforma del lavoro autonomo sembra essere stata accettata con favore, dal momento che la stessa va a colmare una lacuna normativa ormai non più accettabile in un ordinamento moderno. Il Legislatore infatti sembrerebbe aver finalmente preso atto della necessità di occuparsi del lavoro professionale, del rilievo socioeconomico del comparto e della strategicità dell’investimento nei confronti di quella parte del mondo produttivo che si dimostra sempre più spesso come la più idonea a favorire processi di innovazione e di sviluppo.

Sul fronte opposto si è registrata la critica, da parte dell’associazione giuslavoristi, i quali ritengono che tra le lacune che il provvedimento non ha riempito, in primis, vi sia il mancato riconoscimento del diritto a una paga proporzionata a quantità e qualità del lavoro, che avrebbe dovuto essere inserito nel testo di legge.

Al netto di tutto, per concludere, non si può non riconoscere come questa legge sia un passo avanti molto importante per accrescere le tutele e le garanzie dei lavoratori autonomi e, con lo smart work, anche di quelli subordinati.

Dott. Mirko Buonasperanza

“Voglio solo lavorare tranquillo”

Gli incidenti sul posto di lavoro sono molto ricorrenti e le conseguenze possono essere molteplici: dall’infortunio meno grave, fino a quelli più gravi che causano anche handicap permanenti, se non addirittura la morte.

Il numero di tali incidenti non accenna a diminuire: secondo l’Osservatorio Indipendente di Bologna sugli infortuni sul lavoro e sulle malattie professionali le morti sul lavoro nel 2016 ammontano a 641. Il settore agricolo è quello dove si paga il prezzo maggiore, infatti, è qui che vi si trova il 31% di tutte le morti sui posti di lavoro. Subito dopo si trovano il settore edilizio con il 19,6%, l’autotrasporto con il 9,3% e l’industria con l’8,2%. Infine ci sono tutti gli infortuni di coloro che hanno una partita IVA, i quali non sono stati tenuti in conto nella statistica, ma che ci sono e ancora tutti gli infortuni dei lavoratori c.d. “in nero”, i quali, per ovvie ragioni, non sono stati calcolati.

Il Governo si è deciso di prendere provvedimenti ed introdurre i nuovi artt.589-quater e 590-quinquies, rispettivamente rubricati “omicidio sul lavoro” e “lesioni personali sul lavoro gravi o gravissime”.

I progetti sono stati presentati sulla falsariga di quello che, poi, si è concretizzato con la l.41/2016 per l’omicidio stradale. Si è ritenuto che introdurre questi reati fosse necessario, in quanto l’intervento apportato in materia con la l. 125/2008, “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica”, non è stato ritenuto sufficiente.

Giovanni Barozzino, parlamentare che ha presentato il progetto, ha ritenuto che si dovessero prendere provvedimenti per infliggere una “punizione più severa nei confronti di chi sul lavoro cagiona la morte di vittime innocenti, per distrazione, disinteresse, o peggio per un’assoluta non curanza delle normative sul lavoro dimostrando di dare la precedenza ad altri interessi e valori rispetto alla tutela massima della vita umana in ogni manifestazione sociale”.

Il reato di cui al 589-quater punisce con la reclusione da 2 a 7 anni l’omicidio commesso in violazione delle norme sugli infortuni sul lavoro e sulle malattie professionali. Inoltre il datore di lavoro deve preoccuparsi della nomina di un responsabile della sicurezza e della prevenzione, pena un inasprimento della pena.

Il 590-quinquies, invece, prevede la reclusione da 3 mesi a 1 anno per le lesioni gravi e da uno a tre anni per le lesioni gravissime. La pena viene aggravata se il datore di lavoro abbia causato lesioni personali al lavoratore se non ha adempiuto alla valutazione di tutti i rischi o non ha designato un responsabile del servizio di prevenzione e protezioni.

Con l’introduzione di nuove fattispecie criminali si spera di acuire la punizione di quei datori di lavoro che omettono di prendere le dovute precauzioni sul posto di lavoro e cercare di, almeno, far scendere quei dati che sono sempre più spaventosi.

 

Alberto Lanzetti

Pensionamento anticipato: interessi e disciplina della nuova normativa

Tra le novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2017 rientra il cosiddetto beneficio lavoratori precoci, riservato a chi ha iniziato a lavorare prima di aver compiuto 19 anni di età.

Si tratta della possibilità di accedere alla pensione anticipata con un requisito di contributi ridotto.

Più precisamente, i lavoratori interessati potranno ottenere la pensione anticipata dal mese di maggio 2017, con 41 anni di contribuzione. Tale requisito è soggetto al normale adeguamento alla speranza di vita.

La riduzione riguarda sia i lavoratori che le lavoratrici: il requisito si abbassa di 1 anno e 10 mesi per gli uomini e di 10 mesi per le donne.

Vediamo quali sono i requisiti e come accedere al beneficio lavoratori precoci.

Possono accedere al beneficio i lavoratori dipendenti e autonomi iscritti all’Assicurazione Generale Obbligatoria e alle sue forme sostitutive ed esclusive, con almeno 1 anno di contribuzione per periodi di lavoro effettivo svolti prima del compimento del 19° anno di età e che siano nelle seguenti condizioni:

  1. lavoratori dipendenti in stato di disoccupazione per cessazione del rapporto di lavoro a seguito di licenziamento, anche collettivo, dimissioni per giusta causa o risoluzione consensuale e che non percepiscono più da almeno tre mesi la prestazione per la disoccupazione loro spettante;
  2. lavoratori dipendenti e autonomi che assistono al momento della richiesta e da almeno 6 mesi, il coniuge o un parente di primo grado convivente con handicap in situazione di gravità;
  3. lavoratori dipendenti e autonomi che hanno una riduzione della capacità lavorativa, accertata dalle competenti commissioni per il riconoscimento dell’invalidità civile, superiore o uguale al 74%;
  4. lavoratori dipendenti addetti a lavori usuranti o che svolgono da almeno 6 anni in via continuativa una delle seguenti attività:
  • operai dell’industria estrattiva, dell’edilizia e della manutenzione degli edifici;
  • conduttori di gru o di macchinari mobili per la perforazione nelle costruzioni;
  • conciatori di pelli e di pellicce;
  • conduttori di convogli ferroviari e personale viaggiante;
  • conduttori di mezzi pesanti e camion;
  • personale delle professioni sanitarie infermieristiche ed ostetriche ospedaliere con lavoro organizzato in turni;
  • addetti all’assistenza personale di persone in condizioni di non autosufficienza;
  • insegnanti della scuola dell’infanzia e educatori degli asili nido;
  • facchini, addetti allo spostamento merci ed assimilati;
  • personale non qualificato addetto ai servizi di pulizia;
  • operatori ecologici e altri raccoglitori e separatori di rifiuti.

    Domanda pensione anticipata lavoratori precoci

Per ottenere il beneficio in questione, è necessario presentare apposita domanda all’Inps. L’istituto riconoscerà il beneficio all’esito dell’esame dei requisiti necessari per essere definito lavoratore precoce.

Chi accede alla pensione usufruendo della riduzione per i lavoratori precoci non può svolgere lavoro subordinato o autonomo fino al raggiungimento dei requisiti ordinari di pensione anticipata e non può ottenere altre maggiorazioni previste per i lavoratori precoci.

 

Fabrizio Alberto Morabito

Per un pugno di voucher

L’11 gennaio scorso la Corte Costituzionale ha emesso la sua valutazione sui tre referendum abrogativi vertenti su appalti e lavoro: inammissibilità per quello sull’”abrogazione delle disposizioni in materia di licenziamenti illegittimi”, ossia l’ex art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300 come modificato dal cd. Jobs Act, e ammissibilità per gli altri due quesiti, quello sull’”abrogazione delle disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti” e quello sull’abrogazione del “lavoro accessorio”, comunemente definito con il termine “voucher”. Per quello che attiene a questo articolo ci soffermeremo solo su quest’ ultimo. Ma che cosa sono i voucher? E come sono disciplinati dalla legge?

Innanzitutto i buoni lavoro o voucher, sono metodi di pagamento per prestazioni di lavoro accessorie, occasionali e discontinue, erogati dall’INPS nell’ambito di quelle situazioni che, appunto, esulano dai classici contratti di lavoro e mirano a far emergere e regolarizzare situazioni in cui potrebbe essere presente lavoro nero.

I voucher sono disponibili sia in formato cartaceo che telematico: i primi sono consegnati dal datore di lavoro al lavoratore che li incasserà presso un qualsiasi ufficio delle Poste (entro 24 mesi) mentre i secondi vengono erogati direttamente dall’INPS su una apposita card intestata al lavoratore o attraverso un bonifico incassabile in un ufficio postale.

Il datore di lavoro, nell’acquistare i buoni, comunica all’ente previdenziale l’inizio della prestazione lavorativa occasionale/discontinua tenendo conto che la definizione di lavoro accessorio data dall’art. 48 del d.lgs. 15 giugno 2015, n. 81 (Jobs Act) è quella di “attività lavorativa che non dà luogo, con riferimento alla totalità dei committenti, a compensi superiori a 7 mila euro nel corso dell’anno civile, cioè dal 1° gennaio al 31 dicembre”, a cui si aggiunge il limite di 2000 euro annui percepibili dal singolo committente.

I voucher sono disponibili in tagli da 10, 20 e 50 euro ai quali verrà detratto dall’incasso netto il 13% per i contributi INPS, il 7% per l’assicurazione obbligatoria INAIL e il 5% per le spese di gestione. La restante parte, materialmente incassata dal lavoratore, è esente da imposta e non deve essere inserita nella dichiarazione annuale dei redditi. È inoltre compatibile con l’erogazione di un trattamento pensionistico e con lo stato di disoccupazione/inoccupazione.

I prestatori che possono accedere al lavoro accessorio sono: pensionati, titolari di trattamento pensionistico, studenti nei periodi di vacanza (sono considerati studenti “i giovani con meno di 25 anni di età, regolarmente iscritti ad un ciclo di studi presso l’Università o istituto scolastico di ogni ordine e grado”), percettori di prestazioni integrative del salario o sostegno al reddito, titolari di indennità di disoccupazione, lavoratori in part-time, titolari di contratti di lavoro a tempo parziale (con esclusione della possibilità di utilizzare i buoni lavoro presso il datore di lavoro titolare del medesimo contratto), inoccupati, lavoratori autonomi e dipendenti pubblici.

I prestatori extracomunitari possono svolgere attività di lavoro accessorio se in possesso di un permesso di soggiorno che consenta lo svolgimento di attività lavorativa, compreso quello per studio, o – nei periodi di disoccupazione – se in possesso di un permesso di soggiorno per attesa occupazione.

Infine, possono usufruire di prestazioni accessorie, e quindi pagare il lavoratore tramite voucher, famiglie, enti senza scopo di lucro, soggetti non imprenditori, imprese familiari, imprenditori agricoli e committenti pubblici.

Se è vero che i voucher nascono per far emergere situazioni di lavoro sommerso e irregolare, è anche vero che, dalla loro introduzione nell’ordinamento, essi sono stati una delle cause dell’aumento esponenziale della precarizzazione, essendo molto spesso utilizzati al posto dei contratti tradizionali per non concedere al lavoratore un rapporto continuativo e stabile (con gli oneri che da questo deriverebbero per il datore di lavoro). Speriamo quindi che il referendum dia la spinta al Governo per sanare una situazione insostenibile che potrebbe portare dalla cd. generazione 1000 euro ad una nuova generazione voucher.

Mirko Buonasperanza

EVASORE ASSOLTO

Diego Lorenzon ha 53 anni. Lavora da sempre nell’impresa di famiglia, la Poolmeccanica di San Michele al Tagliamento (Venezia), intere generazioni spese nel campo delle costruzioni di notevoli dimensioni, come il Mose, il raddoppio del Canale di Panama e il più grande telescopio al mondo, in Cile. È stato anche vicepresidente degli Industriali di Venezia.

Nel 2008, l’inizio della crisi, una discesa apparentemente infinita. Ha impegnato tutto ciò che aveva. Ha perfino incassato in anticipo le polizze pensionistiche e venduto le ultime collezioni private che gli restavano. Siccome i soldi non bastavano, ha chiesto aiuto ad amici e parenti, perché sette delle nove banche con cui intratteneva rapporti commerciali lo hanno abbandonato. Al fianco gli sono rimaste solo una piccola Bcc e Ifis. Ma alla fine ce l’ha fatta e i libri in Tribunale non li ha portati, mentre l’azienda ha iniziato a riprendersi e oggi realizza numerose altre infrastrutture in giro per il mondo.

In quel Tribunale ci è però finito ugualmente, da imputato di omesso versamento di ritenute certificate. 262 mila euro del 2011: preferì pagare gli stipendi dei 50 dipendenti e onorare gli impegni con i fornitori, posticipando i versamenti al Fisco. Finire alla sbarra era per lui l’onta peggiore, dopo tanto impegno e sofferenza, condivisa coi fratelli Paola e Gianfranco.

Nonostante condizioni di salute precarie, a causa di una grave patologia, ha deciso di presentarsi in aula. Al giudice, che aveva già disposto il rinvio dell’udienza per approfondimenti in materia fiscale, ha chiesto di poter parlare temendo di non poter presenziare a futuri dibattimenti. Dieci minuti tutti d’un fiato, nel silenzio più assoluto. Ha spiegato di aver sempre pagato tutto, ma un giorno, d’improvviso, i fidi erano stati azzerati e i 420 mila euro di crediti da enti pubblici non si riuscivano ad incassare. «Le banche ci hanno chiesto di rientrare, dovevamo acquistare la materia prima in contanti. Che cosa dovevamo fare in queste condizioni disperate? Ho chiesto al Fisco di rateizzare perché dovevo pagare gli operai e i fornitori. Mi chiedevo se stessi andando nella direzione giusta, adesso le banche stanno chiudendo, noi no. Ho liquidato in dieci anni 6,8 milioni di euro di tasse e oggi il 30% di sanzioni, oltre agli interessi per i ritardati pagamenti: penso di essere stato sufficientemente punito per questa mia strategia».

Il giudice del Tribunale di Pordenone, Rodolfo Piccin, è tornato sui propri passi: ha revocato il rinvio e ha concesso tre minuti all’accusa – «cosa si può chiedere di più a questa persona?», ha detto la rappresentante della Procura, chiedendo l’assoluzione perché il fatto non sussiste – e pochi di più alla difesa. Senza nemmeno ritirarsi in Camera di Consiglio, ha emesso la sentenza: nessun dolo. Assoluzione su due piedi perché il fatto non costituisce reato. Applausi a scena aperta e pagina da libro cuore.

«Forse era per questa soddisfazione che abbiamo fatto gli sforzi immani degli ultimi anni», ha commentato Diego uscendo, fiero, dall’aula. Parole simili a quelle scelte dalla sorella Paola per salutare la decisione del giudice: «Per noi questo epilogo era fondamentale perché rappresenta la nostra filosofia di vita e quella di un’azienda dove le persone sono al centro, come ci ha insegnato nostro padre. In questi anni, i collaboratori ci hanno sempre sostenuto e sono rimasti con noi, nonostante le difficoltà. Il concetto di famiglia si usa spesso e anche impropriamente quando si parla di aziende, ma questo è quello che siamo».

L’incontrollato uso della condotta antisindacale

Lo Statuto dei Lavoratori è tornato in auge non molto tempo fa per via dell’art. 18 e tutta la questione sul licenziamento giustificato o meno. Oggi, però, voglio trattare di un altro articolo della l. 300/1970, ovvero dell’art. 28, rubricato come “condotta antisindacale”.

La tematica della correttezza dei rapporti del datore di lavoro nei confronti del lavoratore è sempre calda, ecco perché l’art. 28 “non passa mai di moda” ed è sempre attuale.

L’azione prevista da tale articolo è riservata non ai singoli lavoratori, ma ai loro rappresentanti e nello specifico gli organismi locali delle associazioni sindacali nazionali e va aggiunto anche che la condotta stessa è una fattispecie aperta, ovvero ricomprende qualunque comportamento del datore che possa costituire condotta antisindacale, nonché teleologicamente determinata, ragion per cui l’azione stessa è diretta a colpire il comportamento illecito del datore.

Ciò che è da sottolineare, però, è che i comportamenti illeciti sono solo quelli che costituiscono antigiuridicità giuridica, ovvero una violazione di un obbligo posto dal sistema, mentre non vengono sanzionati quei comportamenti che, per quanto duri, fanno parte del gioco delle trattative e del dialogo tra lavoratori e datore di lavoro –antigiuridicità di fatto-.

Proprio quest’ultimo elemento è fondamentale da ricordare e sottolineare, perché l’azione non va confusa con un generico mezzo di punizione di tutti quei comportamenti che semplicemente non piacciono al lavoratore; se esistesse un’azione del genere probabilmente non esisterebbero nemmeno le aziende, ma nemmeno un’economia.

Ecco perché allora il sindacato che voglia avvalersi di tale azione deve sempre dimostrare ex art. 2697 c.c. il carattere dell’antisindacalità. Infatti è suo onere dare prova dell’effettivo comportamento antigiuridico del datore.

Ecco allora che il semplice licenziamento di un lavoratore, membro di una RSA in un’azienda, non è sufficiente per legittimare il ricorso a tale azione invocando un danno al sindacato stesso.

Piuttosto bisognerebbe ricorrere all’art. 18 l.300/1970 per cercare di ottenere giustizia per il licenziamento, eventualmente ingiusto, del lavoratore.

Quindi l’asserita insussistenza del giustificato motivo oggettivo del licenziamento non è condizione sufficiente e bastevole per l’esperimento dell’azione ex art. 28.

La regola dell’onere della prova non sbaglia mai e colpisce quando meno se lo aspetti.

 

 

Alberto Lanzetti

COME CAMBIA LA GIUSTIZIA NEL 2017

Ad illustrare le varie novità e le sfide che dovranno essere affrontate è lo stesso ministro Andrea Orlando che fa il punto su quanto potrà essere realizzato “a breve” e sui temi caldi emersi nel corso del 2016. Dalla “rete contro le campagne di odio sui social” su cui sta lavorando, alla riforma del processo penale, alle intercettazioni, sino alla prescrizione, sono tanti i temi affrontati dal Guardasigilli.

Sul fronte social, che in questi giorni sta infiammando gli animi, Orlando ammette di non avere alcuna pretesa “di affrontare tutti i problemi che lo sviluppo della rete ha generato – né di negare – le grandi opportunità che ha aperto”, limitandosi a “segnalare il fatto che i social sono diventati il principale strumento per veicolare messaggi di odio che sono spesso il presupposto per la radicalizzazione violenta”.

La giurisdizione, continua il ministro “con gli strumenti tradizionali, non ce la fa. Questi messaggi sono troppi, è incerta la competenza, spesso gli autori si nascondono dietro false identità e si diffondono con una rapidità impressionante”. L’Europa, anche su istanza dell’Italia, ha chiesto ai gestori dei provider di collaborare con le autorità rimuovendo i contenuti, ricorda lo stesso ministro, ma anche se è stato siglato un accordo ad hoc, ciò non basta, bisogna ancora lavorare “aumentando il grado di responsabilità dei gestori”.

Il primo fronte su cui bisogna agire è la circolazione di bufale “funzionali alla propaganda d’odio” e lo Stato “può aiutare i soggetti colpiti e discriminati per etnia, religione, orientamento sessuale, a reagire costruendo gli anticorpi che agiscano in modo tempestivo sui social”. Per questo, afferma il ministro, si sta lavorando ad una vera e propria alleanza, in collaborazione con l’Unar, la struttura antidiscriminazione della Presidenza del Consiglio e l’insieme delle associazioni che si occupano di questi temi.

Orlando si pronuncia anche sulle inchieste che toccano la politica, evidenziando come “nessuno ha mai cercato di depotenziare il lavoro dei magistrati”. Tuttavia, sottolinea, ciò che si chiede è che “almeno fino alla pronuncia di un giudice terzo, PM e giudici vigilino sui rischi di cortocircuiti mediatici o sulle strumentalizzazioni politiche prima di tutto nell’interesse dell’esito processuale”.

Sulle riforme del civile e del fallimentare, il ministro afferma che si potranno “fare davvero rapidamente, perché sono emerse ampie convergenze”. Analoga la fiducia sulla realizzazione della riforma del processo penale, per la quale spiega Orlando “siamo all’ultimo miglio”. Anche se decisamente non è semplice, il testo che andrà in aula dopo la pausa natalizia, riguardante anche la prescrizione e le intercettazioni, “è il frutto di un accordo tra tutte le forze della maggioranza, che è la stessa che sostiene l’attuale governo”. Per cui, è convinto “ci siano le condizioni” per l’approvazione della riforma.

Un cenno del Ministro, infine, va anche al tema dei referendum della Cgil sull’articolo 18 e sull’Italicum. “Due passaggi importanti” a detta di Orlando, “su due questioni cruciali” sulle quali non è possibile fare previsioni. Quanto al primo, in ogni caso, ammette Orlando “sul Jobs Act, una valutazione su ciò che ha funzionato e ciò che non ha funzionato – va – fatta dal governo a prescindere dalla scadenza referendaria”. Quanto alla legge elettorale, infine, è chiaro, conclude che bisogna avviare “un confronto tra le forze politiche al più presto”.

 

Fabrizio Alberto Morabito

L’innovazione dell’assenteismo

Siamo in Italia, il paese dove nel momento in cui viene fatta una legge, ecco scoperto l’inganno.

Questa volta, però, il tentativo portato a compimento fa sorridere veramente. Sappiamo che l’assenteismo è punito dal datore di lavoro con il licenziamento del lavoratore resosi colpevole della condotta inadempiente.

Nello specifico è l’art. 55 quater del D.lgs 165/2001 che prevede il licenziamento in caso di falsa attestazione di presenza sul posto di lavoro.

Nel caso specifico il lavoratore ha cercato, appunto, di “ingannare” la legge attestando falsamente la sua presenza sul posto di lavoro, ma non evitando di timbrare il badge al mattino all’arrivo, bensì allontanandosi senza permesso riuscendo ad ingannare le apparecchiature per la vidimazione elettronica del tesserino.

La Corte d’Appello di Napoli ha così respinto il ricorso dell’Inps affermando che l’art. 55 quater D.lgs 165/2001 punisce “l’uso fraudolento delle apparecchiature atte a documentare la presenza sul luogo di lavoro e l’utilizzo alterato di queste ultime non si consuma solo nella commissione di condotte volte ad alterare fisicamente il sistema di rilevazione delle presenze ovvero nel far timbrare il cartellino da altri colleghi, ma anche nell’omessa registrazione dell’uscita dal luogo di lavoro e nell’attestazione non veritiera sulla effettiva presenza sul luogo di lavoro”, come recita la sentenza 25750/2016 Cass. sezione Lavoro.

La “timbratura” risulta essere valida ed efficace solo se nel periodo di tempo tra l’orario di ingresso e quello di uscita il lavoratore è stato effettivamente sul posto di lavoro, altrimenti la timbratura sarà falsa e fraudolenta, perché compiuta per trarre in inganno l’amministrazione di competenza sulle ore di lavoro effettivamente eseguite.

La lotta contro l’assenteismo e i fannulloni continua e se i metodi per risultare non presenti al lavoro cambiano e si innovano, ciò avviene anche dall’altro lato della barricata, ovvero per coloro che l’assenteismo lo devono proprio combattere.

 

 

Alberto Lanzetti