Le stagioni del concorso

Finalmente, dopo e mesi e mesi di attese, è arrivata la graduatoria per il concorso di allievi agenti di polizia e, per qualcuno, insieme ai risultati, è arrivata anche la delusione.
Sono stati in pochissimi a farcela e lo sbarramento, di cui si era tanto parlato, ha lasciato perplessi. Poco più di tremila persone passeranno alle fasi successive su un numero di domande inviate decisamente considerevole. La graduatoria si è fatta attendere e non poco.
Dopo aver inviato la domanda a primavera, infatti, i partecipanti al concorso si sono recati a svolgere la prova scritta soltanto ad Agosto con la promessa di ricevere i risultati della graduatoria il 25 Settembre. Speranza vana questa perché proprio il 25 Settembre la polizia pubblica un avviso nel quale rimanda tutto al 27 Ottobre. Ed ecco arrivare anche questo giorno.
Fino a sera tutto tace finché non compare un avviso in gazzetta che stabilisce un incremento dei posti messi inizialmente a disposizione.  Solo dopo qualche ora arrivano le tre graduatorie: una per i civili, una per VFP1 e una per VFP4. Per pochissimi civili, quelli che hanno conseguito un punteggio compreso tra 10 e 9.6, il sogno continua e sono convocati per le prove fisiche che si svolgeranno nei prossimi mesi.
Per altri, invece, resta la speranza di essere richiamati in caso di inidoneità dei primissimi convocati. Insomma, i candidati hanno mandato la domanda a primavera,  hanno fatto la prova scritta in estate, hanno ricevuto i risultati in autunno e faranno le prove fisiche in inverno fino ad arrivare nuovamente a primavera.
Anche il concorso, a modo suo,  ha le sue stagioni.
Ilaria Di Blasio

APPLE, STARBUCKS E GLI ALTRI GIGANTI DEL WEB: EVASORI FISCALI O VITTIME DELL’INGERENZA DELLA COMMISSIONE EUROPEA NELLA FISCALITÀ DEI SINGOLI STATI MEMBRI?

Si è finalmente conclusa (in tragedia) la “bagarre” che ha tenuto con il fiato sospeso multinazionali del calibro di Apple, Uber e Google.
Per rinfrescare la memoria offuscata da anni ed anni di udienze, rinvii, tribunali e processi mediatici, sintetizziamo così la vicenda, che, mutatis mutandis, è comune a tutti i “giganti del web”: le multinazionali di cui sopra, tutte con sede principale negli Stati Uniti, optano per la delocalizzazione del proprio business costituendo sedi amministrative distaccate in tutto il mondo ed adeguando la propria fiscalità alle normative dei Paesi ospitanti. Nel caso di specie, a finire sul banco degli imputati sono stati i governi di Irlanda e Lussemburgo, rei di avere sancito accordi di fiscalità agevolata con dette multinazionali.
In tal modo, ad esempio, Apple è riuscita ad ottenere in Irlanda una pressione fiscale limitata allo 0,005%. Naturalmente detto accordo ha spinto l’azienda a fatturare (o, almeno, far figurare) la maggior parte dei profitti ottenuti dalla controllata europea proprio in Irlanda. Orbene, tale condotta ha suscitato le ire dei politici del vecchio continente, di tal che la procura di Milano ha indagato (e condannato) la Apple irlandese per omessa denuncia dei redditi e frode fiscale, mentre la Commissione Europea le ha inflitto una condanna per ben 13 miliardi di Euro per abuso di aiuti di stato non dovuti e, in conseguenza di ciò, distorsione del libero mercato.
Nello specifico, la fattispecie di omessa presentazione della dichiarazione si realizza, oltre che nell’ipotesi in cui il contribuente ometta di presentare la propria denuncia dei redditi, anche nelle ipotesi in cui la presentazione della dichiarazione è espressamente considerata omessa o nulla, e precisamente:
– Dichiarazione dei redditi presentata con ritardo superiore a 90 giorni
– Dichiarazione dei redditi redatta su stampati non conformi ai modelli ministeriali
– Dichiarazione dei redditi non sottoscritta.
Per quanto concerne, invece, il divieto di aiuti di Stato, esso è sancito dall’art. 107 TFUE, il quale considera tali non solo gli aiuti veri e propri, ma anche ogni misura che:
– attribuisca un qualsivoglia vantaggio economico al beneficiario, falsando o minacciando di falsare in tal modo la concorrenza tra gli Stati membri;
– sia riferibile allo Stato o a risorse statali;
– sia applicabile, in modo selettivo, a favore di talune imprese o produzioni.
La nozione europea ha portata oggettiva, basandosi sul vantaggio economico recato al beneficiario dell’aiuto e sugli effetti negativi, anche potenziali, sulla libera concorrenza.
Ora, premesso che Apple e tutte le altre hanno già patteggiato e pagheranno una multa a titolo di risarcimento/tasse arretrate (comunque di gran lunga inferiore al reale importo che avrebbero dovuto pagare sul fatturato se non avessero goduto delle agevolazioni fiscali), restano mille perplessità in merito ad un sistema, quello europeo, che fa acqua da tutte le parti e che, di fatto, limita l’autonomia fiscale in Paesi che, intelligentemente, attraggono investimenti abbassando la pressione fiscale e vivono un periodo di “boom” economico non indifferente (Irlanda, Slovacchia, Lussemburgo, etc.), mentre Paesi come l’Italia studiano solamente nuovi strumenti di massacro fiscale.

 

Avv. Sofia Forciniti

Riforma Fornero, niente modifiche

La vituperata riforma delle pensioni voluta nel 2011, nel pieno della crisi economica, nel pieno del Governo tecnico presieduto dal Professor Mario Monti, potrebbe essere modificata, ma solo leggermente, ed a sei anni da quelle famose lacrime che contraddistinsero la presentazione della riforma delle pensioni è proprio lei, Elsa Fornero, la protagonista di una delle riforme più discusse e meno amate dal popolo italiano., ma, ancora oggi, stando alle sue parole è un vero e proprio salvagente per l’intero Paese, costituendone un “salvadanaio” (come da lei definito).

Quando lei la presentò, come detto, pianse, oggi invece, con una situazione economica nettamente migliorata, afferma che “cambiamenti a quella legge sono ancora impossibili” e lo sono perché, secondo la professoressa, “tornare indietro sarebbe un gravissimo rischio per il Sistema Paese”, invocando, ancora una volta, pericoli per la fragile ripresa italiana. Non solo, per l’ex Ministro, “rinunciarvi costituirebbe un gravissimo errore anche agli occhi dei partners europei che ce l’hanno chiesta”. Finalmente, a quanto pare, abbiamo questa normativa, con tutte le problematiche del caso però: il problema degli esodati, che ogni anno aumentano, nonostante i fondi che vengono stanziati con ogni legge di bilancio per tentare di risolvere questo problema che ormai, dal giorno di entrata in vigore della riforma, ci portiamo avanti. L’unica concessione che viene fatta, non è uno smantellamento completo, come chiede la Lega Nord di Matteo Salvini, ma piccoli aggiustamenti concernenti l’uscita anticipata dal lavoro, esattamente come avviene oggi con l’APE social, con la quale, è vero che puoi uscire dal lavoro, ma solo se paghi un mutuo, soldi che lo Stato ti presta ma che devi restituire negli anni.

La Fornero plaude agli aggiustamenti che sono stati introdotti nella legge di bilancio 2017, infatti afferma che “bene ha fatto il governo Renzi a proporre qualche aggiustamento”, ma rinunciare alla sua riforma sembra al momento per l’Italia solo una chimera.

Dott. Alessandro Pagliuca

MALATO, TORNA SULLA BOCCA DI TUTTI

Proprio in un periodo in cui l’università è nuovamente in fermento, a causa dei suoi recenti attriti con la giustizia, torna di moda un professionista del settore.

Infatti, è di pochissimi giorni or sono la notizia che fa ritornare agli onori della cronaca il Prof. Luca Sgarbi, docente associato di diritto del lavoro presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino. Il professore infatti era seminfermo di mente quando, nell’estate del 2016, pretese favori di carattere sessuale da una studentessa, in cambio di un buon voto alla tesi di laurea. A stabilirne la seminfermità mentale è stata una perizia psichiatrica redatta da uno specialista di Genova, su incarico del GUP Stefano Vitelli.

Il docente è sotto processo per tentata concussione e detenzione di materiale pedopornografico: l’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Gianfranco Colace, era partita nel momento in cui una studentessa di 22 anni, iscritta a Giurisprudenza, aveva denunciato il professore per averla ricattata. La ragazza si è rivolta al garante degli studenti dell’Ateneo, poi il rettore ha fatto partire la segnalazione alla Procura il 19 luglio 2016.

I legali del docente, Simona Grabbi e Mauro Ronco, sottolineano che: “la chiusura delle indagini evidenzia come il fatto è rimasto del tutto isolato, nonostante altre studentesse siano state sentite dai magistrati. Fin dall’inizio il professore ha spiegato agli inquirenti come alla base della vicenda ci sia stato un equivoco circa i rapporti con la studentessa.

Luca Sgarbi, quarantasettenne avvocato bolognese, era giunto a Torino nel 2001, vincendo un concorso da ricercatore, con un curriculum di tutto rispetto: in passato ha collaborato con numerose riviste ed è stato commissario in molti concorsi.

La Procura di Torino auspica che altri eventuali simili episodi, allo stato sconosciuti, siano resi noti agli inquirenti: le mura del Campus Luigi Einaudi tremano dai tempi del caso Musy, in cui fu il Professor Monateri a finire su tutti i giornali, il più recente caso Sgarbi sconvolge nuovamente l’Ateneo piemontese (anche se il docente è stato dichiarato seminfermo di mente).

Non ci resta dunque che attendere e sperare affinché l’impervia questione che coinvolge il Professor Sgarbi e l’ancor più recente scandalo concorsuale fiorentino, che pare coinvolgere anche docenti torinesi, si concludano per il meglio.

Fabrizio Alberto Morabito

L’ attesa della graduatoria

Il concorso, croce e delizia dell’ Italiano medio. Si comincia guardando la vetta da lontano e qualcuno alla fine riesce ad arrivarci. Ma quanto e’ dura la salita? Lo sanno bene i partecipanti al concorso per allievi agenti di polizia del 2017. Lo svolgimento del concorso prevede :

A) Prova Scritta d’Esame
b) Prove di Efficienza Fisica
c) Accertamenti Psico-Fisici
d) Accertamento Attitudinale

Le prove scritte si sono ormai concluse e adesso gli occhi sono puntati sulla graduatoria degli ammessi alle prove successive che uscirà il 25 settembre. I più meritevoli che passeranno alle prove di efficienza fisica dovranno superare non poche prove: i mille metri, le trazioni ed il salto in alto. In questi mesi si attesa e preparazione non sono però mancate le polemiche e le richieste di futuri ricorsi. Infatti, ad essere ammessi alle fasi successive saranno solo un numero sufficiente di risorse in grado di ricoprire i posti messi a disposizione. La cosa, però , non e’ piaciuta a molti dei partecipanti. Il bando, infatti, stabiliva che gli ammessi alla fase successiva, per essere idonei, avrebbero dovuto tatalizzare un punteggio alle prove scritte non inferiore ai 6/10. Molti idonei, per tali ragioni, ritengono illegittima una soglia di sbarramento ulteriore non comunicata tempestivamente e che, secondo quanto stabilito dal bando, sarà comunicata ai partecipanti soltanto il 25 settembre. Le ipotesi sono tante e tra partecipanti e web a fare chiarezza sono davvero in pochi. Molte sono state poi le polemiche per le chiamate alle prove scritte. Molti partecipanti, infatti, sono stati chiamati alla prima prova i primissimi giorno di agosto, altri, invece, sono stati convocati per la stessa prova i primi giorni di settembre.  Anche in questo caso le agitazioni sono state molte. Si tratta di sterili polemiche o avranno la meglio i futuri e presunti ricorsisti? In questi giorni si aspetta la graduatoria, ci si prepara per le prove fisiche e si prenotano le visite mediche per la fase successiva. C’ e’ chi ha passione per la divisa, chi da sempre sogna l’arma e chi semplicemente spera in un posto di lavoro. Che vinca il migliore!

 

Ilaria Di Blasio

Il pianto del coccodrillo

L’odore del caffè per le strade della città, la storia in ogni angolo, il sapore del buon cibo e splendidi pensieri che solo l’arte può evocare. Sono in Italia, avete capito bene. Sono qui, ma sto osservando solo una faccia della medaglia, quella bella che piace a me.

C’ è anche un lato triste però e forse mi spaventa. Il rovescio della medaglia l’ho scoperto crescendo. Avete presente il momento della vita in cui ti chiedi chi sei e cosa vorresti diventare? Diciamo che la domanda fu fatale per me perché iniziai a guardare le cose da un altro punto di vista ed in un certo senso anche a vedere diversamente il posto in cui sono nata, cresciuta e dove, mio malgrado, mi piacerebbe crescere i miei figli. Insomma, l’Italia la amo e qui, tra 100 anni, voglio “crepà”. Non che io sia interessata a crepare, sia chiaro, ma passatemi il termine perché nel mio dialetto l’espressione la dice lunga sul sentimento che provo.

Mi hanno detto, però, che mi devo svegliare, che mi devo rimboccare le maniche immaginando il mio futuro altrove e valutare di andarmene da qui. A quanto pare la scelta di crepare nel paese che amo non è condivisibile e spesso mi sono sentita dire “qui non c’ avete più futuro, andate all’Estero”. Il mio cuore al solo suono di questa frase prova la medesima sensazione che le orecchie sono costrette a sopportare quando le unghie graffiano la lavagna.

Ho iniziato da un pezzo, pur essendo molto giovane, a fare i conti con la realtà del nostro paese, di certo le maniche me le sono rimboccate, non dormo in piedi e non vengo da quella che molti chiamano la montagna del sapone. C’ è disorganizzazione, anche corruzione, c’è poca occupazione e l’unica certezza definitiva sembra essere diventata la provvisorietà. Me ne rendo conto e ne soffro. Che le cose non vadano nel migliore dei modi mi sembra palese, ma possiamo ancora fare qualcosa.

Avete mai sentito dei ricercatori costretti ad andare via dall’ Italia? La maggior parte delle volte la motivazione è desolante perché non sempre si tratta di una libera scelta, ma di una costrizione dovuta alla mancanza di risorse nel nostro paese. Il più grande controsenso del nostro paese credo sia quello di incentivare l’esperienza all’estero e, contemporaneamente, disinteressarsi di chi vorrebbe arricchire il nostro paese con il lavoro, lo studio, la ricerca e il sacrificio. Questo dovremmo impegnarci a cambiare. La valorizzazione di chi vuole restare è la chiave per iniziare a vivere meglio il pensiero del futuro.

Il sentimento più difficile da digerire è la rassegnazione. Questo è l’ostacolo più grande da superare. Il momento non è semplice e me ne rendo conto, ma la mia generazione, quella nata con il modem dentro casa e che ha avuto il primo cellulare a 10 anni, è rassegnata. E’ difficile e lo è per tutti, ma non risolveremo la situazione con la passività. La passività di chi è rassegnato, stanco ancora prima di cominciare, di chi si lamenta senza impegnarsi per cambiare le cose è complice della situazione che da anni ci soffoca.

La morale, cari compagni di viaggio, è che chi non ha mai mosso un dito per cambiare le cose non ha neppure il diritto di lamentarsi !

Ilaria Di Blasio

Prescrizione e crediti da lavoro: quale principio nel caso di straordinari?

La sezione lavoro del Tribunale di Napoli, con la sentenza numero 276 del 17 gennaio 2017 che ha accolto il ricorso di un dipendente ASL appartenente all’ area dirigenziale medico-veterinaria che vantava il diritto ad una integrazione sui compensi maturati per il lavoro straordinario prestato, ha statuito che va accolta la pretesa creditoria del lavoratore che abbia citato in giudizio il datore di lavoro, quando il primo abbia dato la prova del lavoro prestato, ma solo nei limiti dei crediti non prescritti.

L’azienda sanitaria in questione aveva eccepito tempestivamente la prescrizione quinquennale e dedotto l’infondatezza della domanda basandola su di un calcolo delle maggiorazioni dovute formulato con retribuzioni inferiori a quelle prevista dal CCNL. Il giudice ha al contrario condiviso le modalità di computo del ricorrente delle ore di lavoro straordinario prestate dal 2006 al 2010, il quale, aveva invocato l’art. 28 del CCNL per il personale di dirigenza medica in materia di determinazione del trattamento economico dello straordinario e l’art. 23 del CCNL per l’area di dirigenza medico-veterinaria in base al quale le misure degli stipendi hanno effetto, oltre che sulle mensilità, anche sul lavoro straordinario.

Per ciò che attiene la prescrizione dei crediti di lavoro è possibile segnalare due ipotesi: in primo luogo, il caso di un lavoratore che non goda di tutela reale, inserito, ad esempio, in una ditta con un numero di dipendenti inferiore a quindici: i termini di prescrizione per far valere il diritto alla retribuzione decorrono solo quando il rapporto è cessato. Contrariamente, per un dipendente che goda della tutela reale perché addetto in un’azienda con un numero di lavoratori maggiore di quindici, i termini per la prescrizione decorrono durante il rapporto di lavoro ed iniziano mese per mese.

La differenza deriva dal fatto che, in questo ultimo caso, se un lavoratore viene licenziato illegittimamente può rivolgersi al giudice e chiedere di essere reintegrato mentre il dipendente di un’azienda piccola potrebbe, invece, comportarsi diversamente “per timore del recesso, cioè del licenziamento che spinge o può spingere il lavoratore sulla via della rinuncia ad una parte dei propri diritti” (Corte cost. n. 63 del 1966).

I riferimenti normativi forniti dal ricorrente sono da considerarsi validi ma solo per la ricognizione della misura oraria del compenso, dal momento che nulla precisano sulla applicabilità per il periodo anteriore all’entrata in vigore del contratto collettivo.

I criteri legislativi sono quindi corretti ma per i crediti vantati incombe la prescrizione quinquennale di cui all’art. 2948 c.c., a norma del quale “si prescrivono in cinque anni:

1) le annualità delle rendite perpetue o vitalizie;

1bis) il capitale nominale dei titoli del debito pubblico emessi al portatore;

2) le annualità delle pensioni alimentari;

3) le pigioni delle case, i fitti dei beni rustici e ogni altro corrispettivo di locazioni;

4) gli interessi e, in generale, tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi;

5) le indennità spettanti per la cessazione del rapporto di lavoro”, poiché il ricorrente ha messo in mora l’azienda quando erano già scaduti i termini.

Dott. Mirko Buonasperanza

L’incontrollato uso della condotta antisindacale

Lo Statuto dei Lavoratori è tornato in auge non molto tempo fa per via dell’art. 18 e tutta la questione sul licenziamento giustificato o meno. Oggi, però, voglio trattare di un altro articolo della l. 300/1970, ovvero dell’art. 28, rubricato come “condotta antisindacale”.

La tematica della correttezza dei rapporti del datore di lavoro nei confronti del lavoratore è sempre calda, ecco perché l’art. 28 “non passa mai di moda” ed è sempre attuale.

L’azione prevista da tale articolo è riservata non ai singoli lavoratori, ma ai loro rappresentanti e nello specifico gli organismi locali delle associazioni sindacali nazionali e va aggiunto anche che la condotta stessa è una fattispecie aperta, ovvero ricomprende qualunque comportamento del datore che possa costituire condotta antisindacale, nonché teleologicamente determinata, ragion per cui l’azione stessa è diretta a colpire il comportamento illecito del datore.

Ciò che è da sottolineare, però, è che i comportamenti illeciti sono solo quelli che costituiscono antigiuridicità giuridica, ovvero una violazione di un obbligo posto dal sistema, mentre non vengono sanzionati quei comportamenti che, per quanto duri, fanno parte del gioco delle trattative e del dialogo tra lavoratori e datore di lavoro –antigiuridicità di fatto-.

Proprio quest’ultimo elemento è fondamentale da ricordare e sottolineare, perché l’azione non va confusa con un generico mezzo di punizione di tutti quei comportamenti che semplicemente non piacciono al lavoratore; se esistesse un’azione del genere probabilmente non esisterebbero nemmeno le aziende, ma nemmeno un’economia.

Ecco perché allora il sindacato che voglia avvalersi di tale azione deve sempre dimostrare ex art. 2697 c.c. il carattere dell’antisindacalità. Infatti è suo onere dare prova dell’effettivo comportamento antigiuridico del datore.

Ecco allora che il semplice licenziamento di un lavoratore, membro di una RSA in un’azienda, non è sufficiente per legittimare il ricorso a tale azione invocando un danno al sindacato stesso.

Piuttosto bisognerebbe ricorrere all’art. 18 l.300/1970 per cercare di ottenere giustizia per il licenziamento, eventualmente ingiusto, del lavoratore.

Quindi l’asserita insussistenza del giustificato motivo oggettivo del licenziamento non è condizione sufficiente e bastevole per l’esperimento dell’azione ex art. 28.

La regola dell’onere della prova non sbaglia mai e colpisce quando meno se lo aspetti.

 

Alberto Lanzetti

SCIOPERO DOCENTI AUTUNNO 2017 – Facciamo chiarezza

Lo scorso 27 giugno è stata redatta una lettera pubblica per indire uno sciopero nazionale di docenti universitari: ebbene no, non è una bufala.

Tale sciopero coinvolgerà più di 5000 docenti di tutta Italia ma durerà solo 24 ore: queste, tuttavia, dovranno essere individuate da ogni docente nel periodo che va dal 28 agosto al 31 ottobre.

In tale periodo inizieranno le lezioni, che non saranno toccate dallo sciopero, tuttavia, ci sono gli appelli della sessione di settembre! Proprio qui sorge il problema più grosso!

Molti studenti si troveranno a non poter sostenere alcun esame tra fine agosto e inizio novembre.

Tra i firmatari della lettera che indice lo sciopero figurano anche questi professori del dipartimento di giurisprudenza dell’Università di Torino:

– Ilaria Zuanazzi

– Valeria Marcenò

– Sergio Foà

– Paolo Gallo

– Mario Deganello

– Roberta Aluffi

– Silvia Ferreri

– Alessandro Ciatti

– Gianni Mignone

– Francesco Pallante

– Andrea Trisciuoglio

Ma per quali ragioni tutti questi docenti sono stati costretti ad indire uno sciopero?

Ce lo rivela la suddetta professoressa Ferreri che, integrando i motivi scritti nella lettera pubblica (ossia scatti stipendiali bloccati al 2015 per professori e ricercatori), ci racconta come questa non sia meramente una questione economica bensì di principio: “è un comportamento miope, come fanno i nuovi candidati all’insegnamento universitario a credere in un datore di lavoro che non mantiene i propri impegni? Entreranno da precari e spereranno in una promessa (quanto credibile?) di migliorare.

Se il Ministero non ha considerazione dei propri funzionari, come può attrarre persone motivate e preparate? Perchè esprimere disistima per una classe di funzionari statali, e non per un’altra? Senza ragioni?” Questi motivi proprio perché il ministero motiva tale mancanza adducendo ai professori il fatto di non essere dei magistrati.

Il professor Pallante la definisce come una vera e propria umiliazione della dignità dei professori in quanto lavoratori, umiliazione che, chiede il professore, sia contrastata anche da parte degli studenti.

Secondo il sopracitato professor Gallo però, i disagi per gli studenti saranno limitati.

Vediamo dunque quale sarà la sorte dei malcapitati studenti che dovranno sostenere esami durante la sessione autunnale: secondo il documento sottoscritto dai docenti, le 24 ore che ognuno sceglierà come sciopero dovranno vertere sul primo appello, di profitto, disponibile nel periodo autunnale indicato (28/8 – 31/10); tutti gli esami corrispondenti quindi verranno, di conseguenza, spostati all’appello successivo che si terrà regolarmente.

Negli atenei, come quello torinese, in cui è previsto tradizionalmente un unico appello tra fine agosto e inizio novembre, questo è destinato a saltare.

Secondo i professori intervistati, ciò non dovrebbe cagionare un danno grave agli studenti anche se tali docenti restano a disposizione di ogni studente per chiarimenti ed ulteriori esigenze.

Inoltre, in accordo tra docenti e Ministero, è stato stabilito che ogni professore o ricercatore scioperante dovrà chiedere al proprio ateneo di fissare un appello straordinario 14 giorni dopo la data scelta per il proprio sciopero.

Il disagio per gli studenti dunque sarà minimo ma comunque pare chiaro che non si può arrivare a tanto per pretendere che i propri diritti vengano tutelati.

La vicenda resta in evoluzione perciò seguiranno aggiornamenti a riguardo.

Fabrizio Alberto Morabito

Primo aggiornamento: il professor Sergio Foà, pur concorde con le motivazioni dello sciopero che considera “necessario per non svilire oltremodo il ruolo e le funzioni del corpo docente”, ci ha assicurato che non si asterrà dal servizio pubblico di sua competenza. Infatti il docente conferma il regolare svolgimento dei suoi appelli autunnali nonché del ricevimento per gli studenti e dell’assistenza per i suoi tesisti.

Ultimo aggiornamento: i professori Mignone e Trisciuoglio considerano ogni illazione sulla loro partecipazione al prossimo sciopero come immatura e infondata in quanto il diritto del lavoro non prevede una dichiarazione di futuro sciopero.
Tuttavia, la lettera del Movimento per la Dignità della Docenza Universitaria indice un vero e proprio momento di astensione dall’attività lavorativa, tale lettera è stata sottoscritta anche dai due docenti in questione: al lettore l’arduo compito di trarre le dovute conclusioni.
In aggiunta, secondo detti professori e secondo la professoressa Zuanazzi, il disagio per gli studenti sarebbe davvero minimo: bisognerà semplicemente studiare per il giorno previsto per l’appello consapevoli del fatto che molto probabilmente questo slitterà di 14 giorni.
Il professor Ciatti sulla questione aggiunge: “Le motivazioni dello sciopero mi sono sembrate del tutto condivisibili. Da anni si attende di essere almeno ricevuti dal Ministro ma per ora ciò non è accaduto. Sono contento che anche i giornali si stiano interessando alla questione che prima hanno sempre ritenuto di ignorare nonostante le ripetute sollecitazioni. Lo sciopero, sono convinto, che verrà scongiurato se il Ministro (l’espressione ministra è ridicola e quindi la evito) convocherà una rappresentanza e riterrà di ascoltarci.
Insegno agli studenti a far valere i loro diritti e sarebbe ridicolo che non dessi il buon esempio non facendo valere i miei.”
Tale professore resta comunque a disposizione di tutti gli studenti e dei loro rappresentanti per ulteriori chiarimenti.
Infine riportiamo quanto ritiene la professoressa Aluffi che, a riguardo, aggiunge: “riconoscendo la dignità dei docenti si riconosce anche la dignità dell’Università stessa e dei suoi studenti”.

L’onere della prova del datore di lavoro in caso di infortunio del dipendente.

A seguito di incidente sul lavoro, verificatosi a causa della rottura di un macchinario, il lavoratore citava in giudizio la ditta datrice chiedendo il risarcimento dei danni subiti.

Lo stesso aveva provato di essere dipendente della ditta, di svolgere mansioni di operaio specializzato addetto al “trapano a colonna” e di aver subito lo schiacciamento della mano a seguito dell’improvviso cedimento del braccio orizzontale di sostegno del trapano.

Intervenuti sul luogo di lavoro, gli ispettori dell’ASL accertavano la recente fabbricazione del macchinario e la sua certificazione CE, il buono stato generale dell’utensile, l’assenza di anomalie nel funzionamento, il corretto utilizzo dello stesso e che, pertanto, “la caduta del braccio del macchinario era dovuta ad una improvvisa rottura dei meccanismi elettromeccanici deputati al sollevamento-abbassamento del braccio, evento da ritenersi non ragionevolmente prevedibile“.

Sulla base di detta relazione il Tribunale di Bergamo e, in seguito, la Corte d’Appello di Brescia, rigettavano la domanda risarcitoria.

Il dipendente, proponendo ricorso per cassazione, eccepiva, tra l’altro, la violazione e l’errata applicazione dell’art. 2087 c.c., e in particolare, l’errata ripartizione dell’onere della prova. L’ art. 2087 c.c., infatti, statuisce che “l‘imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro“.

Ciò posto, in caso di infortunio sul lavoro, al dipendente spetterà l’onere di dimostrare l’esistenza di un rapporto di lavoro, dell’infortunio stesso ovvero della malattia, nonché il nesso di causalità tra l’ambiente di lavoro ovvero tra l’impiego di un determinato strumento di lavoro e il danno subito. Per contro, il datore di lavoro, per risultare esente da responsabilità, dovrà dimostrare il rispetto della specifica normativa antinfortunistica, nonché di aver adottato tutte quelle misure sufficienti a tutelare la salute del lavoratore, anche vigilando sul rispetto delle regole apprestate dall’ordinamento per la sicurezza sui luoghi di lavoro.

Ed invero, la Corte d’Appello, riferisce il giudice di legittimità nella sentenza in oggetto, sostiene che l’infortunio sia dovuto ad un evento imprevedibile, ritenendo con ciò liberato il datore di lavoro dalla presunzione di colpa sullo stesso incombente nel momento in cui il lavoratore assolve al proprio onere probatorio. A tal proposito ricorda il proprio precedente per cui: “ il lavoratore che agisca nei confronti del datore di lavoro per il risarcimento integrale del danno patito a seguito di infortunio sul lavoro ha l’onere di provare il fatto costituente l’inadempimento e il nesso di causalità materiale tra l’inadempimento e il danno, ma non anche la colpa del datore di lavoro, nei cui confronti opera la presunzione posta dall’art. 1218 cod. civ., il superamento della quale comporta la prova di aver adottato tutte le cautele necessarie ad evitare il danno, in relazione alle specificità del caso ossia al tipo di operazione effettuata ed ai rischi intrinseci alla stessa, potendo al riguardo non risultare sufficiente la mera osservanza delle misure di protezione individuale imposte dalla legge (Cass. n. 16003 del 2007).

Orientamento confermato anche in un’altra sentenza per la quale: “ai fini della configurabilità della responsabilità’ del datore di lavoro per l’infortunio subito dal dipendente o per la tecnopatia contratta, grava su quest’ultimo l’onere di provare la sussistenza del rapporto di lavoro, dell’infortunio o della malattia ed il nesso causale tra l’utilizzazione del macchinario o la nocività dell’ambiente di lavoro e l’evento dannoso, e grava sul datore di lavoro l’onere di dimostrare di aver rispettato le norme specificamente stabilite in relazione all’attività svolta nonché di aver adottato, ex art. 2087 cod. civ., tutte le misure che – in considerazione della peculiarità dell’attività e tenuto conto dello stato della tecnica – siano necessarie per tutelare l’integrità del lavoratore, vigilando altresì sulla loro osservanza, mentre il comportamento del lavoratore è idoneo ad escludere il rapporto causale tra inadempimento del datore di lavoro ed evento, esclusivamente quando esso sia autosufficiente nella determinazione dell’evento, cioè se abbia il carattere dell’abnormità per essere assolutamente anomalo ed imprevedibile (Cass. n. 20533 del 2015). Fermo restando che il datore di lavoro non può ritenersi responsabile né obbligato a predisporre accorgimenti atti a salvaguardare il lavoratore da cause d’infortunio del tutto imprevedibili (Cfr.: Cass. n. 312/2014).

In aggiunta a ciò la Corte di Cassazione nella sentenza in epigrafe afferma che “la Corte d’Appello non ha fatto corretta applicazione dei principi sopra richiamati in relazione all’assolvimento dell’onere della prova in ordine all’adempimento degli obblighi di protezione specifici del datore di lavoro rispetto alle caratteristiche del macchinario e alle modalità di uso, atteso che il vizio strutturale, quale fatto liberatorio, non può prescindere dalla prova circostanziata offerta dal parte del datore di lavoro dell’assolvimento dei suddetti obblighi, prova non soddisfatta dal mero rinvio operato dalla Corte d’Appello alle circostanze rilevate dagli ispettori dell’ASL“.

Peraltro, il datore di lavoro è sempre tenuto “ad accertare la corrispondenza ai requisiti di legge dei macchinari utilizzati, e risponde dell’infortunio occorso a un dipendente a causa della mancanza di tali requisiti”, a prescindere della marchiatura di conformità CE (Cass. pen. n. 54480/2016 e Cass. pen. n. 3626/2016).

Il ricorso, quindi, viene accolto e la sentenza cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Brescia, in diversa composizione, affinché si attenga ai principi di diritto enunciati.

Dott. Mirko Buonasperanza