Verità “Sulla mia pelle”

Da quando il film “Sulla mia pelle” è stato presentato a Venezia, la cronaca nazionale e le riviste di settore hanno speso encomi per la magistrale interpretazione del protagonista Alessandro Borghi e per la regia di Alessio Cremonini. Per spirito d’informazione, sempre tali riviste si sono sentite in dovere, legittimo, di fornire una rappresentazione (quantomeno sommaria) dei fatti accaduti quella sera. Noi, come rivista che intende analizzare gli aspetti più puramente di diritto e attinenti alla realtà dei fatti, così come rappresentata dagli atti processuali, non possiamo basarci sulla cronaca dei rotocalchi ed ancor più non possiamo, e non dobbiamo, indirizzare il lettore ad un’unica lettura della realtà conforme al nostro pensiero personale. Il fine di questo articolo è fornire al lettore gli elementi necessari per distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato secondo la propria visione della giustizia, tenendo sempre presente i principi di diritto positivi e naturali. Con queste doverose premesse, si procederà ad una comparazione dei fatti di quella notte così come raccontati nella pellicola, con quelli fornitici dagli atti processuali.

I FATTI

Roma, 15 ottobre 2009, un ragazzo 32enne che corrisponde al nome di Stefano Cucchi viene fermato, colto nell’atto di cedere ad un altro soggetto una serie di confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Successivamente viene condotto in caserma. Durante la perquisizione vengono rinvenuti addosso al ragazzo 21 grammi di hashish, tre dosi di cocaina, una pasticca di sostanza inerte e una di un medicinale.
Il ragazzo, che al momento dei fatti pesava 43 kg per 1,62 cm di altezza viene sottoposto a regime di custodia cautelare.
Il giorno seguente Stefano viene processato per direttissima e accusato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. L’imputato, secondo quanto emerge da una registrazione dell’udienza, si dichiara innocente per il capo d’accusa di “spaccio” e si dichiara colpevole per l’addebito di “detenzione”, specificandone l’uso personale. Già durante l’udienza appaiono evidenti delle ecchimosi sul viso e difficoltà nel parlare.

Tuttavia il giudice dispone il rinvio a giudizio, fissando l’udienza per il 13 novembre 2009, stabilendo inoltre la perdurata della permanenza di Cucchi nel carcere di Regina Coeli, carcere che, a differenza di Re Bibbia, viene utilizzato per le misure cautelari.
A seguito del trasporto nella struttura carceraria, le condizioni fisiche iniziano a peggiorare e durante una visita all’ospedale Fatebenefratelli vengono  messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (inclusa una frattura della mascella), all’addome (inclusa un’emorragia alla vescica) e al torace (incluse due fratture alla colonna vertebrale).
Le condizioni di Stefano si aggravarono in maniera molto celere, peggioramento che obbliga il trasporto alla struttura medico-carceraria Sandro Pertini il 17 ottobre.
Stefano Cucchi muore il 22 ottobre 2009, al momento del decesso il ragazzo pesa 27 kg.

L’obiettivo del regista è quello di focalizzare l’attenzione dello spettatore sull’ultima settimana di vita del Cucchi, ultima settimana che corrisponde alla sua incarcerazione, la scena saliente attorno alla quale ruota lo svolgimento del film si rinviene quando, immediatamente dopo l’arresto e la perquisizione a casa dei genitori, il Cucchi viene condotto in una stanza all’interno della caserma. Ciò che avviene all’interno di questa stanza è volontariamente omesso dal regista, il quale si limita ad un fermo immagine di un paio di secondi con l’intento di indurre lo spettatore a pensare che sia successo qualcosa all’interno, tuttavia la totale assenza di audio non mira ad indirizzare colui che guarda ad un’unica conclusione. Conclusione che si trae però nel fotogramma successivo in cui un primo piano al volto dell’attore Alessandro Borghi fa emergere la presenza di evidenti lividi sul viso e nelle scene successive si noterà come essi non siano gli unici, essendo inoltre presenti lividi nella zona addominale e lombare. Da lì in avanti, viene seguito tappa per tappa il movimento dell’imputato attraverso le varie strutture, sia mediche che carcerarie fino al fatale esito.

Il film si propone come un documentario e non come una rappresentazione soggettiva di quanto avvenuto in quei giorni, lo stesso regista e gli sceneggiatori hanno spulciato più di 10.000 pagine di verbali per rendere il più possibile reale ed attinente alla realtà il lungometraggio. Il protagonista, Alessandro Borghi, in una dichiarazione rilasciata a Netflix, piattaforma multimediale sulla quale il film è stato distribuito, ha apertamente dichiarato che l’intento del film è quello di far si che ognuno “riesca a farsi un’idea con i mezzi e gli strumenti che sono stati messi a disposizione”. Il racconto del reale non costringe nessuno a prendere una posizione, perché non vi sono due teorie opposte, non vi è un racconto in prima persona da parte della vittima o da parte delle guardie. Il film è una ricostruzione di eventi così come emersi dagli atti processuali, atti che in uno stato di diritto quantomeno dovrebbero rappresentare la cosa più vicina alla realtà dei fatti.

ghbmhnjLE INDAGINI E LA RESPONSABILITA

Ad oggi, a quasi nove anni dalla scomparsa di Stefano Cucchi, il processo per far luce sulle reali cause della morte di Stefano, non è ancora arrivato a conclusione. L’iter legale ha visto emergere dapprima una responsabilità delle guardie carcerarie, accusate di omicidio preterintenzionale e successivamente quella di omicidio colposo, falso ideologico, abuso d’ufficio e abbandono di incapace ai medici dell’ospedale Sandro Pertini. Il primo processo si concluse nel 2015 con il parziale annullamento della sentenza di appello, che aveva visto l’assoluzione dell’equipe medica, assolvendo per ogni capo di accusa gli agenti di polizia penitenziaria. Venne successivamente aperte una seconda inchiesta per fare ulteriore chiarezza sui reali interpreti intervenuti la note tra il 15 e il 16 ottobre, l’inchiesta portò all’iscrizione nel registro degli indagati di militari all’epoca presenti all’interno della caserma con l’accusa di favoreggiamento e falsa testimonianza. Il 10 luglio 2017 i cinque militari sono stati rinviati a giudizio per omicidio preterintenzionale, calunnia e falso in atto pubblico.

Aldilà di ogni commento in merito alla vicenda, la cosa più importante che bisogna andare ad analizzare in queste situazioni qua è come, nonostante l’art. 27 comma 2 e 3 della Costituzione reciti che “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” la condizione mediatica di colui che per la prima volta attraversa le porte del carcere è irrimediabilmente irreversibile. Nell’opinione pubblica e soprattutto all’interno delle strutture carcerarie, il pregiudizio nei confronti delle persone in attesa di giudizio è pari a quello delle persone che stanno scontando la pena, senza alcuna distinzione tra le due figure, ma ponendoli entrambi sullo stesso piano, senza aspettare che la giustizia faccia il suo corso e si pronunci sulla colpevolezza o meno di una persona. Un altro aspetto che molto spesso non viene adeguatamente considerato è quello della funzione rieducativa della pena. Il nostro sistema carcerario non mira ad infliggere una pena detentiva fine a sé stessa al detenuto ma a rieducarlo con una serie di interventi in tal guisa volti al suo reinserimento nella società al termine del periodo di detenzione. L’Italia da questo punto di vista, anche per colpa di numerosi problemi all’interno degli istituti rieducativi, si attesta come uno dei paesi in cui vi è il più alto indice di omicidi e morti per suicidio nelle proprie strutture, sia per i marchiani problemi interni di convivenza sia per la mancanza di un a prospettiva di futuro per le persone che hanno terminato il loro percorso rieducativo, basti pensare che il 67 % delle persone che esce dalle strutture dello Stato, nell’arco di 36 mesi ci ritorna. (Fonte Amnesty International)

La condizione di necessità di un essere umano deve andare aldilà del pregiudizio e dal passato che uno porta con sé, purtroppo un ragionamento del genere è quantomeno raro, probabilmente non solo in Italia, ma anche in altri luoghi. Colui che, a seguito del fallimento delle misure alternative proposte dalla società (cliniche, case di cura, SERT), si ritrovi ancora vittima della tossicodipendenza, per sopravvivere ahimè ha dinnanzi una sola strada, quello dello spaccio.

Il compito di una struttura statale è quello di garantire sicurezza, di garantire l’applicazione trasparente delle regole di condotta, di garantire che una persona entri viva e nella peggiore delle ipotesi esca tale, senza aver paura che una persona, versante in evidente stato di difficoltà, trovi la morte là dove dovrebbe esserci la certezza che non può succedere nulla, nel posto più di tutti adibito alla sicurezza della persona e della società. In uno stato di diritto l’unico figura eletta a giudicare i crimini delle persone è il giudice, ed è l ’unico al quale spetta il potere di infliggere pene e sanzioni, ma nemmeno ad egli spetta lo Ius vitae ac necis sulla persona, nessuno può giudicare se una persona è meritevole o meno di vivere, se essa possa essere considerata una risorsa o un peso per la comunità. Il cameratismo, l’abuso di potere, l’omertà tra colleghi, la menzogna, l’insabbiamento di notizie e la manipolazione della verità sono dei crimini imperdonabili, specie se compiuti da una pubblica autorità. I processi faranno luce su queste terribili accuse e porteranno la giustizia e la verità alla famiglia Cucchi e ai cittadini italiani.

 

Riccardo Salvadori

Il grande romanzo della c.d. regola Taricco narrato dalla Corte Costituzionale

Dopo aver già in precedenza parlato della c.d. “Regola Taricco”, riportiamo in versione integrale il comunicato stampa del 31/05/2018 della Corte Costituzionale che ripercorre le principali tappe della vicenda.

Dopo aver già in precedenza parlato della c.d. “Regola Taricco”(qui l’articolo del 15/04/2018), riportiamo in versione integrale il comunicato stampa del 31/05/2018 della Corte Costituzionale che ripercorre le principali tappe della vicenda.

FRODI UE E PRESCRIZIONE: LA “REGOLA TARICCO” E’ INCOMPATIBILE CON IL PRINCIPIO DI DETERMINATEZZA DELLA NORMA PENALE
UNA VICENDA EMBLEMATICA DI DIALOGO TRA CORTI
“La vicenda Taricco è un significativo esempio di “dialogo tra Corti”, dialogo che spesso si auspica, ma con qualche dubbio che possa effettivamente svolgersi. Sul caso Taricco però, attraverso i provvedimenti della Corte di giustizia dell’Unione europea e della Corte costituzionale italiana, si è svolto effettivamente un dialogo e l’esito è stato proficuo. Come emerge dalla motivazione della sentenza della Consulta, depositata oggi in cancelleria con il numero 115 (relatore il presidente Giorgio Lattanzi).
La prima sentenza Taricco
La sentenza 8 settembre 2015 della Grande sezione della Corte di giustizia Ue resa nella causa Taricco aveva stabilito che il giudice italiano dovesse disapplicare gli articoli 160, terzo comma, e 161, secondo comma, del Codice penale, omettendo di dichiarare prescritti i reati di frode in danno dell’Unione europea e procedendo nel giudizio penale, in due casi: innanzitutto, secondo una regola che è stata tratta dall’articolo 325, paragrafo 1, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), quando queste disposizioni, determinando la prescrizione, impediscono di
infliggere sanzioni effettive e dissuasive in un numero considerevole di gravi casi di
frode che ledono gli interessi finanziari dell’Unione; in secondo luogo, in base a una
regola desunta dall’articolo 325, paragrafo 2, TFUE (cosiddetto principio di
assimilazione), quando il termine di prescrizione, per effetto delle norme indicate,
risulta più breve di quello fissato dalla legge nazionale per casi analoghi di frode in
danno dello Stato membro.
Le Corti italiane
La Corte di cassazione e la Corte d’appello di Milano però hanno ritenuto che
le regole enunciate dalla sentenza Taricco fossero in contrasto con alcuni principi
supremi dell’ordine costituzionale italiano, e in particolare con gli articoli 3, 11, 24,
25, secondo comma, 27, terzo comma, e 101, secondo comma, della Costituzione
e, rimettendo alla Corte costituzionale gli atti di due processi che stavano trattando,
hanno sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’articolo 2 della legge 2
agosto 2008, n. 130, sulla ratifica ed esecuzione del Trattato di Lisbona, nella parte
in cui, imponendo di applicare l’articolo 325 TFUE, come interpretato dalla
sentenza Taricco, comporta che in taluni casi vengano disapplicati gli articoli 160,
terzo comma, e 161, secondo comma, del Codice penale nei confronti di reati in
materia di imposta sul valore aggiunto (IVA) che costituiscono frode in danno degli
interessi finanziari dell’Unione.
La Corte di cassazione, dopo aver ricordato che nell’ordinamento italiano
l’istituto della prescrizione appartiene alla legalità penale sostanziale, ha sottolineato
la violazione dell’articolo 25, secondo comma, della Costituzione per i profili della
riserva di legge in materia penale, posto che il regime della prescrizione cesserebbe
di essere legale, della determinatezza, a causa della genericità dei concetti di «grave
frode» e di «numero considerevole di casi», intorno ai quali ruota la “regola Taricco”,
e del divieto di retroattività, considerato che i fatti addebitati agli imputati sono
anteriori all’8 settembre 2015, data di pubblicazione della sentenza Taricco.
Inoltre, sarebbe leso l’articolo 101, secondo comma, della Costituzione, perché
verrebbe demandata al giudice un’attività implicante una «valutazione di natura
politico-criminale», che spetterebbe invece al legislatore.
La Consulta rinvia alla Corte Ue
La Corte costituzionale, a sua volta, con l’ordinanza n. 24 del 2017, anziché
decidere le questioni che le erano state rimesse, ha disposto un rinvio pregiudiziale
alla Corte di giustizia per l’interpretazione relativa al significato da attribuire
all’articolo 325 TFUE e alla sentenza Taricco.
Secondo la Corte costituzionale, l’eventuale applicazione della “regola Taricco”
nel nostro ordinamento violerebbe gli articoli 25, secondo comma, e 101, secondo
comma, della Costituzione e non potrebbe perciò essere consentita neppure alla luce
del primato del diritto dell’Unione. Tuttavia è sembrato alla Corte che la stessa
sentenza Taricco tendesse ad escludere questa applicazione ogni qual volta risultasse
in conflitto con l’identità costituzionale dello Stato membro, implicando una
violazione del principio di legalità penale.
Di ciò è stata chiesta conferma alla Corte di giustizia.
La nuova pronuncia della Corte Ue
La Grande sezione della Corte di giustizia, con sentenza 5 dicembre 2017, in
causa C-42/17, M.A. S. e M. B., comprendendo il dubbio prospettato dalla Corte
costituzionale ha riconosciuto che l’obbligo per il giudice nazionale di disapplicare,
sulla base della “regola Taricco”, la normativa interna in materia di prescrizione,
viene meno quando ciò comporta una violazione del principio di legalità dei reati e
delle pene, a causa dell’insufficiente determinatezza della legge applicabile o
dell’applicazione retroattiva di una normativa che prevede un regime di punibilità
più severo di quello vigente al momento della commissione del reato.
La nuova pronuncia della Corte di giustizia opera su due piani connessi.
In primo luogo chiarisce che, in virtù del divieto di retroattività in malam partem
della legge penale, la “regola Taricco” non può essere applicata ai fatti commessi
anteriormente alla data di pubblicazione della sentenza che l’ha dichiarata, ovvero
anteriormente all’8 settembre 2015. Si tratta di un divieto che discende
immediatamente dal diritto dell’Unione e non richiede alcuna ulteriore verifica da
parte delle autorità giudiziarie nazionali.
In secondo luogo demanda a queste ultime il compito di saggiare la compatibilità
della “regola Taricco” con il principio di determinatezza in materia penale, che è sia
principio supremo dell’ordine costituzionale italiano sia cardine del diritto
dell’Unione, in base all’articolo 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione
europea (CDFUE).
Parola finale alla Consulta: la “regola Taricco” contrasta col
principio di determinatezza in materia penale
Alla luce del chiarimento interpretativo offerto dalla sentenza M.A.S., la Corte
costituzionale ha ritenuto che tutte le questioni sollevate dai giudici rimettenti
fossero non fondate, perché la “regola Taricco” doveva ritenersi inapplicabile nei
rispettivi giudizi.
In entrambi i giudizi infatti si procedeva per fatti avvenuti prima dell’8
settembre 2015, sicché l’applicabilità degli artt. 160, terzo comma, e 161, secondo
comma, del Codice penale e la conseguente prescrizione dei reati oggetto dei
procedimenti a quibus erano riconosciute dalla stessa sentenza M.A.S., che aveva
escluso gli effetti della “regola Taricco” rispetto ai reati commessi prima di quella
data.
Comunque, secondo la Corte costituzionale, indipendentemente dalla
collocazione dei fatti, prima o dopo l’8 settembre 2015, i giudici rimettenti non
avrebbero potuto applicare la “regola Taricco”, perché in contrasto con il principio
di determinatezza in materia penale, consacrato dall’articolo 25, secondo comma,
della Costituzione.
Infatti, un istituto come la prescrizione, che incide sulla punibilità della persona
riconnettendo al decorso del tempo l’effetto di impedire l’applicazione della pena,
nell’ordinamento giuridico italiano rientra nell’alveo costituzionale del principio di
legalità penale sostanziale enunciato dall’articolo 25, secondo comma, della
Costituzione con formula di particolare ampiezza, ed è parso evidente il deficit di
determinatezza che caratterizza sia l’articolo 325, paragrafi 1 e 2, TFUE (per la parte
da cui si evince la “regola Taricco”) sia la “regola Taricco” in sé.
Quest’ultima, per la porzione che discende dal paragrafo 1 dell’art. 325 TFUE,
è stata ritenuta irrimediabilmente indeterminata nella definizione del «numero
considerevole di casi» in presenza dei quali può operare, perché il giudice penale non
dispone di alcun criterio applicativo della legge che gli consenta di trarre da questo
enunciato una regola sufficientemente definita. Né a tale giudice può essere
attribuito il compito di perseguire un obiettivo di politica criminale svincolandosi dal
governo della legge al quale è invece soggetto (articolo 101, secondo comma,
Costituzione).
Ancor prima è stato ritenuto indeterminato l’articolo 325 TFUE, perché il suo
testo non permette alla persona di prospettarsi la vigenza della “regola Taricco”, e
una scelta relativa alla punibilità deve essere autonomamente ricavabile dal testo
legislativo al quale i consociati hanno accesso. «Fermo restando – ha aggiunto la
Corte costituzionale – che compete alla sola Corte di giustizia interpretare con
uniformità il diritto dell’Unione, e specificare se esso abbia effetto diretto, è anche
indiscutibile che, come ha riconosciuto la sentenza M.A.S., un esito interpretativo
non conforme al principio di determinatezza in campo penale non possa avere
cittadinanza nel nostro ordinamento».
Un rilievo analogo è stato svolto anche per la porzione della “regola Taricco”
tratta dal paragrafo 2 dell’articolo 325 TFUE.
In questo caso, infatti, se anche il principio di assimilazione non desse luogo
sostanzialmente a un procedimento analogico in malam partem, e potesse permettere
al giudice penale di compiere un’attività priva di inaccettabili margini di
indeterminatezza, ciò comunque non potrebbe avvenire sulla base del paragrafo 2
dell’articolo 325 TFUE, dal quale una persona non potrebbe desumere i contorni
della “regola Taricco”.
In altri termini, qualora si reputasse possibile da parte del giudice penale il
confronto tra frodi fiscali in danno dello Stato e frodi fiscali in danno dell’Unione, al
fine di impedire che le seconde abbiamo un trattamento meno severo delle prime
quanto al termine di prescrizione, ugualmente l’articolo 325, paragrafo 2, TFUE non
perderebbe il suo tratto non adeguatamente determinato per fungere da base legale
di tale operazione in materia penale, posto che i consociati non avrebbero potuto, né
oggi potrebbero sulla base del solo quadro normativo, raffigurarsi tale effetto.
Ciò posto, la Corte ha concluso che «l’inapplicabilità della “regola Taricco”,
secondo quanto riconosciuto dalla sentenza M.A.S., ha la propria fonte non solo nella
Costituzione repubblicana, ma nello stesso diritto dell’Unione» e che quindi non
sono fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate nel presupposto che
tale regola fosse invece applicabile.

Fonte: https://www.cortecostituzionale.it/comunicatiAttualita.do

Salvatore Vergone

DA STUDENTE AD AGENTE: INTERVISTA A F. D.

Dopo i giuramenti dei Carabinieri di tutta Italia di questi ultimi giorni, segue una breve intervista a F. D.: studente di giurisprudenza a Torino appena diventato Carabiniere a Reggio Calabria. L’augurio è che si possa distinguere come membro dell’Arma e che riesca a realizzare i suoi obiettivi.

– Cosa è significato per te partecipare ad un concorso pubblico tanto selettivo ed importante?

E’ significato, in primo luogo, mettersi in gioco: combattere per il proprio futuro e per i propri sogni. In seconda analisi, è significato anche fare tanti sacrifici (niente vacanze per poter sutidiare, risparmiare per pesare meno sulla famiglia, dare meno esami) e rischiare, poiché la riuscita del concorso è stata tutt’altro che scontata.

– Come sono state le prove e quale hai considerato come più difficile?

Le prove sono state tutte quante impegnative e, in ordine cronologico, sono state le seguenti: il quiz preselettivo a crocette, le prove fisiche, 2 interi giorni di visite mediche ed un colloquio con un perito selettore ed una commissione. Superata una prova si andava a quella successiva. Sono giorni di grande tensione, stress e concentrazione.

– A chi dedichi il tuo successo in questo percorso e perché?

In primo luogo a me stesso: io ho studiato, ho fatto il test, ho affrontato le prove e i colloqui; in secondo luogo ad amici e parenti che mi hanno supportato.

– Come senti di poter essere utile nei confronti della società che andrai a tutelare?

Offrendo la mia opera come membro delle forze armate per garantirne la sicurezza e per salvaguardarne i principi di libertà e democrazìa.

– Continuerai il tuo percorso di studi presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino?

Si, anche se impiegherò più tempo del dovuto o della media dei miei compagni di università.

– Cosa ti aspetti da questa esperienza?

Enormi soddisfazioni e grande crescita personale nonché coronare un sogno che ho sin da bambino.

 

Fabrizio Alberto Morabito

LA MESSA ALLA PROVA SUPERA IL VAGLIO DI COSTITUZIONALITA’

In attesa di più approfondita trattazione e commento, si dà notizia che l’ufficio stampa della Corte Costituzionale ha dato, in data 27 aprile 2018, comunicazione sul deposito delle motivazioni della sentenza relativa alla pronuncia del 21/02/2018, riguardante la presunta incostituzionalità dell’istituto della messa alla prova.

La questione era stata promossa dal Tribunale ordinario di Grosseto con ordinanza del 16 dicembre 2016. Segue il comunicato in versione integrale: “L’istituto della messa alla prova indenne il vaglio di legittimità introdotto dalla legge n.67 del 2014 costituzionale. Con la sentenza n. 91 depositata oggi (relatore Giorgio Lattanzi), la Corte costituzionale ha ritenuto che l’istituto in esame presenti aspetti che non sono riconducibili alle ordinarie categorie costituzionali penali e processuali, in quanto il suo carattere innovativo “segna un ribaltamento dei tradizionali sistemi di intervento sanzionatorio”, come già rilevato dalle sezioni unite della Cassazione con la sentenza 31 marzo 2016, n.36272.

Nel procedimento di messa alla prova manca infatti una condanna e “correlativamente manca un’attribuzione di colpevolezza dell’imputato”, il quale viene sottoposto, su sua richiesta, a un trattamento alternativo alla pena applicabile nel caso di un’eventuale condanna. Inoltre, anche l’esecuzione del trattamento è rimessa alla volontà dell’imputato, che può farla cessare in qualsiasi momento, facendo così
riprendere il procedimento penale.

Pertanto, la Corte costituzionale ha dichiarato che l’istituto in esame non viola, tra gli altri, gli articoli 27 e 25 della Costituzione, sotto il profilo, rispettivamente, della presunzione di non colpevolezza e della determinatezza del trattamento sanzionatorio.”

Salvatore Vergone

CORTE COSTITUZIONALE: INAPPLICABILE LA “REGOLA TARICCO” DELLA CGUE SULLA PRESCRIZIONE

Nuovo capitolo della saga che vede contrapposte la Corte di Giustizia e la Corte costituzionale Italiana sulla c.d. “regola Taricco”

Ultima novità sull’annosa diatriba fra Corte di Giustizia e Corte costituzionale Italiana legata alla sentenza Taricco e sulla conseguente c.d. “regola Taricco”. Di seguito un brevissimo excursus della questione. Continua a leggere “CORTE COSTITUZIONALE: INAPPLICABILE LA “REGOLA TARICCO” DELLA CGUE SULLA PRESCRIZIONE”

Mai dire Mao

Xi Jinping, 65 anni, alla guida della Repubblica Popolare Cinese dal marzo 2013, inizierà ufficialmente da aprile il suo secondo mandato da presidente, che scadrà nel 2023, ma che potrebbe potenzialmente essere un incarico a vita grazie ad una recente riforma costituzionale. Continua a leggere “Mai dire Mao”

Scenario post-elettorale: chi sarà il nuovo Premier?

I cittadini lunedì scorso si sono svegliati con una nuova aria: il segnale c’è stato, via il vecchio (Renzi, Berlusconi, ecc.), avanti con i nuovi, Di Maio e Salvini, che si sono divisi l’Italia.

Il M5S sfonda al sud, la Lega conquista centro-nord; Renzi e il PD non si aspettavano un risultato così negativo che ha portato alle dimissioni il segretario del Partito Democratico.

Berlusconi non è più quello di una volta, potrebbe essere al capolinea: chissà se sarà proprio questo l’epilogo del berlusconismo, dilagante in Italia fino a pochi anni or sono.

Grasso (così come Liberi e Uguali) è nato per succhiare voti al PD e, in parte, ci e riuscito ma, come si è visto, LEU non ha futuro: destinato a sciogliersi con la stessa rapidità con cui si è venuto a formare.

La situazione italiana è tragica: il centrodestra può arrivare alla maggioranza con i fuoriusciti dal M5S; il M5S, d’altro canto, potrebbe governare col PD o con la Lega ma lo scenario non sembra migliorare troppo.

Non resta che affidarci alla saggezza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che avrà un compito arduo: trovare una maggioranza e formare un governo.

Valerio Del Signore

OBBLIGO VACCINALE: PROFILI DI LEGITTIMITÁ COSTITUZIONALE.

Con la Sentenza n.5 del 2018, la Corte Costituzionale si è pronunciata sulla legittimità della legge che ha introdotto nel nostro ordinamento l’obbligo vaccinale. Nell’ultimo anno, infatti, il legislatore ha ritenuto di “rafforzale la cogenza degli strumenti della profilassi vaccinale” considerando altresì lo stato attuale delle condizioni epidemiologiche e delle conoscenze scientifiche acquisite. Ciò in considerazione di una tendenziale diminuzione delle vaccinazioni, del consequenziale aumento delle malattie infettive e della ricomparsa di malattie da tempo debellate. Infatti, secondo i dati forniti dall’OMS, “le coperture italiane risultano tra le più basse in Europa e inferiori a quelle di alcuni paesi africani”.

Con il d.l. 7 giugno 2017, n.73 (Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale) è stato quindi introdotto, per i minori fino a sedici anni di età, l’obbligo di dodici vaccinazioni obbligatorie e gratuite. Con la legge di conversione (31 luglio 2017, n.119) le vaccinazioni obbligatorie sono state, poi, ridotte a dieci, essendo oggi escluse da detto obbligo le vaccinazioni anti-meningococcica B e C e quella contro pneumococco e rotavirus (che sono comunque offerte attivamente e gratuitamente). Il legislatore ha previsto, inoltre, due deroghe: nei casi di “immunizzazione a seguito di malattia naturale comprovata” e nei casi di “pericolo per la salute, in relazione a specifiche condizioni cliniche documentate”. Va inoltre precisato che tali obblighi riguardano anche i minori stranieri non accompagnati.

Sulle sanzioni previste in violazione della omissione vaccinale obbligatoria, la legge di conversione ha apportato rilevanti modifiche. Infatti, in caso di inottemperanza è comminata una sanzione che va da un minimo di 100 a un massimo di 500 euro (mentre il d.l. prevedeva una sanzione da 500 a 7.500 euro). È previsto poi che gli inadempienti siano convocati dall’azienda sanitaria locale territorialmente competente per un colloquio nel quale sono fornite informazioni sulle vaccinazioni. Viene fissato un ulteriore termine, durante il quale è possibile evitare la suddetta sanzione attraverso la vaccinazione tardiva o anche solo la somministrazione della prima dose. In sede di conversione è stato altresì espunto l’inciso che riguardava la “segnalazione dell’inadempienza alla Procura della Repubblica preso il tribunale dei minorenni”. Sono previste poi disposizioni sulla verifica degli adempienti vaccinali al momento dell’iscrizione scolastica.

Ciò premesso, il giudizio di legittimità costituzionale di tale impianto legislativo è stato sollevato dalla Regione Veneto per violazione degli art. 77, comma secondo, della Costituzione nonché degli artt.2, 3, 5, 31, 32, 34, 81, 97, 117, 118 e 119 della stessa.

In particolare, secondo la Regione, non sussisterebbero i presupposti di necessità ed urgenza in quanto il d.l. sarebbe stato emanato “in assenza di una reale emergenza sanitaria” e di conseguenza ciò si ripercuoterebbe sulle attribuzioni regionali previste dall’art. 117, comma terzo e quarto, e 118 della Costituzione (tutela della salute e di istruzione). Sul punto la Corte ha ritenuto non fondate le questioni in quanto, per consolidata giurisprudenza, il suo sindacato è circoscritto alla “evidente mancanza di tali presupposti” distinguendolo così da una valutazione prettamente politica spettante alle Camere in sede di conversione. In particolare, il preambolo del decreto non sembra, infatti, residuare dubbi sul legittimo impiego dello strumento in esame. La Corte ha dichiarato, inoltre, inammissibili e in parte non fondate le questioni sollevate in relazione alle “garanzie costituzionali dell’autonomia legislativa e amministrativa regionale” (artt.5, 117, 118 Cost) in quanto, sebbene “la normativa in esame interseca indubbiamente una pluralità di materie” nondimeno, “debbono ritenersi chiaramente prevalenti i profili ascrivibili alle competenze statali”.

Parimenti inammissibili sono altresì le questioni sollevate in riferimento agli artt. 31, 32, 34 e 97 Cost. “per carenza assoluta di motivazione”. Infine, le questioni sollevate in riferimento agli artt. 2, 3, e 32 Cost. non sono fondate. Sul punto la Corte ha rilevato che “i valori costituzionali coinvolti” sono molteplici e “implicano, oltre alla libertà di autodeterminazione individuale” nella scelta delle cure e la tutela della salute individuale e collettiva, anche l’interesse del minore che va perseguito, principalmente, attraverso “condotte idonee” alla protezione della loro salute la cui scelta ed attuazione spetta ai genitori.

Nella sentenza in esame la Corte svolge, infine, una breve comparazione con esperienze giuridiche di altri stati che, in materia di obblighi vaccinali, si presenta estremamente eterogenea.

Gianni Capobianco

BUONI PROPOSITI NELLA GIURISPRUDENZA TORINESE PER IL 2018: MODIFICHE AL PIANO DI STUDI DELLA MAGISTRALE A CICLO UNICO

Gennaio è il mese dei buoni propositi per antonomasia anche per l’ateneo torinese. Il Dipartimento di Giurisprudenza infatti è in fermento: è di pochissimi giorni fa la notizia che le matricole del prossimo anno, coorte 2018-19, si troverà a far fronte ad un duplice esame annuale.

Oltre al canonico diritto privato infatti, i prossimi studenti di prim’anno dovranno affrontare un diritto costituzionale I che passa, dai tradizionali 9 cfu, a 12 crediti: l’insegnamento dunque sarà annuale, come il già menzionato privato.
Conseguenza immediata e diretta di tale cambiamento è, logicamente, un aumento della difficoltà del primo anno: altre questioni però vengono sollevate da tale cambiamento, questioni a cui ancora non ci è concesso avere una risposta.

Professori e studenti sembrano, per la maggior parte, concordi in tale modifica: pochi giorni fa infatti, una delegazione di studenti e professori si è riunita per iniziare a discutere ed approvare il nuovo piano di studi.
Fiduciosi nell’imminente riunione del Consiglio di Dipartimento però, studenti e docenti si sono limitati ad una tacita approvazione di questa prima modifica: con enorme sorpresa di tutti, nessuno ne ha più discusso e la questione è stata considerata come ufficialmente approvata.

In sintesi quindi, le prossime matricole affronteranno l’esame di diritto costituzionale I, per forza nella stessa sessione in cui dovranno affrontare diritto privato (perché entrambi sono propedeutici a diritto penale I e diritto commerciale I, che sicuramente resteranno al secondo anno), senza nessuna approvazione ufficiale da parte del Dipartimento di Giurisprudenza.

Questo finora pare essere l’unico cambiamento che ha raggiunto una sorta di ufficialità, sicuramente non sarà l’ultimo: per esempio, non è ancora chiara la sorte che toccherà a diritto costituzionale II.

In attesa di ulteriori aggiornamenti, ci si interroga su quali potrebbero essere state le motivazioni che hanno spinto un ridotto numero di docenti a modificare, in tal senso, un piano di studi senza grossi difetti strutturali: appesantendo un primo anno già corposo quasi a voler creare una sorta di sbarramento iniziale che, da disposizioni ministeriali, non è previsto (infatti giurisprudenza è priva di qualsivoglia test d’ingresso).

Fabrizio Alberto Morabito

IL TESTAMENTO BIOLOGICO

Il 14 dicembre scorso il Senato della Repubblica ha approvato la legge sul testamento biologico, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 16 gennaio 2018. La neo-legge che detta “norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” entrerà in vigore il prossimo 31 gennaio. Da molti definita legge di civiltà, essa è stata da molti anni attesa dal nostro ordinamento, scosso, di frequente, da casi come Englaro e Welby che mostrano con chiarezza l’intimo confine esistente tra diritto, morale e medicina.

Tanti sono i contenuti della legge che si compone di appena 8 articoli. Intanto essa si pone a tutela della “vita, della salute, della dignità e dell’autodeterminazione della persona” e ribadisce il fondamentale diritto della persona a non subire trattamenti sanitari che non siano conseguenza del “proprio libero e informato consenso” collocandosi così in perfetta linea con i principi fondamentali che la nostra Costituzione sancisce a tutela della libertà personale e della salute (artt. 2, 13 e 32) oltre che dei principi previsti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Punto centrale del testamento biologico è segnato poi dalle “dichiarazioni anticipate di trattamento” (DAT) attraverso le quali “ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere” può autodeterminarsi circa le scelte diagnostiche o terapeutiche e ai singoli trattamenti sanitari da ricevere o meno in previsione di “un’eventuale futura incapacità”. È prevista poi la nomina di un “fiduciario” con la funzione di rappresentare il disponente nelle relazioni con il medico e la struttura sanitaria. Costui accetta tale nomina attraverso la sottoscrizione delle DAT o con atto ad esse allegato.

Il medico è tenuto al rispetto delle DAT e può disattenderle soltanto ove, d’accordo con il fiduciario, “esse appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente ovvero sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita”.

La legge prevede, poi, la specifica forma giuridica che tali dichiarazioni devono assumere per poter produrre effetti. In particolare è prevista la possibilità, se le condizioni fisiche del paziente lo consentono, di esprimerle attraverso “videoregistrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare”.

Infine, al comma 5, si dispone la “pianificazione condivisa delle cure” tra medico e paziente alla quale l’équipe sanitaria deve attenersi “qualora il paziente venga a trovarsi nella condizione di non poter esprimere il proprio consenso o in una condizione di incapacità”.

Gianni Capobianco